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    L’ Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate & l’Assessorato Promozione Culturale della Provincia di Latina

    ha il piacere d’invitare la S.V. alla presentazione dell’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate, che si terrà venerdì 21 Gennaio 2010 alle ore 18.00 presso il comune di Sabaudia, Sala E.Greco (LT)

    Questa iniziativa ha lo scopo di intraprendere una energica azione di riscoperta e divulgazione del fenomeno delle Marocchinate, o Goumiers nell’accezione francese, termine usato per indicare lo stupro di massa attuato dai Goumiers francesi, in buona parte del territorio nazionale e in particolare nel Lazio, in Ciociari e nella Provincia di Latina. Questi comportamenti degradanti e violenti furono perpetrati ai danni di molte persone, di ambo i sessi e di tutte le età, dopo la battaglia di Monte Cassino nel Maggio del 1944. E’ necessario promuovere la riscoperta e la divulgazione, in particolare presso le giovani generazioni, dei valori della democrazia, della libertà e della vera ricerca storica in modo da dare vita ad appropriate iniziative affinché la vicenda delle vittime delle Marocchinate trovi adeguato risalto mediatico e doveroso riscontro storico-culturale nelle iniziative promosse dall’Amministrazione Provinciale e dai municipi tutti.
    Visto l’importanza di tale evento le saremo molto grati se vorrà partecipare al convegno (magari presentando il nuovo libro di Roberto Gremmo )ed ancora di più se vorrà intervenire nel dibattito o delegare a ciò un Suo qualificato rappresentante.
    A disposizione per ogni ulteriore informazione, La ringraziamo per l’attenzione e La salutiamo cordialmente. Si prega di voler dare conferma al numero 3398743555
    Distinti saluti

    Latina 10/01/2011 Il Presidente dell’Associazione

    Emiliano Ciotti



    PROGRAMMA 21 GENNAIO 2010

    ORE 18,00 ONORI DI CASA

    Introdurrà il Sindaco di Sabaudia Maurizio Lucci

    L’On. Fabrizio Santori a nome di Roma Capitale, introdurrà i fatti e presenterà l’Associazione. Avanzerà delle proposte sul modo in cui le istituzioni dovranno cercare di promuovere su tutto il territorio la divulgazione del fenomeno delle marocchinate e renderanno la giusta memoria alle numerose vittime

    ORE 18,20 Presentazione
    Il presidente dell’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate, Emiliano Ciotti, esporrà scopi e finalità di tale associazione. Gli ostacoli trovati fino a questo momento e i prossimi obiettivi..

    ORE 18,40 MEMORIA STORICA

    Il Dott. Fabrizio Carloni Storico Scrittore, Il Dott. Daniele Lembo Storico scrittore e il Conte Fernando Baglioni Storico e Scrittore
    porteranno testimonianze storiche dei fatti accaduti in queste terre, fortemente segnate e provate da tali accadimenti.

    ORE 19,00 RIFERIMENTI GIUDIRICI E TUTELA DELLE VITTIME

    Interverra’ L’Avv. Mauro Sabetta il quale detiene numerose cause per il risarcimento delle numerose vittime rimaste completamente dimenticate.

    ORE 19,20 Tributo alle vittime della Provincia di Latina

    L’assessore Provinciale Fabio Bianchi illustrerà le importanti iniziative fatte dalla Provincia di Latina per ricordare le vittime delle Marocchinate.

    ORE 19,40 Tributo alle Vittime della Provincia di Frosinone
    Interverra’ L’assessore Provinciale di Frosinone Giuseppe Paliotta

    Ore 20,00 Termine


    20/01/2011


    --------------------------------------------------------------------------------




    Italia Sociale

  2. #2
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    N. 17 - Ottobre 2006

    LE MAROCCHINATE

    Aspettavano i liberatori ma arrivò l’inferno

    di Sergio Sagnotti

    .

