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Discussione: Geopolitica

  1. #3651
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    Predefinito Re: Geopolitica

    il problema è che qui si sta cercando un conflitto mondiale vero (per la serie, le guerre mediorientali e le scaramucce centrafricane non bastano più)

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  2. #3652
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    Predefinito Re: Geopolitica

    Conflitto permanente.
    Cercasi coiffeur.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  3. #3653
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    Predefinito Re: Geopolitica

    Citazione Originariamente Scritto da sciadurel Visualizza Messaggio
    il problema è che qui si sta cercando un conflitto mondiale vero (per la serie, le guerre mediorientali e le scaramucce centrafricane non bastano più)
    Tutto perché la seconda non è finita come doveva .
    Il Silenzio per sua natura è perfetto , ogni discorso, per sua natura , è perfettibile .

  4. #3654
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    Predefinito Re: Geopolitica

    Attacco chimico a Douma: se gli jihadisti scagionano Assad
    Attacco chimico a Douma? Strano strano: l’Osservatorio siriano per i diritti umani, totalmente consegnato alla causa del regime-change in Siria, quindi non certo uno strumento in mano ad Assad, non dà alcuna notizie dell’asserito attacco chimico che sarebbe avvenuto a Douma, presso Ghouta orientale. Attacco che l’Occidente attribuisce ad Assad.
    L’Osservatorio è dedito alla propaganda contro il governo siriano. I suoi oppositori lo accusano di Inventarsi o distorcere notizie alla bisogna; un po’ come quando si narrava che i comunisti mangiavano i bambini.
    Allo scopo si avvale di fonti sul campo, fonti jihadiste, ovvio, e terroriste. Ha quindi un rapporto diretto con gli attori presenti nel teatro di guerra. Nel caso specifico, la banda Jaysh al-Islam, finanziata e armata dall’Arabia Saudita, che controllava Douma.
    Il resoconto dell’Osservatorio siriano dei diritti umani
    Bene, l’Osservatorio dedica alle interna corporis di Douma tantissimi articoli, di cui cinque solo oggi (almeno fino al momento in cui abbiamo realizzato questa piccola nota), dettagliando cosa è successo nel quartiere assediato di Damasco.
    Note in cui si narra che ci sono stati pesanti bombardamenti da parte delle forze russo-siriane, e che in seguito a queste la popolazione civile si è ribellata agli jihadisti e gli ha chiesto di accettare l’accordo proposto dai loro nemici e di abbandonare il quartiere.
    Hanno persino manifestato sotto la casa del capo della milizia, per fargli capire che doveva sloggiare.
    Magnanimamente, i jihadisti alla fine hanno accettato, spiegando in un comunicato che lo facevano per il bene della popolazione civile. E ora pare che stiano andando via, sotto la “pressione popolare”, imbarcati su 26 autobus messi a disposizione da Damasco. Saranno destinati ad un’altra zona della Siria controllata da altri jihadisti.
    Bene, in nessuno di questi articoli si parla di gas tossico, attacco chimico o quanto altro. Solo in un articolo del 7 aprile si accenna a “11 persone, tra cui almeno 5 bambini, soffocate, dopo il bombardamento di un aereo da guerra”.
    Al di là della veridicità o meno della notizia (l’Osservatorio non è molto attendibile, per usare un eufemismo), resta che non parla di gas, ma di generici sintomi di soffocamento di 11 persone.
    Va da sé che se si lancia un attacco chimico i sintomi sono ben più gravi e le persone colpite risulterebbero in numero ben maggiore.
    Inoltre, di solito, le notizie riguardanti gli asseriti attacchi chimici del passato erano corredate con foto raccapriccianti. In questo caso di foto ne sono circolate pochine e tutte molto più che generiche: potrebbero essere state scattate ovunque.
    Quella che circola di più inquadra un bambino con un respiratore, mentre la sua compagnetta non ha nulla, se non legittima paura. Foto che non provano nulla insomma, se non l’innocenza violata dei bambini in questa sporca guerra.
    Una sporca guerra che si alimenta di menzogne. I siti russi rilanciano le dichiarazioni della Croce rossa siriana, che dice di non aver trovato tracce di gas a Douma.
    E in realtà, non si capisce perché i jihadisti incistati nel quartiere non hanno denunciato quell’attacco nel comunicato rivolto ai cittadini di Douma che l’Osservatorio siriano per i diritti umani riporta tutto nel dettaglio: non una riga sull’asserito attacco chimico.
    Perché tacere? Si poteva ben denunciare che a seguito dell’attacco chimico avevano deciso di andar via…
    Si noti che questo articolo, e soprattutto il comunicato degli jihadisti, è successivo all’attacco in cui L’Osservatorio denuncia i presunti sintomi di soffocamento. Non una riga su gas e attacchi chimici. Nemmeno una…
    Vuoi vedere che si sono inventati tutto?
    Ps. Ovvio che da oggi tutto può cambiare e magari anche sul sito dell’Osservatorio scorreranno fiumi di inchiostro su gas e quanto altro. Ma il dato rilevato resta. E conferma quanto scritto stamane: la storia dell’attacco chimico è una messinscena costruita ad arte per attaccare Assad.
    Piccole Note -Attacco chimico a Douma: se gli jihadisti scagionano Assad



