Sparatorie
La strage in Arizona e la radicalizzazione della politica occidentale
di Giuliano Ferrara
Il Foglio, 11 gennaio 2011
La vena apocalittica della società americana porta sangue e lutti da molto prima che Sarah Palin e i Tea Party entrassero in scena. Scuole, dormitori di college, supermercati e altre arene sono state percorse negli ultimi decenni da sparatorie, cecchini e paranoie solitarie o di branco senza alcun rapporto esplicito con le condizioni della lotta tra conservatori e liberal. La campagna di denuncia dei cattivi maestri condotta da una parte della stampa, specie europea, dopo la strage a Tucson nel comizio della deputata progressista Gabrielle Giffords, è il replay a parti rovesciate di analoghi vocalizzi e strumentalismi contro la politica al vetriolo emessi dalla destra quando è essa la vittima del “partito dell’odio”. Bisogna andarci piano, e cercare di ragionare freddamente.
La Palin ovviamente poteva risparmiarsi la bravata di inquadrare graficamente in un “mirino” gli avversari ideologici del suo movimento, errore per il quale adesso pagherà un serio prezzo d’immagine. Ma Bush e Berlusconi sono stati oggetto di romanzi, commedie ed espressioni omicide molto esplicite, nient’affatto metaforiche, nel corso della loro carriera; uno se la cavò con una scarpa lanciata durante una conferenza stampa, all’altro è toccata una statuetta di marmo che gli ha spaccato i denti.
Qualcosa in effetti è accaduto, nella politica occidentale. Magari non è un fenomeno del tutto nuovo, visto che il Novecento, per non andare più indietro nel tempo, è costellato di scandalose violenze verbali e aggressioni alla persona; ma la perdita di connessione con il popolo di larga parte dell’establishment, fatto evidente e spiegabile in tempi di economia globalizzata e di svuotamento delle vecchie forme della democrazia liberale, sta comportando il prezzo antropologico di un ispessimento primitivo e fanatico della comunicazione pubblica, sia a destra sia a sinistra, con una tendenza a tagliar corto nella complessità dei conflitti e a risparmiare sul fair play, sull’idea magari un po’ mitica, ma pregnante e nobile, di un gioco duro eppure corretto.
C’è dell’altro, però. Lo stragista dell’Arizona sembrerebbe a tutta prima un matto pericoloso. Ma è vero che una parte della società americana sente uno spaesamento sempre più forte e spietato rispetto ai canoni prevalenti del comando politico e ai significati etici che questo comando racchiude nella società di massa. Sulle questioni della vita e dell’aborto, per esempio, c’è gente che fa sul serio fino alla follia, e cerca di fermare l’espulsione moralmente sorda di bambini dal seno delle madri attaccando le cliniche abortiste e pagando con la vita, mediante una condanna a morte regolarmente comminata dalle giurie, l’attacco omicida ai medici abortisti. Far studiare i bambini a casa, sottrarre risorse allo stato fiscale, difendere territorialmente comunità impermeabili all’integrazione nazionale e multiculturale, vivere Dio e la Costituzione nell’originalismo più radicale, alla lettera, e in contesti di utopia regressiva: tutto questo è il coriaceo materiale di cui sono fatte certe fortezze morali dei social conservatives, e tra chi abita queste patrie con entusiasmo biblico letteralista può nascere uno spirito bellicoso, di frontiera, deformato e deviato dal gesto di pazzia.
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