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Discussione: Mostri, belve, animali nell'immaginario medievale

  1. #41
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    Predefinito Re: Rif: Mostri, belve, animali nell'immaginario medievale

    LE SIRENE



    Bodleian Library, MS. Ashmole 1511, Folio 65v


    Le Sirene nuotano fra le pagine dei dizionari nel mare dell'etimologia incerta, descritte come mostri dalla doppia natura, per metà donna e metà uccello o pesce, il cui canto affascina i naviganti e provoca naufragi. La citazione letteraria più nota, quella di Omero nell'Odissea (XII 39 - 200), non le descrive fisicamente e si limita allo specifico dell'incantamento canoro, mentre nel Fisiologo la Sirena ha forma umana fino all'ombelico e, da lì in giù, d'oca. L'iconografia che rappresenta questo essere per metà pesce si diffonde a partire dall'VIII secolo con un altro bestiario, il Liber Monstrorum, benché esistano testimonianze più antiche e accenni letterari che suffragano la probabile coesistenza delle due versioni. Va detto che ala e pinna, in greco, sono tradotte con il medesimo vocabolo, pterüghion, mentre in latino pennis e pinnis differiscono per una sola vocale e si potrebbe quindi ipotizzare una confusione linguistica. Ma è nel Medioevo, periodo della Scolastica, dei Padri della Chiesa, delle Crociate e di una diffusione sempre più dogmatizzata del Cristianesimo, che avviene la trasformazione radicale della sirena che perde le ali e, in veste di donna-pesce, si fa via via sempre più simbolo di pericolosità.

    Le sirene, in modo del tutto ambiguo come il loro aspetto, veicolano la fascinazione, ora della corporeità, ora della conoscenza intellettuale. Nel Fisiologo, sono "...simili a muse che cantano armoniosamente con le loro voci e i naviganti che passano di là quando odono il loro canto si gettano nel mare e periscono... ingannano i cuori dei semplici…" e incarnano tutta la negatività del vivere mondano. Nel Bestiario moralizzato di Gubbio (XII sec.) le sirene sono di tre tipi: "alcune hanno la voce come di suono di un'arpa o di una viola e altre cantano come un flauto o una tromba e altre come una vergine, così che i naviganti per la dolcezza del canto e la loro melodia si addormentano e sprofondano in mare..."

    Le Sirene dell'Odissea invece così cantano:


    "Qui, presto, vieni, o glorioso Odisseo,
    grande vanto degli Achei,
    ferma la nave, la nostra voce a sentire.
    Nessuno mai si allontana di qui con la sua nave nera,
    se prima non sente, suono di miele, dal labbro nostro la voce;
    poi pieno di gioia riparte, e conoscendo più cose.
    Noi tutto sappiamo, quanto nell'ampia terra di Troia
    Argivi e Teucri patirono per volere dei numi;
    tutto sappiamo quello che avviene sulla terra nutrice".

    Verosimilmente, come sottolineava Cicerone nel Dei confini del bene e del male, ciò con cui le Sirene potevano imprigionare un uomo come Ulisse era l'illusione della Conoscenza.



    Bodleian Library, MS. Bodley 602, Folio 10r


    Nella concezione moderna, la Sirena perde l'aspetto sapienziale, di cui resta una pallida eco solo nel canto fascinoso, e lascia emergere la componente sessuale, del tutto assente nell'antichità: nella mitologia greca, infatti, le Sirene furono addirittura punite da Afrodite per il loro tenace rifiuto a qualsiasi rapporto d'amore. Ecco come le descrive Isidoro di Siviglia:

    ...Si racconta che le Sirene fossero tre, per metà fanciulle e per metà uccelli, e che avessero ali e artigli. Di esse, una cantava, un'altra suonava il flauto, la terza suonava la cetra. Attiravano i marinai con la loro musica, e li facevano naufragare. Ma in realtà si trattava di prostitute che riducevano in miseria gli uomini che si trovavano a passare di là: questi fecero poi credere di essere stati indotti al naufragio. Avevano ali e artigli, perché l'amore vola e ferisce. Si dice poi che stessero tra i flutti, per il fatto che Venere era nata dalle onde del mare....

    Comune denominatore a tutte le sirene è la fascinazione, sia essa condotta per mezzo della parola e del canto o sia dell'avvenenza fisica, causa di perdizione e soggetto di riferimento per gli exempla medioevali.