    La riluttanza e la scarsa memoria del nostro paese, dedita soprattutto ad una sorta di invidia esterofila dei miti altrui, ci fa dimenticare che di martiri, ma soprattutto di eroi, lo stivale ne ha avuti e forse anche più di tutti gli altri paesi dai più ammirati ed invidiati.



    Nella nostra nazione sono avvenuti olocausti annegati nell’indifferenza della storiografia per 60 anni e non ancora approfonditi del tutto come le Foibe, il massacro dei bimbi di Gorla e le famose “marocchinate”, gente comune, colpevole solamente di trovarsi al momento sbagliato nella propria casa, mentre erano in atto pulizie etniche, saccheggi, violenze e stupri di ogni genere, compiuti sotto bandiere e vessilli di “liberazione”.



    Nel Febbraio del 1944 gli alleati bombardarono l’abbazia di Montecassino, causando la morte di centinaia di civili; raso al suolo il monastero si passò alle cittadine limitrofe e ciò portò alla completa distruzione delle città sottostanti il monastero, Cassino appunto e altri centri urbani rurali del luogo; la stima delle vittime in questa operazione fu di circa 50.000 militari e 10.000 civili.



    Ora l’esercito alleato si trovava di fronte alla linea Gustav, una catena umana che tagliava in due parti la nostra penisola, dal tirreno all’adriatico, voluta da Hitler come baluardo di resistenza tedesca in terra italica.



    I continui attacchi frontali delle forze alleate alla retroguardia teutonica, si rivelarono subito infruttuosi e superflui, si decise allora di aggirare la linea nemica e questo compito fu dato dal Gen. Clark, comandante della V armata americana, al Gen. Juin comandante franco-algerino delle truppe francesi (Goumiers) in Italia; ciò perché questi ultimi avevano una maggiore predisposizione al combattimento montano.



    Le truppe francesi cominciarono così l’avanzata con l’operazione che prese il nome “Diadem”, prima sottoponendo i tedeschi ad un pesante bombardamento e subito dopo attaccando Monte Faito presso i Monti Aurunci, sguarnendo la linea nemica fino alla valle del Liri, risalirono poi verso il frusinate fino ad assestarsi in Toscana.



    Dove passarono però le truppe “liberatrici”, accaddero cose mai viste in quelle terre: stupri, rapine, saccheggi, omicidi, evirazioni e torture furono all ordine del giorno…



    Il corpo di spedizione francese era composto da circa 110 mila unità per lo più marocchini, algerini, tunisini e senegalesi; essi si chiamavano “Goumiers” in quanto erano organizzati in “Goums”, gruppi composti da una settantina di uomini per lo più legati da parentela.



    Appena sbarcati in Italia i Goumiers fecero subito vedere di che pasta erano fatti, in Sicilia, infatti, essi cominciarono a razziare e sequestrare donne del luogo considerandole “bottino di guerra” e le portarono via come prostitute. I primi episodi si registrarono sulla statale Licata-Gela, come ci dice lo storico Fabrizio Carloni, per poi proseguire a Capizzi, tra Nicosia e Troina ,qui i franco-africani si abbandonarono addirittura a stupri di massa: “…le consideravano bottino di guerra e le portavano via sghignazzando e trattandole con un linguaggio da trivio, come se fossero delle prostitute…”.



    Si proseguì con lo stesso comportamento nei paesi di Mastrogiovanni (dove madri e figlie venivano stuprate e poi passate per le armi) , Lanuvio, Velletri ad Acquafondata dove ci fu addirittura un rastrellamento di donne da violentare.



