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Discussione: Mostri, belve, animali nell'immaginario medievale

  1. #13
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    Predefinito Rif: Mostri, belve, animali nell'immaginario medievale

    IL LEONE

    Simbolo di forza e coraggio, il leone lo era anche della giustizia. Gli antichi dicevano che non si avventava mai sulla preda se non spinto da un eccezionale bisogno di nutrirsi e che, anche in questo caso, non spiccava mai il balzo sull'avversario caduto a terra prima che avesse avuto inizio il combattimento. Il Medioevo non ha rotto questo legame tra il leone e il senso della giustizia. È noto infatti che in età medievale le cause di giurisdizione civile ed ecclesiastica venivano discusse e risolte sui sagrati delle chiese, dinanzi ai portali incorniciati da leoni di pietra e che i giudizi venivano formulati ed emessi secondo la nota formula inter leones et coram populo. Questo elemento decorativo non è solo cristiano e occidentale: se i leoni sono piazzati dinanzi ai portali delle nostre cattedrali come vigili perenni dell'ortodossia cristiana, leoni di granito montavano la guardia a Micene o dinanzi a templi indiani e, per le credenze religiose orientali, i leoni come i draghi, non chiudono mai gli occhi. Nell'arte cristiana, il leone diventa simbolo della misericordia, della regalità e della Resurrezione di Cristo.

    Nel processo di trasformazione in senso cristiano delle notizie di antichi autori pagani sulle abitudini del leone, gli autori dei Bestiari medievali si sono serviti in modo particolare delle interpretazioni di Origene e del Physiologus.

    L'unione in Gesù Cristo di due nature, la divina e l'umana, ha costituito il tema di numerose immagini allegoriche che ritroviamo applicate al leone. Gli antichi autori pagani e cristiani concordano nell'asserire che tutte le qualità attive del leone sono localizzate nella parte anteriore del suo corpo, nella testa, nel petto e nelle sue zampe anteriori, mentre la parte posteriore del corpo non ha altra funzione se non quella di sostegno, di punto d'appoggio a terra: anterioribus partibus coelestia refert, posterioribus terram. Pertanto, essi fecero della parte anteriore il simbolo della natura divina di Cristo, di quella posteriore 1'immagine della sua umanità.

    Ma la simbologia del leone è ambivalente a seconda che la sua forza sia messa al servizio del bene o del male. È interpretata come immagine di Cristo quando combatte ilserpente, il drago o altre bestie maledette come il caprone (e questo è un tema iconografico che ricorre frequentemente nelle sculture delle nostre cattedrali), ma anche come simbolo di Satana, dei vizi e dell'eresia. Un leone che strazia con le zampe e con i denti un animale è 1'immagine della giusta severità della chiesa contro coloro che si ostinano a disconoscere la sua autorità. I commentatori dei libri sacri riconoscevano esplicitamente 1'immagine del demonio nel leone di cui Davide fu il vincitore. Sin dall'alba della Chiesa, Pietro aveva detto: «Siate sobri, o fratelli e vegliate; perché il diavolo vostro nemico è come il leone che ruggisce e cerca di divorarvi» (San Pietro, I epist.).


    Liberamente tratto da Immaginario medievale, a c. di Felice Moretti: il leone



    British Library, Royal MS 12 C. xix, Folio 6r




    <><><><>


    Il leone è citato nel Fisiologo, nel Bestiario latino e nel Bestiario d'amore di Richard de Fournival. Nei primi due testi si dice che il leone ha tre nature:

    1) quando cammina vagando, se si accorge di essere seguito dai cacciatori, copre con la coda le sue impronte. Così Cristo facendosi uomo ha nascosto la propria divinità;

    2) quando dorme, i suoi occhi vegliano. Così il Signore dormì nel sonno della morte sulla croce e nel sepolcro, ma la sua natura divina vegliava;

    3) quando partorisce, si dice che il cucciolo nasce morto; dopo tre giorni e tre notti viene svegliato, scosso dal ruggito e dal brontolio del padre che sopraggiunge. Così Cristo, morto da tre giorni, fu risuscitato da Dio padre. Nel Bestiario latino vengono aggiunte le spiegazioni etimologiche.