    Numerosi sono stati anche i presunti avvistamenti di sirene, avvenuti fino al secolo scorso, epoca in cui il viaggiare per mare era ancora avventuroso. Nelle cronache di viaggio riportate sulla carta stampata se ne trova notizia con una certa dovizia descrittiva: sull'Aberdeen Cronicle del 20 aprile 1814 troviamo descritto addirittura, in compagnia di un esemplare femmina, un maschio di sirena con capelli corti e odulati di color grigioverde, piccoli occhi, naso schiacciato, bocca larga e braccia lunghe.

    E non va dimenticato l'ampio uso della rappresentazione della sirena praticato dai trattati di alchimia: l'elemento mercurio, sostanza base per l'opera di trasmutazione alchemica, per la sua doppia natura, veniva opportunamente rappresentato da una sirena spesso munita di coda bifida. Una rappresentazione simbolica che si trova molto spesso, in forma di bassorilievo, nelle chiese romaniche, a rappresentare le insidie delle tentazioni.



    Chiesa di St. Martin, Zillis, Svizzera (1110 ca.)
    Foto di petrus.agricola
    All sizes | Siren (mermaid) playing harp | Flickr - Photo Sharing!

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  2. #42
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    Predefinito Re: Rif: Mostri, belve, animali nell'immaginario medievale

    Dal Bestiario latino (VIII-IX sec.)


    XII) LE SIRENE
    Dice il profeta Isaia: "La sirena e i demoni vivranno in Babilonia, mentre il riccio e l'onocentauro abiteranno nelle case dei Babilonesi".
    Le sirene, dice, sono creature mortali. Il Fisiologo le descrive così: fino all'ombelico hanno figura umana, mentre nella parte inferiore del loro corpo, fino ai piedi, prendono la fisionomia dei volatili; intonano canti melodiosi e dal dolce suono, così che la dolcezza di queste melodie accarezza l'udito degli uomini che giungono da lontano, e grazie ad una straordinaria soavità di suoni, fanno addormentare affascinandogli le orecchie e i sensi.
    Allora, quando li vedono sopiti in un sonno profondo, li assalgono e dilaniano le loro carni e fino alla loro morte; così quelle voci dal suono dolcissimo ingannano quegli uomini ignari e inesperti.
    Quelli che si dilettano nel lusso di questo mondo e nei divertimenti del teatro, rapiti dal vizio delle tragedie e delle commedie, sono dissoluti in un sonno profondo e sono fatti preda dei vizi, loro avversari.
    Etimologia. Si crede che le sirene fossero tre, in parte fanciulle e in parte uccelli, provviste di ali e artigli. Una cantava, la seconda suonava il flauto, la terza la lira. E per la musica facevano rischiare il naufragio agli inesperti naviganti. In verità furono meretrici, che portavano alla rovina i passanti: a costoro si dice che causavano naufragio. Si dice che avevano ali e artigli, perché l'amore vola e ferisce, e che dimoravano fra le onde, perchè le onde crearono Venere. (Etym. XI, III, 39)



    Da un Bestiario inglese del VIV sec.
    The Lutterell Psalter British Library, Additional MS 42130, Folio 70v
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  3. #43
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    Predefinito Re: Rif: Mostri, belve, animali nell'immaginario medievale

    Jorge Luis Borges – Margarita Guerrero


    LE SIRENE




    The Lutterell Psalter (1230-1240),
    British Library, Harley MS 4751, Folio 47v


    Nel corso del tempo, le sirene cambiano forma. Il loro primo storico, il rapsodo del dodicesimo libro dell'Odissea, non ci dice com'erano; per Ovidio sono uccelli di piumaggio rossiccio e volto di vergine; per Apollonio Rodio, dalla vita in su sono donne e dalla vita in giù uccelli marini; per il maestro Tirso de Molina (e per l'araldica), «mezzo donne e mezzo pesci». Non meno discutibile è il loro genere; il Dizionario classico di Lemprière intende che sono ninfe, quello di Quicherat che sono mostri, e quello di Grimal che sono demoni. Abitano un'isola del Ponente, non lontano dall'isola di Circe; ma il cadavere d'una di loro, Partenope, fu trovato in Campania, e dette il suo nome alla famosa città che ora porta quello di Napoli; e il geografo Strabone vide la sua tomba e assistette alle gare ginniche che periodicamente si disputavano per celebrare la sua memoria. L'Odissea riferisce che le sirene attiravano e perdevano i naviganti, e che Ulisse, per udire il loro canto e non perire, turate con cera le orecchie dei compagni, si fece legare all'albero della nave. Per tentarlo, le sirene gli offrirono la conoscenza di tutte le cose del mondo:


