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    Tradizional-Socialista
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    Predefinito Giorgio Pini. Per una sinistra nazionale

    Giorgio Pini. Per una sinistra nazionale

    Romano Guatta Caldini

    Se fosse ancora in vita, la sua penna sarebbe contesa dalle maggiori testate giornalistiche.Attraverso le sue intuizioni, nel giro di pochi mesi, era in grado di duplicare le vendite di qualsiasi quotidiano, aprendo orizzonti culturali fino ad allora sconosciuti. Firma di punta del Popolo d’Italia e del Resto del Carlino, Giorgio Pini è annoverabile tra le menti più lucide del secolo scorso.

    Nato a Bologna nel febbraio 1899, si laurea in giurisprudenza e inizia a interessarsi di politica, dopo la lettura dell’articolo “Audacia”, scritto dal giovane socialista Benito Mussolini. Una concezione politica, quella che si andrà formando in Pini, che si rifaceva non tanto alla dottrina ma alle scelte politiche legate alle vicende biografiche del fondatore del fascismo. Infatti, più che di fascismo si poteva parlare di mussolinismo, sia nel caso di Pini che in quello di Carlo Silvestri e molti altri esponenti della sinistra fascista, come ha sottolineato recentemente Arrigo Petacco.

    Dopo la marcia su Roma è chiamato a dirigere L’Assalto. In seguito si trasferisce a Venezia per risollevare le sorti di un quotidiano locale. Grazie al suo modo di fare giornalismo viene contattato da Mussolini per ricoprire il ruolo di redattore capo del Popolo d’Italia. Il quotidiano si trasformò nella vetrina del fascismo, in breve, la tiratura del giornale salì da 170.000 a 360.000 copie. Ma il merito di questi incrementi non era solo di Pini; alle 17 di ogni giorno, arrivava puntuale, alla redazione del quotidiano, la telefonata da Palazzo Venezia. Il Primo giornalista d’Italia, attraverso il suo redattore capo, s’informava e correggeva la linea editoriale. Un sodalizio intellettuale che si protrarrà nel tempo fino al fatidico 25 luglio. A seguito della caduta del regime e la successiva enunciazione dei principi del fascismo repubblicano, Pini aderisce entusiasta alla RSI. Mussolini lo chiama a dirigere il Resto del Carlino, ma per l’ex redattore ha anche altri progetti. Lo vuole Sottosegretario agli Interni, a fianco del Ministro Zerbino, «per sollecitare sempre, in qualsiasi struttura della RSI, una maggiore forma di democrazia, precisamente, quella di una libertà capace di soddisfare l’esigenza collettiva d’intendimenti, pertanto di convocare le assemblee del P.F.R. non solo quando piace ai gerarchi, ma quando lo vogliono i fascisti della base».

    Se il ruolo del giornalista è quello di analizzare e dare testimonianza di ciò che lo circonda, in tal senso Pini esplicò efficacemente il suo compito, andando spesso controcorrente. Egli denunciò la miopia dei più accesi anticomunisti, che andavano perdendo di vista il reale nemico; la regia occulta. Significativa è la velina del 25 gennaio 1945 : «la borghesia torinese sta ordendo una congiura antifascista con tendenza conservatrice reazionaria». Sempre Pini in “Reazione e Rivoluzione” scrive: «per riscattare un giorno la nostra vita nazionale dai suoi difetti bisogna alimentare un nuovo spirito rivoluzionario. Compito difficilissimo mentre l’istinto di difesa dal comunismo sta persuadendo molti allo spirito conservatore. (…) Sarebbe dunque un errore fondamentale per le forze nazionali adagiarsi alla conversazione per paura del comunismo. Ai fini del nuovo Risorgimento italiano cui dobbiamo tendere, sta bene impedire un trionfo comunista, ma guai rinunciare alle nostre istanze nazionali e sociali, guai a renderci complici della reazione. Il pericolo di sinistra è in declino e sorge quello di destra».

    Con un simile retroterra politico era inevitabile che Pini facesse della socializzazione e dell’unione di tutte le forze rivoluzionarie, i suoi cavalli di battaglia. Alla caduta di Mussolini, dopo un periodo di clandestinità, entra nel MSI, qui diverrà il leader indiscusso della sinistra missina, coadiuvato da Concetto Pettinato, Ernesto Massi, Ezio Daquanno e Massimo Uffreduzzi. A Pini si deve la rielaborazione storico culturale del Risorgimento e dei legami che questo aveva con il Fascismo. Se la destra tradizionalista si caratterizzava per i toni ben poco benigni nei confronti del Risorgimento e dei suoi esponenti, Pini ma anche Brocchi, Palamenghi e altri, aprirono un vivace dibattito sull’innegabile eredità lasciata al fascismo da uomini come Mazzini e Pisacane. Il Risorgimento come incipit di un’autentica Rivoluzione Nazionale fautrice di un “socialismo affermatore della nazione”.

    Tra i vari primati del duo Pini-Pettinato, è da ricordare l’appoggio ai movimenti d’indipendenza nazionale africani. Un punto di vista sul quale influiva, come leggeremo, il risentimento per la perdita delle colonie, ma una presa di posizione comunque anomala all’interno di un “arcipelago”, che nel razzismo e nel “mito dell’ultimo avamposto bianco” gettava le proprie basi culturali. Scrive Pettinato su Il Meridiano d’Italia del 22 maggio 1949: «d’ora innanzi l’indipendenza africana siamo pure noi a volerla. Siamo noi pure a fianco dei popoli arabi nella lotta contro i dominatori europei.(…) Gli Stati Uniti, questi sentimentaloni da Carta Atlantica e da Capanna dello zio Tom non ammettono il colonialismo? Benissimo! Noi pure siamo del parere che il colonialismo abbia fatto il suo tempo. Tanto ha fatto il suo tempo che non vogliamo più neanche noi le colonie degli altri. L’Africa agli Africani signori». Un anti-colonialismo dal quale sia Pini che Pettinato non si discosteranno nel corso degli anni, appoggiando sia i militanti del Fronte di Liberazione Nazionale algerino che i Việt Cộng in lotta contro il “comune occupante americano”.

    Era quindi logico, che le scelte del MSI in merito al patto atlantico, portassero Giorgio Pini ad uscire dalle stanze del partito sbattendo la porta. Sicuramente aveva compreso la reale natura del MSI, ancor prima che questa si palesasse nella sua interezza, attraverso le scelte inerenti la politica estera. Ma la morte di un figlio caduto per mano partigiana e la fede nel fascismo repubblicano, gli impedirono sempre di fare quell’ulteriore “salto” verso sinistra che molti “fratelli maggiori” avevano già fatto. Come Pini, saranno molti, gli intellettuali decisi ad abbandonare il partito, indignati dalla deriva destrorsa dei “Michelini e degli Almirante”. Primo fra tutti il mai troppo compianto Ernesto Massi. Quello che anni dopo Beppe Niccolai definì “un MSI da sogno” non si realizzò mai.

    Giorgio Pini, nonostante tutti i suoi pregiudizi, per altro giustificati, nei confronti dei comunisti italiani, accettò di collaborare con il Pensiero Nazionale del filo-comunista Stanis Ruinas, solo quando questi decise di cessare la collaborazione con il PCI, per ritornare al più mussoliniano intransigentismo socialista. Il direttore del “Pensiero Nazionale” era da tempo che corteggiava l’ex redattore capo del Popolo d’Italia. Ruinas nel tentativo di fondare un movimento nel quale far confluire tutti gli ex fascisti di sinistra, individuò in Pini l’uomo che avrebbe potuto guidare questa nuova formazione. A testimonianza di quali fossero le intenzioni del direttore di PN, rimangono le dichiarazioni da lui rilasciate al periodico Cronache: «Senza dubbio, se ci fosse l’uomo adatto, tutte queste persone (se fate il conto, ne trovate almeno due milioni) potrebbero avere una forza ed un peso. Non sono certo io ad avere l’autorità e la capacità del capo. Mi limito a dirigere questa rivista, che abbiamo ideato con mezzi molto modesti, e attorno alla quale si raccolgono gli interessi di ex fascisti di tutta Italia. È il tema della collaborazione con le sinistre che mi preoccupa: un tema che ho sempre sostenuto anche nella Repubblica Sociale. Io propugno l’accordo con tutti, con quelli che si chiamavano i clandestini, poiché ormai siamo degli uomini di sinistra dichiarati anche noi».

    Gli argomenti su cui Ruinas fece leva per convincere Pini, sono individuabili, in alcuni punti della carta programmatica da lui stesso redatta, in occasione dell’incontro bolognese, fra i gruppi di PN e quelli di Socialismo Nazionale: 1) Rivendicazione sul piano storico della RSI e dei suoi postulati; 2) Unità e indipendenza dell’Europa dai due blocchi; 3) Repubblica Presidenziale fondata sullo Stato nazionale del lavoro. Ma per meglio comprendere le differenze ideologiche che intercorsero fra il giornalista sardo e quello emiliano, è utile riportare alcuni passi, di una lettera che Pini scrisse a Ruinas per chiarire la sua posizione: «Mi nego sistematicamente, apertamente a destra (e perciò non trovo lavoro), ma non posso abbracciare la sinistra attuale, perché marxista, perché sanguinaria e assassina, perché totalitaria nei suoi fini, perché sostanzialmente anti-nazionale non meno della destra. Combatto il nostalgismo e perciò sono all’indice, ma non posso sentire offendere Mussolini.(…) Sono convinto che l’ex fascismo deve dividersi nei suoi residuati di destra e nei suoi germogli di una sinistra nazionale. Questo aggettivo ci separerà sempre dai comunisti».