    LA “NARRATIVA” EBRAICA PERDE COLPI
    Maurizio Blondet
    Il 29 marzo, il Jerusalem Post ha raccontato come due F-35 israeliani, partiti da Israele, fossero riusciti a sorvolare lo spazio aereo dell’Iran senza essere percepiti né dai radar iraniani né da quelli russi in Siria, facendo appunto onore alla loro “invisibilità”. Il racconto ha avuto subito una smentita dai comandi russi, che “vedono” ogni aereo non solo che passa sulla Siria, ma che decolla da Israele, ed hannno qualificato la notizia come “totalmente stupida”.
    Altri esperti hanno espresso dubbi; ma ora la smentita definitiva viene dalla rivista americana più autorevole del settore, The Aviationist. Qui, l’esperto David Cenciotti ha spiegato perché l’affermazione israeliana “non ha alcun senso”.
    Nessun F-35 ha sorvolato l’Iran
    Anzitutto, l’autonomia degli aerei, 2 mila chilometri, non permette di fare andata e ritorno da Sion all’Iran senza scalo né rifornimento in volo, come ha preteso il Jerusalem Post, in assetto “furtivo”: ossia senza i serbatoi supplementari esterni, che ne annullano l’invisibilità.
    Segue una complessa illustrazione tecnica per cui “la massiccia presenza di radar russi” è “in grado di identificare i decolli dalle basi israeliane in tempo reale e di utilizzare i dati raccolti per “marcare” la segnatura dell’F-35 a lunghezze d’onda specifiche, come hanno già fatto con i F-22 americani. Il che obbliga la forza aerea israeliana (IAF) ad adattarsi allo F-35 invece che adattare lo F-35 alla propria flotta, essenzialmente (se ho ben capito) facendo volare caccia attorno al presunto invisibile per nasconderne le tracce. Infatti, “dicono allo IAF, l’obiettivo è di utilizzare lo F-35 per migliorare gli aerei di quarta generazione che voleranno attorno all’F-35”.
    Un aereo invisibile che ha bisogno di essere accompagnato da aerei visibili non è una novità. Nella guerra del Kossovo, 1999, gli USA bombardarono la Serbia con i B-2, “invisibili”. Ma come ricorda Philippe Grasset, le forze d’interevento francesi, che avevano un loro autonomo sistema di sorveglianza radar, li riconoscevano da lontano dalla enorme traccia radar che lasciavano non i B-2, ma la flotta di aerei di protezione, di sostegno, di contromisure elettroniche che lo accompagnavano, Anche lo F-35 non è mai stato visto volare senza almeno un F-16 di compagnia.
    Torniamo ad Aviationist: oltretutto, scrive Cenciotti, il rischio di far identificare un prezioso F-35 (che definisce “aereo immaturo”) in una missione puramente dimostrativa sarebbe un gioco che non vale la candela. E poi, se una simile operazione di sorvolo invisibile fosse stata realizzata davvero, è altamente improbabile che sarebbe stata divulgata. Infine la fonte della notizia. Il Jerusalem Post l’ha ripresa dal giornale kuwaitiano Al-Jarida, “considerato generalmente nel mondo arabo come la piattaforma israeliana per trasmettere messaggi ad altri nel Medio Oriente”.
    Piuttosto, c’è da porre la domanda: come mai Israele ha sentito il bisogno di sparare una falsità così grossa e in modo così maldestro? Forse doveva”mostrare al mondo, e agli avversari regionali, che la sua forza aerea manteneva la capacità di operare liberamente all’intero degli spazi aerei siriani e iraniani, dopo la perdita dell’F-16” abbattuto dalla contraerea siriana (con l’aiutino russo) a febbraio scorso?
    E’ una domanda che chiama in causa la ben nota psichiatria ebraica, che va dall’eccessiva facilità ad agire sotto “stress PRE-traumatico” al complesso di onnipotenza ed alla “proiezione” fantasmatica dell’uno e dell’altro complesso sulla realtà. Il senso di invulnerabilità che permetteva all’aviazione israeliana di fare quel che ha voluto nello spazio aereo siriano, libanese e giordano, è adesso minato dalla presenza dei radar russi; l’abbattimento dell’F-16 deve aver portato al delirio la frenesia psichica del popolo eletto, dei suoi militari; si sentono nudi e indifesi.
    “Fake News” auto-consolatorie
    Occorreva trovare subito una compensazione-gratificazione; e mentre un bambino si succhia il pollice e o una signorina si compensa delle frustrazioni con un dolcetto, Sion ricorre alla sua “narrativa”. Una narrativa che impera con successo da quasi tre millenni, che ha costituito la grandiosa credibilità della Torah, supplendo alla carenza di dati storici reali con racconti eccezionalmente affidabili sull’Esodo, Re David, Salomone e il suo tempio (di cui gli archeologi non trovano un resto); che continua a dominare il mondo occidentale anche oggi (vedi Shoah) attraverso il controllo dei media e della fabbrica dei sogni di Hollywood. Non a caso Shamir li ha definiti “i Padroni del Discorso”.
    La storia falsa dell’F-35 sull’Iran segna però una novità. La “narrativa” ebraica è stata sempre diretta, e con molta arte, verso i goym, per mantenere i loro sensi di colpa e far apparire Israele debole vittima innocente di nemici ferocissimi, bisognosa di armamenti e finanziamenti senza fine ; la guerra dell’informazione essendo parte integrante – e forse la maggiore – della guerra tout court. Questa invece sembra una storia inventata per consolare e rassicurar se stessi.
    Lo conferma un altro fatto: il 20 marzo scorso il governo israeliano ha rivendicato pubblicamente (cosa che non aveva mai fatto prima) di aver distrutto con la sua aviazione una ”centrale atomica siriana” costruita “con l’aiuto della Corea del Nord” – nel 2007. Una rivendicazione 11 anni dopo, cosa significa? “La potenza della nostra armata, della nostra aviazione e delle nostre capacità di intelligence si sono fortemente rinforzate rispetto al 2007: ciascuno in Medio Oriente ha interesse a tenerne conto”, ha scandito il ministro della difesa Avigdor Liberman. Immagino, succhiandosi il pollice. Tanto più che è quasi certo che tutta la storia della “centrale atomica siriana” sia un’invenzione escogitata dall’allora capo del Mossad per gli esteri, Meir Dagan, per trascinare gli USA all’intervento diretto in Siria. Narrativa ebraica, insomma. O “fake news”, come si dice oggi.
    Il preteso sito nucleare siriano distrutto nel 2007.
    https://israelpalestinenews.org/isra...vention-syria/
    Anche Netanyahu diventa sempre più maldestro nei suoi tentativi di disinformazione e commette errori di comunicazione, come dimostra da ultimo il suo annuncio che manderà 16 mila immigrati africani “in Italia e Germania”. I media servili devono esercitare tutta la loro buona volontà per coprire i crimini israeliani, per esempio chiamando “violenti scontri” quelli organizzati dai manifestanti di Gaza, per giustificare l’assassinio da parte di cecchini israeliani di 17 ragazzi; quando nessuno “scontro fisico” ravvicinato c’è stato, ma una battuta di caccia al palestinese (“di passo” a postazione fissa, come la caccia al cinghiale dei nobili) con uccisioni mirate a distanza – cosa documentata da video e foto e che non ha potuto essere nascosta del tutto alle opinioni pubbliche europee.
    Un motivo alla narrativa affrettata, consolatoria e fallace, è stato da qualcuno trovata nei Patriot. Sì, nei missili anti-aerei Patriot Made in USA che da un ventennio almeno “proteggono” Israele da ogni possibile attacco con razzi e missili lanciati dai Nemici. Giusto il 25 marzo, le forze houti yemenite hanno lanciato sette missili contro Ryad e l’Arabia Saudita ha annunciato di averli intercettati tutti coi suoi Patriot. “E’ falso”, ha scritto Jeffery Lewis su Foreign Policy del 28 marzo, “e non solo perché la caduta di frammenti ha ucciso a Ryad almeno una persona e ne ha mandati all’ospedale quattro”. La scusa che i sauditi non sono capaci di manovrare correttamente i Patriot non regge: la Raytheon, la casa costruttrice, fornisce al regno wahabita, “ex soldati americani” per operare il sistema.
    “Ciò solleva delle domande scomode non solo per i sauditi, ma per gli Stati Uniti”, scrive Lewis: “sembra che abbiamo venduto loro – ed anche al pubblico americano – un rozzo simulacro di sistemi antimissile”.
    Ma i Patriot, poi, funzionano?
    Proprio così. Dedefensa ricorda come già durante la prima guerra del Golfo (1990-91) l’allora ministro della Difesa israeliano Moshe Arens aveva segnalato a Bush che della presunta nuvola di centinaia di (vecchi) Scud che Saddam diceva di aver lanciato su Israele, secondo la narrativa ufficiosa meno del 20% ne erano stati intercettati dai Patriot, prendendosi un rabbuffo dal presidente Bush (senior); ma che in realtà il tasso va ridotto allo 0%, dato che tutti i 39 Scud che Saddam lanciò effettivamente raggiunsero Israele. Nella seconda guerra del Golfo, 2003, i Patriot riuscirono ad abbattere due aerei: un Tornado della RAF il 23 marzo 2003, e un F/A-18 della US Navy il 3 aprile seguente, perché – scrisse il Guardian – il Patriot “ha difficoltà a distinguere gli amici dai nemici”. Si domandava, il Guardian, se quelli “fossero i soli due aerei che i Patriot abbiano mai abbattuto”.
    Patriot. Difficoltà a distingue amici e nemici.
    Poco male, per tutti questi anni. Finché la Superpotenza e il suo falso agnello sionista si sono misurati con forze armate di poveri e piccoli stati arretrati, sprovvisti di missili moderni e di radar e aviazione degni di questo nome. Il Patriot forniva la dovuta sicurezza “narrativa”, i sauditi, i servetti NATO e i polacchi li compravano con grande profitto per Raytheon. Fino al giorno in cui in Siria è comparsa la Russia e i suoi armamenti, dagli S-400 ai radar a bassissima frequenza. Da quel momento, i Patriot si sono rivelati una “impostura tecnologica” e pure molto invecchiata, essendo in commercio dagli anni ’90. E non parliamo nemmeno degli invisibilissimi F-35.
    Da qui le frenetiche invenzioni di Sion, elaborate male perché nel panico e in pieno delirio di vulnerabilità, auto consolatorie più che rivolte all’esterno. Grasset giunge a dire: Sì, il “dominio mediatico” è diventato uno dei fronti della guerra di nuovo tipo, almeno tanto importante quanto il dominio nella spazio, dice il generale Gerassimov, capo di stato maggiore. E i “Padroni del Discorso” lo dominano, come sappiamo. Ma il problema è se ormai il “dominio mediatico” è diventato il “solo” dove hanno dominanza totale, e se esso può sostituire tutti gli altri…
    https://www.maurizioblondet.it/la-na...a-perde-colpi/

    Altolà cinese a Trump! La solidarietà eurasiatica si dispiega per proteggere Damasco!
    "Nessun uso unilaterale di forza militare é concepibile o tollerabile nei confronti della Siria prima che una accurata, approfondita e imparziale indagine sia stata condotta su quanto è avvenuto".
    Con queste parole il Portavoce del Ministero degli Esteri di Beijing, Geng Shuang, ha dato un sonoro "ALT" alle masturbazioni militari americane.
    "Attacchi portati a caso, sulla base di pregiudizi, non porteranno a niente", ha rincarato il rappresenante della Repubblica Popolare Cinese.
    Lo schieramento "diplomatico" di Beijing a fianco di Damasco é importante almeno quanto quello militare effettuato dalla Russia: coi due giganti d'Eurasia compatti a sua difesa la Repubblica Siriana può stare sicura.
    La Cina sulla Siria ha sempre tenuto un basso profilo ma nondimeno ha sostenuto la causa del Governo legittimo ogni volta che ciò si é reso il necessario, sia in sede ONU che in altre maniere, ad esempio con la fornitura discreta di materiali militari avanzati e con la promessa di investimenti per la ricostruzione postbellica.
    https://palaestinafelix.blogspot.it/...rieta.html?m=1

    Pechino dà l'ordine: navi cinesi al fianco dei russi in caso di attacco in Siria
    Le navi da guerra cinesi di stanzia nel Mediterraneo hanno ricevuto l'ordine di raggiungere la marina russa nel caso di un imminente attacco in Siria.
    Francesco Manta
    Pechino avrebbe dato l'ordine alle proprie navi da guerra presenti nel Mediterraneo di ricongiungersi con la marina russa, nell'eventualità di un imminente attacco in Siria.
    Le navi, presenti nel Mediterraneo perché parte di un contingente inviato per delle esercitazioni militari congiunte tra Mosca e Pechino, avrebbero ricevuto l'ordine ad avviarsi verso il porto siriano di Tartus, base navale russa, e congiungersi con le forze del Cremlino per respingere l'eventualità di un attacco da parte della coalizione occidentale.
    D'altro canto, anche l'Iran sta muovendo le sue pedine: gli alti ufficiali di Teheran, rimasti feriti in uno scontro nel raid israeliano presso la base siriana T4 di Homs, sarebbero in procinto di posizionare in allerta i loro sistemi missilistici strategici.
    Nel contesto di una guerra per procura generalizzata, e dalla contesa regionale tra Israele, Arabia Saudita ed Iran, lo scenario appare sempre più compromesso.
    La notizia è giunta dopo che, la scorsa notte, il Pentagono aveva dato ordine alla propria marina di posizionare le navi da guerra americane di fronte a Latakia, base aerea russa, in pieno atto di provocazione verso Mosca.
    Pechino dà l'ordine: navi cinesi al fianco dei russi in caso di attacco in Siria


  5. #3655
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    Predefinito Re: Geopolitica

    I sionisti sono produttori abituali di notizie false.
    Ci campano. E ci prosperano.
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  6. #3656
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    Predefinito Re: Geopolitica

    Citazione Originariamente Scritto da Eridano Visualizza Messaggio
    I sionisti sono produttori abituali di notizie false.
    Ci campano. E ci prosperano.
    Sanno bene poi infiltrarsi ovunque .Per questo non mi fido mai del tutto pure di cinesi e russi .Gli unici che erano a loro veramente allergici, tedeschi e simili , ora sono lobotomizzati .
    Il Silenzio per sua natura è perfetto , ogni discorso, per sua natura , è perfettibile .

