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    Predefinito La crisi di sistema e la patrimoniale, una tela di ragno

    La crisi di sistema e la patrimoniale. Una tela di ragno

    di Giuliano Ferrara

    Il Foglio, 29 gennaio 2011


    Se il Cav. non cede, si vota. La puntata è sul voto diviso. La posta è la fine del berlusconismo Punto primo, ecco qualcosa che non è una notizia, ma è più di una notizia: la crisi si sta avvitando e, con una imminente iniziativa di Napolitano, tenderà nei prossimi giorni a diventare istituzionale.

    Vuol dire che, prendendo atto di un corto circuito incendiario tra il potere esecutivo, la presidenza contestata di uno dei rami del legislativo, e l`ordine giudiziario, il Quirinale cercherà attivamente di spegnere l`incendio. Dunque o si vota, lavacro popolare di sovranità, o si fa un governo diverso, magari integrato da una diversa presidenza della Camera, ché sono questi i due unici sbocchi teoricamente e praticamente possibili. A meno che Berlusconi cambi linea, passando dalla resistenza alla resa contrattata, o Bassi lo molli come ha esplicitamente detto di non voler fare, un governo diverso è impossibile, ,e il voto risulterebbe obbligato. Si voterebbe certo con Berlusconi candidato e capo della coalizione, ma se non ci fosse la maggioranza in Senato, ecco che un governo di larga coalizione o un governo Tremonti diventerebbe passibile (la Lega secondo i sondaggi va forte).

    Punto secondo, e qui si tratta di decisioni strategiche utili a nutrire la prospettiva politica appena descritta: non c`è solo il federalismo fiscale, come emergenza di programma e di riforma ormai sul limite del varo o di un nuovo rinvio, c`è anche questa storia curiosa della patrimoniale, proposta sul Corriere da vecchie stelle della Prima Repubblica(il socialista Amato e il cattolico Capaldo, in forme diverse), sonoramen- te bocciata ieri nel Foglio dal presidente del Consiglio, e maliziosamente ignorata dal superministro dell`Economia e astro crescente nella costellazione politica.

    Vedremo come si debba giudicare la prevedibile iniziativa istituzionale straordinaria che il presidente Napolitano`è, secondo osservatori informati, in procinto di prendere. Ma sulla storia della patrimoniale, sia nella versione amatiana della tassa su un terzo degli italiani più ricchi, sia nella versione capaldiana dell`ipoteca a pagamento dilazionato sul patrimonio immobiliare privato, un gìudizìo ce lo siamo fatto.

    A parte considerazioni di politica economica sul conflitto tra riforme e liberalizzazioni per la crescita e imposta di stato sul patrimonio, intese come vie alternative per la riduzione virtuosa del debito pubblico, considerazioni che si riassumono negli interventi di Forte, Martino, Giavazzi, Alesina e altri ospitati nel Foglio, c`è una secca osservazione politica da non trascurare.

    Amato, Capaldo, e poi un Luigi Abete per l`imprenditoria terzopolista e un Veltroni, e da ultimo un chiaro editoriale del settimanale economico del Corriere, il Mondo, partono tutti da un assunto, che è più o meno esplicitamente questo: il debito sovrano, nella attuale fase critica della finanza internazionale si può ridurre, salvando la ghirba del paese, solo in una congiuntura politica diversa, solo in un contesto di unità nazionale all`insegna del TTB, Tutti Tranne Berlusconi.

    Il Corriere, che ha tra i suoi patron un influente e autorevole cattolico solidari- sta come il banchiere Giovanni Bazoli, ha ospitato volentieri la campagna per la patrimoniale e mandato in avanscoperta il direttore del suo settimanale ma ancora non si è direttamente sbilanciato, perché esprime anche la cultura economica liberale e una parte dell`establishment capitalistico ostile a una patrimoniale, favorevole alla prospettiva riformista e liberalizzatrice (compresa la vendita del patrimonio pubblico). Ma la questione posta da questa campagna è quella di trovare un modo di chiudere sulla lunga prospettiva, con una revanche del potere di decisione della stato sull`economia, il ciclo berlusconiano apertosi nella prima metà degli anni Novanta. L`anno del centocinquantenario dell`Unità italiana deve essere celebrato da una grande svolta istituzionale e politica fondata su una maggioranza larga, su una diversa integrazione della Lega in un diverso sistema, sulla selezione nel Pdl, via Tremonti, di un personale politico postberlusconiano, e sull`associazione di terzo polo e opposizione di sinistra a un grande sforzo solidarista nazionale basato sull`allarme debito e sull`esproprio impositivo della ricchezza privata. Quella ricchezza e libertà imprenditoriale oltre le regole e le convenzioni della politica pubblica, di cui l`imprenditore fattosi politico è stato per quasi vent`anni il minaccioso simbolo. I giochi non sono ancora fatti, ma vanno scoprendosi gradualmente con bluff e rilanci degni di un colossale poker.