    In seguito, Giorgio Pini, insieme a Ernesto Massi, è animatore del “Comitato d’iniziativa per la Sinistra Nazionale”, almeno fino al 1965, mentre la collaborazione con Pensiero Nazionale termina nel 1977 con la cessazione delle pubblicazioni. La mancanza di fondi e le congiunture nazionali e internazionali poco favorevoli, faranno sì che il progetto d’unificazione della corrente socialista ed anticapitalista degli ex “erresseisti”, non giunga mai a compimento. A noi, rimane comunque, oltre all’enorme bagaglio culturale, l’onore di riprendere il cammino là, dove i padri nobili si sono fermati.
    Fondo Magazine|Giorgio Pini. Per una sinistra nazionale
    Chiunque stia dalla parte di una giusta causa non può essere definito un terrorista.
    Yasser Arafat

    Una religione senza guerra è zoppa.
    Ruhollāh Mosavi Khomeyni

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    GIORGIO PINI, L’ESEGETA DELLA CIVILTA’ SOCIALE

    Bruno De Padova



    Emerge in continuità dall’operosa regione d’Emilia-Romagna, da quell’ubertoso territorio che diede all’Italia uomini eccezionali quali Benito Mussolini, Guglielmo Marconi, Goffredo Coppola, Giuseppe Verdi e Ottorino Respighi, Italo Balbo, Ettore Muti e parecchi altri cittadini illustri provenienti dall’intera area geografica inclusa tra Piacenza, Ferrara e Rimini, il significativo insegnamento di coerenza morale e politica dello scrittore e giornalista Giorgio Pini, che ebbe i natali l’1 febbraio 1899 nel capoluogo felsineo, ove s’innalzano sopra i quartieri di Bologna le famose torri degli Asinelli e della Garisenda. Egli apportò, a chi seppe considerarlo, una lezione di stile e di rispetto dei maggiori valori spirituali, indispensabili oggigiorno per rinnovare la condanna di quel malcostume imperversante soprattutto nell’ambito della partitocrazia e in cui gli opportunisti – specie quelli deprecati già nel 1908 dal faentino Alfredo Oriani nell’opera ‘La rivolta ideale’ – continuano a rinnegare le conquiste della civiltà e la disciplina etica per il progresso sociale (quella osservata significativamente da Socrate a Giuseppe Mazzini ed anche dal romagnolo Nicola Bombacci), che rappresentano invece la forza motrice di quell’aristocrazia nuova caratterizzata dal vigore del carattere e dalla continuità morale.
    Laureatosi in giurisprudenza, Giorgio Pini – dopo la sua partecipazione quale volontario alla ‘Grande Guerra’ conclusasi con la redenzione di Trento, Trieste, Fiume e la Dalmazia – aderì nel 1920 al movimento fascista; ma, la sua maturazione iniziale avvenne il 15.11.1914, allorché poté leggere nel primo numero del nascente quotidiano Il Popolo d’Italia l’articolo basilare di fondo e intitolato ‘Audacia!’, scritto impegnativo di Benito Mussolini che fu per migliaia di giovani italiani e per lui la vera iniziazione alla politica e il pieno incontro spirituale col suo autore.
    Fu mediante la documentazione fornita col libro ‘Filo diretto con Palazzo Venezia’ (ediz. 1967), che G. Pini perfezionò il commento e l’ambientazione politica di B. Mussolini e poi del Fascismo nel grande panorama degli avvenimenti fra il 1914 e il 1943, cioè nel quadro storico della vita italiana e internazionale durante quei decenni di rivolgimenti interni e di guerre mondiali, in quanto essi promuovono l’equa considerazione e la successiva maturazione ad una interpretazione equilibrata della Repubblica Sociale, della sua programmazione evolutiva (d’autentica portata rivoluzionaria) nell’ordinamento dell’economia produttiva e dell’apoteosi del lavoro per la liberazione dei popoli verso il progresso civile, redenti dalla soggezione alle oligarchie plutocratiche e dalle falsità avvolgenti della dialettica marxiana.
    Restiamo però, a Bologna, in quell’anno – 1920 – in cui Leandro Arpinati fondò il settimanale politico L’Assalto diretto poi da Baroncini e quindi da G. Pini, che per quest’ultimo significò 1’inizio d’una brillante carriera giornalistica, mentre gli consentì di contribuire con efficacia all’azione propulsiva del movimento fascista nell’incontro con le genti d’ogni categoria per affrancarle dal caos del primo dopoguerra e dal tormento di quelle ‘settimane rosse’ che sconvolsero le zone ferrarese, romagnola e marchigiana.
    Poi, con l’ampliarsi di questo fulcro d’azione politica, Pini – alla fine del 1921 – osservò che soltanto il fascino personale di B. Mussolini ("con potenza certo non più posseduta da un uomo dopo Napoleone e Garibaldi") riuscì a coordinare in una disciplina unitaria gli elementi eterogenei che erano affluiti nei fasci di combattimento dai più disparati settori politici e così si realizzò la ‘marcia su Roma’ e la successiva conquista di Palazzo Chigi.
    E’ doveroso nel contempo specificare che il problema della stampa, della sua libertà e della sua funzione di critica costruttiva fu per G. Pini di costante impegno, cioè di stile e, nonostante l’incedere di assolutismo esclusivista del 1925, il direttore de L’Assalto rimase sempre intransigente nella salvaguardia dell’autonomia del periodico della federazione del P.N.F. di Bologna. Tale fermezza fruttò a G. Pini la nomina a direttore del quotidiano felsineo Il Resto del Carlino, riuscendo ad animarlo – come gli chiese Mussolini – quanto il Corriere padano, cioè i1 battagliero foglio ferrarese di Italo Balbo condotto da Nello Quirici.
    In questo G. Pini riuscì con capacità professionale; per cui, nel 1930 Augusto Turati e Arnaldo Mussolini ne promossero la designazione alla guida del Giornale di Genova. Nel capoluogo ligure perfezionò con analogo impulso le edizioni del pomeridiano Corriere mercantile, non mancando di segnalare già allora l’importanza determinante che la ‘camionale Genova-Serraval1e’ aveva assunto per il potenziamento dei collegamenti tra la Valle Padana e il massimo scalo marittimo d’Italia, nonché con le linee di navigazione verso l’Africa e le Americhe.
    Dopo di che, G. Pini venne incaricato a risollevare le sorti del giornale Il Gazzettino, compromesse a Venezia dalle liti fra gli eredi e successori de1 fondatore Talamini.
    Ovunque, da Bologna a Genova e Venezia, lo ‘stile’ giornalistico di G. Pini, la sua capacità di perfezionare la collaborazione con i redattori, i corrispondenti esterni, gli inviati e le agenzie d’informazione (specie la Stefani) e il costante dialogo con il pubblico dei lettori vitalizzarono l’efficienza della sua stampa, specie con l’opinione popolare. Ciò lo compresero bene a Roma ed a Palazzo Venezia.