    … Poiché nessuno di qui passò mai, in nera nave,
    Senza fermarsi in ascolto, al miele della nostra voce;
    Ma sempre il nocchiero ne gode, e prosegue fatto più esperto.
    Tutto infatti sappiamo: quanti affanni durarono
    In Ilio spaziosa, per volontà degli dèi, Argivi e Troiani;
    E tutto quello che avviene, per tutta la terra feconda…


    Una tradizione accolta da Apollodoro, il mitologo, nella sua Biblioteca, narra che Orfeo, dalla nave degli Argonauti, cantò con piú dolcezza delle sirene, e che queste si precipitarono in mare e trasformarono in rocce: perché la loro legge era di morire, se qualcuno non avesse subito il loro fascino. Anche la sfinge si precipitò dalla rupe, quando le indovinarono l'enigma.
    Nel secolo VI, una sirena fu catturata e battezzata nel Galles settentrionale, e figurò come santa in certi almanacchi antichi, sotto il nome di Murgen. Un'altra, nel 1403, passò per la breccia di una diga, e abitò in Haarlem fino al giorno della sua morte. Nessuno la capiva; ma le insegnarono a filare, e venerava per istinto la croce. Un cronista del secolo XVI ragionò che non era pesce, perché sapeva filare, e non era donna perché poteva vivere nell'acqua.
    L'inglese distingue la sirena classica (siren) da quelle che hanno coda di pesce (mermaids). Sulla formazione di quest'ultima immagine avranno influito per analogia i tritoni, divinità del seguito di Poseidone.
    Nel decimo libro della Repubblica, otto sirene presiedono alla rivoluzione degli otto cieli concentrici.
    «Sirena: preteso animale marino», leggiamo in un dizionario brutale.


    Dal Manuale di zoologia fantastica, Jorge Luis Borges e Margarita Guerrero (Einaudi)
    Ultima modifica di Silvia; 28-09-12 alle 17:09
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  4. #44
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    Predefinito Re: Mostri, belve, animali nell'immaginario medievale

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  5. #45
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    Predefinito Re: Mostri, belve, animali nell'immaginario medievale

    Francesco Lamendola


    I BESTIARI MEDIEVALI COME TESTIMONIANZA DI UN ALTRO MODO DI ACCOSTARSI ALLA NATURA




    Bestiario di Harley, British Library, MS 4751



    L'uomo medievale pensava che l'impossibile non esiste. O, se si preferisce, pensava che quanto è impossibile all'uomo, è sempre possibile a Dio; e che, essendo ogni cosa soggetta al volere di Dio, l'impossibile può manifestarsi nella natura e fare irruzione nella vita quotidiana. La scienza medievale non aveva obiezioni di massima a ciò; solo con il tomismo, che è una forma di razionalismo tendenzialmente naturalista (per la quale l'uomo, ad esempio, sta a mezza strada fra l'angelo e l'animale), incominciano ad aprirsi le prime crepe in tale edificio; per esempio, laddove San Tommaso afferma che nemmeno Dio può far sì che ciò è accaduto, non sia stato (nella Summa Theologiae, I, XXV, 4).

    La scienza medievale, erede di quella aristotelica, non osserva la natura con la pretesa di spiegarla, ma con l'obiettivo di comprendere a qual fine avvengano i fenomeni; conosce l'esperimento, ma non lo assolutizza; conosce anche le ipotesi e le teorie, ma non ritiene che esse debbano sempre accordarsi con i fatti, perché sa che taluni fatti, benché certi, non possono essere spiegati e tanto meno sottoposti a verifica sperimentale. La scienza medioevale dà grande peso alla tradizione e all'autorità; giudica che se una cosa è stata tramandata da molte generazioni o se gode della testimonianza di una fonte autorevole, non abbia bisogno di ulteriori verifiche per essere accettata come vera o, quanto meno, come probabile: angeli e demoni esistono, ma chi li può osservare e studiare da vicino, se non il mistico, il santo e l'esorcista?

