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    Predefinito Nell'era di Obama si riaccende la stella di Ronnie

    Nell'era di Obama si riaccende la stella di Ronnie
    Un mito per i conservatori, il Presidente lo studia


    MAURIZIO MOLINARI

    Ventuno salve di saluto, sorvoli di F-18, l'omaggio della National Cathedral di Washington e dello stadio del Super Bowl oltre a concerti, rassegne di film, simposi ed una miriade di altri eventi pubblici: l'America celebra oggi il centenario della nascita di Ronald Reagan confermando che si tratta di uno dei Presidenti più amati e Barack Obama interpreta tale sentimento indicandolo nel simbolo di una nazione «dove tutti i cittadini sono dei patrioti», a prescindere dalle loro convinzioni politiche. La «Centennial Commission» diretta da Michelle Woodward è il motore di un'agenda di eventi che si estende da Washington al ranch di Simi Valley in California, dove ha sede la Biblioteca Reagan, a Des Moines, in Iowa, dove si svolgerà un festival di film militari e Arlington, in Texas, dove il XLV Super Bowl si giocherà stasera (la notte in Italia) dopo un tributo al 40˚ presidente, fino a Lowell Park in Illinois, dove Reagan visse da ragazzo e un «Reagan Game Day» lo ricorderà nel locale stadio di baseball.

    A ciò bisogna aggiungere l'attesa per possibili decisioni che vanno da un voto del Congresso per stampare l'immagine del Presidente sul biglietto da 50 dollari fino all'annuncio della realizzazione di una statua al centro di Washington. Il politologo conservatore David Frum suggerisce che «la cosa migliore da fare sarebbe dedicargli un museo alle vittime del comunismo» che lui contribuì a sconfiggere. Sul fronte politico entrambi i partiti puntano a sfruttare l'occasione del centenario. Per i leader repubblicani è l'occasione per celebrare l’«incrollabile fede nell’America», come dice John Boehner, presidente della Camera, e l’«eredità di ottimismo e forza che ci ha lasciato», come la definisce Mitt Romney in procinto di annunciare la candidatura per il 2012. Ma i democratici non sono da meno perché a guidarli è Barack Obama che su Usa Today scrive: «Ronald Reagan era un credente, come governatore e Presidente ha segnato il nostro destino, credeva nella promessa americana e considerava tutti gli americani dei patrioti, nonostante i disaccordi politici che potevano esserci». Evocare la «promessa americana», che fu il tema del discorso alla convention di Denver nel 2008, e il patriottismo bipartisan, temachiave del recente Stato dell' Unione, significa per Obama suggerire una convergenza con Reagan che lo storico Rick Perlstein su Newsweek avvalora con un parallelo: Reagan come Obama vinse a valanga le elezioni, poi subì l'impatto della crisi economica e la sconfitta di Midterm e poi riuscì ad ottenere la rielezione grazie ad una consistente ripresa di crescita ed occupazione.

    Forse non è dunque un caso che durante le vacanze di fine anno alle Hawaii Obama abbia letto l'autobiografia di Reagan di Lou Cannon: c'è il precedente delle elezioni del 1984, quando i repubblicani trionfarono, sotto la lente dello staff che prepara la sfida del 2012. Per lo storico Robert Dallek «tanto Kennedy che Reagan sono due modelli per Obama» in quando entrambi «diedero speranza all'America e si rivelarono degli ottimi terapisti per la classe media». Geoff Garin, sondaggista democratico, ricorda: «Obama durante la campagna del 2008 citò più volte Reagan irritando i liberal». Ma tentare di emulare il 1984 per il 44˚ presidente significa anche confrontarsi con i dati della ripresa che Reagan firmò, vedendo scendere la disoccupazione dal 9,6 al 7,5% e galoppare il Pil ad un ritmo del 7,2 % l'anno. Forse proprio per tentare di emulare tale impresa le porte della West Wing si sono aperte a ceo come Bill Daley e Jeffrey Immelt.

    Nell'era di Obama si riaccende la stella di Ronnie - LASTAMPA.it

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    Predefinito Rif: Nell'era di Obama si riaccende la stella di Ronnie

    Reagan, il sognatore pragmatico che demolì lo status quo
    "L'Urss è un Impero del Male". E la storia cambiò direzione