  7. #3657
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    Predefinito Re: Rif: Geopolitica

    L’Ungheria pubblica la lista dell'”esercito di Soros”
    FRANCESCO MANTA
    Una rivista ungherese ha pubblicato giovedì più di 200 nomi di persone che sostiene siano probabilmente parte di un gruppo che il primo ministro Viktor Orban chiama “mercenari” pagati dal filantropo miliardario americano di origini magiare, George Soros, per rovesciare il governo.
    Quelli nella lista settimanale Figyelo includono membri di organizzazioni per i diritti come Amnesty International, l’Osservatorio Transparency International, sostenitori dei rifugiati, giornalisti investigativi, docenti e funzionari della Central European University di Soros fondata a Budapest.
    Il mese scorso, il signor Orban ha detto che il governo conosceva i nomi di circa 2.000 membri dell ‘”esercito mercenario di Soros“, pagato per “lavorare per far cadere il governo“. “Sappiamo precisamente chi sono queste persone, conosciamo i nomi…e come e perché stanno lavorando per trasformare l’Ungheria in un Paese di immigrati“, ha detto Orban il 30 marzo alla radio di Stato.
    Lunedì, un portavoce di Fidesz ha dichiarato che una delle prime leggi approvate dal nuovo parlamento potrebbe essere una legislazione che autorizzerebbe il governo a vietare le ONG che sostengono la migrazione e rappresentano un “rischio per la sicurezza nazionale“.
    La proposta di legge, soprannominata “Stop Soros” dal governo prima del voto, fa parte della stridente campagna anti-immigrazione di Orban rivolta al finanziere statunitense nato in Ungheria George Soros, la cui filantropia mira a rafforzare i valori liberali e di frontiera aperta.
    Un portavoce di Fidesz ha detto lunedì alla radio di stato: “Dopo la Costituzione del parlamento, alla fine di aprile…all’inizio di maggio, nella prossima sessione parlamentare, possiamo iniziare a lavorare…ciò che è necessario nell’interesse del Paese potrebbe essere il pacchetto legale Stop Soros“.
    Orban ha detto martedì che il pacchetto legislativo “Stop Soros” presentato dal governo prima delle elezioni è stato tacitamente approvato dagli elettori. Le nuove leggi, che potrebbero essere approvate a maggio, potrebbero seriamente ostacolare le attività dei gruppi civici che lavorano con richiedenti asilo e rifugiati. “Ci sentiamo autorizzati ad approvare la legge”, ha detto Orban.
    La vittoria potrebbe incoraggiare Orban a mettere più muscoli in un’alleanza centro europea contro le politiche migratorie dell’Ue, collaborando con altri nazionalisti di destra in Polonia e in Austria, ed esponendo ulteriormente le crepe nell’Unione europea.
    L'Ungheria pubblica la lista dell'"esercito di Soros" - Gli occhi della guerra



    Siria 1957: False Flag e la storia che si ripete
    SIRIA: IL PRECEDENTE
    È il 1957; il Presidente americano Eisenhower e il Primo Ministro britannico Mcmillan decidono che è arrivato il momento di un “regime change” in Siria.
    Shukri al-Quwatli, il presidente siriano che aveva vinto le prime elezioni democratiche, l’eroe dell’indipendenza, non era più affidabile; si stava avvicinando troppo alla Russia, e Washington e Londra non potevano correre il rischio di perdere il controllo del petrolio siriano.
    E così furono messi in campo Cia e Sis per studiare la soluzione migliore. E fu trovata: scatenare una serie di attentati terroristici a Damasco facendo finta che ci fosse una rivolta in corso; compiere alcuni omicidi mirati sulle figure più influenti del governo e una serie di provocazioni alle frontiere turca, irachena e giordana che spingesse quelle nazioni ad intervenire.
    CIA e SIS avrebbero dovuto usare “le loro capacità sia nel campo psicologico che in quello dell’azione”. Tra gli uomini del governo siriano da uccidere, il primo era Afif al-Bizri, il capo di Stato Maggiore accusato di essere un uomo di Mosca. Il piano per il “regime change” prevedeva il finanziamento ad un “Comitato Siriano Libero” e armi a “fazioni politiche paramilitari”; gli antesignani degli attuali “Ribelli moderati”. L’operazione, ormai approvata ed esecutiva, si arenò per la rinuncia di Iraq e Giordania a scatenare una guerra in Medio Oriente.
    La storia del tentato golpe in Siria emerse qualche anno fa dai documenti privati di Duncan Sandys, Segretario alla Difesa del Premier britannico e pubblicati dal Guardian. È impressionante la similitudine con ciò che sta accadendo oggi; ma in fondo non c’è nulla di nuovo né in Siria né altrove.
    FALSE FLAG: MANIPOLARE E DESTABILIZZARE
    Quello che allora non si realizzò, si è realizzato molte altre volte. Si chiama False Flag ed è una delle tecniche con cui scatenare guerre, regime change o perseguire disegni geopolitici senza incorrere in apparenti violazioni del Diritto internazionale o in pressioni contrarie dell’opinione pubblica.
    I False Flag sono operazioni segrete attraverso le quali un Governo o un’Agenzia d’Intelligence commettono atti di terrorismo, assassinii mirati, destabilizzazioni per far ricadere la colpa sui nemici o avversari e così legittimare una propria azione aggressiva.
    Dopo la Seconda Guerra Mondiale sono state le potenze occidentali quelle che hanno fatto il maggior uso di False Flag. Britannici, israeliani e americani ne sono diventati i maestri.
    Dagli attentati nel 1946 del M16 contro le navi che trasportavano gli ebrei in Palestina, attribuendoli ad una fantomatica organizzazione palestinese; all’Operazione Susannah, con cui nel 1954 Israele compì una serie di attentati in Egitto per far ricadere la colpa sui Fratelli Mussulmani e bloccare l’avvicinamento americano a Nasser.
    Il colpo di Stato della Cia in Iran del 1953, per sostituire il Primo Ministro nazionalista Mossadeq con lo Scià, fu preceduto da una serie di attentati contro leader religiosi organizzati dagli americani e attribuiti a fazioni comuniste per destabilizzare il Paese.
    Molti piani approvati dai governi rimasero poi sulla carta, come il Piano Northwoods con cui nel 1962 gli Usa cercarono il casus belli per invadere Cuba progettando attentati contro esuli cubani da parte di finti terroristi castristi.
    Con la «Guerra preventiva» di Bush e Obama, i false flag sono diventati narrazione, storytelling, pura fiction ad uso del mainstream globale
    FALSE FLAG DI BUSH E OBAMA
    Nel nuovo secolo, i False Flag sono diventati lo strumento preferito di Washington per manipolare l’opinione pubblica e legittimare false guerre umanitarie. Anzi di più. Con la teoria della “Guerra Preventiva” di Bush continuata da Obama, i False Flag si sono trasformati in narrazione, storytelling, pura fiction ad uso del mainstream globale.
    E così è bastato andare all’Onu a mostrare in mondovisione una fialetta di antrace preparata dalla Cia dicendo che era stata trovata in Iraq, per legittimare l’invasione di quel Paese.
    Oppure consegnare ai media finti report su presunti crimini di Gheddafi commessi (o addirittura da commettere) contro innocenti “ribelli moderati” finanziati dall’Occidente per creare lo sdegno internazionale affinché la Nato potesse radere al suolo la Libia ed eliminare lo scomodo dittatore che faceva affari con tutto l’Occidente.
    La Siria è oggi il teatro della grande manipolazione con cui l’Occidente e i suoi alleati sunniti cercano di abbattere un governo non allineato. E i leggendari “bombardamenti chimici” di Assad sono i più straordinari False Flag degli ultimi anni.
    IL PRECEDENTE DI KHAN SHAYKHUN
    Già a Khan Shaykhun un anno fa, la storia della armi chimiche di Assad fu utilizzata in un’operazione mediatica senza precedenti; un’operazione a cui l’Onu, alla fine, ha dato legittimità producendo un rapporto incredibile per incongruenze e inaffidabilità; un rapporto redatto dal JIM (il Joint Investigative Mechanism) nel quale si ammette per esempio che gli esperti “non hanno mai visitato il luogo dell’incidente avendo deciso di soppesare i rischi per la sicurezza contro i possibili vantaggi per l’inchiesta”.
    In cui si dichiara che l’intero documento è stato costruito sulla base di relazioni, immagini redatte da “fonti aperte” in un’area che ricordiamolo, era sotto il controllo dei ribelli di Al Nusra e dei miliziani di Al Qaeda.
    Un rapporto che riconosce (ma decide di non indagare) incongruenze come quella delle molte vittime ricoverate negli ospedali in orari precedenti a quello del presunto bombardamento (p. 28-29).
    Un rapporto che decide di non tenere conto di una serie di studi di esperti indipendenti che sono giunti a conclusioni completamente diverse come quello clamoroso di uno scienziato del Mit di Boston che abbiamo pubblicato qui.
    Un rapporto che si dice “sicuro” che la Siria sia responsabile di un attacco chimico ma che per esempio alla pagina 22, ammette che ad oggi il JIM “non ha trovato informazioni specifiche che confermino che un SAA Su-22 operante dalla base aerea di Al Shayrat (quella che poi bombardò Trump per rappresaglia) abbia lanciato un attacco aereo contro Khan Shaykhun il 4 aprile 2017″.
    Il bombardamento di Douma sembra far parte della stessa identica narrazione: ci sono alcuni video che girano in rete e sul mainstream terribili di bambini morti ma senza alcuna reale elemento di identificazione e per chi volesse approfondire la questione lasciamo l’articolo di Sebastiano Caputo che da quella regione è tornato pochi giorni fa.
    È curioso che in entrambi i casi, l’attacco chimico di Assad avvenga quando l’esercito siriano sta per vincere la battaglia contro i ribelli e quindi non avrebbe alcun motivo di utilizzare armi che in termini tattici sono del tutto inutili (un retaggio della Prima Guerra Mondiale) ed in termini mediatici disastrose per chi le usa (mentre al contrario utilissime per chi le subisce).
    Ed è curioso anche che ogni volta, l’attacco si materializzi subito dopo che Trump ha annunciato cambi di politica in Siria: un anno fa, subito dopo dopo aver dichiarato che Washington non era più interessato all’allontanamento di Assad e ora 6 giorni dopo aver annunciato il ritiro delle truppe dalla Siria. Ed ogni volta, puntualmente, un oscuro e inspiegabile attacco chimico del regime impone a Washington e all’Occidente di riaprire la crisi con Assad. Sembrano False Flag da manuale.
    GIÙ LE MANI DALLA SIRIA
    Assad sta vincendo la guerra, Putin sta scombussolando i piani del nuovo Medio Oriente progettato da Occidente, Arabia Saudita e Turchia. L’America rischia di uscire a pezzi dai 20 anni di errori, guerre criminali e arroganti tentativi di ridisegnare la regione compiuti da Bush e Obama su ordine dell’élite neo-con che ha dominato Washington in questi anni.
    Trump, nonostante i toni bellicosi da cowboy di frontiera, sta provando ad arginare la pressione dell’élite globalista e del Partito della guerra che imperversa nei media e dentro il Deep State. Ma non è detto che ce la faccia. Ed è proprio nella lotta interna alla democrazia Usa che si gioca la partita della Siria e il futuro equilibrio del mondo.
    Siria 1957: False Flag e la storia che si ripete ? Il blog di Giampaolo Rossi