    Infatti, la missione giornalista d’informazione formatrice di G. Pini venne agevolata dal complesso di realizzazioni politiche e d’impegno sociale sincronizzate dal programma di Sansepolcro (23.3.1919) al caposaldo della Carta del Lavoro (21.4.1927), al contratto collettivo per qualsiasi categoria produttrice, dalla riforma gentiliana della scuola (1923) sino a quella di Bottai (1939) che concretizzarono la Carta della Scuola, dal Concordato con la Chiesa (1929) al risanamento nazionale dell’agricoltura (dalla ‘battaglia del grano’ alla bonifica integrale delle paludi pontine – con l’edificazione di Littoria/Latina – a quella della Maremma e della Valdichiana), dal riordinamento giudiziario all’incremento responsabile della Cultura, e quando – nel dicembre 1936 – sostituì Sandro Giuliani nel ruolo di caporedattore a Il Popolo d’Italia, la tiratura, che stazionava sulle 150.000 copie giornaliere, riprese ad aumentare.
    Nell’assumere l’incarico di caporedattore (la direzione de Il Popolo d’Italia dal 1931 al 26.7.1943 fu sempre di Vito Mussolini), G. Pini il 22.12.1936 ricevette dal suo fondatore il preciso compito di rinnovarlo e lo fece bene, con rapidità, col programma di globale ricomposizione, sostituendo le attrezzature anche tipografiche, l’impaginazione ecc. senza esitazioni. Con una terza pagina più varia, con l’inserimento di rubriche d’evasione (molto sport, racconti e persino la moda), la tiratura del quotidiano salì a 170.000 copie nel marzo 1937, a 263.000 in giugno e dopo, durante la Guerra di Spagna, la richiesta crebbe a 360.000 copie.
    E’ bene rammentare che tra i redattori, i corrispondenti, gli articolisti si distinsero M. Appelius, L. Barzini, E. Daquanno, U. Manunta, N. Nutrizio, C. Costamagna, N. Giani, G. Pallotta, S. Panunzio, A. Soffici, U. Spirito, G. B. Vicari e molti altri.
    Il quotidiano indicato ottenne con G. Pini la tiratura eccezionale di 434.000 copie il 28.10.1938, di 435.000 il 10.6.1940 e di 348.000 nel febbraio 1943. Egli ebbe tra il 1936 e il 1943 più di trecento incontri telefonici con Mussolini, otto udienze ed innumerevoli altri durante le manifestazioni pubbliche. Dopo il 26.7.1943 – in seguito al complotto di Grandi, dei Savoia e di Badoglio – tale quotidiano cessò le pubblicazioni e, dopo l’8 settembre, Mussolini – anche con l’istituzione della Repubblica Sociale – non volle farlo rinascere.
    Quell’Italia che, per l’infamia del tradimento sabaudo, annoverò – insieme a Mussolini – una schiera di uomini che, aderendo alla Repubblica Sociale, promosse una straordinaria complessità d’intendimenti per la rinascita della Nazione per cui C. A. Biggini attivò il progetto di Costituzione della R.S.I., ebbe in Giorgio Pini uno tra i più validi sostenitori: non soltanto quale nuovo direttore del quotidiano bolognese Il Resto del Carlino (incarico che assolse con inconsueto equilibrio d’informazione nonostante l’inasprimento della guerra civile), ma anche – quale Sottosegretario agli Interni a fianco del Ministro Zerbino in riva al Garda – per sollecitare sempre, in qualsiasi struttura del Fascismo repubblicano, una maggiore forma di democrazia, precisamente, quella di una libertà capace di soddisfare l’esigenza collettiva d’intendimenti, pertanto di convocare le assemblee del P.F.R. non solo quando piace ai gerarchi, ma quando lo vogliono i fascisti della base.
    Ciò conferma che tale sua richiesta venne recepita da Mussolini (G. Pini, ‘Itinerario tragico’ – ediz. 1950 – pag. 75), tanto che, alla vigilia dell’epilogo della R.S.I. e del Secondo Conflitto Mondiale, precisò a quanti l’avevano seguito: "Dovete sopravvivere e mantenere nel cuore la fede. Il mondo – me scomparso – avrà bisogno ancora dell’Idea che è stata e sarà la più audace, la più originale e la più mediterranea delle idee. La storia mi darà ragione".
    Inoltre, insieme a Duilio Susmel, G. Pini nel 1955 approntò quell’esatto studio enciclopedico intitolato ‘Mussolini, l’Uomo e l’opera’ che nel volume IV, quello intitolato ‘Dall’Impero alla Repubblica’, a pag. 367, specifica che "la rivoluzione sociale del fascismo, iniziata fin dal sorgere del movimento, ha dovuto per alcuni anni seguire un moto lento e non rettilineo a causa degli ostacoli che le classi capitalistiche, protette dalla monarchia, hanno opposto", ma che – dopo il congresso del P.F.R. a Verona nel novembre 1943 – con il decreto legge sulla socializzazione delle imprese (12.2.1944) il lavoro attivamente operante assurse a soggetto fondamentale dell’economia con funzioni di responsabilità e di direzione.
    Poi, al termine del capitolo VIII del quarto volume dell’opera citata col titolo ‘Ritorno al socialismo’ (pag. 466), Pini e Susmel indicano come Mussolini – quando la sconfitta militare nel 1945 gli apparve ormai ineluttabile – presagì quanto il destino d’Italia era segnato, ma non quello delle idee: "tutto sarà fatto nel nome della democrazia, della giustizia e della libertà, un paravento dietro il quale si nascondono gli interessi del più sudicio capitalismo, venga questo da Londra, da New York o da Mosca. Il popolo italiano vivrà un periodo amarissimo, che vedrà scardinati tutti i principi dell’onestà e della morale".
    Pini e Susmel ricordano (volume IV dell’opera citata, pag. 453) che Mussolini, nel discorso del Lirico il 16 dicembre 1944 a Milano, precisò come l’art. 3 del manifesto di Verona ed elaborato dal P.F.R. ammetteva nella Repubblica Sociale la presenza di altri gruppi politici con diritto di controllo e di responsabilità critica (ricordiamo quello di Emondo Cione, ad esempio) partendo però, dall’accettazione leale, integrale e senza riserve del trinomio Italia, Repubblica, Socializzazione, indiscusso vessillo di un nuovo ordinamento di progresso civile.
    "Qualunque cosa accada" – ribadì Mussolini – "la socializzazione è la soluzione logica e razionale che evita da un lato la burocratizzazione dell’economia, attraverso il totalitarismo di Stato e supera l’individualismo dell’economia liberale che fu un efficace strumento di progresso agli esordi dell’economia capitalista, ma oggi è da considerarsi non più in fase con le nuove esigenze di carattere sociale delle comunità".
    Nel dopoguerra successivo all’aprile 1945, Giorgio Pini venne perseguitato dal C.N.L., ma ciò non valse a ridurre la capacità di convalidazione della propria opera politica, omologazione chiesta al M.S.I. affinché tale schieramento politico non degenerasse – come avvenne poi col suo scioglimento a Fiuggi nel 1994 – in quel camaleontismo d’opportunismi che oggidì è attivissimo nell’agglomerato di Alleanza Nazionale.
    Allorché tale degenerazione, anzi un’autentica defezione ideologica, s’accentuò nel M.S.I. con lo stravolgimento dei presupposti fondamentali della rivolta ideale intrapresa da Oriani e perfezionata da Mussolini, Giorgio Pini condannò inequivocabilmente quel tradimento; e negli anni successivi ai congressi di Milano (1956) e di Pescara, molto prima della sua morte avvenuta a Bologna il 30 marzo 1987, richiamò le nuove generazioni ai valori fondamentali della storia e della civiltà politica, quelli che non accettano i funambolismi dei doppiogiochisti e che proiettano la distinzione del lavoro per l’affermazione nel futuro dell’inno della giovinezza morale.