    Nel Bestiario d'amore si dice che il leone assale l'uomo non appena questi lo guarda. Amore assomiglia al leone: infatti Amore non assale se non chi lo guarda. "Amore dunque cattura l'uomo ai primi incontri per mezzo degli occhi, e per questa via l'uomo perde il cervello". In una seconda citazione, si descrive la prima natura del leone, concludendo: "Allo stesso modo si comporta un uomo saggio che abbia prudenza: quando è costretto a fare qualcosa che, se fosse conosciuto, gli attirerebbe il biasimo, usa precauzioni tali per cui nessuno lo sappia mai; in modo che la sua prudenza cancelli le orme dei suoi piedi, ossia la buona o cattiva reputazione che può derivare dalle sue azioni".



    Dal Bestiario d'amore di Richard de Fournival –XIII-XIV sec.
    Bibliothèque Nationale de France, fr. 1951, Folio 17r

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  2. #14
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    Predefinito Rif: Mostri, belve, animali nell'immaginario medievale

    L'IDRA DI LERNA

    Nella mitologia greca l'Idra di Lerna o Idra è un mostro con nove teste a forma di serpente, nato da Tifone ed Echidna, come Cerbero, Ortro e la Chimera. Viveva insieme al mostro Carcino.

    Aveva nove teste di serpente, di cui la centrale era immortale. Secondo altre versioni tuttavia ne aveva 50 e tutte d'oro. Il corpo era di un drago gigantesco e senza ali. Qualsiasi testa venisse tagliata, subito ne rispuntavano due. Il sangue e il fiato dell'Idra erano veleno mortale.

    Il mito narra che l'Idra, che viveva nei pressi di Lerna, fu uccisa da Ercole durante la seconda delle sue fatiche. Non fu un'impresa facile: la trovò l'orrenda belva mentre digeriva il suo pasto nella caverna e le tagliò tutte le teste. Per non cadere preda del suo fiato tremendo Ercole trattenne il respiro. Scoprì però che dal moncherino di ogni testa tagliata ne spuntavano istantaneamente altre due. Ebbe quindi un'illuminazione, e chiese aiuto al nipote Iolao: mentre Ercole tagliava le teste, Iolao dava fuoco al sangue della ferita, cicatrizzandola in modo che le teste non potessero ricrescere. L'ultima testa tuttavia era immortale e non servì nemmeno il suo nuovo stratagemma. Allora seppellì la testa e il corpo sotto un masso enorme.

    Ercole bagnò la punta delle frecce nel sangue dell'idra, altamente velenoso, per rendere le ferite inflitte da esse inguaribili. Un'accidentale puntura con una di tali frecce provocò atroci sofferenze a Chirone, centauro amico e insegnante di Ercole, che essendo immortale non poteva morire, che per porre fine al tormento, donò la propria immortalità a Prometeo.


    Nel medioevo

    Nella zoologia mitologica medioevale, il termine Idra sta ad indicare un generico drago con molte teste.

    Nei bestiari medioevali esiste l'Hydrus, variante dell'Idra. Esso è il nemico per antonomasia del coccodrillo, dal quale si fa inghiottire per poi lacerarne l'intestino.

    Erasmo da Rotterdam nei suoi Adagia paragona la guerra all'Idra di Lerna. «Quinetiam bellum e bello seritur, e simulato verum, e pusillo maximum exoritur, neque raro solet in his accidere quod de Lernaeo monstro fabulis proditum est». (E poiché guerra genera guerra, da guerra finta nasce guerra vera, da guerra piccina guerra poderosa, non di rado suole accadere ciò che nel mito si racconta del mostro di Lerna).

    http://it.wikipedia.org/wiki/Idra_di_Lerna
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 10-05-15 alle 20:14
    "Sarebbe anche simpatico, se non fosse nazista!" (Malandrina) :gluglu:


    "Al di là dell'approvazione o disapprovazione altrui!" :gluglu:

  3. #15
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    Predefinito Rif: Mostri, belve, animali nell'immaginario medievale

