L’odio per Fini
I fantasmi antidemocratici e illiberali del berlusconismo
di Florian
Se c'è una cosa che non è facile digerire, per chi guarda con interesse alla politica italiana, è questo odio verso Fini che caratterizza non solo i media berlusconiani (il Giornale, Libero e il Tempo) ma anche una parte notevole di quell'area che non si riconosce nella sinistra.
Si badi, la disistima politica, la distanza e le perplessità nei confronti di un percorso politico nient'affatto lineare ci possono stare. Si può non condividere Fini leader quanto quel fenomeno complesso che con una certa approssimazione viene chiamato "finismo". Ma una cosa sono i dubbi, un'altra è l'odio.
Il dubbio ha a che fare con la razionalità, l'odio è invece un sentimento irrazionale che spesso è conseguenza di un amore spezzato. Si odia ciò che prima si è amato non ciò che ci è stato indifferente.
Forse è per questo che chi scrive non riuscirebbe mai ad odiare Fini, per la semplice ragione che non l'ha mai particolarmente amato. Seguito sì, apprezzato anche e combattuto a fasi alterne, ma amato mai. L'amore non è un sentimento che ha a che fare con la politica. Almeno per una politica di stampo realista, una politica che si fregia essere "di destra".
Il politico non è un totem che si riverisce o una bella donna di cui ci si innamora. Il politico, in democrazia, non è nemmeno un sacerdote depositario del Verbo. Il politico è piuttosto un uomo d'azione di pensiero, spesso un pragmatico volto a misurarsi coi problemi della quotidianità allo scopo di risolverli e questo ancor di più oggi che ci siamo lasciati alle spalle le ideologie.
L’odio della destra per Fini rivela così l’incapacità di questo ambiente di uscir fuori dal proprio cono d’ombra, popolato di fantasmi antidemocratici e illiberali che non riescono a passare e che nell’impossibilità di incidere politicamente continuano a pesare, come una cappa, sul piano antropologico. Disse una volta Daniela Santanchè che la persona di destra è quella “che non tradisce” e la frase, rivelatoria di un modo di essere, è passata inosservata come se si trattasse “solo” della difesa di Silvio Berlusconi. In realtà è molto di più.
Fedeltà e onore per una certa destra, diciamo postfascista, sono un binomio inscindibile e imprescindibile per chi dovrebbe farne parte. Il “badogliano” infedele, il “traditore” manca di onore e perciò va trattato da “infame”, senza riguardo alcuno per la persona. Sembra di aver a che fare con la mafia o con una loggia esoterica e in effetti la destra neo e postfascista ha qualcosa in comune la mentalità dell’una e dell’altra.
Il postfascismo non è mai stato un superamento del neofascismo in termini politici, dunque razionali. Per i più è consistito semplicemente in uno scavalcamento. Si è andati oltre, si è deciso di ammodernare l’argenteria, non gettando via quella vecchia, ma semplicemente occultandola. Esteriormente non si è più neofascisti e ci si dice, come conviene, liberali e democratici. Ma interiormente si continua a ragionare da neofascisti: il culto del Capo, il sentirsi ancora chiusi in un ghetto, l’estraneità alla cultura moderna tanto più sentita quanto viene pacchianamente accettata, la logica militaresca, la trincea…
A Fini viene contestato di essere uscito definitivamente fuori da questa forma mentis tipicamente missina, di esser non solo a parole ma anche nei fatti uscito fuori dall’”area” per aprirsi a quella parte di società che neofascista non è mai stata, così come non è mai stata di destra “radicale”, intendendo con ciò anche l’integralismo cattolico che negli ultimi anni ha saputo agganciarsi con sorprendente disinvoltura al carro “cattolico-liberale” dei berlusconiani.
“Fini ha tradito”, si sente dire con furibonda insistenza. Ma tradito cosa?
L’alleanza (in questo caso col Cavaliere) non è un patto di sangue, è un accordo che si intende rinnovabile o meno a seconda dell’evoluzione del rapporto tra i contendenti. Dunque Fini se ritiene di avere obiettivi politici diversi dal Berlusconi di oggi non ha tradito proprio niente, ha semplicemente seguito, laicamente, il suo percorso.
