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    Predefinito Fiat - È l’ora della verità per il capitalismo E per la classe operaia

    Il capitalismo, vero, è quello di Marchionne, e lo sarà sempre ed ovunque

    La previsione marxista di un capitalismo destinato a cadere in crisi sempre più gravi e che si alimenta solo con la vita dei suoi schiavi salariati, è ogni giorno più confermata.

    L’attacco della Fiat è quello che si verifica in tutti i paesi e in tutte le categorie e non è, come sostiene il sindacalismo di regime, e anche la sua sinistra, la Fiom, “scelta” di una particolare “cultura aziendale” e di un amministratore delegato “amerikano” e liberista.

    L’intero capitalismo è afflitto da una generale crisi di sovraproduzione. Nell’auto si calcola che in Europa e in USA la sovracapacità produttiva oggi sia fra il 30 e il 40%. Questo processo, non voluto da nessuno ma risultato naturale e spontaneo delle leggi che regolano la produzione capitalistica, ha condotto ad una elevata concentrazione – altra classica previsione marxista – col passaggio a poche aziende sovranazionali in competizione per la vita o per la morte. Tutte le case costruttrici sono quindi costrette a sfruttare in modo parossistico i propri lavoratori; quelle che non l’hanno già fatto a fondo presto lo faranno.

    L’accordo di Mirafiori dimostra che non può esistere un capitalismo “dal volto umano”. La Fiat, come la maggior parte delle aziende, per cercare di restare in vita deve esasperare lo sfruttamento dei suoi operai. Lo fa già da anni, e con l’avvallo di tutti i sindacati, Fim, Uilm e anche Fiom. Finché oggi i ritmi di lavoro divengono tali da non poter essere accettati dai lavoratori, nemmeno col lavorio di convincimento dei sindacati confederali, ma solo imposti.

    Allora crolla la finzione della democrazia in fabbrica. La Fiat non può più permettersi che i carichi di lavoro più pesanti siano anche solo in parte vanificati dal ricorso dei lavoratori a quei mezzi con cui essi – nella loro attuale incapacità di una vera lotta frontale – riuscivano finora a sfuggire un poco a quell’inferno, come le due ore di sciopero a fine turno o il ricorso alla malattia.

    Se non c’è più spazio per fingere la conciliazione degli interessi, la concertazione, non ci sarà nemmeno per quel sindacato che su quel principio di “relazioni industriali” si è costruito. Restano in piedi solo due tipi di sindacato: o quello dichiaratamente a servizio dell’azienda, e da questa “riconosciuto”, o il sindacato di classe, per costituzione nemico del padrone, fondato solo sulla sua forza di organizzazione e di mobilitazione, e non riconosciuto da nessuno, se non dalla classe lavoratrice.

    Gli accordi di Pomigliano e di Torino segnano una tappa in direzione di questo processo, non il suo compimento.

    La Fiom per molti decenni è stata preziosa per la Fiat, e buona parte del padronato la considera ancora tale. I borghesi sanno che privare i lavoratori di un inquadramento sindacale che predica la conciliazione degli interessi, spingendoli verso la costruzione di un vero e combattivo sindacato di classe costituisce un passo pericoloso. La ragione glielo mostra prematuro, non ancora necessario. Ma, di questi tempi di catastrofe, la ragione non basta e la lotta di classe, primo motore del divenire sociale, nelle sue forme determinate s’accende da sola. Quando la barca del capitalismo affonda le apparenze debbono passare in secondo piano, si sollevano i veli ipocriti: il Capitale tutto e tutti pretende trascinare con sé nell’abisso.

    La Fiat ha dovuto mettere Confindustria e sindacati confederali davanti al fatto compiuto. La situazione è troppo grave per trastullarsi con i tempi lunghi delle “trattative”: occorre ubbidienza e disciplina, da tempo di guerra.

    Staremo a vedere se il futuro svolgimento della crisi generale consentirà che, se la Fiat ha fatto tre passi avanti, Confindustria e confederali ne facciano almeno uno o due, varando un nuovo accordo sulla rappresentanza e la “democrazia sindacale”; vedremo se la Fiat potrà rientrare nelle nuove regole, e se la Fiom riavrà i “diritti” in Fiat.

    Si capisce bene che, se nella vicenda Fiat la Fiom ha potuto assumere atteggiamenti da vittima, ciò non è dovuto a una sua natura di sindacato di lotta e di classe. La Fiom è stata “licenziata” dalla Fiat, la quale non è oggi in condizione di tollerare ed ospitare nei suoi stabilimenti nemmeno una finzione di sindacato. Il che sarebbe un fatto positivo, nel senso che indica la necessità di uno vero sindacato, che non chieda il permesso del padrone per organizzarsi, partendo da fuori della fabbrica, e dal padrone non si faccia raccogliere le quote.

    La Fiom da sempre ha ricercato l’unità con Fim e Uilm e con queste ha “contrattato” e firmato tutti i peggioramenti con l’azienda.

    Nel 1986 a Termoli con la firma della Fiom è stato introdotto per la prima volta il lavoro notturno obbligatorio per le donne, e poi negli altri stabilimenti.

    Sempre Termoli fu prima a passare nel 1994 dai 15 ai 18 turni. Poiché quell’accordo, firmato anche dalla Fiom, fu respinto dai lavoratori nel referendum, nell’occasione furono mobilitati i massimi vertici dell’organizzazione per rimediare alla volontà “democraticamente” espressa dai lavoratori. Per due settimane nelle assemblee i delegati Fiom, insieme a quelli Fim e Uilm, terrorizzarono i lavoratori con la minaccia dello spostamento della produzione da Termoli a... Mirafiori. Queste le belle parole dell’allora segretario Fiom Claudio Sabattini: «Se deciderete per il no [come se col referendum gli operai non avessero già deciso!] noi rispetteremo la vostra decisione. Però non si dica che non vi abbiamo avvisato che così veniva distrutta una realtà industriale al Sud». Almeno oggi Marchionne non ha l’ipocrisia di dire che in caso di voto contrario rispetterebbe l’opinione espressa dai lavoratori! La sostanza del ricatto è la medesima.

    Nel 2008 alle Meccaniche di Mirafiori avvenne lo stesso, con la Fiom che firmava l’accordo per il passaggio ai 18 turni e che fu respinto al referendum dai lavoratori, fra cui anche alcuni delegati Fiom.

    Nella vicenda attuale, da Pomigliano a Mirafiori, Landini ha ripetutamente dichiarato la disponibilità della Fiom ad accettare l’aumento dei ritmi.

    La Fiom, come la Fim e la Uilm, ha sempre accettato il principio secondo il quale i lavoratori debbono farsi carico della competitività dell’azienda. Mai si è posta sul piano di classe, esprimendo la necessità che gli operai si oppongano ad essere messi in concorrenza con quelli delle altre case automobilistiche in Europa e nel mondo, perché altrimenti non c’è limite ai peggioramenti, fino al consumarsi del fisico dell’operaio. Facendo suo invece il principio secondo il quale è interesse anche degli operai rendere l’azienda più competitiva la Fiom ha assecondato il capitale a dividere e sfruttare i lavoratori di tutti i Paesi. Ancora peggio, fra gli stessi stabilimenti in Italia, come nell’esempio di Termoli, o con la firma del patto territoriale per la Fiat di Melfi.

    Tutta questa impostazione dell’azione sindacale, prettamente “borghese”, lega le sorti dei lavoratori a quelle dell’azienda invece che alla loro capacità di unirsi al di sopra delle imprese e delle categorie. Questa linea politica non è nemmeno oggi messa in dubbio dalla Fiom, ma rivendicata, anzi, esibita per dimostrare la pretestuosità delle “scelte” di Marchionne. La Fiom è vittima innanzitutto di se stessa e non vuole e non può, per quello che è e per tutto quanto ha fatto in passato, agire come un sindacato di lotta, scontrandosi frontalmente con la Fiat e con tutto il padronato.

    Ma nemmeno può accettare la morte della “democrazia sindacale” firmando gli accordi di Pomigliano e Mirafiori, perché così perderebbe quel ruolo mediano che è nella sua natura – e di cui ancora può avvalersi in tutte le altre fabbriche – e finirebbe per non distinguersi affatto da Fim e Uilm.

    Quanto occorso dall’accordo per Pomigliano, del 15 giugno, a quello per Mirafiori, del 23 dicembre, conferma che l’attacco sferrato dalla Fiat non ha affatto mutato l’atteggiamento della Fiom. Nonostante fin dall’accordo di Pomigliano fossero chiare le intenzioni della Fiat e del padronato, come la stessa Fiom ha subito denunciato, essa non ha proclamato immediatamente lo sciopero generale di tutta la categoria a difesa del contratto nazionale, e nemmeno quello di tutti i lavoratori Fiat. La vicenda di Pomigliano è rimasta una questione dei lavoratori di quello stabilimento, per di più in cassa integrazione, nonostante fosse evidente che riguardava non solo tutti gli operai Fiat e nemmeno i soli metalmeccanici ma tutta la classe lavoratrice.