    CANI DIABOLICI

    Le tracce del cane diabolico

    Le leggende dicono che molti sentieri inglesi sono frequentati dai cani neri del diavolo. Sembra che questi cani, a volte senza testa, controllino soprattutto i "sentieri verdi", vecchie stradine piene di erbacce che conducevano a chiese o residenze di campagna. Questi spettri canini spesso scompaiono in corrispondenza di una siepe, un ponte o un cancello, tradizionali punti di passaggio tra il mondo dei vivi e l'aldilà, e si dice anche che sorveglino i cimiteri per l'antica usanza di sacrificare un cane da guardia all'inaugurazione di un nuovo cimitero. Il cane nero è sempre molto grande, come un vitello, scuro e peloso, con occhi ardenti. Le contee di Suffolk e di Norfolk, nell’Inghilterra orientale, sono particolarmente sorvegliate dai cani neri. Secondo la leggenda, nel secolo scorso un uomo di nome Finch stava camminando lungo un "sentiero verde" quando scambiò un cane nero per il cane di un amico che aveva tentato di morderlo. Gli allungò un calcio, e il piede passò attraverso il fantasma. Un libello dell'epoca afferma che un cane nero ha visitato la chiesa di St. Mary a Bungay, nel Suffolk, il 4 agosto 1577, una domenica durante una terribile tempesta. Questa apparizione del male “stortò il collo” a due parrocchiani e lasciò un terzo “rattrappito come un pezzo di cuoio bruciato”. Un altro cane diabolico (o forse lo stesso?) rovinò la cerimonia nella chiesa di Blythburgh durante la medesima tempesta, uccidendo tre persone e lasciando dietro di sé i segni delle unghie sulla porta della chiesa, dove si possono vedere ancora oggi. Le tracce dello spettro Alcuni dicono che i profondi graffi sulla porta laterale di questa chiesa del Suffolk furono fatti dalle unghie del cane nero. Secondo alcuni il cane nero è lo spettro di un antico mastino messo a guardia dei luoghi sacri e dei tempietti comuni lungo le strade di tutto A mondo. Secondoaltri è il diavolo, forse in cerca di viaggiatori solitari e vulnerabili. La tradizione del Norfolk afferma che nessuno può guardare il cane nero e sopravvivere. Quando qualcuno stava per morire, si diceva: “Ha il cane nero alle spalle”. Nell’Essex, invece, si pensava che i cani neri proteggessero i viaggiatori.

    Ignoto e Paranormale - Portale italiano del paranormale e del mistero
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 10-05-15 alle 20:16
    "Sarebbe anche simpatico, se non fosse nazista!" (Malandrina) :gluglu:


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  4. #16
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    Jorge Luis Borges – Margarita Guerrero

    L'IDRA DI LERNA




    Bodleian Library, MS. Douce 308, Folio 99r


    Tifone (figlio difforme della Terra e del Tartaro) ed Echidna, che era metà bella donna e metà serpente, generarono l'Idra di Lerna. Cento teste le conta Diodoro lo storico; nove la Biblioteca di Apollodoro. Lemprière ci dice che questa ultima cifra è la più comunemente ricevuta; l'atroce è che per ogni testa tagliata, due gliene ricrescevano nello stesso posto. S'è detto che le teste erano umane e che quella di mezzo era eterna. Il suo fiato avvelenava le acque e disseccava i campi. Perfino quando dormiva, l'aria attossicata che le pesava intorno poteva essere mortale per un uomo. Giunone la crebbe perché si misurasse con Ercole.
    Questo serpente sembrava destinato all'eternità. Il suo covo era nei pantani di Lerna. Ercole e Iolao la cercarono; il primo le tagliò le teste, mentre l'altro andava bruciando con una torcia le ferite sanguinanti. L'ultima testa, che era immortale, Ercole la sotterrò sotto una gran pietra; e dove la sotterrarono starà ancora adesso, odiando e sognando.
    In altre avventure con altre fiere, le frecce che Ercole bagnò nel fiele dell'Idra provocarono ferite mortali.
    Un granchio, amico dell'Idra, morse durante la lotta il tallone all'eroe. Questi lo schiacciò col piede. Giunone l'innalzò al cielo, e ora è una costellazione e il segno del Cancro.


    Dal Manuale di zoologia fantastica, Jorge Luis Borges e Margarita Guerrero (Einaudi)

  5. #17
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    IL DRAGO



    Dal Bestiario di Guillaume le Clerc (XIII sec.)
    Bibliothèque Nationale de France, fr. 1444b



    "Ignoriamo il senso del drago, come ignoriamo il senso dell'universo; ma c'è qualcosa, nella sua immagine, che s'accorda con l'immaginazione degli uomini; e così esso sorge in epoche e latitudini diverse; è per così dire un mostro necessario…" (J. L. Borges)


    E infatti è così, ma mentre in Oriente il drago è una figura positiva simbolo di forze creatrici e benefiche, in Occidente è temibile portatore di morte e di rovina.

    Secondo le leggende, il drago ha origine da un uovo che impiega almeno un secolo per schiudersi. Lunghissima è anche la sua vita, ed è proprio grazie alla sua longevità che possiede una conoscenza e una saggezza senza pari.