    ITALICUM Gennaio-Febbraio 2004






    GLI UOMINI DELLA RSI: GIORGIO PINI
    Ultima modifica di stanis ruinas; 02-02-11 alle 09:21
    “Non vi è socialismo senza nazionalizzazione e socializzazione delle industrie” STANIS RUINAS

  3. #3
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    Predefinito Rif: Giorgio Pini. Per una sinistra nazionale

    “Non vi è socialismo senza nazionalizzazione e socializzazione delle industrie” STANIS RUINAS

  4. #4
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    Predefinito Rif: Giorgio Pini. Per una sinistra nazionale

    Nel "Fascisti rossi" di Paolo Buchignani
    Elementi biografici di Giorgio Pini,
    socializzatore RSI, socialista nazionale
    (prima parte)
    Enrico Landolfi

    Molto bello e interessante questo "Fascisti rossi - da Salò al PCI, la storia sconosciuta di una migrazione politica 1943-1953", un vasto saggio di oltre 350 fitte (di scrittura e di sostanza) pagine da qualche mese licenziato alle stampe per i tipi prestigiosi della Mondadori. Autore Paolo Buchignani, intellettuale lucchese ben conosciuto e molto apprezzato quale studioso di storia della cultura italiana del Novecento, la cui firma spicca su opere di forte impegno come "Marcello Gallian. La battaglia antiborghese di un fascista anarchico" (Bombacci 1984) e "Un fascismo impossibile. L'eresia di Berto Ricci nella cultura dei Ventennio" (il Mulino 1994) nonché nelle pagine della rivista "Nuova Storia Contemporanea".
    Il contenuto fondamentale del volume di cui verremo discorrendo ruota intorno alla figura di Stanis Ruinas, giornalista e scrittore sardo fondatore e direttore de "il Pensiero Nazionale", suscitatore del movimento di quelli che il Buchignani si è compiaciuto definire «Fascisti rossi» e, ovviamente, massimo punto di riferimento della sinistra ex-fascista o, addirittura, fascista tout court negli anni turbolenti del dopoguerra. Un discorso esauriente, analitico su tutta la sterminata materia che invade e pervade la tessitura del libro chissà dove, sotto il profilo dimensionale, ci condurrebbe; ragion per cui, dopo aver reso doverosamente omaggio alle eccezionali qualità di ricercatore del saggista lunigiano, ci affrettiamo ad informare il Lettore che limiteremo il nostro intervento alla rievocazione dell'immagine storica di Giorgio Pini, leader della sinistra missina fino al momento in cui destrosi, conservatori e reazionari assolutamente tali, ma anche falsi sinistri e putativi rivoluzionari di princisbecco non lo misero in condizione di dover mollare baracca e burattini -mai parole furono più adeguate per illustrare il MSI post-piniano!- e ritirarsi nella sua Bologna a svolgervi una intensa attività pubblicistica.
    Ciò che ci consente di conferire a quanto scriviamo il taglio particolare ora dichiarato è la notevole sottolineatura nel brillante testo buchignaniano del ruolo svolto da questo mussoliniano doc nelle vicende dell'erresseismo postbellico, dopo essere stato accanto al duce del fascismo prima come direttore del periodico di punta "l'Assalto", poi come caporedattore de "il Popolo d'Italia" fino al 25 luglio '43, quindi, nella RSI, in qualità di direttore del quotidiano felsineo "il Resto del Carlino" e infine nella veste di sottosegretario al ministero dell'interno. Da notare che Mussolini lo aveva designato ministro in quel delicatissimo dicastero non soltanto perché uomo di sua stretta fiducia, ma in quanto espressivo di quella componente della Repubblica al contempo moderata (ossia decisa a fare il possibile e possibilmente l'impossibile per abbassare il livello dello scontro con la Resistenza fino al superamento dello scontro stesso), rivoluzionaria (vale a dire impegnatissima a portare avanti il processo socializzatore nella struttura economica e quello liberalizzatore nel rapporto fra lo Stato e i cittadini) e indipendentista (cioè persuasa della primaria esigenza di innescare un'azione pressante diretta al recupero della quota di sovranità di fatto confiscata all'Italia repubblicana dai tedeschi). I quali tedeschi si opposero con durezza alla sua nomina e così, dopo un braccio di ferro fra il duce e Rahn, fu giocoforza acconciarsi a un compromesso: Buffarini Guidi, a torto o a ragione ritenuto troppo accondiscendente con i nazisti, faceva le valigie ma non lo sostituiva Giorgio Pini bensì il perfetto Paolo Zerbino, Alto Commissario per il Piemonte dopo esserlo stato a Roma prima dell'arrivo degli «Alleati». Una soluzione tecnica, dunque, che tuttavia non distruggeva quella politica, per l'appunto incarnata dal Pini. Peraltro, anche il Zerbino era un mussoliniano di stretta osservanza.
    * * *
    I rapporti tra Stanis Ruinas e Giorgio Pini si appalesavano fraterni sotto l'aspetto umano, ma non indicativi di una piena coincidenza di idee in sede politica. Gli è che il secondo era ben lungi dal condividere gli entusiasmi filo-comunisti del primo, anche se innegabile era l'autenticità della sua posizione di sinistra. Da ciò la riluttanza a collaborare a "il Pensiero Nazionale", alle cui pagine approderà solo nel '53 quando la rivista, superato lo schema «filo diretto con Botteghe Oscure» si sarà spostata verso quella che usiamo definire «area Mattei», ossia una zona composita e trasversale del dibattito italiano caratterizzata dalla alleanza prima culturale quindi politica fra le sinistre cattoliche e democristiane e il socialismo autonomista nella versione più audacemente programmatica (De Martino - Lombardi - Giolitti - il Mancini della fase di "Presenza Socialista"), ossia sempre più chiuso a destra, sempre più proclive al rapporto ideologico con il PCI se non proprio ai famosi «equilibri più avanzati» di demartiniana memoria. In questa pubblicazione ripulita del vecchio frontismo, Pini siglerà i suoi pezzi con lo pseudonimo di Giorgio Lombardo. Sarà, il suo, un apporto non solo di pregio sotto l'aspetto della validità del contenuto e della qualità letteraria della prosa, ma anche connotato da un alto livello di correttezza morale e di onestà intellettuale. Egli, infatti, non farà alcuna concessione al banalizzante «perdonismo» di moda per quel che attiene alla sua particolare esperienza umana e politica, al suo modo di essere di sinistra, al suo sentimento mondo di qualsivoglia risentimento (anche se piangerà sempre il giovane figlio Gianni ucciso da un commando partigiano dopo il 25 aprile '45); e tuttavia appoggerà con vigore e convinzione la formula del centrosinistra progressista, più chiuso alla scorribanda delle forze conservatrici e reazionarie. Insomma, pur apertissimo alla cooperazione con la sinistra antifascista mai sarà un anticipatore dei Fiuggiaschi edizione 1955, mai rinnegherà i motivi della sua battaglia di sinistra dentro i «tre fascismi» (quelli del Ventennio, della RSI, del dopoguerra), mai tradirà i suoi Morti accettando la discriminazione fra sepolcri di Serie A e di Serie B in cambio del classico ancorché deprimente piatto di lenticchie della partecipazione a un governo da operetta occasionale, di breve durata e a scartamento ridotto. E allora diciamocela tutta: Pini non è Fini. Osiamo credere, ci piace credere, che questa figura di superatore senza plateali rinnegamenti, senza conversioni di convenienza, senza disgustosi tradimenti, senza vomitevoli palinodie, senza ridicoli giuramenti «antifascisti» fatti al solo scopo di sedere a tavola con Berlusconi in una delle sue tante fantasmagoriche ville hollywoodiane del Cavaliere Azzurro, di mettersi in condizione di fruire dell'impero mediatico e dei 14.400 miliardi per proteggere i Paperoni di tutto l'Occidente capitalistico, non sarebbe dispiaciuta, tutto considerato, a un leader antifascista del calibro di Piero Gobetti, valorizzatore delle schiene ben dritte, delle spine dorsali ben salde, delle eticità più ferrigne nei comportamenti politici. Ci induce a ciò pensare la sua amicizia sinergica con Curzio Malaparte, all'epoca eccezionale combattente di battaglie ideologiche in pro dell'ala intransigente del fascismo con "La Conquista dello Stato", pubblicazione da lui fondata e diretta, oltre che segretario dei sindacati fascisti di Firenze. Ci stimola a ciò ritenere lo strabiliante saggio significativamente intitolato "Elogio di Farinacci" apparso in due puntate su "la Rivoluzione Liberale".
    * * *
    Giorgio Pini, lo abbiamo detto, è un superatore senza rinnegamenti della guerra civile e dello spirito devastante che la presiede e la presidia. Chi sa poco o nulla di lui non tarda ad avere di ciò contezza fin da pagina otto di "Fascisti rossi", dove il Buchignani si sofferma nella descrizione del primo colloquio a Botteghe Oscure di una rappresentanza del vermiglio Littorio con nientepopodimeno Luigi Longo, vice segretario del PCI oltre che componente del massimo summit resistenziale. Di tale rappresentanza il membro più autorevole è, appunto, il Pini. Insieme a lui ci sono, ovviamente, Stanis Ruinas -cui facciamo gli auguri, sia pure alla memoria, perché nei primi mesi del '99 compirà il centenario-, il già comandante della "Gioventù Italiana del Littorio" Orfeo Sellani, Fausto Brunelli, giovane intellettuale collaboratore di "Radio Milano" della RSI e della rivista "Dottrina del fascismo", organo della "Scuola di Mistica fascista".
    Ma il sodalizio critico fra il Sardo e l'Emiliano risale ai tempi della Repubblica Sociale Italiana. Chi compulsa il libro cui facciamo riferimento lo apprende a pagina 20, scorrendo un veloce brano dedicato ad alcuni elementi della biografia, a certi aspetti della personalità del giornalista e scrittore di Usini in provincia di Sassari. Da esso espungiamo le seguenti parole: «Fascista di sinistra, mussoliniano e repubblicano, da sempre avversario irriducibile delle "demoplutocrazie" occidentali ed in particolare della Gran Bretagna e degli Stati Uniti, Ruinas aderì alla Repubblica Sociale Italiana, sulla cui vicenda, nel '46, pubblicò il volume (il primo dedicato all'argomento) "Pioggia sulla Repubblica". Il libro è la testimonianza appassionata e amara di uno scrittore che aveva creduto nella repubblica di Mussolini, vedendo in essa un ritorno al fascismo delle origini e la possibilità di realizzare alla fine quella rivoluzione sociale per la quale si era sempre battuto. Egli parteggia infatti per la sinistra saloina (Giorgio Pini, Carlo Borsani, Concetto Pettinato, Eugenio Montesi), la quale si batte per la socializzazione e nello stesso tempo cerca un accordo con gli antifascisti per impedire la guerra civile. L'intellettuale sardo, come sosterrà ripetutamente su "il Pensiero Nazionale", è fautore di un superamento dell'antitesi fascismo-antifascismo e di una alleanza fra «repubblichini» e partigiani, ai suoi occhi entrambe forze popolari, vive e sane, mosse da un comune ideale rivoluzionario, le quali avrebbero dovuto unirsi contro i capitalisti e gli opportunisti dell'uno e dell'altro fronte».