    L'ordine naturale è solo una parte della realtà: la parte visibile, la parte esperibile mediante i sensi; ma, accanto ad essa, vi è un'altra dimensione, quella preternaturale, in cui agiscono forze e spiriti di natura non umana; e, al di sopra di entrambe, la dimensione soprannaturale, che appartiene solamente a Dio. Noi le consideriamo come se fossero separate, ma in qualunque momento possono aprirsi dei varchi, e l'una può entrare di forza nell'ambito dell'altra. Prediamo il caso dell'uomo: in lui vi è una dimensione naturale, che corrisponde alla vita del corpo e, sul piano sociale e politico, segna l'appartenenza ad una comunità, ad una sovranità, a un sistema di leggi e consuetudini; ma vi è anche e soprattutto una dimensione soprannaturale, quella dell'anima, che, vivificata dalla grazia, può protendersi fino al divino, mediante la santità, o che, allontanandosi da Dio, può scegliere di precipitare nell'Inferno del peccato.

    Per gli animali vale lo stesso ordine di ragionamento: quel che di essi vediamo è solo il corpo, la dimensione sensibile; ma in essi vi è anche una dimensione ulteriore, simbolica, attraverso la quale la sapienza divina ci comunica un messaggio, che noi dobbiamo saper riconoscere; allo stesso modo, il Diavolo può servirsi di loro per aprire un varco nelle difese dell'anima e infliggere all'uomo le terribili ferite del peccato. Per secoli, ad esempio, l'arte sacra medievale ha rappresentato Gesù Cristo come un agnello sacrificale e ha visto nel gallo, che canta prima della luce diurna, il simbolo delle forze del Bene, così come nella tartaruga le forze del Male; di un pesce misterioso si serve l'arcangelo Raffaele, nel Libro di Tobia, per scacciare il diavolo Asmodeo dalla camera nuziale di Sara, così come un serpente, nel Paradiso Terrestre, induce in tentazione i primi uomini, Adamo ed Eva, spingendoli a ribellarsi al divieto divino di mangiare i frutti dell'Albero del Bene e del Male e provocando, così, la caduta morale dell'intera umanità.



    Museo Meermanno, MMW, 10 B 25, Folio 32r



    I bestiari medievali, derivati da un fortunatissimo testo apparso, in lingua greca, nel tardo Impero Romano, il Physiologus, sono una delle più caratteristiche espressioni del sapere medievale intorno alla natura, assieme ai lapidari (atlanti del mondo minerale) e agli erbari (questi ultimi, essenzialmente concepiti in funzione pratica e officinale); non oseremmo dire della scienza medievale, perché non avevano alcuna pretesa scientifica, e sia pure di quella scienza che il Medioevo conosceva e praticava, assai diversa dalla scienza moderna, post-galileiana e newtoniana (meccanicista, riduzionista, tendenzialmente materialista).
    Nei bestiari, sovente illustrati da splendide miniature, la vita e le abitudini degli animali sono accompagnate da spiegazioni di tipo moralizzante e da riferimenti alla Bibbia; più che opere di tipo scientifico – e sia pure di quella particolare forma o idea di scienza che è stata la "filosofia naturale" di aristotelica memoria – potremmo semmai parlare di un sapere popolaresco concernente la natura, alimentato da svariate tradizioni e sorretto, più che da una osservazione diretta, da un paradigma culturale basato sull'importanza fondamentale del segno e dell'allegoria, ovunque presenti nella realtà naturale come cifra di un insegnamento morale. […]

    L'aspetto più sconcertante dei bestiari medievali, per la mentalità moderna, è la disinvoltura con cui animali reali vengono descritti accanto ad animali favolosi e leggendari, come se non vi fosse alcuna discontinuità fra le rispettive categorie. Mentre per la cultura moderna una cosa è un oggetto osservato e verificato come "reale", e un'altra cosa, completamente diversa, è un oggetto d'immaginazione o di origine fiabesca, dai bestiari risulta chiaramente che l'uomo medievale rifugge da distinzioni così nette e irrevocabili; e qui torniamo a quanto dicevamo all'inizio, circa il diverso atteggiamento dell'uomo medievale rispetto a ciò che è da considerarsi possibile o impossibile. […]