Tradito la destra? Quale destra, la destra missina? Dice Matteoli (e altri con lui) che il Fini di oggi non ha nulla a che fare con la storia del Msi prima e di AN poi. L’affermazione è inesatta, in quanto le posizioni che contrassegnano Fini oggi sono in buona parte riscontrabili in quelle vicende, magari appartenendo più all’ambito eretico che ortodosso di quel percorso. Ma anche se il finismo fosse un balzo in avanti in terra straniera non sarebbe da considerarsi poi un delitto di lesa maestà, visto che la destra italiana era sotto tutti i profili arretrata politicamente e lontana culturalmente dalle varie destre occidentali.
In realtà Fini ha cercato in questi anni, seguendo e poi affrancandosi dal berlusconismo, di seguire l’evoluzione contemporanea dei partiti conservatori e moderati europei. Quando partì l’avventura di Fiuggi il riferimento più immediato era il “Manifesto dei conservatori” di Prezzolini, ma si trattava di un testo vecchio di vent’anni, a dimostrazione di quanto poco nel frattempo avesse prodotto il neofascismo o di quanto inservibile politicamente fosse, nel complesso, la riflessione che vi fu (sfondamenti a sinistra, andare oltre il capitalismo, etc.).
Negli anni immediatamente successivi alla formazione del Polo delle Libertà si è cercato di seguire da un lato ciò che proponeva la migliore intelligenza di partito (Veneziani, Malgieri) e allo stesso tempo si guardava ai gollisti, ai conservatori tedeschi, ai popolari spagnoli e ai tories inglesi, sempre cercando una “via italiana” per la destra. Mentre Berlusconi, dal canto suo, non si è mai mosso dalla “rivoluzione liberale” del 94, retoricamente enunciata quanto mai realmente perseguita.
Negli anni Duemila è accaduto che il conservatorismo occidentale si è dato un tono più moderato, più centrista, accogliendo molte indicazioni da una socialdemocrazia postasi già “oltre la destra e la sinistra” (Giddens) e che rivendicava l’approdo ad un “nuovo centro” (neue mitte). Dopo la rivoluzione dei Blair e degli Schroeder, scopiazzata dai nostri D’Alema e Prodi, era impossibile per una destra riciclare le vecchie parole d’ordine “meno tasse e meno immigrati”. Bisognava trovarne di nuove più in linea coi tempi. E questo è ciò che ha fatto Sarkozy, ciò che ha fatto la Merkel, ciò che ha fatto Cameron. Mentre il berlusconismo si abbeverava al neoconservatorismo bushiano e si legava al ratzingerismo più intransigente e al neopopulismo xenofobo e antislamico di Bossi, Fini si interessava all’elaborazione culturale dei think tanks conservatori europei coi quali stringeva contatti.
Non è dunque Fini che è fuoriuscito dai binari di un percorso proprio di un conservatorismo moderato e liberale, in una sola parola “contemporaneo” (“Con, conservatori contemporanei” è non a caso il titolo della rivista di Italo Bocchino), semmai è Berlusconi che per mera convenienza politica ha preferito legarsi a posizioni che in Europa sono considerate più inerenti ad un populismo di destra che al conservatorismo o al moderatismo del PPE.
Il berlusconismo si può leggere in tanti modi. La destra post-Fiuggi ha pensato salire sul treno berlusconiano per poter afferrare, dopo decenni di magra, qualche fetta di potere. La spregiudicatezza con la quale la corrente più ideologica e romantica di Alleanza Nazionale, ovvero gli alemanniani, ha svenduto ciò che restava di una “destra sociale”, comunitarista e antioccidentale, mascherando con l’approdo al tremontismo il perseguimento di interessi privati (vedi Roma) oltre ad essere disarmante è la cartina di tornasole di un percorso collettivo.
Naturalmente i media berlusconiani tacciono su tutto ciò, ripetendo la solfa menzognera di un berlusconismo fieramente liberale e di un finismo diventato “sinistroide”. Avendo a che fare con un elettorato largamente disinteressato al pensiero politico e ad una militanza fortemente prona al cesarismo carismatico di Berlusconi, è stato facile demonizzare Fini facendo appello all’irrazionalità, toccando i vari nervi scoperti di una destra rimasta ancora nel profondo postfascista.
Tuttavia del cammino iniziato da Fini sin dai tempi del coraggioso “elefantino” con Segni si stanno vedendo i primi, importanti frutti. Il berlusconismo è invece fermo alla logica, terrorizzante del “dopo di me, il diluvio”. Auguri…




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