    Bene: in queste righe c'è il doppio concentrato, l'estrema sintesi di buona parte del Pini-pensiero, strettamente collegato alla prospettiva elaborata da Antonio de Rosas alias Stanis Ruinas. Come detto, una sola cosa li scollega, però molto importante: il riluttare dell'ex-sottosegretario agli Interni alla immersione nella logica dell'alleanza stricto sensu con un partito ispirantesi al dettato marxista-leninista-stalinista e, per di più, dichiaratamente ossequiente alla «funzione guida» di due realtà straniere: un partito (il PCUS) e uno stato (l'URSS). Intendiamoci: la caratura di sinistra di Giorgio Pini è certa, inossidabile; tuttavia non rapportabile alla vulgata togliattiana, inficiata, nel giudizio sul mondo cui egli è non solo sentimentalmente legato, -e su coloro che ad esso fanno riferimento- da troppe banalizzazioni in chiave, come già rilevato, «assolutoria», «purgatoristica», «lavacratoria». Men che meno vincolabile alla vulgata secchiana, perché Giorgio Pini -sia detto senza la benché minima intenzione di innescare polemiche fuori luogo e, soprattutto, fuori stagione; o di infliggere vulnera a questa o quella immagine- non è Davide Lajolo, capace di trasformare un «Duce, principe di giovinezza» nell'«appeso per i piedi di Piazzale Loreto» o nell'«uomo del balcone» nel giro di un paio di anni. E di chiedere conto ai fascisti di loro veri o presunti «peccati» dopo averli, con penna e favella, indotti a «peccare». Non è neppure Giorgio Bocca, segretario dei GUF (Gruppi Universitari Fascisti) di Cuneo, fromboliere razzista sulle pagine di giornali e giornaletti, scazzottatore (nel '43!) su di un treno -insieme ad altri giovanotti di belle speranze e di brutte esperienze- di un malcapitato industrialotto di provincia aggredito come disfattista per essersi permesso di dire che la guerra era da considerarsi perduta. A scontro fratricida esaurito, ecco il Bocca definire sprezzantemente «moralistiche» le critiche alla beccheria di piazzale Loreto e dichiararsi d'accordo con l'assassinio di Giovanni Gentile, oggettivamente disarmatore dell'antifascismo con la sua predicazione contro la guerra civile, con il suo incitamento alla non-violenza, con i suoi interventi diretti a salvaguardare, a salvare gli antifascisti caduti nelle mani degli avversari.
    * * *
    In poche e povere parole, una sorta di rapidissimo vademecum dell'erresseismo piniano:
    A) Rivendicazione sul piano storico della RSI e dei suoi postulati.
    B) Indipendenza assoluta dai due blocchi, sia in politica estera che in politica interna. Unità e indipendenza dell'Europa dai due predetti blocchi.
    C) Repubblica presidenziale fondata sullo Stato Nazionale del Lavoro.
    Trattasi di enunciazioni estrapolate da una sorta di «manifesto» che vede la luce il dì primo luglio dell'anno di grazia 1956 a conclusione di un convegno al quale hanno dato vita i delegati di due formazioni oppugnatrici del neofascismo missino, ormai tracimato definitivamente a destra, i "Gruppi di Pensiero Nazionale" e i "Gruppi di Socialismo Nazionale". Costoro si sono convocati nella metropoli petroniana al fine di concordare un'azione comune e di «unire tutte le forze in un Movimento di Sinistra Nazionale». È chiaro che detta operazione è resa possibile dalla rinuncia di Ruinas e sodali alle pregiudiziali filocomunista e filosovietica. Tuttavia essa lascia il tempo che trova, perché nell'«ambiente» i vari Almirante, De Marsanich, Michelini e via elencando hanno ormai chiuso la stalla con grande accuratezza onde impedire la fuga dei buoi. Di più: il virus del conformismo trasformistico, cialtrone e perbenista miete vittime anche fra le più solide reputazioni di fedeltà agli ideali individuabili nella riserva indiana dei reietti per fascismo. Del resto, chi volete che si esponga per dare una mano -e una lira- a codesta Giarabub della coerenza Littoria che resiste ai margini di una società politica dominata da una verità ufficiale, di Stato, impermeabile perfino alla analisi marxista, refrattaria addirittura allo spirito laico, insofferente al personalismo cristiano innervato sulla Parola, oppugnatore della eticità della tolleranza, catafratta con valori che furono autentici ma poi degenerati in tabù, feticci, oleografie, princisbecchi?
    Qui tuttavia importa segnalare, nella delineazione dei contenuti ideologici abbozzati col documento neo-erreista, la mano felice di Giorgio Pini, indicativa di una elaborazione per alcuni versi coincidente con quella dei socialismo post-frontista e con la variegata sinistra cattolica, ecclesiale, democristiana. È questo il Pini di cui già detto, che firma sulla rivista ruinasiana i suoi pezzi in appoggio «esterno» al centro sinistra non neo-centrista, avanzato, con lo pseudonimo Giorgio Lombardo.
    * * *
    Si tenga presente che l'ex-braccio destro -o, meglio, sinistro- di Mussolini gode di considerazione, se non proprio di amicizia, nel campo della Sinistra intesa nel suo insieme proprio perché nei rapporti che gli capita di intrattenere con essa tiene, e mantiene, la testa eretta e la spina dorsale dritta, sacrosantemente intrattabile com'è, per quanto attiene alla esigenza etica, estetica, politica della pari dignità. Il rispetto che per lui si nutre è tanto maggiore in quanto, pur mai lasciandosi andare a biliose e agitatorie manifestazioni di anticomunismo e antisocialismo viscerale, non teme di criticamente motivare la sua diversità da PCI e PSI e di trarne le naturali conseguenze. E, pur non tralasciando di esprimersi e comportarsi con la correttezza tipica di un gentiluomo di antico stampo verso interlocutori dell'opposta sponda, evita ogni atteggiamento che possa comunque somigliare a un corteggiamento, a una disponibilità eccessiva e acritica, a corrività e lassismo ideale. È distaccato; misurato nelle concessioni come nelle richieste; ha in uggia e in dispetto il «perdonismo» di certi avversari che presumono di essere generosi senza veramente esserlo né punto né poco.
    Prova provata di tale suo modo di venire in evidenza un breve ma significante brano estratto dal Buchignani dalle "Memorie" dell'ex-gerarca bolognese, dedicato a una snella illustrazione -pochi, sobri tocchi- di taluni aspetti della personalità di Fausto Brunelli. Vediamo: «Egli progettava, insieme a Stanis Ruinas e a Orfeo Sellani, un tentativo di distensione verso sinistra, onde superare l'animus della guerra civile. Fui d'accordo perché consideravo pericolosa una distensione limitata a destra col rischio di creare un blocco conservatore, prospettiva che nettamente respingevo (contrariamente a quanto posto in essere dal suo concittadino Gianfranco Fini, schierato a guardia dei 14.400 miliardi, dell'impero mediatico, delle ville hollywoodiane del suo datore di lavoro di Arcore - N.d.R.). Non ricordo per quale tramite (mi sembra attraverso Gianni Puccini) i tre riuscirono a combinare un appuntamento con Luigi Longo nella sede del Partito comunista in via delle Botteghe Oscure. Mi chiesero di andare con loro e io aderii nella speranza di ottenere indicazioni utili al rinvenimento della salma del mio povero Gianni (...) Brunelli era un giovane colto, ambizioso, irrequieto: Ruinas un sardo dal fisico magro e minuto, giornalista vivacemente polemico. Egli mirava a pubblicare una rivista politica sostenitrice della distensione, e si illudeva di poter essere aiutato da Botteghe Oscure senza subire condizionamenti. Fu così che l'11 febbraio '47, osservati con sospettosa curiosità dalle poche persone che incontrammo nell'atrio e sulle scale della sede comunista, ci presentammo a una segretaria tanto ignara del nostro essere che ci accolse con la qualifica di "compagni"».
    Ma vediamo qualcosa concernente quell'abboccamento nella sede del massimo partito della sinistra italiana come risulta da un resoconto di Fausto Brunelli curiosamente pubblicato dopo qualche mese sul quotidiano romano "Il Tempo", tutt'altro che sostenitore della pacificazione a sinistra fra «Neri» e «Rossi». Dice dunque il Brunelli: «Il colloquio ebbe un tono di notevole cordialità. Rimanemmo d'accordo sulla necessità di avvicinare le masse degli ex-fascisti alle sinistre e si parlò anche di un nuovo giornale da pubblicare a tale scopo. Longo disse che il PCI non avrebbe dovuto figurare in nessun modo come promotore di questa iniziativa, ma ci avrebbe aiutato sollecitando qualche "industriale democratico" a finanziare il nuovo giornale». Maestro concertatore direttore d'orchestra proprio il Brunelli. Ma esaurito che fu il colloquio e abbozzata una prima fase operativa, ecco cominciare le dolenti note. Seguiamo ancora qualche frase del direttore, in pectore e inesorabilmente destinato a restar tale: «non mi era facile trovare redattori e collaboratori per un giornale che sarebbe stato finanziato dai comunisti sia pure a mezzo di interposte persone. Tra i "camerati" si era sparsa ormai la voce degli approcci avvenuti. Sapevano che io ne ero stato uno dei protagonisti e facevano il possibile per creare il vuoto attorno a me». Come si vede, i cacicchi della destra neofascista non stavano con le mani in mano. Soprattutto, non perdonavano chi tradiva il loro... tradimento. Siamo proprio in «zona Gianfranco Fininvest», anche se allora l'attuale luogotenente di Berlusconi si trovava ancora ben lontano dalla culla e il povero Almirante era distante trilioni di anni luce dall'idea di farci il regalo che poi ha fatto -a tutti, missini e no- con il congresso di Sorrento dell'ormai remoto '89. Che il Signore lo abbia in gloria e i suoi Morti lo perdonino!
    Ma in che stato d'animo Giorgio Pini partecipava a questi incontri ravvicinati dell'ennesimo tipo, ossia quelli del PCI con l'ulteriore fascismo post-seconda guerra mondiale? Vediamo cosa ce ne dice Paolo Buchignani a pagina 20 di "Fascisti rossi": «Dopo quell'incontro con Longo ce ne fu un altro, quello già ricordato, più importante, dell'11 febbraio successivo. Ad esso non prese parte Manunta, ma questa volta il Brunelli si presentò al numero due del PCI accompagnato da Stanis Ruinas, Orfeo Sellani e Giorgio Pini. Quest'ultimo, tuttavia, non era interessato ad una collaborazione con le sinistre, ma soltanto ad una collaborazione con tutto il fronte antifascista e soprattutto all'acquisizione di notizie utili al rinvenimento della salma di suo figlio Gianni, ucciso dai partigiani».
    Qui chiudiamo questa prima puntata di una modesta ma appassionata rievocazione della figura morale, politica, intellettuale di Giorgio Pini, personaggio sul quale è sceso un ingiusto e non utile oblio. Non utile a nessuno: né a erresseisti né a resistenzialisti, né a fascisti né ad antifascisti. E nemmeno a quella sinistra -e ai suoi eredi- che pure egli ebbe a criticare rifiutando l'appiattimento sulla sua ideologia e sulla sua logica. Non certo in nome dell'antisocialismo o dell'anticomunismo -ché mai riluttò al dialogo e al confronto con PSI e PCI- ma in ragione della onesta, motivatissima, ineludibile esigenza di pensare a una sinistra diversa ancorché non contrapposta, fondata sui valori dell'autonomia nel giudizio storico, della legittimità del rifiuto di smarrire radici e identità, della peculiarità propositiva a livello elaborativo e programmatico, della pari dignità nell'approccio e, se del caso, nella collaborazione. Una sinistra, dunque, nazionale-popolare, antagonista, rivoluzionaria, fuori dai blocchi egemonizzati dalle superpotenze, impegnata nel senso del completamento del processo risorgimentale, fautrice di una egemonia culturale italiana.
    Una domanda all'amico Buchignani: Perché mai l'uso ripetuto del termine «repubblichino», comunemente brandito con disprezzo dopo essere stato popolarizzato da Umberto Calosso dai microfoni di Radio Londra? Possibile mai che un intellettuale del suo spessore ritenga inevitabile il cedimento alla cultura dominante, così compromettendosi con il conformismo più banale e ripetitivo?
    Enrico Landolfi
    Questioni
    Ultima modifica di Johann von Leers; 02-03-11 alle 12:43
    Chiunque stia dalla parte di una giusta causa non può essere definito un terrorista.
    Yasser Arafat

