Quando Repubblica si accaniva contro l’abuso delle intercettazioni
Il Fazioso | 26 gennaio 2011
A Repubblica sono dei veri maestri nell’approcciarsi a qualsiasi argomento in base alle proprie finalità politiche. Se Clinton ha qualche problema con i sexgate, Repubblica subito condannava i media e l’opposizione di destra colpevoli di alzare un polverone su qualcosa di non importante. Ma se la stessa cosa accade a Berlusconi, figuriamoci, subito si mettono i costumi da inquisitori moralisti chiedendo l’ergastolo per il premier.
E stessa cosa sulle intercettazioni: se ne fanno migliaia e migliaia su Berlusconi va tutto bene, anzi ne vogliono sempre di più. Ma in altri periodi non la pensavano così. Basta leggere il commissario Davanzoni (alias Giuseppe D’Avanzo), uno dei più grandi ossessionati antiberlusconiani di tutti i tempi, che nel giugno del 2006 però la pensava in modo molto diverso sull’abuso delle intercettazioni da parte di alcune procure. Leggiamolo insieme attaccare procure (che usano gli audio a sproposito) e parlare male della stampa “guardona” che getta fango, rammaricandosi poi per l’effetto devastante sulla privacy delle persone
- Siamo travolti dalle intercettazioni telefoniche. Da quasi un anno ci piovono addosso decine di migliaia di frasi rubate. Cominciammo con la moglie del governatore della Banca d’Italia e baci in fronte
- l’intercettazione è una estrema ratio che dovrebbe trovare il suo limite nell’articolo 15 della Costituzione: “La libertà e segretezza di ogni forma di comunicazione sono inviolabili”. In realtà una magistratura pigra abusa delle intercettazioni. Con quel metodo di lavoro invasivo, si afferra rapidamente il risultato “oggettivo” senza dannarsi troppo l’anima
- se le intercettazioni hanno sempre di più un effetto devastante per il diritto dei cittadini non lo si deve soltanto a quel che finisce negli atti giudiziari, ma all’uso scapestrato e allegro che si fa di quegli atti. La pubblicazione di quelle carte, al di là di ogni necessità, è quasi sempre colorato da una irritante ipocrisia.
- A sbattere nero su bianco chiacchiere telefoniche, nomi, facce, storie di sesso vero o presunto, turpiloqui, vaniloqui, millanterie e arroganza. Sembra essere una curiosità morbosetta il solo interesse pubblico dei giornali
- Il giornalismo italiano diffonde a piene mani intercettazioni non per fare informazione, per rispettare quel “patto etico” con il lettore che gli impone di rendere (anche con frasi rubate) comprensibile la realtà, di spiegare per quanto è possibile che cosa è accaduto e perché. Quelle frasi rubate sono pubblicate per mero scandalismo. Per voyeurismo.
L’ennesimo esempio di coerenza della sinistra…
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