    Nei racconti mitologici è il custode di inestimabili tesori nascosti in cima ad altissime montagne o nei luoghi più impervi, difficilmente raggiungibili dagli uomini: così, per esempio, in Grecia troviamo un drago a guardia del Vello d'oro e del Giardino delle Esperidi, dove cresce l'albero dai pomi d'oro.
    Simbolicamente, il drago rappresenta la prova da superare per colui che voglia impossessarsi della sua ricchezza: nell' Edda di Snorri, Sigurdr uccide Fafnir e ne mangia il cuore, acquisendo una conoscenza molto profonda, arrivando addirittura a comprendere il linguaggio degli uccelli. E, soprattutto, Sigurdr può godere dei consigli della valchiria Sigrdrifa che, ormai liberata dal sonno indottole da Odino, lo istruisce sul significato delle Rune.

    In effetti, il drago, la grotta, le montagne, l'eroe non sono altro che la rappresentazione di un'impresa che ancora oggi è possibile portare a termine: dentro di noi. E il tesoro non è il tradizionale forziere traboccante d'oro, bensì una conoscenza di valore inestimabile, destinata ai pochi coraggiosi che osano sfidarne il custode.

    In molte tradizioni, per essere dichiarato tale, l'eroe deve essere disposto ad affrontare il drago, che può annientarlo oppure donargli immense ricchezze e preziose conoscenze altrimenti impossibili da raggiungere.

    L'aspetto di questi racconti valido ancora oggi è che il lato oscuro di noi rimane quasi sempre celato, ignorato o rinnegato. Ma chi osa entrare nella grotta affrontandone le tenebre riconosce l'esistenza dell'ombra e, dopo averla dominata e assimilata, può trarne forza: proprio come l'eroe che, vincendo il drago, ne esce accresciuto in conoscenza, gloria e onore.



    Da un Bestiario inglese del XIII sec.
    British Library, Harley MS 3244, Folio 59r

  6. #18
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    Massimo Centini

    IL DRAGO




    Da un manoscritto francese (1450 ca.)
    Museum Meermanno, Hague, Netherlands


    Nel simbolismo esoterico la mostruosità può essere portatrice di molteplici simboli. Il drago è la raffigurazione oggettiva di una sorta di caos inconscio, atavicamente deposto nella nostra psiche attraverso un apparato simbolico molteplice. Che sia l'eterno castigatore dell'Apocalisse o il grande rettile un po' naif, capace di sputare fiamme dalle fauci, è la rappresentazione della bestialità priva di ogni legame con l'umano: il male primitivo, che ha conservato, nella propria struttura antidiluviana, l'energia in cui sono contenuti i quattro elementi principali:

    Acqua = corpo di rettile
    Terra = corpo di rettile
    Aria = ali per volare
    Fuoco =emanazione di fiamme

    Molto spesso, nella tradizione esoterica, il drago è considerato una sorta di "guardiano della soglia": una creatura ctonia posta come custode di tesori sotterranei, quasi sempre inaccessibili ai comuni mortali, se non attraverso un itinerario di tipo iniziatico. Il legame con l'universo ctonio ha fatto del drago l'animale tellurico per eccellenza, fino a influenzare certi aspetti del pensiero geologico: l'eclettico A. Kircher, nel suo Mundus Subterraneus, affermava che il sottosuolo era abitato da mostri terribili e dall'inavvicìnabile drago.

    È difficile stabilire quando sia sorta la prima leggenda legata al drago. Anche se la mitologia di molti paesi lontani tra loro è ricchissima (si passa dall'Ilujankas ittita all'Apophis egizio, dal Drauga avestico a Quetzalcoatl, dall'Idra, e altri ibridi greci, al dragone Cymr delle saghe celtiche, fino ai tanti esseri anomali che la tradizione cristiana ha attinto dalle storie pagane), non possediamo una base scientifica sulla quale costruire tesi interpretative accettabili. Va aggiunto che nella tradizione artistica medievale, in particolare nelle scenografie delle Sacre Rappresentazioni, l'ingresso dell'inferno era frequentemente raffigurato da una bocca spalancata di drago.

    La "bestia immonda" era per il Cristianesimo l'allegoria di un paganesimo da distruggere, o almeno da relegare in ambiti ristretti e periferici; come nell'Apocalisse, dove l'uccisione del drago prelude all'annuncio di una nuova era spirituale. Nella tradizione alchemica, con uovo di drago si indica la forma che consente la trasmutazione e determina il mutamento che è alla base del passaggio del metallo vile a quello nobile.


