La destra può sopravvivere al Cavaliere
di Alessandro Campi
Il Riformista, 25 gennaio 2011
I sondaggi più recenti sulle intenzioni di voto confermano, pressoché tutti e con minime oscillazioni, un dato all’apparenza sorprendente: il Popolo della libertà, a dispetto dei guai giudiziari del premier e del danno d’immagine che quest’ultimo sta oggettivamente scontando a causa della sua improvvida condotta di vita, continua a veleggiare oltre il trenta per cento dei consensi.
La crisi politica della maggioranza di centrodestra, che dura ormai da alcuni mesi, e il susseguirsi di scandali e polemiche che hanno avuto come protagonista Berlusconi non hanno insomma intaccato il fronte elettorale cosiddetto moderato, che sembrerebbe mantenersi compatto e solidale intorno al suo insostituibile leader.
Gli italiani che nel corso di circa quindici anni hanno votato in modo convinto per il Cavaliere - questa l’interpretazione che viene data dai vertici del Pdl - evidentemente non si lasciano intimorire, abbindolare o condizionare dalle manovre subdole delle procure, dalle campagne di stampa della sinistra e nemmeno dalle parole preoccupate dei vescovi.
Ciò significa che se si dovesse andare al voto anticipato - tra tre mesi o tra un anno - il partito guidato dal presidente del Consiglio si confermerebbe come di gran lunga il più forte nel paese: avanti di quasi dieci punti rispetto al Partito democratico.
C’è però un altro dato che emerge dai sondaggi di questi giorni, che merita una qualche riflessione: se il voto al Pdl non diminuisce, si mantiene stabile o addirittura accenna a crescere rispetto a qualche settimana fa, viceversa il gradimento nei confronti di Berlusconi non fa che scendere (è ormai abbondantemente al di sotto del cinquanta per cento anche a giudizio degli istituti di ricerca considerati più generosi o simpatetici nei suoi confronti).
Ma i voti al Pdl - come si è sempre detto - non sono i voti personali di Silvio Berlusconi, quasi una sua proprietà politica privata? Se quest’ultimo perde consensi come mai il suo partito non fa altrettanto? Non è curioso che anche molti di coloro che dichiarano di votare ancora per il Pdl esprimano una crescente sfiducia nei confronti del loro storico leader? Come mai, nell’opinione degli elettori di centrodestra, non esiste una coincidenza perfetta tra l’orientamento di voto che essi esprimono, ancora fortemente favorevole al Pdl, e il giudizio sulla persona del Cavaliere, non esente da un crescendo di critiche, riserve e preoccupazioni?
Forse qualcosa sta accadendo nella politica italiana, a dispetto della stagnazione o peggio della paralisi che molti osservatori lamentano. Ed è appunto - a mio giudizio - il lento divaricarsi, che i sondaggi cominciano a segnalare in modo evidente, tra il personale destino di Berlusconi e il futuro politico del blocco sociale che lo ha sin qui sostenuto nelle urne: quell’Italia moderata e conservatrice che evidentemente non ha alcuna intenzione di ritrovarsi nelle drammatiche condizioni del biennio 1992-1993 e che proprio per questo non intende legare in modo indissolubile le proprie sorti a quelle di un Cavaliere che sembra giunto alla fase declinante della sua parabola.
Quest’ultimo, a pensarci bene, non ha inventato dal nulla il suo elettorato, come talvolta si sostiene: semmai l’ha ricevuto in eredità, in circostanze storicamente uniche e drammatiche, allorché sono repentinamente scomparsi i partiti che per decenni avevano rappresentato gli interessi e le istanze degli italiani che a vario titolo, nei decenni precedenti, non si erano riconosciuti nella sinistra.
Il capolavoro politico di Berlusconi è stato quello di aver ricompattato - all’insegna di un anticomunismo assai radicato nella mentalità nazionale e nel nome di una “rivoluzione liberale” rivelatasi nel tempo a dir poco velleitaria ma di grande suggestione propagandistica allorché fu annunciata - l’Italia moderata rimasta orfana della Dc e dei partiti cosiddetti laici dopo il ciclone di Tangentopoli. Di averle dato una guida politica unitaria e una prospettiva elettoralmente vincente. E di averla - bisogna anche aggiungere - radicalizzata dal punto di vista ideologico e dei comportamenti collettivi, assecondandone spesso le spinte più retrive.
Ma se il moderatismo è esistito prima di Berlusconi - dimostrando peraltro di essere socialmente ed elettoralmente egemone nella storia dell’Italia repubblicana - è fatale che esso sia destinato a sopravvivergli politicamente. Il che significa che per quanto Berlusconi possa averlo condizionato e plasmato, questo pezzo d’Italia difficilmente può essere fatto coincidere con la persona fisica di quest’ultimo. Si tratta semmai di capire come il moderatismo italiano possa eventualmente organizzarsi dopo Berlusconi, quale futuro possa avere indipendentemente da quest’ultimo.
Allorché l’avventura del Cavaliere dovesse interrompersi - quale che ne siano le modalità - lo scenario che molti analisti prevedono è quello del campo di rovine, del bing bang politico-istituzionale. Anche se la sua uscita di scena non dovessero avvenire in forme traumatiche e repentine, è difficile immaginare che qualcuno possa prenderne il posto, magari in modo consensuale, dimostrando un’eguale capacità d’aggregazione e di leadership. Ciò significa che le forze politiche e sociali che Berlusconi ha riunito intorno a sé - da ultimo grazie alla nascita del Pdl - andrebbero inevitabilmente ognuna per la sua strada, in attesa che nascano nuove aggregazioni partitiche e che, in prospettiva, si definisca un nuovo assetto istituzionale.
Ma è anche possibile che chi ha votato sin qui Berlusconi - il suo partito e le coalizioni da lui guidate - non abbia alcuna voglia di rivivere la condizione di smarrimento e di caos politico già sperimentata con il crollo della Prima Repubblica. Anche perché i miracoli riescono una volta soltanto. All’epoca Berlusconi riuscì a colmare un vuoto e a bloccare la diaspora dei moderati. Ma non è detto, se tutto dovesse nuovamente sfasciarsi, che un nuovo demiurgo, se mai verrà, riesca in un’operazione analoga. Ecco allora spiegato perché il consenso (stabile) al Pdl, visto dagli elettori di centrodestra come lo strumento che potrebbe garantire loro un’ampia autonomia d’azione, non va più di pari passo con la fiducia (decrescente) nei confronti di Berlusconi.
I primi sono sempre più preoccupati del loro futuro politico, anche senza Berlusconi, il secondo della sua personale sopravvivenza, anche a costo di sacrificare tutto ciò che ha costruito sinora. È questa tensione, tutta interna al centrodestra e destinata a crescere nelle prossime settimane, che probabilmente deciderà l’esito della crisi politica che stiamo vivendo.
Il Riformista




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