    video
    http://www.la7.it/laria-che-tira/vid...04-2018-238940

    Ecco come l’esercito russo ha colpito i droni Usa in Siria
    LORENZO VITA
    L’esercito russo ha bloccato alcuni droni militari statunitensi che operano nei cieli della Siria, incidendo seriamente sulle operazioni militari americane.
    La rivelazione, fatta da alcuni funzionari della Difesa statunitense alla Nbc, dimostra che il confronto tra Russia e Stati Uniti, in Siria, è già ampiamente attivo. Seppur nei limiti della bassa intensità.
    Secondo quanto rivelato dai funzionari Usa, i russi hanno iniziato a bloccare alcuni droni statunitensi diverse settimane fa. Le fonti americane affermano che questi attacchi contro i droni siano avventi in concomitanza con i segnali di presunti attacchi chimici nella Ghouta orientale. In pratica, i droni servivano alle forze americane per analizzare il campo di battaglia e ricercare prove e risultati di questi attacchi con gas letali.
    L’esercito russo, preoccupato che i militari degli Stati Uniti potessero reagire alle risultanze degli attacchi con gas tossici da parte delle forze dell’esercito siriano, avrebbe iniziato a bloccare i sistemi Gps dei droni che operano nell’area. Un’operazione che, al netto della cause reali, dimostrerebbe comunque una debolezza dei reparti statunitensi che utilizzano questi velivoli sempre più frequentemente.
    Il bloccare o interferire sulla ricezione da parte di un drone di un segnale lanciato da un satellite Gps può essere molto semplice, secondo Todd Humphreys, direttore del Radionavigation Laboratory presso l’Università del Texas ad Austin. Un’operazione tutto sommato semplice, in cui i russi sono divenuti nel tempo molto esperti, e che per Humphreys potrebbe avere un impatto significativo sui droni statunitensi, causandone il malfunzionamento o addirittura l’arresto. Per gli operatori a terra, potrebbe diventare un incubo. Il drone non solo può scomparire dai radar, ma non rispondere ai comandi. Di fatto, diventerebbe una mina vagante.
    Secondo in funzionari Usa, questa tattica russa è già stata utilizzata dalle forze russe, con successo, in Ucraina. I russi, già quattro anni fa, riuscivano dalla Crimea a deviare i segnali dei droni riuscendo a intaccare le manovre di questi oggetti così importanti nelle guerre contemporanee.
    La Siria dunque è un teatro di una guerra altamente tecnologica. E per gli Stati Uniti non arrivano notizie positive. Il fatto che i loro droni, divenuti fondamentali in molti teatri di guerra, siano vulnerabili alle tecnologie di Mosca, rappresenta un handicap importante. Per decenni, gli Stati Uniti hanno mostrato una superiorità tecnologica che sembrava avesse raggiunto un gap quasi incolmabile con gli avversari. Invece, Russia e Cina, primi avversario della geopolitica Usa, stanno velocizzando il loro processo di riduzione di questo gap. Spesso il Pentagono ha detto che Mosca e Pechino hanno ormai livelli tecnologici all’avanguardia.
    Ecco come l'esercito russo ha colpito i droni americani in Siria

    In Siria ora cambia lo scenario: Israele e Russia sempre più lontane
    FRANCESCO MANTA
    I toni del dialogo, almeno da parte russa, si sono inaspriti. Questa affermazione era di per sé un punto di partenza dalla precedente linea stabilita dal Cremlino, che consisteva nel lasciare passare le operazioni militari di Israele senza commenti. Allontanandosi da questa consuetudine, il ministero della Difesa russo ha riferito che due caccia israeliani F-15 hanno effettuato un attacco aereo missilistico guidato sulla base aerea T-4 di Homs dallo spazio aereo libanese.
    I rapporti tra Israele e Russia, nell’ambito del contesto siriano, potrebbero subire un’inversione di tendenza, a seguito dell’ultimo raid aereo condotto dall’IDF lo scorso 9 aprile sulla base T-4, a seguito del quale sono stati feriti 14 ufficiali siriani. Si dice che la Siria abbia intercettato 5 degli 8 missili sparati, mentre tre hanno colpito nella parte occidentale della base.
    I ministeri della Difesa e degli Esteri russi hanno chiaramente richiesto ai propri omologhi israeliani spiegazioni per il gesto compiuto sulla base siriana, Il ministro Sergey Lavrov ha riferito ai giornalisti che “l’attacco aereo effettuato domenica su una base aerea siriana è stato uno sviluppo pericoloso“. Poche ore dopo, il ministero degli Esteri russo ha criticato quello che definisce “l’uso indiscriminato della forza contro la popolazione civile” da parte di Israele nella Striscia di Gaza, definendolo “inaccettabile“.
    Secondo alcune fonti israeliane, l’ira di Mosca sarebbe stata suscitata da alcuni aspetti in particolare: l’attacco militare israeliano condotto in Siria ha colpito il presidente Vladimir Putin in un momento molto vulnerabile, quando gli Stati Uniti e i suoi alleati occidentali lo ritenevano responsabile per gli attacchi con armi chimiche in Siria e nel Regno Unito. Putin non ha mai immaginato che l’agente nervino sull’ex spia russa Sergey Skripal e sua figlia Yulia sarebbero stati legati alle accuse secondo cui il regime di Assad, appoggiato dalla Russia, stava usando gas velenoso contro i civili siriani a Douma, vicino a Damasco.
    Il presidente russo sospetta che Israele abbia colpito la base aerea T-4, una struttura aerea condivisa tra la Siria, la Russia e l’Iran, come un’incursione anticipata a favore degli Stati Uniti per testare la reazione di Mosca a un’operazione più ampia. Dopo l’ampia offensiva aerea israeliana del 10 febbraio, che si è conclusa con l’abbattimento di uno dei suoi jet F-16, Putin ha invitato il governo di Israele a desistere da ulteriori attacchi contro obiettivi siriani, altrimenti l’aviazione russa avrebbe risposto.
    Secondo Vincenzo Ligorio, esperto di politica ed economia internazionale all’Università Plekhanov di Mosca: “sino a questo momento la Russia ha sempre frenato Iran e miliziani di Hezbollah dall’andare oltre la linea rossa con Israele, adesso però, visto il ruolo che entrambi hanno giocato e giocano nello scacchiere mediorientale, sarà difficile per la Russia frenare gli istinti di questi due soggetti. Mosca incorrerebbe nella perdita della propria credibilità e affidabilità presso questi due partner, ancor più quella dei miliziani, piuttosto che di Teheran. In caso di nuova escalation, Mosca dovrà assolutamente reagire in modo proporzionato contro Israele”.
    La pazienza di Mosca nei confronti di Israele è finita