    Massimo Centini, Le vie dell'esoterismo (De Vecchi editore, pag. 48)
    Ultima modifica di Silvia; 07-02-11 alle 17:08

  7. #19
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    Predefinito Rif: Mostri, belve, animali nell'immaginario medievale

    Bellissimo post, la figura del drago in effetti in occidente sembra non godere di buona stampa, ma mi sembra che ultimamente qualcosa stia cambiando, sono molte infatti le opere fantasy (potrei citare Eragon, o apputo Dungeons & Dragons) che invece lo mettono in chiave positiva, come amico e compagno del o della protagonista.
    Un'altra specie che ha trovato la sua riabilitazione.
    Controllori di volo pronti per il decollo,
    telescopi giganti per seguire le stelle
    (F. Battiato, No time no space)

  8. #20
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    Predefinito Rif: Mostri, belve, animali nell'immaginario medievale

    Citazione Originariamente Scritto da subiectus Visualizza Messaggio
    Bellissimo post, la figura del drago in effetti in occidente sembra non godere di buona stampa, ma mi sembra che ultimamente qualcosa stia cambiando, sono molte infatti le opere fantasy (potrei citare Eragon, o apputo Dungeons & Dragons) che invece lo mettono in chiave positiva, come amico e compagno del o della protagonista.
    Un'altra specie che ha trovato la sua riabilitazione.
    E' indubbiamente vero che in Occidente il drago ha assunto connotazioni negative, tanto da aver bisogno di un eroe che ne combatta la malvagità. E tuttavia è un simbolo ambivalente, in quanto rappresenta il male, ma anche il suo opposto: è crudele, ma sapiente... è animalità selvaggia, ma anche energia vitale. E' il mostro che divora, ma poi rigenera.
    Ultima modifica di Silvia; 07-02-11 alle 21:19

  9. #21
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    Franco Cardini


    IL DRAGO



    dal sito Airesis: l'Eresia della Scelta, la Scelta dell'Eresia







    Da un Bestiario inglese del XIII sec.
    British Library, Harley MS 3244, Folio 58v
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 12-06-11 alle 22:44

  10. #22
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    Jorge Luis Borges – Margarita Guerrero

    IL DRAGO



    Aberdeen Bestiary (Aberdeen University Library MS 24), 1200 ca.


    Un grosso e alto serpente con artigli e ali, è forse la descrizione più fedele del drago. Può essere nero, ma conviene che sia anche lucente; anche si suole esigere che esali boccate di fuoco e fumo. Tutto questo, naturalmente, si riferisce alla sua immagine attuale; i greci, sembra applicassero il suo nome a qualsiasi serpente considerevole. Plinio assicura che d'estate il drago appetisce il sangue d'elefante, che è molto freddo. Bruscamente dunque attacca l'elefante, gli s'arrotola intorno, e lo trafigge coi denti. Il pachiderma, dissanguato, stramazza per terra e muore, anche muore il drago, sfracellato dal peso del suo avversario. Leggiamo pure che i draghi d'Etiopia, in cerca di miglior cibo, sogliono traversare il Mar Rosso ed emigrare in Arabia. Per riuscire in quest'impresa, quattro o cinque draghi s'abbracciano e formano una specie di imbarcazione, tenendo le teste fuori dell'acqua. Un altro capitolo è dedicato ai medicamenti che si ricavano dal drago. I suoi occhi, disseccati e mescolati con miele, forniscono un linimento efficace contro gl'incubi. Il grasso del cuore, conservato in pelle di gazzella e applicato al braccio con tendini di cervo, garantisce il buon esito dei processi. I denti, portati sulla persona, procurano indulgenza da parte dei padroni e grazie da parte dei re. Plinio accenna inoltre, ma con scetticismo, a un preparato che rende invincibili gli uomini; questo si fa con peli di leone, con midollo dello stesso animale, con la schiuma raccolta su un cavallo che ha appena vinto una corsa, con unghie di cane, e con la coda e la testa di un drago.