    A luglio la Fiom ha poi proclamato una giornata nazionale di mobilitazione dei metalmeccanici, non per uno sciopero ma per una manifestazione, da tenersi... tre mesi dopo, il 16 ottobre.

    Quando il padronato ha compiuto il passo successivo, con la disdetta il 7 settembre del contratto metalmeccanico del 2008, dimostrando quanto denunciato fin da Pomigliano, e cioè l’intenzione di distruggere il contratto nazionale di categoria per sostituirlo con contratti aziendali, la Fiom ha risposto con 4 ore di sciopero divise per azienda.

    Alla manifestazione del 16 ottobre a Roma Landini ha lanciato la richiesta alla Cgil di indire uno sciopero generale. Nell’attesa della proclamazione dello sciopero, che non c’è stata, la Fiom si è ben guardata dal cominciare intanto a indire lo sciopero generale della categoria.

    Si è giunti così all’accordo per Mirafiori del 23 dicembre e la Fiom si è finalmente risolta a indire lo sciopero. Ma per il 28 gennaio, due settimane dopo il referendum sull’accordo, senza alcuna intenzione quindi di influire sul suo esito. Si tratta ancora di uno sciopero per esprimere la propria opinione contraria, non certo per respingere con la forza il nuovo pesante attacco.

    La vittoria del “no” al referendum comporterebbe necessariamente una successiva mobilitazione dei metalmeccanici. Ma la Fiom, che non ha voluto né potuto mettere in campo una simile mobilitazione in questi sei mesi, non può né vuole farlo ora. Non vuole, perché è intimamente legata a una pratica di ricerca del compromesso col padronato che le garantisca tutti quei diritti sindacali sui quali vive la sua struttura e che non può compromettere con una vera lotta generale contro di esso. Non può perché tutta la sua azione sindacale passata, imperniata sulla ricerca della conciliazione degli interessi col padronato, non ha rafforzato ma demolito la capacità di lotta dei lavoratori.

    D’altro canto la Fiom è stata emarginata solo in due stabilimenti Fiat. Può ancora contare sulla consapevolezza di buona parte del padronato che ben sa che “se c’è un sindacato che fa accordi è la Fiom”, per dirla con Landini.

    La Fiom quindi non conta affatto di porsi sulla strada della ricostruzione della forza dei lavoratori per respingere gli attacchi odierni e futuri. E nemmeno per difendere se stessa. Fino all’ultimo cercherà una sponda fra le fazioni del padronato che le garantisca la prosecuzione della sua funzione conciliatoria, anche se verrà condotta in spazi sempre più angusti e puramente simbolici. Fino all’ultimo difenderà la “democrazia” e proprio per questo si rifiuterà di impostare la sua azione sull’unico piano reale, quello dei rapporti di forza. Questa condotta è fallimentare e suicida come, con una piccola anticipazione di più grandi episodi futuri, ha dimostrato la vicenda Fiat.

    * * *

    L’esito del referendum di Mirafiori è stata una prova d’orgoglio degli operai. In gran parte non hanno ceduto al ricatto dell’azienda. Una prova di coraggio che dimostra come la classe operaia non sarà mai definitivamente piegata e succube alle esigenze del capitalismo, come la descrivono e la sognano gli ideologi della borghesia.

    Ma non è un referendum che decide la vittoria o la sconfitta in una battaglia sindacale. Questa è il risultato delle forze materiali messe in campo. Tanto quanto sono forze materiali quelle succhiate dall’azienda, dal Capitale, al fisico e alla mente degli operai, ogni giorno della loro vita. Altrettanta forza deve essere impiegata dai lavoratori per opporsi alla violenza del Capitale che vuole strappare loro ancora più fatica, sudore, logoramento fisico e mentale, per donarlo al profitto.

    Questa forza non è un segno di penna su una carta, ma sono scioperi, assemblee, riunioni. Veri scioperi: non limitati all’azienda o al reparto ma estesi il più possibile a tutta la classe operaia. Vere assemblee: fuori dall’orario di lavoro, fuori dalla fabbrica, nelle sedi delle organizzazioni operaie, insieme ai lavoratori di tutte le aziende.

    Tutto questo non c’è stato prima del referendum. Tutto questo se ci fosse stato avrebbe reso vuoto di significato l’esito di una conta dei voti che mostra la menzogna insita nel principio "una testa, un voto". Non solo a decidere per gli operai sono stati quadri e impiegati. Ma nel referendum gli operai in lotta mettono sullo stesso piano il loro voto con quello di chi nulla ha scarificato di sé per la battaglia, i crumiri, gli individualisti, i deboli di fronte al ricatto padronale.

    Diverso il voto nelle assemblee operaie e sindacali. Vota chi c’è, chi fa la fatica di recarvisi. Si vota per alzata di mano, non nel segreto dell’urna, e si è responsabili di quel che si fa di fronte agli altri. Ma un’assemblea non è un organismo conciliatorio, riconosciuto cioè dall’azienda. È un organismo di lotta, di una sola parte, dei lavoratori, e non serve ad accettare o meno un accordo, serve a decidere se continuare la lotta contro di esso. Se gli operai arrivano a riporre solo in un referendum le sorti della battaglia hanno già perso.

    Partito Comunista Internazionale



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  2. #2
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    Predefinito Rif: Fiat - È l’ora della verità per il capitalismo E per la classe operaia

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    Lo sciopero di venerdi 28 e' stato in detto dai metalmeccanici FIOM, aderiscono USB metalmeccanici, CUB metalmeccanici scuola e telecuminazioni, mentre i COBAS comprono tutte le categorie con lo sciopero generale.

  3. #3
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    Predefinito Rif: Fiat - È l’ora della verità per il capitalismo E per la classe operaia

    Volantino del Partito Comunista Internazionale distribuito in varie città durante lo sciopero del 27/28 Gennaio

    CONTRO L'ATTACCO A TUTTI I LAVORATORI
    I "diritti" si difendono con la forza
    e la forza degli operai è nella loro organizzazione di classe,
    fuori dalla singola fabbrica, nell'unione più larga tra le diverse categorie


    L’illusione di un capitalismo “dal volto umano”, in cui la condizione dei lavoratori non sia quella di una classe di proletari, sta svanendo anche nell’Occidente. Il padronato, per cercare di sfuggire alla crisi economica, ha solo una ricetta: aumentare lo sfruttamento della classe lavoratrice. Ogni nuovo peggioramento non è mai l’ultimo perché la soluzione alla crisi del capitalismo non esiste. La classe borghese e i suoi governi, siano essi di destra o di sinistra, possono al massimo rimandarla, fino alla sua successiva e più grave esplosione.

    Questo è esattamente ciò che è avvenuto negli ultimi 35 anni, cioè dalla prima manifestazione dalla crisi nel 1973-'75. Proprio da allora iniziò l'attacco per togliere ai lavoratori, dapprima gradualmente e poi in modo sempre più deciso, tutto ciò che avevano conquistato nei decenni precedenti al prezzo di dure lotte. Abolizione della scala mobile, introduzione della “politica dei redditi”, controriforma delle pensioni, introduzione e allargamento del lavoro precario, sono solo alcune tappe principali di questa offensiva.

    A questo attacco generale, di una classe contro un’altra, si è aggiunto il peggioramento delle condizioni all'interno delle fabbriche con la riduzione degli organici, l'esternalizzazione di parti della produzione, l'aumento dei ritmi, dello straordinario, il lavoro notturno, nei sabati, ecc. Il risultato nel tempo è stato che gli operai, quando non hanno la sfortuna di trovarsi fra i disoccupati o i cassaintegrati, per avere un salario decente sono costretti a lavorare sempre di più, con straordinari e turni di notte.

    Ma fatto ancor più grave di questo generale immiserimento è che i lavoratori non sono riusciti a contrapporre ad esso la ricostruzione della loro forza organizzata, la sola in grado di porre un freno alla spirale dei peggioramenti imposti dalla folle e moribonda economia capitalistica.

    Questo è stato il gravissimo danno prodotto dalla politica di tutti i sindacati di regime (CGIL-CISL-UIL) impostata sul falso principio che gli interessi dei lavoratori e quelli del Capitale sono conciliabili a beneficio di entrambi. Questa "politica dei sacrifici", non solo è stata disastrosa per tutti i lavoratori, ma li ha allontanati dalla lotta, chiudendoli in una visione aziendale dei loro problemi e privandoli della mobilitazione unita di tutta la classe, unico strumento per una vera difesa.

    Con l'esplosione di quest'ultima crisi l'offensiva in corso da 30 anni contro i lavoratori ha subito un'ulteriore accelerazione e peggioramento.