    La vergogna però che si compì nelle battaglie in ciociaria toccò apici clamorosi e devastanti, infatti il comandante francese Juin per incentivare e caricare le sue truppe prima della battaglia, sembra che pronunciò il seguente discorso:



    “Soldati! Questa volta non è solo la libertà delle vostre terre che vi offro se vincerete questa battaglia. Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c'è un vino tra i migliori del mondo, c'è dell'oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete. Dovrete uccidere i tedeschi fino all’ultimo uomo e passare ad ogni costo. Quello che vi ho detto e promesso mantengo. Per cinquanta ore sarete i padroni assoluti di ciò che troverete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete…”.



    I suoi Goumiers non se lo fecero ripetere due volte…


    Il loro premio cominciarono a riscuoterlo nella cittadina di Esperia, dove circa 3.500 donne, tra gli 8 e gli 85 anni, vennero stuprate e, nella più benevola delle sorti uccise, circa 800 uomini sodomizzati tra cui un prete (Don Alberto Terilli) che morì poco dopo, i parenti delle vittime o coloro che cercarono di difendere le donne vennero impalati…

    Gli altri alleati erano al corrente di ciò che stavano facendo i franco-africani?



    Le fonti sembrano dirci di sì, in quanto, già precedentemente, gli ufficiali alleati avevano richiesto in patria “l’invio” di prostitute al seguito delle truppe, per placare i desideri dei propri soldati; sapevano anche perché i Goumiers francesi avevano un’altra peculiarità , quella di evirare i soldati nemici e soprattutto quella di vendere, a quei soldati americani bramosi di ottenere elogi e galloni senza troppo rischiare, i soldati tedeschi catturati, al prezzo di 500/600 franchi per un soldato semplice e di circa il triplo per un ufficiale.



    Quindi secondo alcuni storici tutti sapevano cosa stesse accadendo, De Gaulle in primis, ma soprattutto chi era sul posto come il Gen. Harold Alexander ,che molti dicono ricevette la richiesta di permesso di “carta bianca” da parte di Juin, limitandosi a contrattare con egli le 50 ore di dominio “anarchico” sulla popolazione civile. In una nota della Presidenza del Consiglio ciò si evidenzia ancora di più infatti si legge che gli ufficiali francesi: “lungi dall'intervenire e dal reprimere tali crimini hanno invece infierito contro la popolazione civile che cercava di opporvisi…” in quanto gli accordi prevedevano “mediante un patto che accorda loro il diritto di preda e saccheggio” “nella generalità dei casi essi preferiscono ignorare e da qualcuno è stato anche detto che agli irregolari marocchini spetta il diritto di preda”.



    La furia franco-coloniale non si placò e continuò nelle cittadine di Ceccano, Supino, Sgurgola e paesi limitrofi (dal 2 al 5 giugno 418 stupri su uomini, donne e bambini, 29 omicidi, 517 furti) una nota dei Carabinieri ricorda la bestialità di quegli eventi: “infuriarono contro quelle popolazioni terrorizzandole. Numerosissime donne, ragazze e bambine (...) vennero violentate, spesso ripetutamente, da soldati in preda a sfrenata esaltazione sessuale e sadica, che molte volte costrinsero con la forza i genitori e i mariti ad assistere a tale scempio. Sempre ad opera dei soldati marocchini vennero rapinati innumerevoli cittadini di tutti i loro averi e del bestiame. Numerose abitazioni vennero saccheggiate e spesso devastate e incendiate”.



    Starà poi alle truppe alleate franco-senegalesi completare “l’opera” infatti, prima di essere rimpatriate, infierirono ancora sulla popolazione civile in quel di Toscana per lo più nell’isola d’Elba (dopo essere passati anche in Val d’Orcia e nel viterbese).