    Nel libro XI dell'Iliade si legge che un drago azzurro e tricefalo ornava lo scudo di Agamennone; secoli dopo, i pirati scandinavi dipingevano draghi sui loro scudi e scolpivano teste di drago sulle prue delle loro navi. Presso i romani il drago fu insegna della coorte, come l'aquila della legione; tale è l'origine dei moderni reggimenti di dragoni. Sugli stendardi dei re germanici d'Inghilterra c'erano draghi; scopo di queste immagini era di incutere terrore ai nemici. Cosi, nel romanzo di Athis si legge:

    Ce soulaient Romains porter,
    Ce nousfait moult à redouter. *

    In Occidente il drago fu sempre immaginato malvagio. Una delle imprese classiche degli eroi (Ercole, Sigurd, san Michele, san Giorgio) era di vincerlo e ucciderlo. Nelle leggende germaniche il drago custodisce oggetti preziosi. Nella gesta di Beowulf, composta in Inghilterra verso il secolo VIII, c'è un drago che da trecento anni fa la guardia a un tesoro. Uno schiavo fuggiasco capita nella caverna e trafuga una giarra. Il drago si sveglia, s'accorge del furto e decide di uccidere il ladro; ma prima torna giù nella caverna, per ispezionarla meglio. (Ammirevole trovata del poeta, questa di attribuire al mostro un'incertezza cosi umana). Poi il drago comincia a desolare il regno; Beowulf lo cerca, combatte con lui, e l'uccide.

    La gente credeva alla realtà dei draghi. Verso la metà del secolo XVI, li troviamo descritti nella Historia animalium di Conrad Gesner, opera di carattere scientifico.
    Ma il tempo ha intaccato notevolmente il loro prestigio. Crediamo al leone come realtà e come simbolo; crediamo al minotauro come simbolo, sebbene non come realtà; il drago è forse il più noto, ma anche il meno fortunato degli animali fantastici. Ci sembra puerile, e suole contaminare di puerilità le storie in cui figura. Conviene non dimenticare, tuttavia, che si tratta qui d'un pregiudizio moderno, forse provocato dall'eccesso di draghi che c'è nei racconti di fate. D'altra parte, nell'Apocalisse di san Giovanni si parla due volte del drago, «il vecchio serpente che è Diavolo e Satana». Analogamente, sant'Agostino scrive che il Diavolo «è leone e drago: leone per l'impeto, drago per l'insidia». Jung osserva che nel drago ci sono il serpente e l'uccello, l'elemento della terra e quello dell'aria.

    * Questo solevano portare i Romani, questo fa che ci ternano molto


    Dal Manuale di zoologia fantastica, Jorge Luis Borges e Margarita Guerrero (Einaudi)

  11. #23
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    E' l'Uccello Sacro del fuoco, vive più di cinquecento anni e, quando sente che la morte è ormai vicina, prepara un nido con ramoscelli di erbe aromatiche e al tramonto, rivolta verso il sole calante con le ali aperte, dà fuoco alla pira, lasciandosi consumare dalle fiamme. Ma nove giorni dopo risorge dalle sue stesse ceneri, e proprio per questa sua peculiarità è uno degli animali mitici più cari alla tradizione esoterica. La combustione costituisce un itinerario che la conduce a un nuovo status: rappresenta così un'allegoria del processo alchemico che ha bisogno del fuoco per portare a compimento il proprio iter.


    LA FENICE



    Aberdeen Bestiary - Aberdeen University Library MS 24, 1200 ca.




    Gli antichi egizi furono i primi a parlare del Bennu (dal verbo "benu" che significa "risplendere", "sorgere" o "librarsi in volo"), che poi nelle leggende greche divenne la Fenice (da "phoinix", che significa "rosso" o "albero solare"). Uccello sacro favoloso, aveva l'aspetto di un'aquila reale e il piumaggio dal colore splendido, il collo color oro, rosse le piume del corpo e azzurra la coda con penne rosee, ali in parte d'oro e in parte di porpora, un lungo becco affusolato, lunghe zampe e due lunghe piume che le scivolavano morbidamente giù dal capo (o erette sulla sommità del capo). In Egitto era solitamente raffigurata incoronata con l'Atef (la Corona Bianca dell'Alto Egitto, con due piume di struzzo per lato: la corona di Osiride) o con l'emblema del disco solare. Gli antichi la identificavano col fagiano dorato, tanto che un imperatore romano si vantò di averne catturata una; nella Bibbia, con l'ibis; alcuni, col pavone; altri, con l'airone rosato o l'airone cinereo.