    Il padronato per molti decenni ha ben accettato la funzione della "democrazia sindacale" perché essa era utile alla "concertazione", alla presunta conciliazione degli interessi in azienda. Concedeva i cosiddetti "diritti in fabbrica" ma ad organizzazioni sindacali disposte a ridurre al minimo la conflittualità, sostituita da lunghe trattative, che quasi sempre si concludevano con compromessi ampiamente favorevoli agli interessi del padrone.

    Oggi, schiacciata dalla recessione, per la borghesia diviene insopportabile ogni minima concessione, si svincola dai contratti nazionali di categoria, vero baluardo, materiale e di principio, della classe operaia, e tende a risparmiare sui costi e sui tempi della "democrazia sindacale in fabbrica". Alla FIAT, in grave crisi e minacciata dal fallimento, questo è già avvenuto.

    Per effetto della crisi il padronato deve imporre carichi e ritmi di lavoro tali che diviene sempre più difficile farli apparire come risultato di una trattativa fra le parti: non possono essere accettati dai lavoratori ma solo imposti. E se di un provvedimento imposto si tratta allora il divieto di trasgredirvi, vietando lo sciopero, è solo la ovvia e logica conseguenza.

    Tutto questo non dimostra affatto la particolare malvagità di Marchionne o di chi per lui, ma il fatto, duro e reale, che gli interessi degli operai sono inconciliabili con quelli dell'economia capitalistica: il bene e la sopravvivenza di questa significano la sofferenza e lo spietato sfruttamento della classe dei salariati.


    Tutto questo fa ben capire come di fronte alla crisi che inesorabilmente, come fatto in questi 35 anni, continua la sua marcia, lo spazio per il sindacalismo fondato sulla “ragionevole” conciliazione degli interessi diviene sempre più angusto, perché è lo stesso padronato che, suo malgrado, deve imporre provvedimenti sempre più insopportabili e irragionevoli per i lavoratori.

    In questo scenario sempre più sono possibili solo due tipi di sindacalismo: o quello apertamente complice coi padroni, o quello apertamente conflittuale, il Sindacato di classe.

    La CGIL si trova apparentemente nel mezzo di questo guado ma in realtà ha già scelto perché non ha scelta: tutta la attività sindacale e organizzativa è fondata sul riconoscimento da parte del padronato del suo ruolo conciliatorio. In tutta la vicenda FIAT, Landini ha continuamente ribadito questa funzione riconosciuta da tanti industriali per dimostrare la pretestuosità della posizione di Marchionne.
    Fino all'ultimo tutta la CGIL difenderà il quadro di regole che permettono l'esistenza di questo tipo di sindacalismo, nonostante i suoi spazi siano destinati a ridursi sempre più, palesando la sua inutilità ai fini della difesa dei lavoratori. La CGIL non potrà mai scegliere la via della vera lotta aperta dei lavoratori perché ciò significherebbe compromettere definitivamente, distruggere, questo quadro di regole sindacali: per difendere la “democrazia sindacale” essa non vuole e non può difendere i lavoratori.

    Un vero sindacato conflittuale oggi non esiste ed è necessario lavorare alla sua ricostituzione sulla base della tradizione secolare del sindacalismo di classe:

    - deve risorgere consapevole di non poter essere riconosciuto dal padronato e dai governi se non per esserselo guadagnato - di fatto se non di diritto - sul campo, imponendosi ai padroni attraverso l'organizzazione di vere lotte, di veri scioperi: i cosiddetti diritti si ottengono e si difendono solo con la forza;
    - non esiterà a passare con la lotta sul cadavere della finzione della “democrazia sindacale”, rigettando per principio i distacchi e i permessi sindacali pagati dall'azienda, così come la riscossione delle quote dei suoi iscritti fatta dal padrone per mezzo della delega;
    - deve essere un sindacato di tutte le categorie, che nelle fabbriche abbia i suoi organizzatori, ma la cui vita e struttura organizzativa sia al di fuori di esse, come nella gloriosa tradizione delle Camere del Lavoro, perché suo generale criterio d'azione è quello, partendo anche dal reparto e dallo stabilimento, di far confluire ogni singola lotta in un generale movimento di tutta la classe. Durante la crisi gli operai, minacciati di licenziamento, sono particolarmente ricattabili all'interno dell'orizzonte aziendale, e lì gli stessi scioperi e rivendicazioni, anche se condotti con coraggio, determinazione e a costo di grandi sacrifici, perdono di efficacia. La possibilità della difesa si apre solo sul piano generale in uno scontro sociale con la classe borghese. La classe lavoratrice, fatta di occupati e disoccupati, oggi può e deve pretendere dalla classe padronale tutta e dal suo Stato la difesa dei salari e delle condizioni di lavoro.


    La crisi economica del capitale è un dramma per milioni di lavoratori in Italia e in tutto il mondo. Ma essa ha anche il grande pregio di svelare agli occhi della classe la vera natura del capitalismo, dei falsi sindacati e partiti operai. La crisi è il passo necessario che consentirà la rinascita di un vitale e fiero movimento difensivo operaio. Potremo allora gridare: Evviva la Crisi! Evviva la forza organizzata e potente della classe operaia! Più forte del Capitale e della sua crisi perché portatrice di un mondo senza sfruttamento, senza Capitale e senza crisi.

    Partito Comunista Internazionale

    PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE
    Ultima modifica di Anticapitaslista; 28-01-11 alle 14:31

  4. #4
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    Predefinito Rif: Fiat - È l’ora della verità per il capitalismo E per la classe operaia

    Citazione Originariamente Scritto da Anticapitaslista Visualizza Messaggio
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    Lo sciopero di venerdi 28 e' stato in detto dai metalmeccanici FIOM, aderiscono USB metalmeccanici, CUB metalmeccanici scuola e telecuminazioni, mentre i COBAS comprono tutte le categorie con lo sciopero generale.
    Non so come sia andato nelle altre città, faccio un resoconto della mia. Terni, città operaia, città dell'acciaio e delle acciaierie, città della Thyssen Krupp, città rossa, città de l'anima de li mejo mortacci nostri oggi presentava uno sciopero generale in cui c'erano all'incirca un centinaio di persone così suddivise: rappresentati della Fiom, rappresentanti dei Cobas, rappresentanti degli studenti, rappresentanti dei Cub, rappresentanti del centro sociale G. Cimarelli, rappresentanti studenti; operai presenti: 0.

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    Predefinito Rif: Fiat - È l’ora della verità per il capitalismo E per la classe operaia

    Citazione Originariamente Scritto da Sandinista Visualizza Messaggio
    Non so come sia andato nelle altre città, faccio un resoconto della mia. Terni, città operaia, città dell'acciaio e delle acciaierie, città della Thyssen Krupp, città rossa, città de l'anima de li mejo mortacci nostri oggi presentava uno sciopero generale in cui c'erano all'incirca un centinaio di persone così suddivise: rappresentati della Fiom, rappresentanti dei Cobas, rappresentanti degli studenti, rappresentanti dei Cub, rappresentanti del centro sociale G. Cimarelli, rappresentanti studenti; operai presenti: 0.

    Altrove è sicuramente andata meglio, è indubbio negare che, come si evince anche dal tuo messaggio, oggi la combattività della nostra classe rasenta lo zero, chiediamoci come mai, l'articolo e il volantino che ho postato danno delle risposte, le nostre, quelle del comunismo rivoluzionario.

  6. #6
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    Predefinito Rif: Fiat - È l’ora della verità per il capitalismo E per la classe operaia

    Capitalismo o morte
    Credo del sindacalismo di regime


    Non esiste società divisa in classi senza lotta di classe: anche quando pare sopita essa cova sotto le ceneri nell’equilibrio delle forze e nella silenziosa minaccia di impiegarle. Nel capitalismo, il proletariato, quando non ha la forza di prendere l’iniziativa per la sua azione difensiva, è ugualmente costretto a subirla, a resistere, per ridurre il danno o impedire ulteriori peggioramenti. A questo stiamo assistendo nella vicenda Fiat: il padronato sferra un attacco, potendosi permettere di denunciare ogni precedente accordo. Ovviamente ogni diritto, stabilito di fatto o per legge, si fonda solo sui rapporti di forza.

    Come in tutti i paesi a capitalismo avanzato, in Italia, prima, con gli scioperi degli anni ’60 e dei primi ’70, la classe operaia ha ottenuto di migliorare le proprie condizioni di vita e di lavoro, poi, con l’inizio della crisi economica a partire dal 1974-’75 in avanti, i lavoratori hanno subito uno stillicidio di sconfitte. Col tempo i peggioramenti sul precariato, sulla previdenza, infine anche sui salari si sono fatti sempre maggiori.

    Ma l’aspetto più grave di questa ritirata non sono stati i peggioramenti in sé, ma il fatto che ogni attacco è stato subito senza lottare. Non ha prodotto il necessario irrobustimento della forza organizzata operaia ma, al contrario, il suo decadimento. In trent’anni ogni sconfitta ha determinato un arretramento insieme delle condizioni di vita della classe lavoratrice e della sua capacità difensiva.