    Le responsabilità di quei tragici giorni della nostra storia, devono ricadere anche su alcuni uomini politici italiani di allora, perché, non bisogna dimenticare, che l’Italia badogliana dichiarò guerra alla Germania, diventando di fatto collaborazionista dello Stato Maggiore alleato; non meno gravi le responsabilità del governo di Unità Nazionale di Ivanoe Bonomi che non sollevò mai una protesta ufficiale per le cosiddette “marocchinate”, come del resto i governi che lo hanno succeduto per 50-60 anni e per i quali questo è sempre stato un argomento tabù e politicamente scorretto, in virtù di quella che Renzo De Felice amava definire “vulgata resistenziale”…



    Dopo la guerra il corpo di spedizione francese riconobbe alle vittime un indennizzo che andava dalle 30 alle 150 mila lire a donna stuprata, tali somme vennero detratte dai danni di guerra dovuti dall’Italia alla Francia; dal canto suo il governo italiano pagò alle vittime una pensione minima e a tempo.



    La cifre di queste nefandezze non sono molto chiare, si parla di circa 60.000 donne stuprate, numero che si basa sulle richieste di indennizzo ricevute; di queste vittime, una grande percentuale rimase affetta da malattie come la sifilide o blenorragia, molti furono i figli nati dai rapporti coatti, la maggior parte dei mariti e dei compagni furono contagiati dalle mogli, migliaia di omicidi, parte dei quali effettuati ai danni di chi “osava” difendere l’onore delle donne, l’81% dei fabbricati distrutti, il 90% del bestiame sottratto, così come i gioielli e ogni altro tipo di bene materiale, evirazioni, cittadini impalati, bambini (di entrambi i sessi), uomini, sacerdoti ed anche animali sodomizzati…

    Ad aggiungersi a questi dati strazianti, per le vittime ci fu anche la beffa di vedersi come delle persone emarginate dalla società, non ci furono quasi mai nei loro confronti degli atti di solidarietà, molte donne vennero ripudiate, stentarono a trovare un marito ed un lavoro e molte furono quelle che non riuscirono a convivere con questo fardello suicidandosi.



    Ecco una testimonianza dell’epoca:



    “I soldati marocchini che avevano bussato alla porta e che non venne aperta, abbattuta la porta stessa colpivano la Rocca con il calcio del moschetto alla testa facendola cadere a terra priva di sensi, quindi veniva trasportata di peso a circa 30 metri dalla casa e violentata mentre il padre (...) da altri militari veniva trascinato, malmenato e legato a un albero. Gli astanti terrorizzati non potettero arrecare nessun aiuto alla ragazza e al genitore in quanto un soldato rimase di guardia con il moschetto puntato sugli stessi…”

    Perché ricordare in alcuni casi è un dovere…





    Riferimenti bibliografici:



    Arrigo Petacco, La nostra guerra.

    Tommaso Baris, Montecassino 1944, scatenate i marocchini tratto da Millenovecento, n. 14, dicembre 2003.

    Tommaso Baris, Fra due fuochi.

    Luciano Garibaldi, L'assalto alle ciociare, in periodico "Noi", 1994”.

    Alberto Moravia, La Ciociara.

    F. Majdalany, La battaglia di Cassino.

    Gennaro Sangiuliano, Quelle marocchinate di cui nessuno parla. Artcolo tratto da “L’Indipendente” del 19 maggio 2006






    InStoria - Le marocchinate

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    Le marocchinate


    Alberto Moravia ci scrisse un libro e Vittorio De Sica ne ricavò un film, La Ciociara, con Sofia Loren, dove si mostra lo stupro delle due protagoniste, madre e figlia. Dopo più di cinquant'anni si torna a parlare di «marocchinate».

    Allora questa parola la usavano tutti e si capiva subito di cosa si parlava.

    Con questo brutto termine vengono indicate quelle donne, ma anche bambini di entrambi i sessi, uomini, religiosi e in qualche caso animali, vittime delle violenze dei soldati marocchini del Corps expeditionnaire francais (Cef), comandati dal generale Juin. Furono migliaia.