    Come l'airone che spiccava il volo sembrava mimare il sorgere del sole dall'acqua, la Fenice venne associata al sole e rappresentava il BA ("l'anima") del dio del sole Ra, di cui era l'emblema - tanto che nel tardo periodo il geroglifico del Bennu veniva impiegato per rappresentare direttamente Ra. Quale simbolo del sole che sorge e tramonta, la Fenice presiedeva al giubileo regale. Ed essendo colei che ri-sorge per prima, venne associata al pianeta Venere e menzionata quale Stella del Mattino nell'invocazione: Io sono il Bennu, l'anima di Ra, la guida degli Dei nel Duat (l'oltretomba). Che mi sia concesso entrare come un falco, ch'io possa procedere come il Bennu, la Stella del Mattino.

    E, come l'airone che s'ergeva solitario sulla piccole isole di roccia che sbucavano dall'acqua dopo la periodica inondazione del Nilo (che ogni anno fecondava la terra col suo limo), il ritorno della Fenice annunciava un nuovo periodo di ricchezza e fertilità. Per questa stessa ragione venne riconosciuta quale personificazione della forza vitale, e - come narra il mito della creazione - fu la prima forma di vita ad apparire sulla collina primordiale (sulla quale fu poi edificata la città di Heliopolis), che all'origine dei tempi sorse dal caos acquatico. Si dice infatti che il Bennu abbia creato se stesso dal fuoco che ardeva sulla sommità del sacro salice di Heliopolis.

    Proprio come il sole, che è sempre lo stesso e risorge solo dopo che il sole "precedente" è tramontato, di Fenice ne esisteva sempre un unico esemplare per volta (da cui l'appellativo "semper eadem": era sempre un maschio, e viveva in prossimità di una sorgente d'acqua fresca all'interno di una piccola oasi nel deserto d'Arabia, un luogo appartato, nascosto ed introvabile - citando il ben noto adagio di Metastasio ("Demetrio", atto II, scena III): "Come l'araba Fenice, che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa". Ogni mattina all'alba faceva il bagno nell'acqua (simbolo alchemico delle emozioni) e cantava una canzone così bella che il dio del Sole arrestava la sua barca (o il suo carro, nella mitologia greca) per ascoltarla.

    Quando, dopo aver vissuto per 500 anni (secondo altri 540, 900, 1000, 1461/1468, o addirittura 12954/12994), la Fenice sentiva sopraggiungere la sua morte, si ritirava in un luogo appartato e vi accatastava ramoscelli di mirto, incenso, sandalo, legno di cedro, cannella, spigonardo, mirra e le più pregiate piante balsamiche, con le quali intrecciava un nido a forma di uovo - grande quanto era in grado di trasportarlo (cosa che stabiliva per prove ed errori). Infine vi si adagiava, lasciava che i raggi del sole l'incendiassero, e si lasciava consumare dalle sue stesse fiamme mentre cantava una canzone di rara bellezza. Dal cumulo di cenere emergeva poi una piccola larva, che i raggi solari facevano crescere rapidamente fino a trasformarla nella nuova Fenice nell'arco di tre giorni (Plinio semplifica dicendo entro la fine del giorno), dopodichè la giovane Fenice volava ad Heliopolis e si posava sopra l'albero sacro, "cantando così divinamente da incantare lo stesso Ra".



    Aberdeen Bestiary - Aberdeen University Library MS 24, 1200 ca.


    Storicamente parlando, viene menzionata per la prima volta in un libro dell'Esodo, e uno dei primi resoconti dettagliati ce lo fa lo storico greco Erodoto circa due secoli dopo: "Un altro uccello sacro era la Fenice. Non l'ho mai vista coi miei occhi, se non in un dipinto, poichè è molto rara e visita questo paese (così dicono ad Heliopolis) soltanto a intervalli di 500 anni: accompagnata da un volo di tortore, giunge dall'Arabia in occasione della morte del suo genitore, portando con sè i resti del corpo del padre imbalsamati in un uovo di mirra, per depositarlo sull'altare del dio del Sole e bruciarli. Parte del suo piumaggio è color oro brillante, e parte rosso-regale (il cremisi: un rosso acceso). E per forma e dimensioni assomiglia più o meno ad un'aquila. Proprio a questo spannometrico respconto di Erodoto, dobbiamo l'erronea denominazione di Araba Fenice. Secondo la versione fornitaci da Ovidio, invece, la Fenice .. si ciba non di frutta o di fiori, ma di incenso e resine odorose. Dopo aver vissuto 500 anni, con le fronde di una quercia si costruisce un nido sulla sommità di una palma, ci ammonticchia cannella, spigonardo e mirra, e ci s'abbandona sopra, morendo, esalando il suo ultimo respiro fra gli aromi. Dal corpo del genitore esce una giovane Fenice, destinata a vivere tanto a lungo quanto il suo predecessore. Una volta cresciuta e divenuta abbastanza forte, solleva dall'albero il nido (la sua propria culla, ed il sepolcro del genitore), e lo porta alla città di Heliopolis in Egitto, dove lo deposita nel tempio del Sole" (dove i sacerdoti di Ra conservavano gli archivi dei tempi passati: in quest'ottica, la Fenice era il nuovo profeta/messia che "distruggeva" gli antichi testi sacri per far risorgere una nuova Religione dai resti della precedente).