    L'uomo medievale sa che il mistero è presente ovunque e, proprio per questo, non esclude nulla a priori; non dice che una cosa è impossibile solamente perché non rientra nelle sue categorie mentali; il che non equivale semplicemente a qualificarlo come un credulone, perché la sua non è solo – certo, è anche – credulità, ma una forma mentale più ampia e più elastica della nostra, imbrigliata e irrigidita da alcuni secoli di pensiero razionalista e scientista. Sfogliando le pagine di un bestiario medievale, insomma, si ricava una immagine viva e complessiva della mentalità, della psicologia e della cultura dell'uomo medievale, per certi aspetti così diverse dalle nostre, ma non necessariamente più "ingenue", qualunque cosa ciò significhi. L'uomo medievale possiede ancora l'incanto del mondo; in lui sopravvivono forme di pensiero magico, che coesistono con il pensiero logico e razionale: ancora nel Rinascimento, le due cose non si escluderanno affatto a vicenda, come prova, nell'ambito della cultura "alta", il caso dei maghi-scienziati del 1400 e 1500. […]

    Andiamoci piano, dunque, prima di concludere, dalla lettura di un bestiario medievale, che i contemporanei di Alberto Magno, di Tommaso d'Aquino, di Dante, erano dei creduloni superstiziosi, solo perché avevano un'altra maniera di guardare al mondo degli animali e, più in generale, al mondo della natura. Non è detto che la loro maniera sia da considerarsi inferiore alla nostra, anche se era, certo, molto diversa.
    Anche perché, a sostenere una cosa del genere, saremmo noi, all'interno del nostro paradigma culturale, dall'alto del quale pretendiamo di giudicare il loro; ma chissà cosa diranno del NOSTRO paradigma culturale, gli scienziati, o anche soltanto le persone comuni, fra qualche secolo o fra qualche millennio.



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  6. #46
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    Predefinito Re: Mostri, belve, animali nell'immaginario medievale

    IL BASILISCO



    Bodleian Library, MS. Bodley 764, Folio 51v



    Il basilisco è l'essere favoloso del mondo dei rettili. E' rappresentato come un serpente alato, con testa e zampe di gallo e occhi dallo sguardo che uccide. Il suo nome deriva dal greco antico e, secondo Plinio, ha probabilmente a che fare con il nome attribuito al velenoso serpente coronato, detto basiliskos o anche regulus ( piccolo re ), a causa della macchia bianca sulla testa a forma di diadema. Il basilisco nasce dall'uovo di un vecchio gallo nero deposto sul letame e covato da un rospo o da un serpente. Nel 1474 il Consiglio di Basilea condannò a morte un gallo di undici anni che, a quanto si diceva, aveva deposto un uovo. La bestia fu decapitata il 4 agosto, il suo corpo fu bruciato e anche il suo presunto uovo fu dato alle fiamme. Il basilisco dimora in grotte, sotterranei e pozzi, dove si dice custodisca tesori, ma anche nel deserto. O meglio, egli crea il deserto: ai suoi piedi cadono morti uccelli e imputridiscono i frutti.

    Scrive Plinio… "Questo nasce nella provincia di Cirenaica, e non è maggiore di dodici dita; e ha una macchia bianca in capo, a guisa di diadema. Col fischio caccia tutti i serpenti; né va come l'altre serpi avvolgendosi, ma cammina retto dal mezzo in su. Appassisce le piante non solamente col toccarle, abbrucia l'erbe e rompe i sassi. Tanta forza ha questa bestia. Dicesi ch'essendo morto con una asta da uno ch'era a cavallo, che montando il veleno su per l'asta non solo morì l'uomo, ma il cavallo ancora. Il basilisco è fuggito dall'altre serpi, perché con l'odore l'uccide; e dicesi che uccide l'uomo ancora guardandolo; nondimeno i Magi attribuiscono maravigliose lodi al suo sangue, il quale si rassoda come pece, e stemperato ha colore più chiaro che cinabro. Attribuiscongli prosperità nelle cose domandate a' principi e a' magistrati e a Dìo in beneficio e liberazione delle infermità. Alcuni chiamano questo sangue sangue di Saturno".

    Dunque il suo soffio è velenoso e il suo sguardo mortale, ma lo si può sconfiggere mettendogli davanti uno specchio e facendolo così morire del suo stesso sguardo: è l'idea del maligno che lo morde. Il malefico basilisco da chiaro specchio sfugge, per propria rovina il veleno dei suoi occhi, chi è incline a fare del male al prossimo, è giusto venga colto egli stesso dal proprio impeto assassino (Honberg, 1675).