    Questo disastroso risultato è stato il prodotto del controllo sulla classe lavoratrice del sindacalismo fedele al regime borghese. Questo, di fronte all’attacco crescente ai lavoratori ha seguitato a percorrere la strada opposta alla necessaria: invece di battersi per unire i lavoratori in lotte comuni al di sopra delle divisioni in cui li chiude il capitalismo, ha confermato quelle divisioni, all’interno delle aziende e delle categorie. Peggio ancora, li ha chiusi nella propria generazione anagrafica, opponendo padri a figli, abbandonati del tutto indifesi nelle mani dei padroni.

    Non è stato un semplice errore di strategia, ma l’inevitabile conseguenza della concezione politica del riformismo e dello stalinismo (oggi, peggio ancora, tutti “ex”: un circo di zombi), nemici mortali del socialismo, che subiscono con fastidio la lotta di classe ed indicano ai lavoratori la strada della conciliazione con la borghesia, per una “buona gestione” del capitalismo, da loro chiamato eufemisticamente “il Paese”. Questa concezione, totalitaria ed imperante, lega le sorti della classe proletaria a quelle dello Stato e dell’economia capitalistica, il che si traduce, in fondo alla scala, nel legare le sorti dei lavoratori a quelle dell’azienda.

    Per il vecchio riformismo ottocentesco non esisteva una via d’uscita rivoluzionaria dal capitalismo, ma solo era possibile un suo lento e graduale superamento, per via pacifica e legale. Sarebbe stato quindi autolesionismo condurre lotte che danneggiassero l’intera macchina produttiva, andava fatto invece un lavoro collaborativo fra le diverse classi sociali per lasciarla naturalmente evolvere verso il Progresso Sociale. Nel secolo dell’imperialismo, il Novecento, invece abbiamo alla testa sia dei sindacati sia dei partiti cosiddetti “operai” non degli a-rivoluzionari ma dei contro-rivoluzionari, senz’altro emanazione della classe dominante, infiltrati nelle file operaie.

    Il sindacalismo borghese, percorrendo questo ramo discendente della sua parabola, ha potuto avere successo ed imporsi nella classe per l’appoggio materiale degli Stati, ma fondandosi sulla temporanea crescita economica del dopoguerra, che ha permesso – non senza dure e sanguinose lotte – qualche effettivo miglioramento alla condizione operaia. La politica di collaborazione sociale ha spacciato come suoi successi i risultati contingenti di una fase del ciclo economico capitalistico, terminata con la crisi del 1974-’75.

    L’effimero boom economico del dopoguerra, coi suoi ampi margini di profitto aziendali, ha potuto realizzarsi solo sulle rovine e sui 55 milioni di morti della Seconda Guerra mondiale, unica vera soluzione che il capitalismo trovò alla crisi che lo affliggeva da inizio secolo. Solo in questo eccezionale contesto, e in un pugno di Paesi al mondo, è stato possibile ottenere qualche miglioramento per la classe lavoratrice.

    Con l’inizio della crisi, i decrescenti margini di profitto, la competizione capitalistica sempre più accanita, continuare a legare le sorti dei lavoratori a quelle dell’azienda non ha potuto significare altro che costringerli a sopportare ogni sacrificio pur di mantenere in vita l’azienda e l’economia nazionale. Ora che il capitale, socialmente decrepito, per sopravvivere chiede più sudore, più lavoro, meno salario, il sindacalismo borghese corre verso il fallimento, e in questo precipizio cerca di trascinare con sé la classe operaia.

    La politica dei sindacati di regime, anche nelle loro componenti di “sinistra”, non può cambiare registro. Per essi, legati ormai irreversibilmente ad una mentalità che in Italia risale al riformismo di destra, organicamente trapassato nell’ideologia del fascismo prima e dello stalinismo poi, e ad una ormai assimilata psicologia patriottica e nazionalista, gli interessi dei lavoratori sono conciliabili, devono esserlo, con quelli del capitalismo. Questo vincolo con il capitalismo è ormai nella loro natura, è assoluto, precedente e prevalente anche rispetto alla vita stessa dei lavoratori. Se non è possibile garantire un decente livello di vita a chi fatica e al contempo il normale andamento dell’economia capitalistica, occorre peggiorare quel livello; se occorre licenziare che si licenzi. E, coerentemente, domani, se necessario “per il Paese”, che i proletari partano inquadrati per farsi fare a pezzi al fronte. Marchionne e Fiom dissentono su particolari questioni procedurali e formali, non su questa cornice.

    Poiché così non è sempre stato, e noi comunisti da lunghissima data stiamo qui a ricordarlo, la classe operaia può ritrovare domani, insieme alla sua ricomposizione internazionale, che vede oggi saldarsi le condizioni, i bisogni e le aspirazioni dei proletari di occidente e di oriente, la sua tradizione di indipendente organizzazione e il suo movimento difensivo, non chiusi al superamento della società borghese.

    Una guerra di classe così impostata è suscettibile, se diretta dal partito comunista, di passare dalla difesa del salariato in quanto tale alla sua negazione sociale, una volta distrutto il potere politico del capitale.

  7. #7
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    Predefinito Rif: Fiat - È l’ora della verità per il capitalismo E per la classe operaia

    Citazione Originariamente Scritto da Anticapitaslista Visualizza Messaggio
    Il capitalismo, vero, è quello di Marchionne, e lo sarà sempre ed ovunque

    La previsione marxista di un capitalismo destinato a cadere in crisi sempre più gravi e che si alimenta solo con la vita dei suoi schiavi salariati, è ogni giorno più confermata.

    L’attacco della Fiat è quello che si verifica in tutti i paesi e in tutte le categorie e non è, come sostiene il sindacalismo di regime, e anche la sua sinistra, la Fiom, “scelta” di una particolare “cultura aziendale” e di un amministratore delegato “amerikano” e liberista.

    L’intero capitalismo è afflitto da una generale crisi di sovraproduzione. Nell’auto si calcola che in Europa e in USA la sovracapacità produttiva oggi sia fra il 30 e il 40%. Questo processo, non voluto da nessuno ma risultato naturale e spontaneo delle leggi che regolano la produzione capitalistica, ha condotto ad una elevata concentrazione – altra classica previsione marxista – col passaggio a poche aziende sovranazionali in competizione per la vita o per la morte. Tutte le case costruttrici sono quindi costrette a sfruttare in modo parossistico i propri lavoratori; quelle che non l’hanno già fatto a fondo presto lo faranno.

    L’accordo di Mirafiori dimostra che non può esistere un capitalismo “dal volto umano”. La Fiat, come la maggior parte delle aziende, per cercare di restare in vita deve esasperare lo sfruttamento dei suoi operai. Lo fa già da anni, e con l’avvallo di tutti i sindacati, Fim, Uilm e anche Fiom. Finché oggi i ritmi di lavoro divengono tali da non poter essere accettati dai lavoratori, nemmeno col lavorio di convincimento dei sindacati confederali, ma solo imposti.

    Allora crolla la finzione della democrazia in fabbrica. La Fiat non può più permettersi che i carichi di lavoro più pesanti siano anche solo in parte vanificati dal ricorso dei lavoratori a quei mezzi con cui essi – nella loro attuale incapacità di una vera lotta frontale – riuscivano finora a sfuggire un poco a quell’inferno, come le due ore di sciopero a fine turno o il ricorso alla malattia.

    Se non c’è più spazio per fingere la conciliazione degli interessi, la concertazione, non ci sarà nemmeno per quel sindacato che su quel principio di “relazioni industriali” si è costruito. Restano in piedi solo due tipi di sindacato: o quello dichiaratamente a servizio dell’azienda, e da questa “riconosciuto”, o il sindacato di classe, per costituzione nemico del padrone, fondato solo sulla sua forza di organizzazione e di mobilitazione, e non riconosciuto da nessuno, se non dalla classe lavoratrice.

    Gli accordi di Pomigliano e di Torino segnano una tappa in direzione di questo processo, non il suo compimento.

    La Fiom per molti decenni è stata preziosa per la Fiat, e buona parte del padronato la considera ancora tale. I borghesi sanno che privare i lavoratori di un inquadramento sindacale che predica la conciliazione degli interessi, spingendoli verso la costruzione di un vero e combattivo sindacato di classe costituisce un passo pericoloso. La ragione glielo mostra prematuro, non ancora necessario. Ma, di questi tempi di catastrofe, la ragione non basta e la lotta di classe, primo motore del divenire sociale, nelle sue forme determinate s’accende da sola. Quando la barca del capitalismo affonda le apparenze debbono passare in secondo piano, si sollevano i veli ipocriti: il Capitale tutto e tutti pretende trascinare con sé nell’abisso.