    Tensione in Siria: anche l’India si schiera al fianco di Putin
    All’alba di un conflitto globale ogni attore in questione cerca disperatamente di ritrovare i propri alleati prima dello scontro. Lo ha fatto Trump portandosi dietro un pezzo dell’Europa che conta (militarmente), insieme con Israele e le monarchie del Golfo, distanti sul piano ideologico ma molto vicini quando si tratta di affrontare il comune nemico iraniano. Lo ha fatto anche Putin rinsaldando l’amicizia che lo lega ad Assad e ai persiani, con la Cina che si dice pronta a seguirlo se le cose dovessero mettersi male. In queste ore la Russia è riuscita ad aggiungere un’importante freccia al suo arco: l’India.
    Indiscussa potenza emergente in un’area sempre più calda del globo, l’India di Narendra Modi offre così a Putin la propria alleanza. Uno scambio telefonico delle ultime ore sembra aver sortito gli effetti sperati dal Cremlino che ha definito quella tra Mosca e New Delhi una “partnership strategica esclusiva”. Un coinvolgimento diretto da parte degli indiani in un eventuale conflitto sembra improbabile, ma un alleato del genere spaventa non poco lo schieramento opposto.
    Il rapporto tra India e Russia sembra dunque rinsaldarsi ulteriormente dopo che il mese scorso, Modi era stato tra i primi capi di stato a congratularsi con Putin per la sua rielezione. In un momento in cui si avvicina lo scontro frontale con gli USA, è strategicamente vitale per Putin avere le spalle coperte. Putin si gioca la carta indiana nell’infinito poker contro gli USA. Una decisione accolta favorevolmente pure sul fronte interno indiano. Anche Sonia Gandhi, principale rivale politica di Narendra Modi, ha salutato con entusiasmo la notizia di questo avvicinamento.
    Tensione in Siria: anche l'India si schiera al fianco di Putin - Gli occhi della guerra


  8. #3658
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    Predefinito Re: Geopolitica

    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  9. #3659
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    Predefinito Re: Geopolitica

    Cara Botteri, sulla Siria sbagli e ti spiego perché
    Il mio intervento di giovedì scorso a TG 3 Linea notte è diventato virale sui social media. Decine di migliaia di condivisioni per aver detto – in un estratto di due minuti – che, come dimostra la Siria e come già avvenuto in Iraq, i giornalisti abboccano troppo facilmente alla propaganda e non imparano dai propri errori. In collegamento, purtroppo solo nei minuti finali, c’era da New York Giovanna Botteri, corrispondente dalla Rai, che naturalmente, dalla mimica facciale, pareva non essere molto d’accordo con me.
    Diversi lettori mi hanno chiesto: ma com’è andata a finire? Cos’ha detto la Botteri? Potete giudicare voi stessi, seguendo la sequenza completa (sono appena cinque minuti). Io mi auguro di avere presto l’occasione di confrontarmi nuovamente con lei, però non posso rimanere indifferente riascoltando l’ultima affermazione della mia nota collega, secondo cui la differenza è che “nell’Iraq del 2003 i giornalisti erano sul campo e potevano testimoniare, mentre oggi in Siria non ci sono giornalisti sul posto“. Avrei voluto replicare subito ma purtroppo eravamo alla fine della trasmissione. Rimedio adesso.
    No, cara Giovanna, non ci siamo. Io non ho mai citato l’Iraq come esempio positivo per la stampa ma – e lo dimostro nel mio saggio, uscito da poco, Gli stregoni della notizia. Atto secondo – ma, al contrario, come precedente molto negativo, in cui proprio la grande stampa internazionale, a cominciare dal New York Times e dalla Cnn, fecero da volano a tutte le bufale istituzionali, appiattendosi totalmente sulla posizione del presidente Bush. Allora le poche voci critiche venivano intimidite ed emarginate, fino alla criminalizzazione morale. Avevano ragione ma dovevano sentirsi soli, dovevano discolparsi, fino a dubitare delle proprie isolate convinzioni.
    In Siria, la grande stampa mainstream sta commettendo lo stesso errore, come spiego nel mio intervento a Tg3 Linea Notte, ma la Botteri non può sostenere che in Siria mancano i giornalisti sul campo. Ci sono stati eccome, pensiamo al giovane Sebastiano Caputo, a Gian Micalessin, a Fausto Biloslavo. Talvolta basterebbe ascoltare le testimonianze dei preti che vivono in Siria, anziché quelle, tuitt’altro che neutrali, di molte Ong. Le voci alternative non mancano, per chi vuole ascoltarle. Il problema,è che la maggior parte dei media le ignora, preferendo affidarsi ciecamente alla voce dei governi, senza mai dubitare, senza mai interrogarsi, senza mai cogliere le incongruenze e le contraddizioni, nemmeno quando sono palesi. Ovvero muovendosi come docili greggi al seguito del solito Pastore. Il giornalismo, cara Giovanna Botteri, è un’altra cosa: significa coraggio, significa indipendenza, significa capacità di critica e di sana autocritica.
    Significa riscoprire virtù che la stampa occidentale mainstream smarrisce di giorno in giorno.
    Cara Botteri, sulla Siria sbagli e ti spiego perché ? il Blog di Marcello Foa



    Lieberman: Israele non può accettare i paletti russi sulla Siria
    Il ministro della Difesa israeliano, Avigdor Liberman, ha detto lunedì che Israele non permetterà alla Russia di imporre restrizioni alle sue attività in Siria.
    Lo ha fatto in una intervista al sito di notizie Walla nella quale, tra le altre cose, ha rifiutato di commentare quanto detto da un ufficiale al New York Times sul fatto che Israele sarebbe responsabile del bombardamento della base iraniana T-4 in Siria avvenuto la scorsa settimana.
    “Non permetteremo che la presenza iraniana si consolidi in Siria. Noi faremo il nostro dovere. Tutte le opzioni sono sul tavolo e non accetteremo nessuna restrizione sulle nostre operazioni” ha detto Lieberman con riferimento alla Russia
    Lieberman: Israele non può accettare i paletti russi sulla Siria | rights reporter breaking news

    Siria, così Putin può infliggere un duro colpo a Israele
    LORENZO VITA
    Dopo l’attacco in Siria, la risposta della Russia potrebbe rivolgersi anche contro Israele. E questo potrebbe colpire in maniera sensibile la strategia israeliana nel conflitto siriano.
    La Russia, come scritto ieri su questa testata, può agire su più livelli per la rappresaglia contro l’Occidente. E in questo senso, l’aver rinsaldato l’alleanza con l’Iran dimostra la volontà di Mosca di serrare i ranghi. L’attacco alle basi siriane ha dimostrato che l’Occidente non si è interessato a quanto dichiarano i due maggiori alleati di Damasco. Li ha voluti isolare, e, anche senza aver ottenuto grandi risultati a livello militare, li ha ottenuti sotto il profilo politico.
    I raid chirurgici non segnano un cambiamento della strategia americana in Siria. Fondamentalmente, i risultati ottenuti sono quasi gli stessi, a livello strategico, di quelli ottenuti dopo il presunto attacco chimico di Khan Shaykhun. L’amministrazione americana ha di fatto ribadito l’idea di non voler rimanere esclusa in Siria per colpa dei successi di Bashar al Assad e dei suoi alleati. Ha ribadito che esiste un’alleanza che può contrapporsi a Mosca e Teheran. Ma, contemporaneamente, non ha voluto colpire davvero la Siria e non ha scatenato alcun bombardamento letale. Tanto che alla fine dei raid Donald Trump ha anche detto che la missione era compiuta.
    Questo però significa, dall’altro lato, che per Israele il problema non è affatto risolto. Sì, ha avuto un peso notevole nel far piombare i missili di Regno Unito, Stati Uniti e Francia contro le basi siriane. Ma nessuno lo ha fatto con l’obiettivo di dare un colpo forte all’esercito siriano. Nessuno ha accusato l’Iran. E, di fatto, nessuno ha scalfito la strategia iraniana nella regione.
    Ma se nessuno ha colpito la strategia iraniana, ora potrebbe essere proprio Israele il primo obiettivo della risposta del blocco alleato di Damasco. Del resto, la Russia non è stata colpita direttamente dagli attacchi né potrebbe rispondere colpendo gli autori dei raid. Significherebbe scatenare una guerra oltre che una mossa del tutto priva di senso. Ma si può colpire il maggior alleato di chi ha scatenato i raid. Tutto in modo soft, molto diplomatico, ma, allo stesso tempo, in profondità. E con una Siria sotto costante lente d’ingrandimento e con l’Iran eccessivamente soggetta alle attenzione americane, la rappresaglia potrebbe arrivare proprio dalla Russia.
    Come potrebbe farlo? Innanzitutto chiudendo lo spazio aereo siriano agli israeliani. La Russia controlla lo spazio aereo siriano: niente può volare senza il suo ok.
    In questi ultimi mesi la Russia ha cambiato atteggiamento, consapevole delle pressioni di Israele per scatenare una nuova escalation in Siria contro Bashar al Assad e contro la presenza iraniana. Una pressione che stava mettendo a repentaglio i risultati ottenuti in questi faticosi anni di guerra.
    E Putin, in rotta di collisione con Benjamin Netanyahu sulla Siria, ha iniziato ad avallare le risposte ai raid israeliani. A febbraio, con l’abbattimento del jet che aveva bombardato la Siria, se n’è avuta prova. Ma soprattutto, il ministero della Difesa russo per primo ha accusato Israele di aver bombardato la base T-4 vicino Homs nella settimana precedente al raid dell’Occidente. Un segnale che i rapporti si erano incrinati.
    Se la Russia chiudesse i cieli della Siria, di fatto renderebbe impossibile per le forze armate dello Stato ebraico di proseguire nella loro strategia siriana. In questo modo, Vladimir Putin manderebbe tre messaggi. Il primo, un messaggio di rafforzamento dell’asse rivolto ai suoi alleati, e cioè a Teheran e Damasco, in quanto garante dei cieli siriani. Il secondo messaggio rivolto a Israele, e cioè che la pazienza nei confronti di Tel Aviv sulla Siria è finita. Terzo messaggio, quello rivolto agli Stati Uniti, che avrebbero il loro maggiore alleato regionale privato della libertà di manovra. E che sarebbero dunque costretti a rimodulare i loro piani non potendo contare sulla libertà di manovra di Israele.
    Siria, ecco come la vendetta di Putin può colpire i piani di Israele