    British library, Royal MS 12 C XIX, f. 63r


    Ma il basilisco può anche essere ucciso dalle donnole. Alcuni re, desiderando vedere morto questo rettile, ne hanno fatto la prova: si butta una donnola nella tana del basilisco ed essa lo uccide col suo odore, ma anch'essa perisce. "Ciò nonostante la bestia è bella, di un bel colore chiazzato di bianco. Ciò avviene per molte cose che sono belle, ma anche malvage...": per Pietro il Piccardo, che scrisse nel medioevo, il basilisco non poteva essere altri che il diavolo, e così la pensava la maggior parte degli scrittori del suo tempo.

    Nella Bibbia il basilisco compare come un serpente velenoso, mentre Isidoro di Siviglia lo definisce regulus volans e Ugo di San Vittore, nel suo libro dei Salmi, lo chiama rex serpentium. In Occidente è Ildegarda di Bingen (1098-1179) che, nel suo Physica, descrive per la prima volta il basilisco come un essere che nasce dall' uovo di gallo covato da un rospo. Anche Pierre de Beauvais sostiene che il basilisco nasce dall'uovo di un gallo, ma va oltre e sostiene che, per difendersi da lui, basta mettersi sotto una campana di cristallo che non lasci passare il suo soffio avvelenato.

    Il basilisco è carico di significati simbolici. In molte cattedrali romaniche e gotiche sta a simboleggiare alternativamente il diavolo e il peccato. Nei secoli XIV e XV rappresenta il tradimento degli ebrei e nel XVI secolo viene associato alla collera e alla forza. Tra i peccati capitali, rappresenta la lussuria e viene combattuto da Cristo insieme al leone e al drago. La sifilide che si diffuse nel secolo XV fu denominata "morbo del basilisco". In alchimia è simbolo del fuoco devastatore che prelude alla trasformazione dei metalli. E' anche l'immagine della morte che abbatte con feroce velocità: la falce è fulminea come lo sguardo, se non ci si pensa in tempo preparandosi con lucidità.

    Questo serpente è una immagine dell'inconscio, terribile e mostruoso per chi lo ignora e non lo riconosce, fino al punto di disintegrare la personalità.


    Materiale scovato qua e là in rete, nonché sul "Manuale di zoologia fantastica" di J. L. Borges

  7. #47
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    Predefinito Re: Mostri, belve, animali nell'immaginario medievale

    L'AQUILA


    Bodleian Library, MS. Bodley 764



    A proposito dell'aquila, sul Physiologus si legge che "quando invecchia le si appesantiscono gli occhi e le ali, e la vista le si offusca. E allora cerca una fonte d'acqua pura, e vola su nel cielo del sole, e brucia le sue vecchie ali e la caligine dei suoi occhi, e scende nella fonte, e vi si immerge tre volte, e così si rinnova e ridiventa giovane. Allo stesso modo dell'aquila deve agire l' uomo, che individuata la Parola di Dio quale fonte d'acqua viva - come dice il profeta Geremia ( 2,13 ) - deve ascendere fino al Sole di Giustizia ch'è Gesù Cristo, e lì spogliarsi dell'uomo vecchio (le penne usurate, gli occhi offuscati dalla caligine : penne e occhi, volo e vista, come simbolo di anima e intelletto ) e quindi immergersi nella fonte della parola divina tre volte, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo".

    Altri bestiari, come quello di Cambridge o quello di Gubbio, sottolineano invece il mito della "prova del sole" al quale l'aquila secondo Plinio sottopone i piccoli, per indicare come l'uomo, se davvero vuol essere figlio di Dio, debba costantemente fissare lo sguardo nel Cristo Sole di Giustizia. Dopo aver partorito i piccoli, li stringe con gli artigli e li conduce fino al sole. Gli aquilotti che riescono a fissare il sole e conservano intatta l'acutezza della vista, dimostrano di appartenere veramente alla propria natura e vengono curati amorevolmente, mentre quelli che distolgono lo sguardo vengono abbandonati a un destino di morte. Gli aquilotti sono gli uomini, portati al cospetto di Dio che accoglierà le anime degne e abbandonerà gli empi.