    La Fiat ha dovuto mettere Confindustria e sindacati confederali davanti al fatto compiuto. La situazione è troppo grave per trastullarsi con i tempi lunghi delle “trattative”: occorre ubbidienza e disciplina, da tempo di guerra.

    Staremo a vedere se il futuro svolgimento della crisi generale consentirà che, se la Fiat ha fatto tre passi avanti, Confindustria e confederali ne facciano almeno uno o due, varando un nuovo accordo sulla rappresentanza e la “democrazia sindacale”; vedremo se la Fiat potrà rientrare nelle nuove regole, e se la Fiom riavrà i “diritti” in Fiat.

    Si capisce bene che, se nella vicenda Fiat la Fiom ha potuto assumere atteggiamenti da vittima, ciò non è dovuto a una sua natura di sindacato di lotta e di classe. La Fiom è stata “licenziata” dalla Fiat, la quale non è oggi in condizione di tollerare ed ospitare nei suoi stabilimenti nemmeno una finzione di sindacato. Il che sarebbe un fatto positivo, nel senso che indica la necessità di uno vero sindacato, che non chieda il permesso del padrone per organizzarsi, partendo da fuori della fabbrica, e dal padrone non si faccia raccogliere le quote.

    La Fiom da sempre ha ricercato l’unità con Fim e Uilm e con queste ha “contrattato” e firmato tutti i peggioramenti con l’azienda.

    Nel 1986 a Termoli con la firma della Fiom è stato introdotto per la prima volta il lavoro notturno obbligatorio per le donne, e poi negli altri stabilimenti.

    Sempre Termoli fu prima a passare nel 1994 dai 15 ai 18 turni. Poiché quell’accordo, firmato anche dalla Fiom, fu respinto dai lavoratori nel referendum, nell’occasione furono mobilitati i massimi vertici dell’organizzazione per rimediare alla volontà “democraticamente” espressa dai lavoratori. Per due settimane nelle assemblee i delegati Fiom, insieme a quelli Fim e Uilm, terrorizzarono i lavoratori con la minaccia dello spostamento della produzione da Termoli a... Mirafiori. Queste le belle parole dell’allora segretario Fiom Claudio Sabattini: «Se deciderete per il no [come se col referendum gli operai non avessero già deciso!] noi rispetteremo la vostra decisione. Però non si dica che non vi abbiamo avvisato che così veniva distrutta una realtà industriale al Sud». Almeno oggi Marchionne non ha l’ipocrisia di dire che in caso di voto contrario rispetterebbe l’opinione espressa dai lavoratori! La sostanza del ricatto è la medesima.

    Nel 2008 alle Meccaniche di Mirafiori avvenne lo stesso, con la Fiom che firmava l’accordo per il passaggio ai 18 turni e che fu respinto al referendum dai lavoratori, fra cui anche alcuni delegati Fiom.

    Nella vicenda attuale, da Pomigliano a Mirafiori, Landini ha ripetutamente dichiarato la disponibilità della Fiom ad accettare l’aumento dei ritmi.

    La Fiom, come la Fim e la Uilm, ha sempre accettato il principio secondo il quale i lavoratori debbono farsi carico della competitività dell’azienda. Mai si è posta sul piano di classe, esprimendo la necessità che gli operai si oppongano ad essere messi in concorrenza con quelli delle altre case automobilistiche in Europa e nel mondo, perché altrimenti non c’è limite ai peggioramenti, fino al consumarsi del fisico dell’operaio. Facendo suo invece il principio secondo il quale è interesse anche degli operai rendere l’azienda più competitiva la Fiom ha assecondato il capitale a dividere e sfruttare i lavoratori di tutti i Paesi. Ancora peggio, fra gli stessi stabilimenti in Italia, come nell’esempio di Termoli, o con la firma del patto territoriale per la Fiat di Melfi.

    Tutta questa impostazione dell’azione sindacale, prettamente “borghese”, lega le sorti dei lavoratori a quelle dell’azienda invece che alla loro capacità di unirsi al di sopra delle imprese e delle categorie. Questa linea politica non è nemmeno oggi messa in dubbio dalla Fiom, ma rivendicata, anzi, esibita per dimostrare la pretestuosità delle “scelte” di Marchionne. La Fiom è vittima innanzitutto di se stessa e non vuole e non può, per quello che è e per tutto quanto ha fatto in passato, agire come un sindacato di lotta, scontrandosi frontalmente con la Fiat e con tutto il padronato.

    Ma nemmeno può accettare la morte della “democrazia sindacale” firmando gli accordi di Pomigliano e Mirafiori, perché così perderebbe quel ruolo mediano che è nella sua natura – e di cui ancora può avvalersi in tutte le altre fabbriche – e finirebbe per non distinguersi affatto da Fim e Uilm.

    Quanto occorso dall’accordo per Pomigliano, del 15 giugno, a quello per Mirafiori, del 23 dicembre, conferma che l’attacco sferrato dalla Fiat non ha affatto mutato l’atteggiamento della Fiom. Nonostante fin dall’accordo di Pomigliano fossero chiare le intenzioni della Fiat e del padronato, come la stessa Fiom ha subito denunciato, essa non ha proclamato immediatamente lo sciopero generale di tutta la categoria a difesa del contratto nazionale, e nemmeno quello di tutti i lavoratori Fiat. La vicenda di Pomigliano è rimasta una questione dei lavoratori di quello stabilimento, per di più in cassa integrazione, nonostante fosse evidente che riguardava non solo tutti gli operai Fiat e nemmeno i soli metalmeccanici ma tutta la classe lavoratrice.

    A luglio la Fiom ha poi proclamato una giornata nazionale di mobilitazione dei metalmeccanici, non per uno sciopero ma per una manifestazione, da tenersi... tre mesi dopo, il 16 ottobre.

    Quando il padronato ha compiuto il passo successivo, con la disdetta il 7 settembre del contratto metalmeccanico del 2008, dimostrando quanto denunciato fin da Pomigliano, e cioè l’intenzione di distruggere il contratto nazionale di categoria per sostituirlo con contratti aziendali, la Fiom ha risposto con 4 ore di sciopero divise per azienda.

    Alla manifestazione del 16 ottobre a Roma Landini ha lanciato la richiesta alla Cgil di indire uno sciopero generale. Nell’attesa della proclamazione dello sciopero, che non c’è stata, la Fiom si è ben guardata dal cominciare intanto a indire lo sciopero generale della categoria.

    Si è giunti così all’accordo per Mirafiori del 23 dicembre e la Fiom si è finalmente risolta a indire lo sciopero. Ma per il 28 gennaio, due settimane dopo il referendum sull’accordo, senza alcuna intenzione quindi di influire sul suo esito. Si tratta ancora di uno sciopero per esprimere la propria opinione contraria, non certo per respingere con la forza il nuovo pesante attacco.

    La vittoria del “no” al referendum comporterebbe necessariamente una successiva mobilitazione dei metalmeccanici. Ma la Fiom, che non ha voluto né potuto mettere in campo una simile mobilitazione in questi sei mesi, non può né vuole farlo ora. Non vuole, perché è intimamente legata a una pratica di ricerca del compromesso col padronato che le garantisca tutti quei diritti sindacali sui quali vive la sua struttura e che non può compromettere con una vera lotta generale contro di esso. Non può perché tutta la sua azione sindacale passata, imperniata sulla ricerca della conciliazione degli interessi col padronato, non ha rafforzato ma demolito la capacità di lotta dei lavoratori.

    D’altro canto la Fiom è stata emarginata solo in due stabilimenti Fiat. Può ancora contare sulla consapevolezza di buona parte del padronato che ben sa che “se c’è un sindacato che fa accordi è la Fiom”, per dirla con Landini.

    La Fiom quindi non conta affatto di porsi sulla strada della ricostruzione della forza dei lavoratori per respingere gli attacchi odierni e futuri. E nemmeno per difendere se stessa. Fino all’ultimo cercherà una sponda fra le fazioni del padronato che le garantisca la prosecuzione della sua funzione conciliatoria, anche se verrà condotta in spazi sempre più angusti e puramente simbolici. Fino all’ultimo difenderà la “democrazia” e proprio per questo si rifiuterà di impostare la sua azione sull’unico piano reale, quello dei rapporti di forza. Questa condotta è fallimentare e suicida come, con una piccola anticipazione di più grandi episodi futuri, ha dimostrato la vicenda Fiat.

    * * *

    L’esito del referendum di Mirafiori è stata una prova d’orgoglio degli operai. In gran parte non hanno ceduto al ricatto dell’azienda. Una prova di coraggio che dimostra come la classe operaia non sarà mai definitivamente piegata e succube alle esigenze del capitalismo, come la descrivono e la sognano gli ideologi della borghesia.

