1966: il caso di Irving Bentley
Il 5 Dicembre 1966 Gosnell, un addetto dell’azienda del gas di Coudersport, in Pennsylvania, fu insospettito dallo strano odore che proveniva dall’interno della casa di Irving Bentley. Gosnell suonò più volte alla porta senza ottenere una risposta e alla fine decise di entrare. Frugò in tutte le stanze finché non raggiunse il bagno, ma tutto quello che trovò del Dr. John Irving Bentley fu un mucchio di cenere alto parecchi centimetri e un piede ancora calzato, che giaceva all’estremità di un area bruciata di 80-120 cm di diametro. A parte Bentley e i suoi abiti, nient’altro era bruciato nella stanza, inoltre più tardi si apprese che la vittima era stata vista viva pochi minuti prima. Autocombustione umana? La spiegazione trovata fu che il novantaduenne medico aveva l’abitudine di buttare i fiammiferi e le ceneri incandescenti dalla pipa sulla sua vestaglia, che era segnata da numerose bruciature precedenti. Inoltre era solito tenere fiammiferi in tasca durante il giorno, situazione che poteva trasformare una brace in una mortale fiammata. Bentley era inoltre infermo a causa dell’età, infatti si serviva di un deambulatore per i suoi spostamenti. Si concluse che il medico, ritrovatosi con gli abiti in fiamme, si fosse diretto verso il bagno, probabilmente con passo accelerato, dove cercò invano di spegnere le fiamme. I cocci di quello che apparentemente era una brocca furono ritrovati nella stanza. Una volta caduta a terra, la vittima avrebbe incendiato il pavimento in linoleum, sotto il quale vi era un struttura in legno e travi, materiale ideale per un pira funebre.L’aria fredda attirata dal pavimento potrebbe aver costretto il fuoco a bruciare più intensamente a causa del fenomeno conosciuto come “effetto camino”. La spiegazione è senza dubbio verosimile, e di primo acchito sembra convincente. Tuttavia bisogna considerare che una pipa non è un lanciafiamme, e che il Dr. Bentley, malgrado la ridotta capacità motoria, si trovava pur sempre in un bagno, con abbondante acqua a disposizione. Ciò che rende la spiegazione ufficiale non del tutto convincente è il fatto che, come disse il Dottor Wilton Krogman, esperto sugli effetti prodotti dal fuoco (vedi il caso di Mary Reeser): “Occorre un immenso calore per consumare completamente un corpo umano. I corpi nei forni crematori bruciano a più di 2000° per otto ore, ed è ancora possibile riconoscere le ossa.” Nella maggior parte dei casi di incendi a fabbricati si raggiungono temperature intorno ai 1500°, e in condizioni simili i danni non si sarebbero limitati alla distruzione del corpo dell’anziano medico, ma le fiamme si sarebbero più verosimilmente propagate all’intero edificio con ben altre conseguenze. Per queste ragioni il caso di Irving Bentley viene tuttora considerato uno degli esempi più eclatanti di autocombustione umana.
Dal sito http://digilander.iol.it/spookyh/Doc/document.htm





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0.L’ultima persona che vide Mary Reeser viva fu la sua padrona di casa, la signora Pansy M. Carpenter, che viveva in uno dei quattro appartamenti dell’edificio (i due alloggi che le separavano erano vuoti). La signora Carpenter vide la sua inquilina intorno alle 21:00; indossava una camicia da notte e un paio di pantofole di raso nero e stava oziando su di una poltrona mentre fumava una sigaretta. Le coperte del letto erano state sollevate, segno che si apprestava a coricarsi. L’ultima notte di Mary Reeser fu la tipica notte d’estate in Florida: il cielo di tanto in tanto era rischiarato dai bagliori di lampi dovuti al calore. Quando la signora Carpenter si svegliò Lunedì mattina alle 5:00, avvertì un lieve odore di fumo, tuttavia non si allarmò, attribuendone la responsabilità ad una pompa per l’acqua situata in garage che si era surriscaldata. Pertanto si alzò, andò a spegnerla, e tornò a letto. Quando un ora più tardi, si alzò di nuovo per andare fuori a raccogliere il giornale, non vi erano più traccia di fumo. Alle 8:00 arrivò un telegramma per Mary Reeser. La signora Carpenter firmò la ricevuta e andò nell’appartamento dell’inquilina per consegnarglielo. Quando appoggiò la mano sulla maniglia della porta, notò che era calda. Allarmata corse a chiamare aiuto, e due imbianchini, dall’altra parte della strada raccolsero l’appello. Uno di loro aprì la porta, e non appena entrò si sentì investito da un’ondata di aria calda. Pensando di poter salvare Mary Reeser si guardò intorno freneticamente, ma non vide alcun segno di lei. Il letto era vuoto. L’unico segno di incendio era una piccola fiamma su una trave di legno, su una divisoria che separava la sala da un cucinotto. All’arrivo dei pompieri le fiamme furono spente e una parte della divisoria abbattuta. Quando il vice comandante dei pompieri O. Griffith iniziò l’ispezione del locale, non credette ai suoi occhi. Nel mezzo del pavimento era chiaramente visibile un area carbonizzata di circa 120-150 cm, all’interno della quale trovò alcune molle annerite di una poltrona e i resti di un corpo umano, che consistevano in un fegato carbonizzato ancora attaccato ad un pezzo di spina dorsale, un teschio rattrappito, che per il calore si era ridotto alle dimensioni di una palla da baseball, un piede che calzava ancora una pantofola di raso nero e un mucchio di cenere. Quando il coroner Edward T. Silk arrivò per esaminare il corpo ed eseguire la perizia dell’appartamento, sebbene profondamente confuso, decise che la morte era stata accidentale e autorizzò la rimozione dei resti, che furono portati all’ospedale locale.



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