    British Library, Harley MS 4751, Folio 35v


    Nei bestiari d'amore l'aquila è citata invece come esempio di umiltà. Così riporta il Bestiario d'amore di Richart de Fornival (XII secolo): ".... ma mi sembra che anche voi siate provvista in misura eccessiva di quell'orgoglio che non può stare insieme ad amore: dovreste spezzarlo oppure non gustereste la gioia dell'amore. Come fa l'aquila che quando il suo becco è diventato troppo lungo, tanto da impedirle di mangiare, lo spezza e lo affila nuovamente sulla pietra più dura che riesce a trovare. Il becco dell'aquila simboleggia l'orgoglio che è contrario ad amore. Infatti si spezza il becco quando ci si umilia tanto da aprire le porte della fortezza che si trova davanti alla lingua, affinché questa possa riconoscere e concedere. Ma esistono donne che le aprono alla rovescia. Giacché esse si dissimulano completamente quando dovrebbero mettersi allo scoperto, mentre si divertono a cercare uno qualunque del quale si fidino e con il quale civettare. Io dico che questo è spezzare il becco alla rovescia. E tali donne assomigliano anche al coccodrillo…"



    British Library, Royal MS 12 C. xix, Folio 38r
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  8. #48
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    Predefinito Re: Mostri, belve, animali nell'immaginario medievale

    Franco Cardini

    L'AQUILA


    Prima parte

    Seconda parte



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  9. #49
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    Predefinito Re: Mostri, belve, animali nell'immaginario medievale

    L'ELEFANTE



    Harley Bestiary - British Library, Harley MS 4751


    Animale connotato in senso positivo in ambito magico-popolare, nell'iconografia cristiana tardo-antica del Physiologus e nei bestiari medievali l'elefante è considerato simbolo di saggezza, prudenza e forza straordinaria e, soprattutto, emblema di purezza e temperanza (lo si riteneva frigido, tanto che non poteva generare se non dopo aver ingerito, come afrodisiaco, una radice di mandragora). E' il nemico per eccellenza del serpente-drago, che rappresenta il male. Il drago attacca violentemente l'elefante, gli si arrotola intorno e lo trafigge coi denti. Ma, anche se ferito e indebolito, l'elefante crolla su se stesso e schiaccia l'avversario con il peso del proprio corpo. La femmina partorisce il suo piccolo nell'acqua di una palude, mentre il maschio fa la guardia per scacciare il serpente-drago che la minaccia. Credo sia per questo che l'elefante è anche un simbolo del battesimo.



    British Library, Sloane MS 3544, Folio 35v






    Dal Physiologus

    "Esiste nei monti un animale detto elefante. In questo animale non c'è brama di congiungimento carnale: quando vuol generare dei figli, si reca in oriente, vicino al paradiso. Ivi si trova un albero detto mandragora: vi vanno dunque la femmina e il maschio, e la femmina coglie per prima il frutto dell'albero, e ne porge anche al maschio e lo alletta, finché anche questi ne prenda, e dopo aver mangiato, il maschio si avvicina alla femmina e si congiunge con essa, ed essa subito concepisce nel ventre. Quando giunge l'epoca in cui deve partorire, se ne va in uno stagno d'acqua e vi entra finché l'acqua non le giunga fino alle mammelle, e poi in tal modo partorisce il suo figlio sull'acqua, e quest'ultimo sale sulle sue ginocchia e le succhia il seno. Mentre partorisce, l'elefante la protegge dal serpente, poiché il serpente è nemico dell'elefante, e quando l'elefante lo trova, lo calpesta e lo uccide. La natura dell'elefante è questa: se cade, non è capace di rialzarsi, perché non ha giunture nelle ginocchia. E in che modo cade? Quando vuol dormire, si appoggia ad un albero e si addormenta. I cacciatori, che conoscono la natura dell'elefante, vanno a segare parzialmente l'albero. L'animale viene così ad appoggiarvisi e cade insieme all'albero, e comincia a mandare alti barriti, e lo sente un altro elefante e viene a soccorrerlo, ma non è in grado di sollevarlo; si mettono quindi a barrire entrambi, e vengono altri dodici elefanti, e neanche questi riescono a sollevare quello caduto; allora si mettono tutti a barrire: dopo di tutti, viene un piccolo elefante, pone sotto di esso la sua proboscide e lo solleva. La natura del piccolo elefante è questa: se ardi i suoi peli o le sue ossa in un luogo, ivi non penetra alcuno spirito malvagio, né alcun drago, né alcun altro male.
    L'elefante e la sua femmina sono dunque immagini di Adamo ed Eva: quando erano nelle delizie del paradiso prima della trasgressione, non conoscevano l'unione carnale e non pensavano all'accoppiamento. Ma quando la donna ha mangiato il frutto dell'albero, cioè della spirituale mandragora, e ne ha dato anche all'uomo, allora Adamo ha conosciuto la donna, e ha generato Caino sopra le acque malefiche, come ha detto Davide: "Salvami, o Dio, perché le acque sono penetrate fino all'anima mia" . E' dunque venuto il grande elefante, cioè la Legge, e non è stato in grado di sollevarlo; poi sono venuti i dodici elefanti, cioè la schiera dei profeti, e neanche loro sono stati capaci di risollevare l'uomo caduto; dopo di tutti, è venuto il santo elefante spirituale e ha sollevato l'uomo da terra. Il più grande di tutti è divenuto lo schiavo di tutti: ha umiliato se stesso, assumendo la forma di uno schiavo, per salvare tutti.
    Bene il Fisiologo ha detto dell'elefante."