    Ma non è un referendum che decide la vittoria o la sconfitta in una battaglia sindacale. Questa è il risultato delle forze materiali messe in campo. Tanto quanto sono forze materiali quelle succhiate dall’azienda, dal Capitale, al fisico e alla mente degli operai, ogni giorno della loro vita. Altrettanta forza deve essere impiegata dai lavoratori per opporsi alla violenza del Capitale che vuole strappare loro ancora più fatica, sudore, logoramento fisico e mentale, per donarlo al profitto.

    Questa forza non è un segno di penna su una carta, ma sono scioperi, assemblee, riunioni. Veri scioperi: non limitati all’azienda o al reparto ma estesi il più possibile a tutta la classe operaia. Vere assemblee: fuori dall’orario di lavoro, fuori dalla fabbrica, nelle sedi delle organizzazioni operaie, insieme ai lavoratori di tutte le aziende.

    Tutto questo non c’è stato prima del referendum. Tutto questo se ci fosse stato avrebbe reso vuoto di significato l’esito di una conta dei voti che mostra la menzogna insita nel principio "una testa, un voto". Non solo a decidere per gli operai sono stati quadri e impiegati. Ma nel referendum gli operai in lotta mettono sullo stesso piano il loro voto con quello di chi nulla ha scarificato di sé per la battaglia, i crumiri, gli individualisti, i deboli di fronte al ricatto padronale.

    Diverso il voto nelle assemblee operaie e sindacali. Vota chi c’è, chi fa la fatica di recarvisi. Si vota per alzata di mano, non nel segreto dell’urna, e si è responsabili di quel che si fa di fronte agli altri. Ma un’assemblea non è un organismo conciliatorio, riconosciuto cioè dall’azienda. È un organismo di lotta, di una sola parte, dei lavoratori, e non serve ad accettare o meno un accordo, serve a decidere se continuare la lotta contro di esso. Se gli operai arrivano a riporre solo in un referendum le sorti della battaglia hanno già perso.

    Partito Comunista Internazionale


    Non si scrive Anticapitaslista ma Anticapitalista


    Scusa è ma almeno il tuo nome, scrivilo bene!
    Ultima modifica di ubaldo voli; 13-02-11 alle 14:56
    Ogni cosa è costituita da una o più coppie di poli.
    Detti poli producono:.............

  8. #8
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    Predefinito Rif: Fiat - È l’ora della verità per il capitalismo E per la classe operaia

    Caro Ubaldo, come povocatore puoi fare di meglio.

  9. #9
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    Predefinito Rif: Fiat - È l’ora della verità per il capitalismo E per la classe operaia

    Divide et impera da Pomigliano a Mirafiori

    Corsi e ricorsi della lotta di classe

    Appena posata l’ultima scheda del referendum-lotteria, già le crocerossine del Capitale Italico festeggiavano ognuna la propria vittoria. La democrazia borghese è uno strano meccanismo, nel quale una parte, il rapporto di capitale, vince sempre ed un’altra, la forza-lavoro, perde; gli sponsor del SI festeggiavano la nascita di “una nuova era nelle relazioni industriali” (dalla fine della Seconda Guerra mondiale è stato un susseguirsi di “nuove ere”, “nuovi modelli di sviluppo”, “nuovi modi di produrre”...), e quelli del NO potevano gioire del ritrovato “orgoglio operaio”. In ogni gioco, però, ci deve pur essere una parte perdente, ebbene è sempre la solita: la classe operaia tutta, la quale continuerà ad essere incatenata al meccanismo infernale che ne succhia la vita.

    La lunga notte di Mirafiori, è stata chiamata, e vengono mostrati i volti tesi dei lavoratori dopo aver votato sul proprio destino: crepare in fabbrica per morte da superlavoro o assopirsi su di una panchina dei parchi torinesi. Come se fosse una questione di conta di teste!

    Nel “responso delle urne” (così lo chiamano i borghesi democratici) in termini percentuali il SI avrebbe una piccola prevalenza grazie al voto degli impiegati, i “colletti bianchi” ma soprattutto quadri e dirigenti. È fuori da ogni prospettiva marxista l’esaltazione del lavoro manuale, il cosiddetto operaismo, malattia che ciclicamente si ripresenta come forma particolare, adeguata alla fase, di opportunismo; le varianti opportuniste sono tutte vecchissime e non fanno che ripresentare le stesse maschere. Ma risulta confermata la radice materialistica della lotta di classe (altro che valori! Noi comunisti conosciamo solo il valore della forza-lavoro in tempo capitalista): il proletariato, in generale, è spinto a muoversi in reazione allo sfruttamento e alla insicurezza.

    Il capitalismo, costretto a svilupparsi a ritmo sempre crescente, è un modo di produzione caratterizzato da un’estrema criticità, che si esprime nella dialettica legge marxista della decrescenza del suo incremento relativo. In questo processo esso tende a distruggere la fonte stessa della propria sopravvivenza: la forza-lavoro, della quale si ingegna a ridurre quantità e prezzo. Questo cammino sulla lama di un rasoio rende il rapporto di capitale potente e fragile nello stesso tempo.

    Nella sua potenza è in grado di ricattare storicamente (non da Pomigliano comincia il ricatto!) il proletariato con la minaccia di cacciarlo nell’esercito industriale di riserva, prospettiva oggi più che mai spaventosa a causa della internazionalizzazione estrema del capitalismo. Per contro proprio quest’ultimo fenomeno rende sempre più vicina la grandiosa riscossa proletaria che sola può sferrargli il colpo di grazia. Ma per uccidere il capitalismo è necessario dotarsi dell’arma nucleare: il Partito di classe!

    Di fronte a questa debolezza globale che caratterizza il capitalismo, gli agenti borghesi (pedine più o meno consapevoli) oggi alla testa delle organizzazioni operaie pretendono adottare l’antica strategia del “divide et impera”, ingaggiare battaglie isolate invece di attaccare contemporaneamente tutto lo schieramento avversario.

    Storicamente sono le grandi fabbriche, ed in genere è la categoria dei metallurgici a fare da testa di ponte (da ambo le parti). Si è saggiata la resistenza operaia a Pomigliano, ora è stato il turno di Mirafiori. Sulla stessa linea sono gli stabilimenti Marcegaglia (uscirà da Confindustria?); prossimamente sarà l’ora dell’Iveco (sempre gruppo Fiat); Tamoil a Mantova (ex-Montedison); Telecom continua nella linea decennale di ristrutturazione (che significa mobilità, precarietà, esternalizzazioni, smobilitazione); Enel si sta lanciando nel piano nucleare in vista delle grosse commesse governative (nel mentre in una qualsiasi centrale elettrica il personale dipendente da Enel è ridotto drasticamente); Eni sta progressivamente spostando il proprio baricentro produttivo verso le zone di approvvigionamento del combustibile, lasciando in Italia (per ora) solamente i centri direzionali; Tirrenia è stata affidata ad un gruppo dirigente con il chiaro intento di smembrarla per poi svenderla un pezzo alla volta; non siamo grandi profeti – infine – se crediamo che l’Ilva di Taranto (ex-Finsider) reagirà duramente alla legge regionale pugliese che impone allo stabilimento controlli sulle emissioni, seguendo la linea tracciata dall’amministratore delegato della FIAT: getterà sul tappeto il proprio peso di unica realtà occupazionale della zona, e tanti saluti... alla salute.

    L’elenco, che potrebbe continuare, dà solo un piccolo quadro di ciò che si suol chiamare – con profondo spirito di comunione ecclesiale – “Sistema Paese”, come se il capitalismo non superasse già da sé gli angusti confini nazionali!

    Abbiamo gridato “La classe operaia è debole perché non è organizzata per la lotta” e “Dal ricatto di Pomigliano un monito per tutti i lavoratori”, legando assieme una questione chiave: l’organizzazione di classe come condizione necessaria per difendere tutti i lavoratori, e il fatto che ogni lotta parziale è destinata a fallire per quanto grande sia la frazione della classe che rappresenta. Non è polemica odierna questa, lo dicemmo francamente già a Gramsci quando si trattò di trarlo fuori dal falso mito della “Comune” di Torino. Solo una grande reazione di tutti i lavoratori è in grado di arrestare momentaneamente il piano-ricatto dei settori più avanzati del padronato (attenzione: avanzati, non arretrati). Le parole d’ordine sono quelle di sempre:
    – Costruzione di un Sindacato di Classe con gli elementi d’avanguardia che le lotte andranno ad esprimere;
    – Lotta senza quartiere dei comunisti aderenti al Partito all’interno di questo sindacato per imporre la linea marxista dell’evoluzione della lotta economica in lotta politica per la conquista del potere centrale dello Stato: dittatura e terrore proletario.