    Una religione senza guerra è zoppa.
    Ruhollāh Mosavi Khomeyni

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    Predefinito Rif: Giorgio Pini. Per una sinistra nazionale

    A proposito del saggio di Buchignani
    Il rosso si addice a Giorgio Pini,
    ma assieme al bianco e al verde

    Enrico Landolfi
    II puntata
    Per avere un'idea definitiva della grande moralità sulla quale era innervata la personalità di Giorgio Pini potrebbe essere sufficiente, come ora faremo, riprodurre dall'opera di Paolo Buchignani un brano molto significante di una intervista rilasciata nell'agosto '47 da Stanis Ruinas al periodico "Cronache". Il fondatore-direttore de "Il Pensiero Nazionale" coglieva con ciò l'occasione di correggere una gaffe del giovane Fausto Brunelli, che, incautamente, aveva reso di pubblica ragione alcuni riservati incontri con il vice-segretario generale del PCI, on. Luigi Longo, dei rappresentanti dei «fascisti di sinistra». Per di più accennando a richieste di finanziamento inevitabilmente destinato a gettare una luce un po' torbida e ambigua su colloqui viceversa improntati ad assoluta correttezza. Ecco le chiarificatrici parole dello scrittore e giornalista sardo: «I giornali hanno parlato di alcuni colloqui che io, Giorgio Pini, Orfeo Sellani, e Fausto Brunelli abbiamo avuto con Longo del PCI. Gli abbiamo sottolineato tutto quello che ci univa, che avevamo fatto una guerra in funzione anticapitalistica, che eravamo per la repubblica, per il socialismo. Longo da parte sua fu veramente signorile, disse che aveva creduto con altri che il fascismo fosse l'opera di duecento persone prepotenti che sarebbe bastato togliere di mezzo, ma che s'era accorto trattarsi invece di uno stato d'animo diffuso, e che c'erano fascisti di destra e fascisti di sinistra. Fu Brunelli che, approfittando della cordialità del colloquio, parlò della necessità che avevamo di unirci, di lavorare, noi fascisti di sinistra. E chiese chi ci avrebbe sostenuto, in pratica chi ci avrebbe dati i quattrini per organizzarci e per fondare un giornale: Giorgio Pini ed io rimanemmo addirittura costernati. Brunelli è un giovane ed aveva detto più di quanto noi non si volesse. Dichiarammo quindi che noi avremmo potuto accettare una protezione amichevole, democratica, ma che non ci si voleva legare al PCI. Potevamo accettare (questo ci sembrava il partito migliore), che qualche uomo della democrazia si interessasse perché qualche banca, tra quelle che usano farlo, ci sostenesse finanziariamente. Quel che molto tempo dopo apparve su un quotidiano come rivelazione (evidente il riferimento ai resoconti di Brunelli pubblicati dal "Tempo") fu quasi tutto falso, e posso dire che né Longo né altri cercarono mai di sollecitare quel colloquio o altro. Eravamo noi che ne avevamo bisogno e noi lo chiedemmo, lieti di vedercelo accordato e lieti di averlo avuto».
    Non è chiaro se o fino a che punto l'autore di "Pioggia sulla Repubblica" fosse restio a legarsi al PCI. Nel senso migliore del termine, intendiamo; ossia salvaguardando un sufficiente grado di autonomia per sé e per coloro che nella testata del suo quindicinale definiva «ex-fascisti di sinistra» e che invece il Buchignani chiama «Fascisti Rossi». Sicurissimamente lo era -ne abbiamo accennato nella prima puntata del presente saggio- Giorgio Pini, non certo alieno dall'intrattenere rapporti amicali e costruttivi con le sinistre in genere e col PCI in particolare; ma, anzitutto, sulla base della pari dignità oltre che sulla netta e retta distinzione dei ruoli, delle dottrine, dei sentimenti, delle esperienze storiche, delle vicende di schieramento. In altri termini, colui che era stato sempre l'uomo più vicino a Mussolini prima come caporedattore de "Il Popolo d'Italia", poi, nella RSI, come sottosegretario all'Interno, era pronto a gettare tutto il peso della sua autorevolezza, della sua devozione alla Nazione, della sua influenza su larghi strati dell'exismo erresseista in una iniziativa di pacificazione nazionale, ma mai e poi mai a farsi coinvolgere in una situazione «frontista» con un partito, con dei partiti (il PCI e il PSI), allora vantanti una totale identificazione con il PCUS e lo Stato-guida sovietico. Di più: Pini non tollerava il sistematico linciaggio dei cosiddetti «repubblichini» e la richiesta di abiura del proprio passato e delle proprie idee. Per operazioni «purificatorie» di tal genere ci sarebbe voluto non un Giorgio Pini, ma sarebbe bastato un Gianfranco Fini qualsiasi, sia pure riverniciato di rosso.
    * * *
    Come è come non è, Giorgio Pini finisce al confino di polizia -un vizio, questo di collocare in prigioni senza sbarre, all'aria aperta, i veri o presunti dissidenti politici che l'antifascismo ha ereditato dall'Italia del Littorio- per vattelapesca quale «reato» di «apologia del cessato regime», come allora usava dire a termini di legge. Trattasi solo di alcuni mesi, ma è una bella scocciatura. Stranamente va in suo soccorso un quotidiano controllato da Botteghe Oscure, "La Repubblica d'Italia", la quale chiede al summentovato Fausto Brunelli, collaboratore de "Il Pensiero Nazionale" (PN) un articolo ad hoc, da stampare «con grande rilievo», ma «probabilmente da non firmare», in difesa di Pini e «contro il provvedimento di polizia» che lo ha colpito. Afferma il Buchignani: «È lo stesso Brunelli a fornirci la notizia in due lettere, del luglio '47, indirizzate all'amico confinato, al quale manifesta la sua disponibilità nei confronti di questa iniziativa e chiede nello stesso tempo l'autorizzazione a metterla in atto». Pini non sarebbe contrario alla compilazione brunelliana di un pezzo difensivo destinato a far gemere i torchi di una rotativa al servizio del «socialismo realizzato», ma deve fare i conti con il parere contrario dell'avvocato Italo Formichella -se non andiamo errati già pubblico ministero del Tribunale Speciale- suo difensore, il quale ha in uggia e in dispetto il quotidiano diretto da Arrigo Jacchia, i «rossi» di ogni partito genere e specie, e lo stesso Fausto Brunelli in quanto costui senza peritanza alcuna sostiene la tesi di un Pini «vittima della protervia del partito di destra».
    Come chiosa tutto ciò l'Autore di "Fascisti Rossi"? Ecco: «L'episodio conferma, da un lato, il dissidio sempre più aspro tra gli uomini de "Il Pensiero Nazionale" ed i neofascisti del MSI: dall'altro il fatto che l'ex-caporedattore de "Il Popolo d'Italia" continua ad essere dopo l'incontro con Longo dell'11 febbraio a Botteghe Oscure oggetto dell'attenzione del Partito comunista (ispiratore palese della linea politica de "La Repubblica d'Italia"), che gli lancia segnali positivi, utilizzando la mediazione degli ex-fascisti di PN, il cui leader, Stanis Ruinas, d'altronde, come abbiamo visto, fa di tutto per avvicinare Pini alla sua rivista». Senza riuscirci, come già detto nella precedente puntata, ben altra essendo la strategia piniana, indubbiamente più limpida ma anche più ingenua. Essa, infatti, si fonda sulla prospettiva della esaustiva «erreisazione» (Italia, Repubblica, Socializzazione) del Movimento Sociale Italiano; e ciò proprio quando il cosiddetto «Senato occulto» del neofascismo ha stabilito che l'avvenire della Fiamma tricolore è da collocare nell'orizzonte della destra conservatrice. Piaccia o meno ai rivoluzionari reduci dall'ultima avventura mussoliniana, vari dei quali, a cominciare dallo stesso Pini, si vedranno costretti a gettare la spugna e ad uscire dal partito.
    * * *