    Bodleian Library, MS. Bodley 764

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    Predefinito Re: Mostri, belve, animali nell'immaginario medievale

    Porphyrion, o la Balena Rossa

    Per cinquant'anni, tra il 498 e il 548, un enorme cetaceo o squalo terrorizzò i mari attorno a Bisanzio affondando vascelli e barche di ogni tipo.
    Misurava 30 cubiti di lunghezza (15 metri) e 10 di larghezza (5 metri): misure da balena, ma l'aggressività e la documentata attività di assalto a grandi pesci potrebbero anche far pensare a un Megalodonte sopravvissuto all'estinzione pleistocenica della specie.
    I marinai lo soprannominarono Porphyrion, forse per il colore rossastro, forse per il sangue che il suo accanimento contro i vascelli faceva versare.
    Nemmeno l'Imperatore Giustiniano, che tentò inutilmente di farlo uccidere, riuscì a liberare il mare da questo terribile flagello.
    Credendo che fosse un Leviatano in attesa del suo Giona, non pochi marinai o passeggeri furono gettati in mare all'apparire della bestia per scongiurarne l'attacco.
    Ma alla fine, chi ebbe ragione del formidabile mostro marino furono i delfini: come testimonia Procopio di Cesarea, il mostro fu visto attaccare un branco di delfini i quali lo portarono a spiaggiarsi in acque basse e melmose dove fu poi finito a colpi di scure dalla popolazione della costa che ne fece gustose salamoie.

    La morte di Porphyrion, dal capitolo "De li pesci mostruosi" della "Historia delle genti e della natura delle cose settentrionali da Olao Magno", descritta in XXII libri, nuovamente tradotta in lingua toscana, appresso i Giunti, 1565


    " in quel mezzo fu ucciso un cetaceo nomato dai Bizantini Porfirione. Contavansi già cinquant’anni se non più che questo pesce iva molestando Bizanzio ed i prossimi lidi, per verità non di continuo ma, come dava il caso, a quando a quando. E sommergeva dimolte navi, e lanciava a grandissima distanza, col suo violento impeto, i marinai di altre non poche, né Giustiniano Augusto potea con arte veruna riuscire, impresa urgentissima, ad ucciderlo: ora dirò come, allorché piacque al Nume, ne venne a capo.
    Era tranquillissimo il mare allorché immensa quantità di delfini accorsero alla foce del Ponto Eussino; comparsovi tosto il cetaceo, tutti, ove ebbero il destro, posersi in fuga, moltissimi riparando alle bocche del Sangaro; nè il mostro pago di averne addentati parecchi e di colta trangugiati, arrischiò inseguirne altri, sospintovi da fame o dall’amor di vittoria, nel che fare lasciossi imprudentemente dalla sua foga dare in terra, dove rinvenuta melma altissima, cercò del suo meglio sottrarsene; di tali conati impertanto non valsero che a vie più affondarlo.
    Gli abitatori tutti maravigliosi all'udirne accorronvi di botto, ed a colpi di scure dopo lungo penare spentolo, traggonne con grosso cordame a terra il cadavero della circonferenza non minore di cubiti dieci, e della lunghezza di trenta. Messo quindi in pezzi e divisi questi tra gli uccisori, altri di essi mangiaronli subito, e altri li posero in salamoia. "

    Procopio di Cesarea, "Istoria delle Guerre Gottiche", III, capo XXIX. (https://it.wikisource.org/wiki/Istor...erzo/Capo_XXIX)

 

 
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