Originale
Abbiamo già visto in articoli precedenti di questo blog come la società dei nostri paesi tenda a rappresentarsi come il migliore dei mondi possibili proiettando tutti i peggiori mali in un ipotetico e idealizzato "totalitarismo", eletto a idolo negativo, un totalitarismo che incarnerebbe l'esatto opposto di come la società occidentale vede se stessa. Ma abbiamo anche visto che questa è solo un'illusione psicologica perché in realtà tutto ciò che la società democratica e occidentale attribuisce all'idolo totalitario appartiene alla società stessa. I pratica si tratta di un puro esorcismo che ci permette di guardarci allo specchio e vederci belli anche se non lo siamo affatto.
A questo transfer collettivo va aggiunto un ultimo (?) capitolo che riguarda il ricorso alla violenza, in particolar modo per l'imposizione di idee a chi la pensa diversamente.
E' patrimonio comune identificare certi gruppi come "violenti" per antonomasia. Gli ultras degli stadi, per esempio, i naziskin, gli autonomi dei centri sociali. Sono questi, secondo la vulgata, coloro che portano nella società il virus della violenza e ad essi si può ascrivere ogni degenerazione, in particolare dei giovani, persuasi al ricorso alla violenza come "linguaggio" da questi gruppi.
Esclusi quindi questi elementi – che guarda caso sono quasi sempre considerati come anomalie e simpatizzanti di quel totalitarismo-idolo che l'Occidente immagina – la società nel suo insieme sarebbe di per sé non violenta.
Ancora una volta bisogna constatare che la realtà è diametralmente opposta a quella che normalmente percepiamo. Credere che la violenza, che tutta la violenza presente nella nostra società sia responsabilità di gruppuscoli i cui aderenti si contano sulle dita di una mano amputata è un'ingenuità colossale, per non dire di peggio. La violenza nella società non vi viene introdotta da elementi estranei, ma nasce dal suo interno più originale.
I violenti non sono gli ultras o i black block, ma i comuni cittadini che vogliono veder piovere calci e pugni su chi metta in discussione la proiezione comune e condivisa della società in cui vivono. Borghesi debosciati, padri di famiglia, casalinghe disperate, giovani effeminati e ragazzine disinibite sono i responsabili primi dell'esistenza della violenza, delle botte, dei pestaggi, degli omicidi a sfondo politico.
Certo, non sono responsabili attivi. E' diventato molto raro, in una cultura che rifiuta la fisicità e l'azione, che qualcuno in prima persona si prenda la responsabilità di attaccare fisicamente qualcun altro. Affinché i violenti possano guardarsi allo specchio e vedersi belli e gandhiani, il ricorso alla violenza è stato delegato a professionisti che, nel nome di tutti e per tenere tranquille le coscienze di tutti, facciano solo quello.
Parliamo di professionisti in divisa, che per due soldi, si sporcano le mani affinché il resto della mandria possa conservarle pulite.
Qui entra in gioco il ruolo delle forze dell'ordine in tutte le circostanze che hanno una matrice sociale o politica.
Non ci è di nessuna utilità ricordare come polizia o carabinieri svolgano un ruolo importante nella repressione della criminalità comune, pur con tutte le storture del caso a seconda che il criminale sia un comune cittadino piuttosto che il figlio di un banchiere.
Quello che è importante è mettere a fuoco il ricorso che le istituzioni fanno alle forze dell'ordine laddove la posta in gioco non sia il rispetto della legalità ma il pensiero sociale.
Polizia e carabinieri vengono mandati a manganellare operai in corteo che non mettono in discussione la legalità ma chiedono dignità e salario.
Polizia e carabinieri vengono mandati a manganellare studenti che non mettono in discussione la legalità ma reclamano il diritto a uno studio efficiente.
Polizia e carabinieri vengono mandati a manganellare vengono mandati a manganellare manifestanti politici che non mettono in discussione la legalità ma hanno il torto di porre domande a persone che non hanno alcuna risposta.
Tutto questo con l'aggravante della provocazione ottenuta con l'uso mirato di infiltrati – che ovviamente non sarà mai provato poiché dovrebbe essere la medesima gendarmeria a indagare su se stessa – che tra gli studenti, tra gli operai, tra i centri sociali, si mescolano alla folla dando il là a scontri con le forze dell'ordine di cui queste approfittano per coinvolgere tutti i manifestanti nella repressione e che a loro volta la politica strumentalizza per dipingere come violento e facinoroso chi voleva contestare, magari in modo tutt'altro che rivoluzionario, una semplice ingiustizia.
Ogni volta che si cerca un "violento" in questa società noin è necessario cercarlo tra gruppuscoli underground o frange estremiste o curvaioli da stadio o studenti nullafacenti. E nemmeno dobbiamo cercarli nelle caserme dei carabinieri o i commissariati di polizia, lì troveremo solo esecutori materiali di una volontà che è concepita altrove.
Ogni volta che si cerca un violento è sufficiente guardare la persona più normale, più banale, più scialba che incontriamo per strada, sull'autobus, a scuola, al bar. Basta cercare tra i propri vicini in pantofole, tra i propri colleghi in giacca e cravatta, tra i nostri amici in maglioncino e scarpe firmate.
La violenza non è "altra" alla società occidentale che cerca di esternalizzare ogni proprio male verso un Moloch che non esiste. La società è violenta perché l'Occidente non la concepisce altrimenti.






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