    Il grande metodo marxista


    La classe operaia ha capito fin dove poteva capire: ha capito che il piano industriale di Marchionne è un maglione blu dal collo strettissimo che li cingerà alla gola; che i ritmi di lavoro diverranno infernali, che l’intensità dello sfruttamento aumenterà vertiginosamente; che la durata della settimana si allungherà fino a 6 giorni su 7 (dalla settimana cortissima di memoria Alfa Romeo di Arese, alla settimana lunghissima di Fiat 2011); che la catena di montaggio diventerà una zona militarizzata con controllori pronti a spiare eventuali atteggiamenti contrari all’organizzazione aziendale (non libertà sindacale, dannata libertà! ma lotta di classe); e ciò fintanto che il ciclo produttivo reggerà i ritmi frenetici della concorrenza quanto ad estrazione di plusvalore ad un determinato tasso (non di produzione di autoveicoli in quanto valori d’uso si tratta – oh sicofanti dell’economia borghese – ma di veicoli che trasportano profitto), dopo di che si ritornerà ai vecchi rimedi: licenziamenti, cassa integrazione, disoccupazione, mancato ricambio (turn over), pensionamenti anticipati.

    Tutto questo la classe operaia lo capisce non perché sia un precipitato dei fantasmatici “valori di civiltà”, ma per il semplicissimo motivo materialistico dell’essere la classe in una determinata posizione nel rapporto di capitale, e direttamente a contatto con i meccanismi più brutali del generale sfruttamento del lavoro salariato.

    Cosa non può capire, invece, direttamente, la classe? La strategia, il programma come linea che guida il cammino verso il potere; non ne riesce a comprendere i gradini che uno dopo l’altro è costretta a salire per raggiungere il vertice della piramide.

    La nostra Corrente è da sempre additata come dogmatica, astratta, che si affida a dei principi invarianti che poi non hanno riscontro nella realtà concreta. Vediamo di smontare – per l’ennesima volta – questa sciocca tesi.

    Al vertice della piramide si colloca quell’organismo che solo può esprimere il massimo del potenziale rivoluzionario della classe proletaria: il Partito Comunista Mondiale. Tale metodo d’analisi e d’azione è valido sia nel microcosmo, la fabbrica capitalistica, sia nel modo di produzione capitalistico nella sua totalità; ed è valido nel “piccolo” proprio perché è valido nel “grande”, e non viceversa; è perché quel metodo permette la comprensione dell’intera formazione socio-economica borghese, che, del pari, permette d’indagare i fenomeni che si svolgono nelle sue cellule. E quindi consente l’azione tesa a distruggerla.

    È questo frutto di un’elaborazione secolare forgiata nella lotta contro le decine di varianti del “socialismo immediato” che ancora oggi ostacolano la presa di coscienza, da parte proletaria, d’essere una classe mondiale prima che nazionale e aziendale o locale. Di fronte alla ripresa della lotta di classe, determinata da fattori oggettivi che si sintetizzano nel perdurante morso da migliaia di tonnellate delle mascelle capitalistiche in crisi, molti – persino alcuni che vorrebbero richiamarsi al marxismo di sinistra – credono di poter accelerare il corso della lotta di classe, saltando uno o più di quei gradini. Si salta il gradino sindacale quando si incitano i lavoratori “a farla finita con tutti i sindacati, perché l’organizzazione sindacale è non più necessaria”. Ovvero si sostituisce il gradino del Partito con quello del Soviet se si afferma che i lavoratori devono costituirsi immediatamente in consigli i quali da soli possono decidere della direzione che dovrà prendere l’azione. Infine sostenere che la lotta di classe stessa creerà il futuro partito comunista, come aggregato di gruppi diversi e disomogenei il cui programma sarà, successivamente, oggetto di discussione ed elaborazione, comporta l’abbattimento di tutta la piramide, precipitando il Partito al livello della Classe, e non – come credono costoro – l’innalzamento della Classe al livello del Partito.

    Nella sua opera somma – Il Capitale – Marx elabora un concetto di fondamentale importanza, quello di “capitale in generale”, attrezzo teorico che permette ai comunisti di distinguere il capitalismo come modo di produzione da tutti quelli che lo precedono e da quelli che lo seguiranno. Il movimento del capitale singolo è comprensibile in quanto movimento particolare all’interno del movimento globale del capitale sociale, e da questo dipende. Come spiegare altrimenti che gli agenti singolari del capitale sono costretti a marciare in una certa direzione per la conservazione del rapporto di capitale anche in contrasto con i propri interessi squisitamente privatistici? Il capitalismo è un’azione di una classe contro un’altra classe, non in quanto somma di tanti capitali singoli, ma in quanto differenziazione dei particolari all’interno dell’universale modo di produzione.

    Dal sindacato al partito politico di classe

    Tornando al caso particolare, la Fiat, il piano di ristrutturazione è chiaro nelle sue linee generali: gli investimenti “produttivi” (che nel capitalismo implicano un aumento di capitale costante rispetto al variabile, pertanto – almeno nel breve periodo – licenziamenti di massa) sono subordinati all’accettazione – da parte operaia – di gravi sacrifici; viceversa l’a.d. Marchionne si è detto pronto a dirottare quel capitale altrove nel Mondo, presumibilmente in Brasile, economia in forte espansione con scarse capacità difensive operaie: l’ideale insomma.

    Prendiamo come metro d’analisi la Fiat in Italia; non guardiamo solamente a Mirafiori, pensiamo all’intero Gruppo. Da questo punto di vista l’alternativa parrebbe insuperabile: la meta verso cui marciare, ossia la mobilitazione generale, è obiettivamente difficile da conseguire. Il ricatto è un macigno che pesa sulle vite di migliaia di lavoratori; come sperare allora che di fronte alla minaccia di licenziamento, il proletariato – anche fosse l’intera classe italiana – possa condurre una vigorosa battaglia di lunga durata, la sola che potrebbe costringere ad una momentanea retromarcia i continui attacchi padronali?

    La risposta è che non sarà volontà dei singoli proletari, ma il determinismo delle condizioni economiche a rimettere in moto la lotta di classe e il nostro Partito confida nella combattività tante volte dimostrata in passato dai lavoratori della penisola. Ed opererà in tal senso, incitando ovunque ad andare oltre le battaglie monche che vorrebbero concludersi con metodi borghesi (il referendum come fotocopia del metodo parlamentare elettorale).

    Tuttavia occorre che i proletari italiani alzino gli occhi al cielo e comprendano di appartenere ad una classe mondiale, già resa internazionale dallo stesso capitale. È il solito frasario retorico che ci viene attribuito e che noi rivendichiamo orgogliosi? Vediamo.

    Il Gruppo Fiat ha stabilimenti in Polonia, in Serbia, in Brasile... oltre a quelli in Italia; per non parlare della recente “acquisizione” del gigante Chrysler; la produzione di questo Gruppo non si ferma ai “veicoli commerciali”, comprende anche quella dei “veicoli industriali” (Iveco e New Holland), quella dei “Componenti e Sistemi di Produzione” (Magneti Marelli, Teksid, Comau) ed il settore dell’Editoria (La Stampa). Un simile gigante abbisogna di una direzione fortemente centralizzata, come a dire che il capitale ha abbattuto i confini nazionali.

    Di fronte a questa luce che indica la strada il proletariato dovrebbe rinchiudersi nei cancelli di Mirafiori e combattere una battaglia difensiva che tende all’isolamento? No! La classe operaia deve utilizzare proprio i mezzi che le vengono messi a disposizione dal capitale stesso (ricordate Marx quando affermava che è il capitalismo stesso – con la concentrazione degli operai in grandi agglomerati industriali – a fornire ai propri becchini gli strumenti per scavargli una fossa profonda e sotterrarlo definitivamente?) e intraprendere dei collegamenti permanenti che travalichino gli angusti limiti degli stabilimenti e della Santissima Nazione. Abbiamo avuto uno splendido esempio proprio dagli operai polacchi in occasione della vertenza a Pomigliano, quella mano tesa non deve essere lasciata cadere.

    Per questi motivi il nostro Partito invita gli operai di Mirafiori ad uscire dalla fabbrica, a creare organismi permanenti, trasversali ed esterni agli attuali sindacati tricolore, che comprendano tutti i lavoratori più attivi dell’intero Gruppo Fiat per una vertenza comune di risposta al “Piano Marchionne”; ci auguriamo che questi organismi di classe possano contribuire a diventare il primo nucleo del prossimo Sindacato di Classe e che siano d’esempio per i lavoratori di tutto il Mondo. Dove dirotterà a quel punto gli investimenti, qualora dovesse trovarsi di fronte un nucleo compatto di lavoratori in grado di mobilitare in permanenza l’intero Gruppo Fiat?

    Ci si obietterà: “cari somari, così fate il nostro gioco! si potrebbe anche dismettere completamente la Fiat e dirottare quei capitali verso altri settori produttivi”. Benissimo. Il marxismo è nato avendo ben chiaro che la classe operaia è classe mondiale e che il socialismo è – nel suo stesso concetto – modo di produzione mondiale. Uscire da rivendicazioni puramente di categoria è l’altro obiettivo che i lavoratori del Gruppo Fiat devono sempre avere davanti agli occhi, ogni lotta parziale è destinata ad essere riassorbita dal capitalismo.