    Siria, la Casa Bianca smentisce Macron: "Truppe Usa via il prima possibile"
    Il presidente francese aveva assicurato di aver "convinto Trump che è necessario rimanere a lungo"
    Mentre l'attacco di Usa, Francia e Regno Unito in Siria contro i presunti arsenali chimici di Assad è oggi sotto i riflettori dell'Onu e dell'Unione europea, Trump smentisce Macron sulla 'missione' americana in Siria: il presidente francese aveva assicurato di aver convinto il presidente Usa a rimanere di più, ma il tycoon conferma: "Via le truppe il prima possibile".
    Dal canto suo Assad irride l'Occidente sottolineando che i raid non hanno avuto altro effetto che di "unire la Siria".
    https://www.quotidiano.net/esteri/siria-news-1.3853031

    Sottomarini russi impediscono agli inglesi di attaccare la Siria
    Due sottomarini russi classe Paltus e Varshavianka hanno intercettato il sottomarino Astute della Royal Navy nel Mar Mediterraneo orientale impedendogli di lanciare dei missili da crociera contro la Siria. Lo riporta il quotidiano The Times.
    Stando alla pubblicazione, i due sottomarini russi hanno inseguito l'Astute e lo hanno costretto a cambiare rotta, allontanandolo dal punto in cui avrebbe dovuto lanciare i missili.
    https://it.sputniknews.com/mondo/201...siria-missili/

    L’attacco ha rafforzato Assad
    MATTEO CARNIELETTO
    “Oggi è il giorno della vittoria”. Difficile credere a queste parole, inviatemi da Damasco, poche ore dopo il raid di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. Eppure, come nota anche Haaretz, lo strike dello scorso 8 aprile rappresenta una vittoria per Bashar al Assad e “rivela le vere intenzione delle potenze occidentali”.
    Mentre una pioggia di fuoco si abbatteva sulla Siria, a Damasco la gente scendeva per festeggiare e per dimostrare il suo sostegno ad Assad. Impossibile da credere, ma è successo davvero, come nota Haaretz: “La coalizione non ha imparato che un attacco occidentale contro una capitale araba non porterà mai i cittadini nelle strade per celebrare in loro favore”. Attacchi simili non fanno altro che rafforzare i governi. Una posizione rilanciata tra l’altro dallo stesso Assad, che ha detto che i raid occidentali “hanno unito la Siria”.
    È una storia vecchia come il mondo e che agli arabi ricorda quanto successo nel 1956, quando Francia, Israele e Gran Bretagna attaccarono il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser, dopo la nazionalizzazione del canale di Suez. Proprio oggi, secondo quanto riporta Agi, la Lega araba, contrariamente a quanto fatto trapelare inizialmente dal ministro degli Esteri saudita Adel Jubeir, ha espresso dubbi sul fatto che l’esercito siriano possa aver usato armi chimiche lo scorso 7 aprile a Douma.
    Gli attacchi in Siria hanno unito ancora di più la popolazione attorno al presidente. Bashar, che ha vent’anni e vive ad Homs, racconta a Gli Occhi della Guerra: “Sono un cristiano e un siriano e ti assicuro che la gran parte del popolo sta con Assad, in particolare le minoranze cristiane che includono gli armeni, i siriaci e i caldei. Anche se non siamo arabi, Assad non fa alcuna distinzione tra noi e gli altri. Ci ha dato le armi per difenderci. Migliaia di cristiani combattono al fianco del nostro esercito contro il terrorismo salafita”.
    Questa mattina, nella piazza centrale di Damasco, migliaia di persone sono scese in piazza per celebrare il 72esimo anniversario dell’indipendenza, la vittoria sul terrorismo e quella in seguito agli strike occidentali. Una piazza in cui erano presenti cristiani e musulmani. E animata dai tamburi degli scout.
    Fino alla guerra del 2011, la Siria è stata un mosaico di culture e religioni. Allo scoppio delle proteste, le minoranze si sono schierate al fianco di Damasco. Una scelta quasi scontata, dato che le fazioni ribelli, in poco tempo, sono state sequestrate da quelle jihadiste.
    L’attacco in Siria mostra il doppio gioco dell’Occidente. Perché, per esempio, colpire Assad e non i sauditi che da tre anni stanno massacrando il popolo yemenita? “In Siria e in molti Stati arabi, compresi quelli che si oppongono al regime di Assad – riporta Haaretz – è chiaro che lo strike della coalizione a guida Usa non ha cambiato gli equilibri del potere”. Una prova di forza che ha avuto un solo esito: rafforzare il legame tra i siriani e Assad.
    L'attacco in Siria ha rafforzato Assad. E ha rivelato le intenzioni dell'Occidente

    I raid non fermano la Russia, una nave militare fa rotta verso la Siria
    LORENZO VITA
    Dopo l’attacco in Siria da parte delle potenze occidentali, la Russia continua la sua strategia di supporto al governo siriano.Una nave militare russa classe “Alligator” è stata fotografata domenica mentre attraversava lo stretto del Bosforo diretta verso la base di Tartous, nella Siria nordoccidentale. Le immagini pubblicate inizialmente dall’account Twitter Yoruk Isik mostrano la nave anfibia carica di equipaggiamenti militari: mezzi corazzati modello Btr 80, veicoli militari Ural 4320 e Kamaz, oltre a numerose ambulanze.
    Negli ultimi tempi, il trasporto di mezzo militari dalla Russia alla Siria è sensibilmente aumentato. Un segnale inequivocabile di come Mosca abbia intenzione di non abbandonare l’alleato di Damasco. E questo anche in virtù dell’ultimo raid in Siria che, seppur molto circoscritto, ha reso di fatto evidente la volontà dell’Occidente di inserirsi all’interno delle dinamiche siriane. La Russia ha subito messo in atto una serie di azioni per rispondere all’eventuale raid siriano. E già dalle ore precedenti all’attacco aveva iniziato a inviare rinforzi all’alleato.
    Poche ore prima dell’attacco, infatti, era stata fotografata un’altra nave russa durante il suo passaggio attraverso il Bosforo. La nave è stata identificata con il Ro-Ro Alexandr Tkachenko, un cargo russo preso in prestito dal governo proprio per il trasporto di armi e altri mezzi verso la Siria. Anche questa imbarcazione era diretta verso la città portuale di Tartous, centro nevralgico della strategia russa in tutto il conflitto in Siria.
    Tra il carico visibile della Alexandr Tkachenko era possibile scorgere una motovedetta del Progetto 03160 “Raptor” – un mezzo che raramente è stato possibile osservare in azione e in particolare durante la guerra in Siria – nonché i camion militari Kamaz e Ural 4320.
    L’idea è che la guerra in Siria sia entrata in una nuova fase. Difficile dire se essa sia definitiva o se sia una nuova fase che ne precederà delle altre. Ma quello che è certo, è che il coinvolgimento di Vladimir Putin in Siria non finirà finché non sarà certo del mantenimento al potere di Bashar al Assad e soprattutto del mantenimento dell’integrità territoriale siriana e delle basi russe nel Paese.
    In questo senso, il bombardamento programmato da parte delle forze di Stati Uniti, Regno Unito e Francia, ha posto le basi per un impegno maggiore da parte delle forze armate russe. Uno dei risultati più eclatanti di questi raid, è stato infatti quelli di rinsaldare ancora di più l’alleanza fra Damasco e Mosca e contribuire a una maggiore sinergia fra russi e iraniani. La reazione della Russia all’attacco in Siria da parte dell’Occidente potrebbe dunque essere una spinta ancora più forte all’offensiva finale dell’esercito siriano. Mentre si prepara a rafforzare le sue difese e tutelarsi da qualsiasi escalation militare che possa mettere a rischio la sua presenza in Siria.
    La Russia risponde: una nave carica di armi fa rotta verso la Siria


  10. #3660
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    Predefinito Re: Geopolitica

    Un articolo che fa riferimento a temi un po'datati, ma molto interessante in chiave Padania.
    Soprattutto considerando che gli è stato dato spazio su Sputnik.

    https://it.sputniknews.com/opinioni/...videre-italia/

    Un attore che potrebbe “dividere” l’Italia e modificare gli equilibri internazionali

    CC0 / Pixabay

    OPINIONI
    21:05 18.04.2018(aggiornato 21:12 18.04.2018) URL abbreviato
    Giorgio Da Gai
    4181

    "Kerneuropa". Futuro attore geopolitico?

    La Kerneuropa è il nocciolo duro dell'Europa, un'area geoeconomica che comprende i Paesi che confinano con la Germania o ne sono legati da forti legami economici, politici e culturali: Austria, Olanda, Belgio, Lussemburgo, Danimarca Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia e Italia settentrionale (Limes 4/2017 pp 75-83). Un territorio che coincide approssimativamente con i confini dell'antico Impero carolingio.

    Extent of Carolingian Europe

    Logo euro e BCE
    © AFP 2018 / DANIEL ROLAND
    Financial Times: la luna di miele tra Francia e Germania è finita
    La Francia fa parte della Kerneuropa ma diversamente della Germania non guarda all'Europa, con la fine dell'epopea napoleonica ha rinunciato a guidare le sorti del nostro continente. Oggi la Francia si chiude a riccio in difesa dei propri interessi nazionali e punta all'Africa, una politica neocoloniale che investe i Paesi del Sahel (Senegal, Mauritania, Mali, Ciad, Burkina Faso, Nigeria e Niger) e l'Africa settentrionale (Libia). Solo il futuro potrà dirci quali saranno le relazioni tra Francia e Germania in un'Europa a guida tedesca. Due "galli" nello stesso "pollaio" finiscono sempre per litigare.
    La confederazione è la forma di governo più adatta a realizzare la Kerneuropa, in tale modello le nazioni mantengono la propria sovranità, ma creano istituzioni comuni destinate a regolare il commercio, la difesa e la politica estera. Quello che doveva diventare l'Unione Europea, ma questo non è ancora accaduto. L'Unione Europea è sempre più divisa e incapace di elaborare una politica autonoma dagli interessi americani.