    La lunga vita della Fenice e la sua così drammatica rinascita dalle proprie ceneri, ne fecero il simbolo della rinascita spirituale, nonchè del compimento della Trasmutazione alchemica. Già simbolo della Sapienza divina (cfr. Giobbe 38 vs. 36), intorno al IV secolo d.C. venne identificata con Cristo (presumibilmente per via del fatto che tornava a manifestarsi 3 giorni dopo la morte) e, come tale, venne adottata quale simbolo paleocristiano di immortalità, resurrezione e vita dopo la morte.


    Riferimenti bibliografici:

    * Erodoto, "Storie" II, 73
    * Plinio, "Naturalis historia", X, 2
    * Ovidio, "Metamorphoses"
    * Il fisiologo (bestiario medievale in latino), IX
    Geroglifici: "The Book of the Dead, The coffin texts"



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    IX) La fenice

    C'è un altro volatile che è detto fenice. Nostro Signore Gesù Cristo ha le sua figura, e dice nel Vangelo: "Posso deporre la mia anima, per poi riprenderla una seconda volta". Per queste parole i Giudei si erano scandalizzati e volevano lapidarlo.C'è dunque un uccello, che vive in alcune zone dell'India, detto fenice. Di lui il Fisiologo ha detto che, trascorsi cinquecento anni della sua vita, si dirige verso gli alberi del Libano, e si profuma nuovamente entrambe le ali con diversi aromi. Con alcuni segni si annuncia al sacerdote di Eliopoli nel mese nuovo, Nisan o Adar, cioè nel mese di Famenòth, o di Farmuthì. Dopo che il sacerdote ha avvertito questo segnale, entra e carica l'altare di sarmenti di legno. Quindi il volatile arriva, entra nella città di Eliopoli, pieno di tutti gli aromi che sprigionano entrambe le sue ali; ed immediatamente vedendo la composizione di sarmenti che è stata fatta sull'altare, si alza e, circondandosi di profumi, un fuoco si accende da solo e da solo si consuma. Poi, un altro giorno, giunse un sacerdote e, dopo aver bruciato la legna che aveva collocato sopra l'altare, trovò qui, osservando, un modesto vermicello, che emanava un buonissimo odore. Poi, al secondo giorno, trovò un uccellino raffigurato. Il terzo il sacerdote tornò a vedere e notò che l'uccellino era divenuto un uccello fenice. Una volta salutato il sacerdote, volò via e si diresse al suo luogo antico. Se invero questo uccello ha il potere di morire e di nuovo di rivivere, nel modo in cui gli uomini stolti si adirano per la parola di Dio, tu hai il potere come vero uomo e vero figlio di Dio, hai il potere di morire e di rivivere. Dunque come ho detto prima, l'uccello prende l'aspetto del nostro Salvatore, che scendendo dal cielo, riempì le sue ali dei dolcissimi odori del Nuovo e dell'Antico Testamento, come egli stesso disse : «Non sono venuto ad eliminare la legge, ma ad adempierla». E di nuovo : «Così sarà ogni scrittore dotto nel regno dei cieli, offrendo rose nuove ed antiche dal suo tesoro».Etimologia. La fenice, uccello d'Arabia, è chiamata tale per il suo colore rosso, o perché è unico in tutto il mondo. Infatti gli Arabi chiamano la fenice come uccello unico e solo. Questo, vivendo oltre cinquecento anni, finché si vede invecchiato, raccolti dei rami profumati, si costruisce un rogo e, volta alla luce del sole, con grande battito delle ali, si procura un incendio volontario, e così di nuovo risorge dalle sue ceneri.





    Der Naturen Bloeme (1350 ca.), Koninklijke Bibliotheek, KB, KA 16

 

 
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