    Come afferma lo studioso belga Pierre Moreau: "Mai tali tragici avvenimenti sono stati menzionati dalla letteratura storica della seconda guerra mondiale, tanto in quella in lingua francese, quanto quella in lingua olandese ed inglese". Invece è dimostrato che non fu solo la popolazione degli Aurunci a subire le violenze durante le famose cinquanta ore di «premio» promesse da Juin alle truppe se avessero sfondato la linea di Cassino, ma che il fenomeno partì dal luglio '43 in Sicilia, attraversò il Lazio e la Toscana e terminò solo con il trasferimento del Cef in Provenza, nell'ottobre del '44.

    Un'altra fondamentale novità che la denuncia e gli studi apportano alla vulgata su questi fatti è che non furono solo i marocchini a macchiarsi di tali nefandezze, ma anche algerini, tunisini e senegalesi. Nonché «bianchi» francesi: ufficiali, sottufficiali e di truppa. E qualche italiano aggregato ai «liberatori».

    Quando gli eserciti anglo americani giunsero nel gennaio del 1944 di fronte alla linea Gustav, i loro comandanti certamente non pensarono che la celere avanzata verso Roma, si sarebbe trasformata in una logorante e sanguinosa guerra di posizione.

    Nei seguenti mesi invernali, infatti, il generale Harold Alexander, comandante in capo delle forze alleate in Italia, si ostinò ad attaccare frontalmente le difese tedesche nel settore di Cassino riuscendo a perdere nell’arco di tre distinte battaglie, che comportarono anche la distruzione della storica abbazia, oltre 60.000 uomini.

    A fronte di questi evidenti insuccessi, nello studio tattico di quella che doveva essere la quarta ed ultima Battaglia per Cassino che portò all’occupazione angloamericana di Roma, il generale Alexander decise di tentare una manovra di aggiramento delle difese tedesche.

    L'attacco si doveva sviluppare attraverso i monti Aurunici, partendo da Castelforte via Ausonia, monte Petrella, Esperia. Obiettivo finale: il paese di Pontecorvo e la via Casilina. Si sarebbe ottenuto così l’Aggiramento dei difensori di Montecassino.

    A svolgere questo difficile e delicato compito furono chiamate le truppe del "Corps expeditionnaire Français" (C.E.F.) agli ordini del generale Alphonse Juin.

    Le forze del C.E.F. comprendevano 99.000 uomini per la maggior parte marocchini e algerini provenienti dalle colonie francesi. Completava l’organico una piccola aliquota di senegalesi.

    La caratteristica di queste truppe coloniali era l’eccellente addestramento nei combattimenti montani. «Vivere e battersi in montagna era qualcosa di naturale per questi soldati, e un terreno che altri avrebbero considerato un ostacolo era per i nordafricani un alleato».

    Questi uomini «selvaggi avvolti in luridi barracani, che per mesi, per impedire che compissero violenze sessuali ai danni delle popolazioni civili, erano stati sottoposti al coprifuoco, ed impediti ad uscire dai loro accampamenti recintati con filo spinato», erano denominati "goumiers", in quanto non erano inquadrati in formazioni regolari, ma organizzati in "goums", ossia gruppi composti da una settantina di uomini, molto spesso legati tra loro da vincoli di parentela.

    All'alba del giorno scelto per l'attacco, il 14 maggio 1944, il generale Juin inoltrò agli uomini della IIa divisione di fanteria (gen. Dody) e della IVa divisione da montagna (gen. Guillaume) il seguente proclama: «Soldati! Questa volta non è solo la libertà delle vostre terre che vi offro se vincerete questa battaglia. Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c'è un vino tra i migliori del mondo, c'è dell'oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete. Dovrete uccidere i tedeschi fino all’ultimo uomo e passare ad ogni costo. Quello che vi ho detto e promesso mantengo. Per cinquanta ore sarete i padroni assoluti di ciò che troverete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete».

    Tale allucinante promessa venne purtroppo rispettata alla lettera.