    Il progetto politico della Kerneuropa nasce all'inizio degli anni 90, dalla mente di due politici tedeschi dell'Unione Cristiano Democratica: Wolfgang Schaeuble (ministro delle finanze del governo Merkel) e Karl Lamers. Il progetto attraversa due fasi un'inclusiva e l'altra esclusiva: nella fase inclusiva la Germania, si adopera per rafforzare e ampliare l'Unione Europea, includendo le nazioni dell'est Europa, ex Jugoslavia compresa; nella fase esclusiva la Germania, cerca di sottrarsi alla crisi europea, riunendo intorno a se i Paesi e le Regioni a lei più "vicini". La fase esclusiva, rappresenta il piano B della Merkel per affrontare la crisi europea e per contenere la crescita di Alternativa per la Germania (Alternative fur Deutschland) il partito "populista" euroscettico e ostile all'immigrazione.

    La bandiera dell'UE
    © FOTO : PIXABAY
    Un’Europa sessantenne in crisi di identità
    Il cuore della Kerneuropa è la Germania, la principale potenza economica dell'Europa. La Germania fino al 1990 era un docile strumento della Nato destinato a contrastare la minaccia sovietica. Con la riunificazione la Germania ha assunto un ruolo attivo nella scena politica internazionale: è intervenuta nel processo di dissoluzione della Jugoslavia, assumendo una posizione antiserba; sostiene una politica di rigore finanziario a danno delle nazioni troppo indebitate, i PIGS (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna); si scontra con gli Stati Uniti per le sanzioni alla Russia e le sue esportazioni mettono in crisi il mercato americano suscitando le ire di Trump. La politica protezionistica di Trump ha come principale obiettivo le esportazioni tedesche e cinesi, questo allarga il solco tra Washington e Berlino. Vedremo quali saranno le conseguenze.
    La Germania è una potenza regionale ma non globale come la Russia e la Cina. Le élite tedesche non sono mature per questa scelta storica, hanno una visione miope della politica: l'euro è stato per la Germania uno strumento per rendere più competitive le esportazioni tedesche e non per costruire un'unione di Stati. La politica estera tedesca è un misto di arroganza teutonica e di spietato egoismo (Grecia docet); una politica incapace di recidere il "cordone ombelicale" che la lega agli Stati Uniti. Con una diversa classe politica la Germania potrebbe costruire la Kerneuropa, questa sfida potrebbe essere raccolta da Alternative fur Deutschland partito sovranista e populista.

    La canceliera della Germania Angela Merkel.
    © AFP 2018 / TOBIAS SCHWARZ
    La canceliera della Germania Angela Merkel.
    La Kerneuropa si propone come potenza continentale europea, per esserlo deve soddisfare le seguenti condizioni: dotarsi d'istituzioni politiche efficienti e autorevoli (l'opposto di quelle europee) dotarsi di un esercito proprio e di armi nucleari (questo significa l'uscita dalla Nato e la chiusura delle basi militari straniere) stabilire con la Russia e la Cina solide relazioni politiche, commerciali e culturali, solo così potrà affrontare le principali questioni internazionali (lotta al terrorismo, tutela dell'ambiente, immigrazione, soluzione dei conflitti internazionali, commercio globale).

    Christine Lagarde, direttore FMI
    © REUTERS / YURI GRIPAS
    Esperto della finanza: “Tra 5 anni l’euro sarà storia”
    La trasformazione della Kerneuropa da soggetto "economico" a "politico" modificherebbe la geopolitica dell'Europa e del mondo intero. Come spiego nel mio libro, Kosovo monito per l'Europa (Aviani Editore 2014) la crisi generata dalla globalizzazione favorisce la disgregazione dell'Unione Europea e delle nazioni che la compongono. Una crisi che è politica, il declino degli Stati nazionali a favore dei poteri sovranazionali (FMI, Banca Centrale Europea, Commissione Europea, ecc.); economica, la delocalizzazione, la disoccupazione e il precariato; e infine sociale, l'immigrazione, il taglio dei servizi pubblici e degli ammortizzatori sociali. I popoli minacciati nell'identità, nella sicurezza e nel benessere si rifugiano nel secessionismo delle "piccole patrie", nel nazionalismo antieuropeo (la Brexit) e votano per i partiti "populisti". La Kerneuropaentrerebbe a pieno titolo in questo processo disgregativo, sia a livello di Unione sia di singoli Stati. Un processo disgregativo che potrebbe favorire la nascita di una nuova Europa, la distruzione come processo creativo e non autodistruttivo fine a se stesso.
    La nascita delle Kerneuropa dividerebbe in due l'Europa: quella dei Paesi inclusi nella stessa e quelli esclusi dalla medesima.


    Bandiera USA
    © AFP 2018 / CHANTAL VALERY
    Germania in difficoltà: banali scandali o avvertimenti USA?
    Tra gli esclusi troveremo i cosiddetti PIGS (Portogallo, Italia centro-meridionale, Grecia e Spagna): nazioni costrette ad accettare scelte dolorose per risanare le loro economie ed entrare in futuro nella Kerneuropa; nazioni destinate a subire un lento e inesorabile declino, trasformandosi in campi profughi per immigrati (Italia e Grecia), serbatoi di manodopera, o in colonie di potenze straniere (gli Stati Uniti).
    Una divisione che presuppone l'adozione di due monete diverse: una per i Paesi inclusi nella Kerneuropa (neuro) e una per quelli esclusi dalla stessa (euro). (Limes 7/2015). Tutte le ipotesi rimangono aperte. Una Kerneuropa estesa all'intera Europa è oggi impensabile; l'Europa è segnata da profonde divisioni che richiedono tempo per essere sanate. L'importante è evitare che tali divisioni assumano un carattere permanente e conflittuale, impedendo all'Europa di emanciparsi dall'influenza americana.

    La nascita della Kerneuropa potrebbe avrebbe un effetto catalizzatore sulle pulsioni secessioniste delle "piccole patrie" a pagarne le spese sarebbero le nazioni "fragili", quelle caratterizzate da profonde divisioni socio-economiche o divise da radicati sentimenti indipendentisti: Il Veneto e la Lombardia in Italia, la Catalogna in Spagna, la Scozia in Gran Bretagna.

    La Kerneuropa potrebbe riconoscere e appoggiare queste pulsioni indipendentiste, quando funzionali ai propri interessi. L'Italia settentrionale e il Nord-Est sono molto legati alla Kerneuropa: nel 2016 la Germania è stata il primo partner commerciale dell'Italia con 116 miliardi d'interscambio di questi 87,6 si concentrano al Nord; il Nord è collegato alla Germania dall'autostrada Brennero-A1 e A4, al Nord il tedesco è la lingua più studiata dopo l'inglese, i tedeschi sono la prima nazionalità di turisti stranieri che visita le regioni settentrionali; in Italia ci sono 2035 imprese a guida tedesca, l'85% è al Nord. Attraverso il Nordest passa la Nuova via della seta, la rete di comunicazioni che unirà l'Asia all'Europa. (Limes 4/2017 pp 31-39).

    Le pulsioni indipendentiste delle piccole patrie potrebbero scatenare nuovi conflitti in Europa: secessioni pacifiche come in Cecoslovacchia nel 1993, o violente come nei Balcani e in Ucraina. Il Veneto o la fantomatica "Padania" dichiarano l'indipendenza, la Kerneuropa la riconosce per inglobare nella propria sfera d'influenza un'area ricca e strategica; il nostro governo si oppone, ma l'Italia non ha il peso politico della Germania e invoca l'aiuto degli Stati Uniti.

    Il gasdotto ENI in Libia
    © AP PHOTO / ENI PRESS OFFICE
    Chi ha paura della dipendenza energetica italiana
    Questi ultimi scendono in campo per mantenere le loro basi in Europa e impedire la nascita di una potenza euroasiatica. In questo ipotetico scenario gli Stati Uniti sono costretti a cercare nuovi alleati in Europa. I Paesi esclusi dalla Kerneuropa potrebbero stringere le loro relazioni con gli Stati Uniti in cambio di un cospicuo sostegno finanziario (Spagna, Portogallo, Grecia, ecc.); o per evitare di essere schiacciati dalla Germania o dalla Russia (Polonia, Romania, Paesi Baltici). L'Europa si trasformerebbe in un potenziale campo di battaglia tra potenze che utilizzano gli alleati locali per contendersi l'Europa: da una parte il polo euroasiatico che unisce la Kerneuropa, la Russia e la Cina; dall'altra gli Stati Uniti e i loro alleati europei. Oggi tutto questo è fantapolitica, ma domani?
    Bandiera della Germania
    © AP PHOTO / GERO BRELOER
    Bandiera della Germania
    La nascita della Kerneuropa segnerebbe la fine dell'egemonia statunitense sull'Europa e quindi sull'intero Pianeta.

    Tutta la geopolitica si fonda sul seguente principio: chi domina l'Eurasia domina il mondo (Zbigniew Brzinski: "La grande scacchiera", 1997). Un polo geopolitico o una nazione che domina l'Eurasia concentra nelle proprie mani la maggioranza delle risorse energetiche, delle imprese e della popolazione del Pianeta: i giacimenti energetici del Medio Oriente e dell'Asia centrale; le economie dell'Asia e dell'Europa, miliardi di abitanti. Il ruolo dell'Eurasia nel controllo del mondo è contenuto nella teoria dell'Heartland (il cuore dell'Eurasia) il territorio occupato dall'ex Unione Sovietica; e in quella del Rimland (la fascia costiera dell'Eurasia) il territorio che si estende dall'Europa all'Estremo Oriente, passando per il Medio Oriente.