    Governo Italiano - Rassegna stampa

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    Predefinito Rif: La crisi di sistema e la patrimoniale, una tela di ragno

    Quirinale, iniziativa istituzionale straordinaria

    Napolitano pensa di convocare martedì Schifani e Fini. “Così non si va avanti”. Il contatto con Bossi

    di Salvatore Merlo

    Il Foglio, 29 gennaio 2011



    “Così non si può andare avanti”. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha in programma una straordinaria iniziativa istituzionale. Già martedì prossimo i presidenti dei due rami del Parlamento – la base del triangolo istituzionale – potrebbero essere convocati al Quirinale. A quel punto Napolitano porrebbe loro un quesito sostanziale: “Il Parlamento funziona ancora, o no?”. Si prepara così un clamoroso “basta” che, contrariamente agli auspici berlusconiani, potrebbe imprimere una considerevole accelerazione verso il voto anticipato o verso scenari finora soltanto fantasticati. Silvio Berlusconi è stato informato con qualche reticenza degli intendimenti presidenziali, eppure il Quirinale stesso ha già inviato agli ambasciatori del Cavaliere dei segnali inequivocabili.

    Napolitano, che certamente non lavora per “golpe istituzionali” alla Scalfaro, non fa mistero di adorare Giulio Tremonti e ha sviluppato un rapporto di cordiale empatia anche con Umberto Bossi. Si dice che il leader della Lega in queste ore sia stato sondato dal Colle e che anche per questo – mentre si approssima la data del 2 febbraio, indicata da Roberto Maroni come possibile deadline per la legislatura – il capo padano ieri abbia frenato pubblicamente sulla richiesta di dimissioni scagliata dal centrodestra contro Gianfranco Fini. “Su questa storia di Montecarlo bisognerebbe fare meno casino”, ha detto Bossi indietreggiando vistosamente dal precedente “ora Fini deve dimettersi”.

    Il presidente Napolitano ha consegnato a interlocutori amici alcune decise valutazioni sull’impasse istituzionale che vede Fini assediato dalla maggioranza, Renato Schifani contestato dall’opposizione, il ministro degli Esteri accusato d’abuso d’ufficio e il presidente del Consiglio nella bufera mediatico-giudiziaria. “Sappiate che prima o poi dovrò dire e fare qualcosa”, è stato il messaggio consegnato giovedì in modo esplicito al Pdl attraverso i soliti canali di comunicazione. “La situazione descrive un’assoluta impossibilità per le istituzioni di funzionare. I due presidenti delle Camere, sia Fini sia Schifani, sono entrambi oggetto di delegittimazione, l’uno da parte del centrodestra l’altro da parte del centrosinistra. Così non funziona e non può andare avanti”, dice al Foglio Emanuele Macaluso, un più che amico di Napolitano.

    D’altra parte, neanche l’editoriale dal tono autorevole di Sergio Romano, ieri sul Corriere della Sera, è un prodotto casuale. “Mai come ora l’Italia ha avuto bisogno di persone che non siano protagoniste di un duro scontro politico e reggano con forza il timone delle regole e delle procedure”, ha scritto il professor Romano. Fuori di metafora: “Queste persone sono soprattutto il presidente della Repubblica e i presidenti delle Camere. Un terzetto che deve poter richiamare i contendenti alle regole del gioco. Fini dovrebbe chiedersi se le circostanze gli consentano di esercitare questa funzione nel migliore modo possibile”. L’editorialista del Corriere della Sera, esponente di rilievo del terzismo borghese, individua nel presidente della Camera il “terzo incongruo”. Ma in uno scenario, in sé, complessivamente incongruo: dall’interpellanza al ministro Frattini sull’affare immobiliare di Montecarlo, sino alle anomale richieste di dimissioni piovute dal terzo polo sul presidente del Senato.

    “Si profila il rischio di una paralisi delle istituzioni”. L’unico dubbio di Napolitano riguarda il metodo: come intervenire? Il presidente, che si sta consultando febbrilmente, sa di non avere a propria disposizione forti strumenti di manovra, d’altra parte lo scioglimento delle Camere è un meccanismo complesso che prevede prima l’avvio di una crisi di governo. Per questo si sta orientando verso un clamoroso messaggio pubblico da veicolare attraverso una convocazione formale dei presidenti dei due rami del Parlamento. Un’operazione che può contare sulla forza di Bossi, un leader della maggioranza che non vuole “imbrogliare” né tradire il Cavaliere, ma pensa – e molto – alle elezioni.

    E’ forse per questa ragione che la data favorita, nelle ipotesi che si fanno al Quirinale, è martedì primo febbraio. Il giorno successivo, il 2, la Bicamerale dovrà esprimersi sul federalismo municipale. “Sarà quello il momento della verità”, aveva scritto al CorriereRoberto Maroni; la verità sul gioco delle opposizioni, che a quel punto dovranno uscire allo scoperto e prendersi la responsabilità di riportare al voto gli italiani. Ma anche la verità, forse – ha sostenuto Maroni – sulla maggioranza. Preceduto dall’iniziativa del presidente della Repubblica, il voto sul federalismo appare l’anticamera delle urne o di nuove formule parlamentari o, chissà, di una resa contrattata del Cav.