    Ecco che siamo saliti – inevitabilmente, e non per mezzo di astrazioni ideali, ma per il tramite della forza delle cose – al gradino sindacale. Il Sindacato di Classe è per sua natura intercategoriale (ricordiamo ancora come luce abbagliante la potenza delle Camere del Lavoro di inizio ‘900), tende a superare la divisione sociale del lavoro e a riunire in sé tutti i lavoratori, in modo da poter utilizzare questa enorme massa d’urto come un potente maglio; il sindacato oltrepassa i corporativismi e le rivendicazioni puramente immediate (a volte le sacrifica sull’altare dei supremi interessi della classe) per la difesa del valore della forza-lavoro.

    Sarà possibile costruire questo Sindacato classista utilizzando la Triplice Confederale? Lo neghiamo senza tema di smentite. Il nostro indirizzo in campo sindacale è chiaro e afferma che anche la CGIL è irrecuperabile ad una sana politica di classe, in quanto inglobata nello Stato borghese ed in quanto ne condivide le finalità, anche queste di classe, sì ma della classe nemica! Questa posizione non è frutto della contingenza (mai il marxismo si è lasciato travolgere dai “fatti recenti”).

    Il sindacato non è tuttavia il gradone decisivo della piramide che conduce alla lotta per il comunismo. Il sindacato è costretto a muoversi dentro il meccanismo di formazione del valore della forza-lavoro, per sua stessa natura non può spezzare il ciclo infernale che incatena il proletariato. È il Partito l’organo supremo, il cuore e cervello della Rivoluzione Socialista. Il Partito Comunista è quell’organo della classe che, solo, è in grado di travalicare i confini artificiosi – ma necessari al funzionamento del capitalismo – che dividono l’umanità in gruppi antagonisti la cui linea di separazione è dettata dalla posizione sociale nel meccanismo di riproduzione del capitale. Il Partito è un’anticipazione del comunismo, e come tale non soffre di quelle patologie che ammorbano il presente regime borghese. Questa sua caratteristica gli consente di avere chiara la linea generale per guidare il proletariato ad emanciparsi definitivamente: è il Programma del Comunismo.

    Un ciclo grandioso di lotte, che in tutti i Paesi si sta chiaramente aprendo, richiede la presenza del Partito. È tentativo vano – ed opportunistico – cercare di plasmare quel cervello della rivoluzione proletaria sulle rivendicazioni che provengono dalla sempre adulata base, anche quando la classe sia riuscita nello sforzo di organizzarsi stabilmente in un Sindacato di Classe.

    Un sindacato è di classe non perché persegua fini comunisti, ma perché si muove su una linea di difesa di classe e non accetta di essere dipendente dallo Stato della borghesia. È continuamente soggetto all’influenza delle forze riformiste ed anche conservatrici (e la storia della CGdL è un chiaro esempio di questa lotta incessante tra comunisti e non comunisti). A causa di questa mancanza di coerenza nel proprio programma, il sindacato non è in grado d’informare la classe del supremo fine cui è chiamata, pertanto la linea politica può e deve provenire dal Partito. Questo non si limita solo ad una opera di propaganda dei principi comunisti, ma lavora quotidianamente negli organismi immediati di lotta del proletariato perché i lavoratori presenti possano riconoscere come propri i metodi e il programma del comunismo e conquistino il sindacato stesso alla direzione del Partito.

    Nessun balzo in avanti, nessuna novità: al nostro posto nel solco della tradizione marxista!

    Solo l’unificazione dei “mille rivoli” può infiammare nuovamente la lotta di classe

    Di fronte alla globalità dell’attacco padronale, un qualsiasi lavoratore si aspetterebbe una parola d’ordine, la sola in grado d’unire la classe: “sciopero generale ad oltranza!”. Eppure è una rivendicazione che stenta a decollare persino fra i lavoratori più combattivi che queste recenti lotte stanno esprimendo.

    In verità è stata pronunciata diverse volte anche dal segretario della Fiom Landini, ma ci sembra di sentirla da lui con il retrogusto del timore che possa realmente unire la classe! Si stanno oggi cavalcando vecchi leitmotiv dell’estremismo fine a se stesso, dall’occupazione delle fabbriche al ricorso all’assenteismo, passando per una pratica che ha riscosso una discreta risonanza: salire sui tetti delle fabbriche. Abbiamo impiegato milioni di anni – come specie – per scendere dagli alberi, ed ora dovremmo tornare sui moderni alberi di cemento e acciaio? Non può essere questa la strada. Non dobbiamo fare il gioco dei borghesi, che dividono il fronte operaio, confinato nella propria piccola realtà. Il resto della società, amici e nemici, si può accorgere della forza del proletariato organizzato solo quando sente tremare le strade sotto i passi dei lavoratori in marcia verso i centri del potere.

    Il compito per cui sono nate le organizzazioni dei lavoratori, i sindacati, è quello di difendere il prezzo della forza-lavoro. L’attacco alle pensioni, la colossale partita che si gioca attorno al trattamento di fine rapporto (TFR) tramite la costituzione dei fondi pensione, la vertenza che si aprirà sul tema della contrattazione collettiva, la paventata riforma dei cosiddetti ammortizzatori sociali, sono parte – assieme proprio al piano di ridimensionamento drastico del salario diretto – di un’unica battaglia di classe. Non c’è alternativa che questa: tenuta su tutta la linea o disfatta sull’intero fronte. Ed il nostro Partito grida ai lavoratori in lotta: mantenete le posizioni, arriveranno i rinforzi!

    I sindacati confederali, invece, stanno ingaggiando battaglie separate, e più perché tirati dentro dai propri iscritti che per volontà propria. La necessità di una risposta generale non deriva da principi ideali che noi comunisti vorremmo imporre al movimento reale per adeguarlo a nostri personalissimi schemi mentali, questa è da due secoli la critica che ci muovono tutte le varianti dell’opportunismo. La necessità di una battaglia globale è la sola reazione adeguata ad una crisi generale: di fronte ad un attacco di questa portata all’intero salario sociale, ogni lotta parziale è inadeguata, è l’utilizzo di ferri di legno; al contrario, noi affermiamo che il tipo di risposta è già insito nel tipo di attacco che gli agenti del capitale sono costretti a sferrare per arginare gli effetti di questa lunga crisi generale di pletora di capitale: ad un attacco locale si può rispondere con una difesa locale, ad un attacco generale non si può che rispondere con una lotta generale!

    Non crediamo all’uso dei referendum. Portiamo la nostra solidarietà ai lavoratori di Mirafiori che hanno scritto una pagina di orgoglio di classe. Ma, proprio perché la nostra solidarietà è sincera, è necessario che istruiamo quei proletari sui pericoli insiti in simili farsesche “consultazioni della base”.

    Si è fatto un gran parlare – soprattutto da parte del “fronte del NO” – del fatto che quel referendum fosse un “ricatto” e pertanto i lavoratori non “sarebbero stati liberi di decidere”; ai cani da guardia confederali i comunisti chiedono da sempre: “quando l’operaio è libero di decidere nel capitalismo?”. Sì, l’operaio è libero nel doppio senso di essere libero dagli antichi vincoli feudali e corporativi, ma anche nel senso di essere libero da ogni proprietà; ecco le uniche libertà per il proletariato; è sulla libertà da ogni proprietà che si fonda il rapporto salariale, che i comunisti affermano di voler mandare alla malora assieme a tutti i suoi servi più o meno sciocchi.

    Consultare la base è consultare l’ideologia della classe dominante. L’alternativa non è tra il comunismo e una teoria “neutra” rispetto alla lotta di classe; l’alternativa è tra il comunismo e l’ideologia dominante, la quale è la “filosofia spontanea” del capitalismo.

    Un sindacato che lascia determinare la propria linea da meccanismi elettorali è un organismo che ha perso la propria natura di classe proletaria per trasformarsi in agente del capitale in seno al movimento operaio. Persino un sindacato dichiaratamente riformista ha il dovere di una elaborazione programmatica indipendente dal “pensiero della base”. La piramide di cui sopra è percorribile in due direzioni ben distinte: salendo dalla base alla cima si aumenta il grado della coscienza di classe fino, al culmine, alla coscienza comunista; scendendo dalla cima alla base ci si perde nella confusione delle contingenze e dei particolarismi. Non può essere la classe statistica, fatta di iscritti e non iscritti, determinati ed irresoluti, a dettare la linea al sindacato, perché la classe si trova ad un gradone inferiore rispetto al sindacato.

    Nei principi operativi del futuro di Sindacato di Classe non ci sarà il dipendere dal responso di futuri referendum, che sicuramente si ripeteranno, ma di contrastare fermamente il ricorso a quel metodo decisionale: NO ai referendum perché sono sempre dei ricatti!

    Il Partito Comunista, n. 345, gennaio-febbraio 2011

 

 

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