    Naturalmente Stanis Ruinas e i suoi sono interessati all'acquisizione di Giorgio Pini alla causa della sinistra, complessivamente intesa, almeno quanto l'on. Giancarlo Pajetta, inoppugnabilmente il più persuaso dell'operazione fra i membri del gruppo dirigente togliattiano. In proposito così si esprime, sempre nel suo saggio "Fascisti Rossi" il Buchignani: «Il ruolo specifico che PN intende svolgere in questa lotta (e che il PCI gli assegna) è quello di strappare i fascisti al neofascismo ed in particolare al MSI: sottrarre all'«inganno» missino tanto la base giovanile sovversiva e antiborghese, quanto alcuni prestigiosi dirigenti repubblicani e di sinistra come Giorgio Pini e Concetto Pettinato, punti di riferimento importanti per quella stessa base e leader dell'opposizione interna». Il letterato sassarese non si limita ai pubblici appelli a mezzo stampa, ma tiene carteggio con l'ultra-mussoliniano felsineo al fine di portarlo una volta per tutte dalla sua parte. In una toccante missiva adopera parole come questa: «(...) Si è fatto tanto per isolarmi, ma sta di fatto che "Il Pensiero Nazionale" ha triplicato la tiratura e non si è mai spostato dalle linee virtualmente tracciate nel colloquio del marzo '47. Se avrò la capacità di resistere, constaterai, tu per primo, che per noi non c'era altra via. E che io avrò avuto ragione di tutti i conformisti e opportunisti. Tu sei sentimentale e moralista. La morale e il sentimento sono affari privati, che non hanno nulla in comune con la politica né con l'economia. (Ecco qualcosa di cui ci permettiamo di dubitare. - N.d.R.) La borghesia italiana ha vinto finora perché ha fatto leva, essa amorale e destituita d'ogni sentimento, sui sentimentali e moralisti. Tu dirai che sono marxista. No. Questi concetti li ho trovati in un uomo che tu hai molto amato. (corsivo nostro) Non bisogna avere paura del nuovo. Lo diceva anche Tito Livio». Dove interessa poco sapere del monito di Tito Livio, mentre non è affatto irrilevante avere contezza del fatto che il buon Ruinas, pur con tutto il suo filocomunismo, non si sentiva marxista, bensì ancora e sempre mussoliniano. Come è facile arguire da quell'accenno a quell'«uomo che tu hai molto amato».
    Ed ecco come razionalmente glossa, Paolo Buchignani, lo sfogo del guru nazippista: «Il nuovo da non temere, cui allude il direttore del PN, non può essere altro che la sua scelta di schierarsi a fianco del PCI: ma su questa strada Giorgio Pini non intende seguirlo, sia per ragioni personali che per motivi ideologici: da un lato, infatti, egli ritiene i comunisti responsabili dell'uccisione di suo figlio e per di più colpevoli di non voler rivelare al padre il luogo dove il giovane è stato seppellito; dall'altro, si dichiara contrario "al principio della lotta di classe" (fatto proprio, invece, dagli uomini di Via Salandra) ed al marxismo». E qui è di tutta evidenza che un limitante pregiudizio di natura culturale impedisce a Giorgio Pini di rendersi conto che la lotta di classe non è stata inventata dal dottor Karl Marx con la partecipazione straordinaria del professor Friedrich Engels, ma esiste da quando esiste l'uomo e gli interessi dei vari gruppi sociali sono disomogenei. Che forse Tiberio e Caio Gracco erano marxisti? La cordialità che, a onta della profonda difformità delle posizioni politiche, caratterizza i rapporti umani fra i due alimenta con inesausto ritmo una corrispondenza non sempre, a vero dire, di amorosi sensi. Così capita di cogliere più precise idee e sentimenti piniani in questo scorcio epistolare: «Mi nego sistematicamente, apertamente alla destra (e perciò non riesco a trovare lavoro), ma non posso abbracciare la sinistra attuale, perché marxista, perché sanguinaria e assassina, perché totalitaria nei suoi fini, perché sostanzialmente antinazionale non meno della destra. Combatto il nostalgismo e perciò sono all'indice, ma non posso sentire offendere Mussolini. (...) Sono convinto che l'ex-fascismo deve dividersi nei suoi residuati di destra e nei suoi germogli di una sinistra nazionale. Questo aggettivo ci separerà sempre dai comunisti».
    E qui Pini per un verso ha ragione ma per un altro no. Certo, il PCI di Togliatti aveva ben poco, anzi niente, di nazionale, con la sua teoria sulla duplice «funzione-guida» del partito e dello Stato sovietici. Ma sarebbe equo definire antinazionale o solo anazionale il PCI di Enrico Berlinguer? Onestamente rispondiamo di no, pur con tutta la nostra lontananza dal movimento comunista. Se noi guardiamo al di là dei monti e al di là dei mari ci accorgiamo che sarebbe arduo tacciare come antinazionali regimi comunisti variamente configurabili e, non di rado, in conflitto fra di loro anche su questioni nazionali o, addirittura, nazionalistiche e imperialistiche quali quelli russo, jugoslavo, cinese, albanese. A tacer d'altri, naturalmente. La verità è che nessuna ideologia o idea o ideale è, di per sé, nazionale, antinazionale o anazionale. Queste indoli, infatti, dipendono da chi concretamente li intuisce, li interpreta, li gestisce in una determinata fase storica. Puntualmente "Fascisti Rossi" dice la sua: «Pini ammette di essere in urto con il vertice del MSI, ma per il momento non se la sente di abbandonare il vertice di quel partito per aderire al filocomunista "Il Pensiero Nazionale". Preferisce continuare a collaborare al "Meridiano d'Italia", che gli lascia -così egli afferma- «piena libertà di espressione» e anche «perciò è inviso alle sfere ufficiali della fiamma tricolore».
    Antonio de Rosas alias Stanis Ruinas è un sardo tosto che non si lascia scoraggiare dai ferrigni dinieghi del suo amico petroniano. Sa bene, infatti, cosa significhi averlo accanto nelle sue affocatissime e, perfino, forsennate battaglie. Ancor meglio e più sa che Pini è il vero depositario del retaggio ideale del mussolinismo e, soprattutto, dell'erresseismo; inoltre ha piena contezza che ciò non è affatto ignoto a tutta la vasta area del reducismo saloino. Ivi compreso, ovviamente, il gruppo dirigente missino, che poco gradisce avere fra i piedi un personaggio molto scomodo vuoi perché niente affatto disposto a transigere sui valori di cui è depositario, vuoi perché è, in virtù dell'investitura morale e ideologica che si trova a incarnare, naturaliter il punto di riferimento massimo di tutto ciò che origina dalla Repubblica Sociale Italiana nonché dal suo retroterra storico.
    Ciò premesso, come non credere al Buchignani allorché rapidamente esterna in questi termini: «Ruinas, comunque, non si perde d'animo, e non mancherà, di tanto in tanto, di riprendere la sua offensiva di persuasione nei confronti dell'ex-gerarca saloino, al quale continua a essere unito da una sincera amicizia». E ancora: «Secondo gli uomini di via Salandra, la maggior parte dei giovani aderenti alla fiamma tricolore nutrirebbe una forte avversione nei confronti della DC e del Patto atlantico e sarebbe molto vicina alle loro posizioni; così come alcune federazioni missine, a partire da quella romana, si collocherebbero decisamente a Sinistra e si batterebbero per la sostituzione al vertice del partito di Almirante e Michelini con Concetto Pettinato e Giorgio Pini». (Per chi non sapesse, Concetto Pettinato era un intellettuale antifascista emigrato in Svizzera durante il Ventennio, per poi, contrariato dall'armistizio concluso da Badoglio in chiave di resa incondizionata e di relativa fuga a Brindisi, tornare in Italia e mettersi al servizio della RSI. Nominato direttore del quotidiano torinese "La Stampa", ne utilizzò le colonne anche per criticare limiti, insufficienze, ritardi del governo che, alla fine, ne decise il siluramento).
    * * *
    Ma nel Movimento Sociale Italiano non ancora formalmente «Destra Nazionale» -a dire chiaro e tondo come stanno veramente le cose ci penserà, e da par suo, Giorgio Almirante, virtuale e putativo socializzatore e «uomo di sinistra», cui dobbiamo il bel regalo fattoci con la messa in pista di Gianfranco Fininvest- esiste davvero una sinistra, oppure l'altro Giorgio, il vero Giorgio, ossia Pini, è soltanto un brillante solista? Nel congresso del '49 pare che una corrente veracemente erresseista, cioè rivoluzionaria, esista, tanto vero che ne certifica la non umbratilità lo stesso Ruinas correggendo con una nota introduttiva un articolo troppo pessimista dovuto alla penna di C. Camoglio. In essa il piccolo sardo si spinge fino al punto di affermare, forse con qualche entusiastica esagerazione, che «le idee del Pensiero Nazionale cominciano a circolare anche nel MSI»; ma se fosse ovvio si tratterebbe di quello che in gergo viene chiamato salto della quaglia vale a dire dello scavalcamento di Giorgio Pini e del suo gruppo di mussoliniani di stretta osservanza.