    The Leader of Britain's opposition Labour Party, Jeremy Corbyn listens to a speech on the first day of the Labour Party conference, in Liverpool, Britain September 25, 2016.
    © REUTERS / PETER NICHOLLS
    Sun: leader laburisti accusa NATO dell'aumento della tensione in Europa orientale
    La teoria dell'Heartland fu esposta da Halford Mackinder nell'opera:"The Geographical Pivot of History" (1904):«chi tiene l'Europa orientale comanda l'Heartland, chi tiene l'Heartland tiene l'isola del mondo, chi tiene l'isola del mondo comanda il mondo», il geografo inglese non pensava agli Stati Uniti ma all'Impero Britannico; la cui egemonia era minacciata dalle potenze emergenti di Russia, Giappone e Germania.
    La Teoria del Rimland è una rivisitazione di quella dell'Heartland, cambia la parte dell'Eurasia presa in considerazione. Per il suo ideatore, il politologo americano Nicholas John Spikman:«chi domina il rimland controlla l'Eurasia, chi controlla l‘Eurasia controlla i destini del mondo» (1938 —1943). Le teorie dell'Heartland e del Rimlandhanno guidato la politica estera americana del secolo scorso e continuano a guidarla.

    Il National Intelligence Council USA, organo strategico dell'intelligence USA, prevede che entro il 2035 l'Europa uscirà dalla sfera d'influenza atlantica per passare in quella euroasiatica (Paradox of Progress). Gli Stati Uniti faranno di tutto per impedirlo. Gli Stati Uniti hanno combattuto due guerre mondiali e quella "fredda", per impedire che in Europa nascesse una grande nazione capace di unire le risorse energetiche della Russia con la potenza industriale della Germania. Hitler lo aveva capito e invase l'Unione Sovietica con questo preciso obiettivo.

    Non a caso, dalla Prima Guerra Mondiale, l'incubo di ogni Amministrazione americana, repubblicana o democratica, è l'emergere di una potenza europea filorussa e a guida tedesca. La rivalità tra Stati Uniti e Germania ha carattere strutturale e non occasionale, rimarrà tale fino a quando l'America pretenderà di controllare il mondo e la Germania di sottrarsi a tal egemonia, da sola o legandosi alla Russia o ad altra potenza globale.

    Cina USA
    © AP PHOTO / ANDY WONG
    Cina USA
    I popoli europei devono temere l'egemonia americana e non quella russa o cinese. Dico questo per tre ragioni.

    Primo, gli Stati Uniti sono l'unica potenza globale che ancora occupa militarmente l'Europa, ne condiziona le scelte politiche e lo stile di vita (americanizzazione); questa situazione di sudditanza-colonizzazione non poteva essere evitata quando sull'Europa incombeva la minaccia sovietica, ora che tale minaccia è cessata, è il caso di prendere in mano il nostro destino.

    Secondo, gli Stati Uniti sono l'unica nazione che ha i mezzi per dominare il Pianeta: ha l'esercito più potente del mondo, ha una grande industria manifatturiera, è energicamente autosufficiente, è al primo posto per la ricerca scientifica e tecnologica, è ricca di risorse naturali e di terra coltivabile, occupa una posizione geografica favorevole (non ha nemici ai confini ed è protetta dall'oceano).

    La bandiera della Cina
    © REUTERS / KIM KYUNG-HOON
    Esperto: Pechino ha superato Mosca nell’espandere la propria influenza
    La Cina e la Russia prese singolarmente non hanno tutto questo: la Russia e la Cina sono geograficamente vulnerabili (la Russia è una grande pianura priva di difese naturali, la Cina è facili da isolare con un blocco navale, ambedue confinano con potenti vicini che in passato ne hanno minacciato la sopravvivenza); la Cina è carente di risorse energetiche e di terre coltivabili per sfamare la numerosa popolazione; la Russia ha un industria manifatturiera debole (le uniche eccezioni sono l'industria militare e aereo-spaziale) occupa il quindicesimo posto nella graduatoria mondiale (dati Confindustria 2016); la popolazione russa diversamente da quella cinese e americana non ha una cultura imprenditoriale; la Cina e la Russia non hanno la forza militare degli Stati Uniti, questa disparità è evidente nel settore aereo-navale e nel numero di basi militari diffuse nel Pianeta. La Cina ha una sola base militare a Gibuti; la Russia ne ha dieci, sette sparse nelle ex repubbliche sovietiche (Armenia, Tagikistan, Kirghizistan, Kazakhstan, Abcasia, Ossezia del Sud e Bielorussia) e tre in Siria (Tartus, Lataqia e Humaymim); gli Stati Uniti ne hanno circa 686.
    Terzo, gli Stati Uniti sono una potenza marittima (talassocrazia) il loro spazio geopolitico non ha confini perché si estende al Mondo intero attraverso i mari e gli oceani; Russia e Cina sono potenze terrestri (tellurocrazie) la loro sfera d'influenza è circoscritta da confini tracciati dalla natura e dall'uomo che variano nel tempo senza assumere una dimensione planetaria.

    Jean-Claude Juncker
    © FLICKR.COM / EUROPEAN PEOPLE'S PARTY
    “Terza guerra mondiale”, schiaffi politici e orientamento pro-russo: chi è Jean-Claude Juncker?
    La Kerneuropa è una potenza terrestre.

    Nel libro "Terra e Mare" (1942) il giurista e politologo tedesco Carl Schmitt (1888-1985) interpreta la storia e la geopolitica come uno scontro tra potenze marittime e terrestri. Lo scontro tra queste potenze è all'origine della storia umana, basti pensare alla rivalità tra Roma e Cartagine. L'Inghilterra potenza talassocratica conquistò la supremazia sui mari e creò un grande Impero che si estendeva sul mondo intero; l'Impero Britannico durò secoli, dalla fine del sedicesimo secolo agli anni della decolonizzazione che seguirono la fine della Seconda Guerra Mondiale. Altre nazioni europee cercheranno di emulare gli inglesi nella conquista dei mari (Spagna, Portogallo, Francia, Olanda e Belgio) ma non divennero mai una talassocrazia come l'Inghilterra. Gli Stati Uniti occuperanno il posto della potenza britannica, rivendicando non solo l'egemonia sulle Americhe con la "dottrina Monroe" (1823) ma anche la supremazia sui mari e quindi sull'intero Pianeta.

    Le fasi di questa espansione saranno essenzialmente due: la prima coinciderà con la fine della Seconda Guerra Mondiale e includerà nella sfera di influenza americana l'Europa Occidentale e il Giappone; la seconda, coinciderà con il crollo dell'URSS ed estenderà l'influenza americana all'intero Pianeta. Nel 1992 il politologo americano Francis Fukuyama pronosticò la fine della storia: il trionfo degli Stati Uniti come potenza egemone del Pianeta e del loro modello politico-economico (neoliberismo e democrazia liberale). Una previsione che si rilevò errata come il trionfo del socialismo.

    Per Schmitt l'espansionismo americano è pericoloso perché illimitato e fondato su un principio di superiorità morale: illimitato, per il carattere marittimo della potenza americana; moralmente superiore perché gli Stati Uniti si sentono una nazione scelta da Dio per difendere e diffondere libertà e giustizia in ogni angolo del Pianeta. In tale veste ogni loro guerra diviene moralmente giusta. Questa posizione ideologica ha origine nel calvinismo professato dai Padri Pellegrini fondatori della nazione americana e continua fino ai nostri giorni. Una forma distorta di spirito messianico che si presta ad arbitrarie interpretazioni e a manichee posizioni.

    La bandiera cubana
    CC BY 2.0 / DARIORUG / CUBA FLAG
    USA preoccupati per il cambio di potere a Cuba
    A mettere in crisi le aspirazioni imperiali di Washington sono i seguenti fattori: l'ascesa politica, economica e militare di potenze globali come la Russia e la Cina, o di potenze regionali come la Turchia, l'Iran e la Germania; gli esiti disastrosi della politica estera americana (Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Ucraina); i costi politici ed economici della politica "imperiale" americana (migliaia di morti e miliardi di dollari) sono difficili da sopportare anche per una potenza come l'America. Gli Stati Uniti sono un impero in crisi ma nessuno ha la forza o la convenienza di attaccarlo: primo, perché gli Stati Uniti sono la prima potenza militare e uno scontro con la stessa innescherebbe la Terza Guerra Mondiale; secondo, perché Cina, Germania e Giappone vantano nell'ordine i primi tre surplus commerciali con gli Stati Uniti; terzo, perché le potenze emergenti considerano il declino americano inesorabile, anche se lento, quindi attendono pazienti che la storia faccia il suo corso.
    Oggi la Russia e la Cina formano un polo geopolitico (alleanza strategica di più nazioni) che si oppone agli Stati Uniti; ma non è abbastanza forte da assumere il controllo dell'Eurasia. Russi e cinesi non hanno alleati in Europa; quest'ultima, grazie alla Nato è legata agli Stati Uniti e succube dei loro interessi che spesso divergono da quelli europei (le sanzioni alla Russia, le "guerre umanitarie" che hanno destabilizzato l'Africa e l'Asia).

    La nascita in Europa di un grande attore internazionale autonomo dagli Stati Uniti potrebbe spostare l'ago della bilancia a favore del polo russo-cinese. L'attuale assetto geopolitico sarebbe modificato: da unipolare a guida americana, diverrebbe multipolare e privo di una potenza egemone. Un contesto geopolitico composto da più potenze globali e regionali che agiscono nell'ambito delle rispettive aree d'influenza, alternando fasi di cooperazione a fasi di competizione.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

 

 
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