    © - FOGLIO QUOTIDIANO



    Quirinale, iniziativa istituzionale straordinaria - [ Il Foglio.it › La giornata ]

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    Predefinito Rif: La crisi di sistema e la patrimoniale, una tela di ragno

    Il Colle vuole svelenire il clima per evitare le elezioni durante la festa per i 150 anni

    di Antonella Rampino

    La Stampa, 30, gennaio 2011


    ROMA. Fermarsi prima che sia troppo tardi», stop alle liti tra chi assolve compiti istituzionali, è il messaggio che ancora ieri spirava dal Colle, smentendo pure che Napolitano abbia convocato per martedì Fini e Schifani, un’indiscrezione che ieri ha mandato in subbuglio i Palazzi romani. E però, magari non subito, ma quel momento arriverà. «Ci sono solo due persone in Italia che non vogliono le elezioni. Silvio Berlusconi, perché si sente saldo e intoccabile.

    E Giorgio Napolitano, per non scalfire le celebrazioni dell’Unità d’Italia. Certo che ha esercitato sui ministri ancora l’altroieri l’invito ad abbassare i toni, certo che ha minacciato di convocare Fini e Schifani, certo che s’è irritato con Fini anche perché c’è il capogruppo futurista che vuole “ammaccare” il ministro degli Esteri, una cosa inaudita. Ma la verità è che è da un mese che Napolitano ci chiede di abbassare i toni. Che celebrazioni sarebbero, quelle dell’Unità d’Italia, con un Paese che urla e va ad elezioni anticipate?

    E del resto, noi, per la sua festa spendiamo la bellezza di 120milioni di euro, volete che non aspettiamo ancora qualche settimana, quando le elezioni saranno davvero inevitabili?». L’altissima fonte del Pdl, di quelle che con le cariche istituzionali hanno un filo diretto, dà questa chiave di lettura dell’attività di moral suasion del Capo dello Stato. Ripartita in queste ore a pieno regime, a cominciare dalla Terza carica dello Stato, spinta a tenere un profilo «meno da capo fazione»: il segno tangibile è stato che Fini, già raffreddato, s’è ammalato di colpo e così non è andato a Todi, dove l’intero Terzo Polo - ben 100 parlamentari - era pronto ad accoglierlo come massimo leader antiberlusconiano.

    Non solo: Fini ha cancellato anche il previsto intervento in teleconferenza, e così s’è evitato (Napolitano ha evitato) che ripartisse il giro delle contumelie, e delle richieste di dimissioni reciproche, tra il presidente della Camera e il presidente del Consiglio. Anche Casini ha parlato in toni blandi, senza mai chiedere, come fatto ancora un paio di giorni prima, le dimissioni di Berlusconi. Abbassare i toni, placare gli animi. Lenire e sopire, per ora. E dunque al Quirinale sono saltati sulla sedia, dopo aver letto sul «Foglio» di Giuliano Ferrara l’indiscrezione secondo la quale starebbero per essere chiamati nello studio della Vetrata il presidente della Camera e quella del Senato.

    Ben documentato dal notista politico Salvatore Merlo, l’articolo puntava dritto dritto allo scioglimento delle Camere. Indiscrezione sulla quale fan da pompieri le fonti del Colle, allargando le braccia: si scrive che l’augusto consesso sarebbe convocato per martedì, ma martedì Napolitano è impegnato per l’appunto, e fino a mercoledì, delle celebrazioni del centocinquantenario, a Milano prima e a Bergamo poi, città che diede i natali al grosso dei garibaldini. Dunque, non sarà martedì, non sarà mercoledì e non sarà neppure giovedì prossimi.

    Ma di certo a un certo punto, quella convocazione al Colle della Seconda e Terza carica dello Stato ci sarà. Sperando che, per quell’epoca, sia ancora possibile una soluzione politica, e che le elezioni anticipate non diventino una inevitabile conseguenza della soluzione giudiziaria. «Indubbiamente il vero punto d’infezione è il presidente del Consiglio, che parla di un ordinamento dello Stato come di nemici che ordiscono complotti, ma quel che bisogna chiedersi è: in queste condizioni il Parlamento è in condizione di legiferare?», ci dice Emanuele Macaluso, aggiungendo che «Napolitano rispetterà la Costituzione, come ha sempre fatto». La nostra fonte del Pdl preconizza le elezioni per il 15 o per il 29 maggio, evitando di dover depositare le liste il giorno di Pasqua o in quello della Liberazione.


    http://www3.lastampa.it/politica/sez...o/lstp/386668/

 

 

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