    In rapporto a ciò seguiamo quel che ce ne dice nelle dense e avvincenti pagine di "Fascisti Rossi" Paolo Buchignani: «Il leader dei "fascisti rossi" invita a non confondere la direzione e i deputati del partito neofascista con la base, la destra con la sinistra, i monarchici con i repubblicani, la "tendenza corporativa" rappresentata da Augusto De Marsanich con quella "socializzatrice" di Ugo Clavenzani». Egli sostiene che dal congresso della fiamma sono emersi: «1) Insofferenza della base verso la direzione; 2) spirito anti-atlantico e anti-capitalista; 3) tendenza repubblicana; 4) opposizione alla DC e alla politica confessionale». Tutto e l'atmosfera che si era creata potevano indurre ad ipotizzare la vittoria della sinistra vicina a PN. Invece -prosegue Stanis- «ha vinto la direzione coalizzata, puntando sul sentimentalismo e sugli interessi dei meridionali». Perché mai la «sinistra vicino a PN» non ha vinto? Non sapendo con chi prendersela, non sapendo come rispondere con una logica decente a tale quesito, Stanis Ruinas dardeggia sul Pini. Dice, piuttosto ingenerosamente e omettendo qualsiasi spunto di autocritica per i suoi eccessi filocomunisti: «Ha vinto la destra per colpa della poca combattività di Giorgio Pini». Noi al posto del candidato di Benito Mussolini alla titolarità del ministero dell'Interno della RSI lo avremmo mandato a farsi benedire, per non dire di peggio e di più volgare. Ma i due sono troppo amici e si vogliono troppo bene perché la polemica non venga superata. Così l'homme de plume di Usini prende carta e penna per una lettera affettuosa e «riservata» indirizzata al suo interlocutore domiciliato sotto la Torre degli Asinelli. In essa si colgono frasi come questa: «C'è un uomo che potrebbe compiere il miracolo: tu. Ma tu sei un sentimentale, uno che fa la politica col cuore. Ho riletto le tue lettere a me: sono degli ottimi documenti umani, ma sono politicamente evasive, un po' nella stratosfera. Con questo tono e con questa musica non si salva niente e non si approda a nulla».
    Fermiamoci un po': solo per notare, e annotare, che l'ottimo Stanis nel tratteggiare la personalità del Pini nel modo testé segnalato prende un granchio colossale. Qui l'immagine di colui che per oltre vent'anni era stato nientepopodimeno l'uomo di fiducia del Duce ne "Il Popolo d'Italia", ne "Il Resto del Carlino", nel ministero dell'Interno della RSI altro non è che la sua caricatura. Carica di benevolenza, di stima, di considerazione, sicuramente involontaria, ma pur sempre caricatura. In verità è che l'uomo di Bologna nel formulare le obiezioni che sappiamo alla linea del fondatore-direttore de "Il Pensiero Nazionale" non passeggia sui marciapiedi della Via Lattea ma pone problemi concreti e precisi, specie in relazione ai desiati rapporti col PCI; problemi ineludibili ma che anche i più riflessivi, lungimiranti, generosi esponenti comunisti non sono in grado di risolvere. In quel clima, poi ..! Ciò è tanto vero che la compagine nazippista finirà per spaccarsi: con il gruppo filocomunista (Cilento, Gigante, Scaffardi, Testa) deciso a fare a meno del «fili» per diventare comunista tout court e l'aggregazione di stretta osservanza erresseista dopo un mucchio di più o meno contraddittorie vicende -che meriterebbero, caro Buchignani, un saggio storico ad esse appositamente dedicato- dislocato nei vari territori socialisti, senza peraltro pagare umilianti pedaggi quali quelli disinvoltamente versati da Gianfranco Fininvest per andare a fare la ruota di scorta del band-Wagon reazionario allestito (correva l'anno di grazia, anzi di disgrazia 1994) dal Creso di Arcore e dintorni.
    Ma torniamo al contenuto della lettera, ora connotato dalla tessitura più squisitamente ideologico-politica. Sia pure con le poche, seguenti battute: «L'anticomunismo per l'anticomunismo è papalino e americanismo. Si può comprendere la critica anche serrata al comunismo e ai comunisti; non si comprende invece l'archiviamento del comunismo nel "sovversivismo antinazionale". (...) In Italia tutto va a rotoli: la miseria aumenta, la disoccupazione cresce, il governo DC ruba, tradisce, mercanteggia sul corpo straziato. L'anticomunismo in questo clima e in questo ambiente è un inganno verso il popolo, un tradimento verso l'Italia». Conclusioni di codesto pianto greco, di codesto affresco dalle tinte foschissime, caravaggesche oseremmo dire, -di cui, secondo il Nostro, quei comunisti non avrebbero colpa alcuna- ecco la sviolinata finale, appassionata, da amante non corrisposto: «Se tu assumi una posizione più netta, meno sentimentale e più storica, più realistica, puoi essere l'uomo del MSI, il suo salvatore e io ti appoggerò». Altro che "Fascisti Rossi"! Qui siamo, egregio Buchignani, modugnanamente parlando, «nel blu dipinto di blu, felice di stare lassù». Ma come può il povero Ruinas immaginare che un Giorgio Pini -ammesso e non concesso che sia disponibile per una operazione del genere- riesca a trascinare un partito quale il Movimento Sociale Italiano in una politica di alleanza organica con il PCI, grande forza popolare, certo, ma fatalmente destinato a restare ai nastri di partenza in virtù degli accordi di Yalta che inseriscono l'Italia nella zona di influenza degli USA? Senza contare la sua «sovranità limitata», anzi inesistente, dal momento che, come già detto, annovera fra le sue coordinate fondamentali quella che chiama la «funzione-guida» dell'URSS e del suo PCUS? Senza contare, soggiungiamo, che solo pochissimi anni separano i virtuali «alleandi» dagli scannamenti della guerra civile e dalle stragi del Nord a cominciare dall'aprile '45.
    Troppo buon letterato, Antonio de Rosas al secolo Stanis Ruinas, per essere un buon politico? Sicuramente. Ciò si evince, del resto, da queste altre frasi: «(...) Occorrono idee e programmi chiari: repubblica o monarchia, socialismo vero o reazione, l'Italia del popolo o l'Italia dei preti, risorgimento nazionale e sociale o nazionalismo alla Corradini. (...) Tu godi di molte simpatie. Uomini accreditati e stimati mi hanno parlato di te e io mi sono dichiarato consenziente. (...) Che vuoi fare? Che pensi del nostro movimento e della nostra battaglia?» Da avventizio del dire e del fare politica qual'è, Ruinas crede che per essere rivoluzionari, per essere di sinistra, per essere contro la destra, si debba procedere a colpi di alternative drastiche, di prendere o lasciare, di tutto o niente, di subito o mai, di «di qua o di la», di «con noi o contro di noi». Sembra un precursore di Fausto Bertinotti. E non si rende conto che questo è uno dei tanti modi possibili per far vincere la destra. Soprattutto quella che egli più vuole combattere: la destra neofascista traditrice del messaggio erresseista, quella che ha innescato un processo fatalmente destinato a portarla alle assise di Fiuggi del 1995. La destra che, ora che Stanis Ruinas celebra nel sepolcro dove riposa il suo centenario, ha il suo terminale nel partito fondato da Gianfranco Fininvest, il pupillo -risum teneatis- di Giorgio Almirante, il capo di quella che veniva considerata la corrente della intransigenza fascista. Purtroppo nessuno si era preoccupato -neppure fra i suoi amici «togliattiani» delle Botteghe Oscure- di informare il dottor Stanis Ruinas che la formula vincente delle grandi battaglie politiche e ideali non è la aut aut, bensì la et et.
    Vediamo come conclude su questa episodica del rapporto Ruinas-Pini il Buchignani nel suo documentatissimo saggio "Fascisti Rossi": «Non sappiamo se Pini abbia risposto o meno a questa lettera di Ruinas ed eventualmente in quali termini. Certamente a dividere i due ex-fascisti repubblicani, ad impedire tra loro un'alleanza organica, è la questione comunista, la non disponibilità del primo ad accogliere l'invito del capo dei "fascisti rossi", che gli propone di abbandonare l'anticomunismo e di traghettare se stesso ed il Msi sulla sponda di una sinistra egemonizzata dal PCI. Nel partito della fiamma Pini sarà, alla fine, politicamente sconfitto: ne prenderà atto e ne uscirà il 23 aprile del 1952».
    Ed ecco, finalmente, il rendez-vous fra il Sardo e il Bolognese, reso possibile, però -attenzione, Caro Lettore- non dalla sola fuoriuscita di Giorgio Pini da un partito ormai inutile e, anzi, dannoso, come i fatti, le vicende, la storia, le storie, si sono brillantemente ancorché dolorosamente incaricate di dimostrare, ma pure dalla presa d'atto, da parte del Ruinas, che egli, con tutto il suo presunto «realismo», aveva preso domicilio in mezzo alle nuvole. Conclude, quindi, l'autore di "Fascisti Rossi": «Questo episodio, unito al venir meno, nel '53 del rapporto privilegiato tra PN e Botteghe Oscure, creerà le condizioni -come già abbiamo accennato- per quella intensa collaborazione dell'ex-caporedattore de "Il Popolo d'Italia" alla rivista dell'amico Stanis, da quest'ultimo lungamente auspicata e sollecitata».
    (continua)
    Enrico Landolfi
    Questioni
    Chiunque stia dalla parte di una giusta causa non può essere definito un terrorista.
    Yasser Arafat

    Una religione senza guerra è zoppa.
    Ruhollāh Mosavi Khomeyni

 

 

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