    MARCO BARDAZZI

    Quando il sole tramonta su Simi Valley, l’ombra del Muro si allunga verso la bibliotecamuseo e la tomba di Ronald Reagan, il presidente americano che ha contribuito più di tutti a farlo cadere. Da quando è stata inaugurata nel 1991, la Reagan Library è meta di pellegrinaggi continui, che non si sono interrotti negli anni di Clinton e Bush e proseguono in quelli di Obama. Autobus di anziani nostalgici in gita, insieme a scolaresche alla scoperta del quarantesimo presidente degli Stati Uniti: l’uomo che da Berlino invitò «Mr.Gorbachev» a buttare giù il Muro e ora riposa a pochi metri da una reliquia della Germania Est che sembra una lapide dedicata all’impero sovietico sconfitto. La popolarità inossidabile di Reagan negli Usa va di pari passo con un acceso dibattito sul suo ruolo storico, portato avanti nei «think tank» e nelle università e destinato a crescere nell’anno del centenario. Una riflessione tutt’altro che accademica e attualissima: il confronto con Reagan è ineludibile per ciascun candidato repubblicano che tenterà di sfidare Barack Obama nel 2012 e anche l’inquilino della Casa Bianca non nasconde di ispirarsi spesso al predecessore degli anni Ottanta. I primi verdetti degli storici, a sette anni dalla morte di Reagan e a 100 dalla nascita, sono spesso sorprendenti per chi - specie in Europa - è rimasto fermo alla caricatura dell’«attore di serie B» prestato alla politica o lo considera un grande comunicatore senza sostanza. Sean Wilentz, uno storico di Princeton con solide credenziali liberal (è considerato l’erede di Arthur Schlesinger), ha pubblicato un libro che cerca di dare una chiave di lettura della fase attraversata dall’America dalla fine degli anni Settanta all’elezione di Obama e già il titolo dice tutto: «L’Età di Reagan». Il presidente repubblicano, per Wilentz, ha segnato l’ultimo scorcio del XX secolo e il suo influsso in politica estera, economia e costume è rimasto decisivo anche in questo esordio di millennio.

    Nel bene e nel male, ma per Wilentz più nel bene di quanto non sostengano per esempio i critici della Reaganomics (come Simon Johnson nell’intervista in questa pagina). I 25 anni di continua crescita economica seguiti all’arrivo di Reagan alla Casa Bianca sono stati, secondo questa tesi, un effetto delle scelte economiche reaganiane di cui ha poi beneficiato anche la presidenza di Bill Clinton. «Reagan è stato l’uomo che ha messo fine a un conservatorismo congelato ideologicamente - ha osservato un altro storico, Douglas Brinkley - e lo ha trasformato in un geniale conservatorismo pragmatico», che lo rendeva capace di lavorare bene anche con i rivali politici. Una dote che oggi lo rende più vicino a Obama (o a David Cameron), che non alla generazione di conservatori aggressivi alla Sarah Palin. Se sulla Reaganomics e le scelte di politica interna i giudizi restano contrastanti, in fatto di politica estera c’è più consenso nel considerare positiva l’eredità di Reagan e ancora attuale la sua linea. La pubblicazione dei diari del presidente scomparso e lo studio dei suoi archivi hanno rafforzato l’immagine di un uomo che aveva orrore del potenziale nucleare di Usa e Urss e ottenne risultati enormi sul disarmo. Il presidente «guerrafondaio» che sfidò Mosca in una corsa all’armamento dello spazio - ma solo per sfiancare l’Urss in crisi - alla fine spedì i militari solo a invadere la piccola Grenada, li ritirò dal Libano e sganciò qualche bomba sulla testa dell’allora minaccioso Gheddafi. Quasi un pacifista in confronto alle guerre dei successori George Bush (prima guerra del Golfo), Bill Clinton (Somalia e Kosovo) e George W.Bush (Afghanistan e Iraq). Nei vertici con Gorbachev, invece, Reagan pose le basi per il processo di smantellamento dell’arsenale nucleare che ancora va avanti. Ma ad aver lasciato una traccia indelebile nella storia è stato soprattutto l’approccio inedito che ebbe sul concetto stesso di confronto Est-Ovest. «Reagan - ci spiega da Yale John Lewis Gaddis, uno dei massimi storici della Guerra Fredda - agì con altri “attori” insoliti sullo scenario internazionale come Margaret Thatcher, Giovanni Paolo II, Lech Walesa e Vaclav Havel che avevano in comune il fatto di non condividere l’idea dominante che l’impero sovietico fosse una realtà permanente con la quale occorreva convivere».

    Reagan, è la tesi di Gaddis, introdusse un copione nuovo che fece saltare gli schemi precedenti: la «détente» di Nixon-Kissinger, la «Ostpolitik» di Willy Brandt e del cardinale Agostino Casaroli, l’idea insomma di rassegnarsi allo status quo e trarne il meglio. Da convinto sostenitore della superiorità della democrazia rispetto ai regimi comunisti, Reagan cambiò linea lasciando inorriditi i diplomatici, con continue forzature come il celebre discorso in cui bollò l’Urss come «l’Impero del Male». La sua forza, ha ricordato su UsaToday l’ex segretario di Stato reaganiano George Shultz, «fu quella di essere un politico capace di avere una visione d’insieme e un sogno».

    Reagan, il sognatore pragmatico che demolì lo status quo- LASTAMPA.it

 

 

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