Sono passati diversi anni da quando l’immortale sound ribelle e cadenzato di Bob Marley risuonava per le strade Giamaicane. L’anima reggae del Paese che protesta – ma con stile – non si è spenta però con la morte del cantante.
E’ ferma intenzione del nuovo premier Portia Simpson Miller, eletta lo scorso 5 gennaio, cambiare lo status del Paese in Repubblica, abbandonando definitivamente la Regina d'Inghilterra come Capo di Stato, pur rimanendo all’interno del Commonwealth. La Miller – vicepresidente per 30 anni del People’s National Party e ora primo ministro del Paese – nel 2006 è salita per la prima volta al governo con un programma di stampo repubblicano e dalla forte impronta sociale.
Lo strappo da Londra è arrivato durante il discorso di insediamento al suo secondo mandato, agli albori del 2012, proprio l’anno in cui Elisabetta II festeggia il suo Giubileo di Diamante, 60 anni di trono. “Amo la regina e penso sia una bellissima signora, ma il suo tempo è venuto” ha dichiarato la Miller, provocando la preoccupazione del governo e della Corona britannici, che potrebbero trovarsi a fronteggiare un ben più ampio movimento di distacco con i Paesi del Commonwealth.
Se le spinte interne all’unificazione dell’Ulster con la Repubblica d’Irlanda ci sono da secoli, quelle altrettanto antiche per la secessione della Scozia dai cugini sotto al Vallo di Adriano si sta avvicinando a una rapida conclusione, con un referendum sulla permanenza del Paese nel Regno Unito che si terrà nel 2014.
Movimenti dal notevole seguito che predicano il distaccamento dal Commonwealth esistono già in Australia e in Canada. Accogliendo la visita della Regina nel 2010, il Primo Ministro australiano Julia Gillard ha affermato: “Pur essendo fortemente affezionati ad Elisabetta II credo che la nostra isola debba diventare una Repubblica”.
Insomma, Portia Simpson Miller trova ampie sponde in Paesi importanti nell’economia globale che vogliono come lei fare uno scherzetto non da poco alla casata dei Windsor. Quella stessa casata che ha tentato di correre ai ripari inviando il principe Harry nell’isola caraibica per festeggiare il Giubileo.
Nonostante il principe abbia dimostrato un’attitudine ribelle (come il resto degli isolani) e abbia accettato di gareggiare con la star dell’atletica Usain Bolt in occasione della visita in Giamaica programmata per inizio marzo, rimangono forti dubbi sulle argomentazioni che Harry potrebbe portare per scongiurare l’avvio del processo per un nuovo ordinamento nel Paese caraibico.
Dopo essere stata per secoli un dominio britannico, fonte di materie prime e manodopera, la Giamaica ha ottenuto l’indipendenza nel 1962, rimanendo però nel Commonwealth e mantenendo un ordinamento monarchico-costituzionale in cui il sovrano britannico è, di fatto, il Capo di Stato dell’isola. La Regina è rappresentata da un Governatore Generale, che viene nominato su suggerimento del Primo Ministro giamaicano. Fin dall’indipendenza, però, le velleità repubblicane del Paese hanno preso sempre più piede tra la popolazione.
Ora Kingston presenta il conto a Londra. Una commissione ministeriale proprio in questi giorni ha iniziato il lungo processo di dialogo con l’opposizione per cercare di imbastire un progetto lungimirante di cambio dell’ordinamento. La commissione è presieduta dal ministro alla Giustizia, Mark Golding, e vede al suo interno il ministro delle Finanze, Peter Phillips, quello degli Esteri Nicholson e i titolari di altri dicasteri importanti nell’isola come ambiente ed energia.
Bisognerà presentare il progetto sia alla Corte di Giustizia dei Caraibi – che in caso di cambio di ordinamento diventerà l’ultimo step della giustizia giamaicana – che al “Private Council”, un’istituzione britannica. Prima di poter cantare vittoria, la Giamaica dovrà infine superare l’arduo ostacolo della riforma costituzionale, a cui si procederà tramite referendum.
Il destino potrebbe essere beffardo. Visti i tempi, il referendum potrebbe addirittura coincidere con quello sull’indipendenza scozzese, infliggendo alla corona britannica – in caso di successo di entrambi – una batosta non da poco.
Il sogno dell’Impero britannico, che ebbe la sua massima fioritura durante il regno di Vittoria e che si è poi sgretolato in seguito alla II Guerra Mondiale e alla decolonizzazione, ha cercato di sopravvivere almeno in campo economico con il mantenimento del Commonwealth. Una continuità che pare convenire a tutti: ai Paesi geograficamente marginali o economicamente deboli, e alla Gran Bretagna che desidera mantenere un ruolo privilegiato con le sue ex colonie e si fida ancora poco dell’Unione Europea.
Chiaramente il distacco della Giamaica avrebbe un peso specifico ben diverso nella politica estera britannica rispetto ad un’eventuale cambio di ordinamento da parte di Paesi politicamente ed economicamente più rilevanti, come Canada e Australia. Un colpo duro per il Regno sarebbe poi quello di perdere il proprio cortile di casa, la Scozia, che in caso di esito positivo del referendum potrebbe riaccendere le mai sopite velleità indipendentiste del vicino Galles.
Tuttavia rimane paradigmatico il caso giamaicano, vista la ferma volontà di Portia Simpson Miller di staccarsi da Elisabetta II con parole forti e proposte concrete che si stanno trasformando velocemente in realtà.
Che possa partire proprio dalla fredda e confinante Scozia e dalla calda e remota Giamaica un cambiamento che sconvolgerà la politica estera britannica?




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