    Nei giorni che seguirono la battaglia, terminata il 17 maggio con la caduta di Esperia, i 7.000 "goumiers" sopravvissuti (erano partiti all'attacco in 12.000) devastarono, rubarono, razziarono, uccisero, violentarono. Circa 3.500 donne, di età compresa tra gli 8 e gli 85 anni, vennero brutalmente stuprate. Vennero sodomizzati circa 800 uomini, tra cui anche un prete, don Alberto Terrilli, parroco di Santa Maria di Eperia, il quale morì due giorno dopo a causa delle sevizie riportate. Molti uomini che tentarono di proteggere le loro donne vennero impalati.

    In una relazione degli anni '50, che alla luce di recenti ricerche riporta dei dati per difetto, testualmente si legge: «circa 2.000 donne oltraggiate, di cui il 20 per cento affette da sifilide, il 90 per cento da blenorragia; molti i figli nati dalle unioni forzose, Il 40 per cento degli uomini contagiati dalle mogli, oltre 800 assassinati perché accorsi a difendere l’onore delle loro madri, mogli, figlie. L’81 per cento dei fabbricati distrutto, il 90 per cento del bestiame sottratto; gioielli, abiti e denaro totalmente rubati».

    La prima notizia di un loro stupro è dell'11 dicembre 1943; si tratta di 4 casi che coinvolgevano - secondo fonti americane - i soldati della 573° compagnia comandata da un sottotente francese «che sembrava incapace di controllarli». Notin annota: «sono i primi echi di comportamenti reali, o più spesso immaginari, di cui saranno accusati i marocchini».

    Tanto immaginari però non dovevano essere se, già nel marzo 1944, De Gaulle, durante la sua prima visita al fronte italiano, parla di rimpatriare i goums (o goumiers, come venivano chiamati) in Marocco e impegnarli solo per compiti di ordine pubblico.

    In quello stesso mese gli ufficiali francesi chiesero insistentemente di rafforzare il contingente di prostitute al seguito delle le truppe nordafricane: occorreva ingaggiare 300 marocchine e 150 algerine; ne arrivarono solo 171, marocchine.

    Dopo lo sfondamento della linea Gustav, la «furia francese» travolse soprattutto il paesino di Esperia, che aveva come unica colpa quella di essere stato sede del quartier generale della 71° divisione tedesca. Tra il 15 e il 17 maggio oltre 600 donne furono violentate; identica sorte
    subirono anche numerosi uomini e lo stesso parroco del paese.

    Il 17 maggio, i soldati americani che passavano da Spigno sentirono le urla disperate delle donne violentate: al sergente Mc Cormick che chiedeva cosa fare, il sottotenente Buzick rispose: «credo che stiano facendo quello che gli italiani hanno fatto in Africa».

    Ma gli alleati erano sinceramente scandalizzati: un rapporto inglese parlava di donne e ragazze, adolescenti e fanciulli stuprati per strada, di prigionieri sodomizzati, di ufficiali evirati.

    Pio XII sollecitò (il 18 giugno) De Gaulle in questo senso, ricevendone una risposta accorata
    accompagnata da un'ira profonda che si riversò sul generale Guillaume, capo dei «marocchini». Si mosse la magistratura militare francese: fino al 1945 furono avviati 160 procedimenti giudiziari che
    riguardavano 360 individui; ci furono condanne a morte e ai lavori forzati.

    A queste cifre sicure occorre aggiungere il numero, sconosciuto, di quanti furono colti sul fatto e fucilati immediatamente (15 «marocchini» solo il 26 giugno). Si tratta comunque di alcune centinaia di casi.

    Le fonti italiane danno cifre molto diverse. Una ricerca in merito parla di 60 mila donne stuprate. Un numero enorme, spaventoso. In realtà la stima delle vittime non è chiara, ci si basa principalmente sulle richieste di indennizzo delle quali non si conosce la veridicità.

    Fu proprio a Esperia che nacquero le prime voci sulla «carta bianca».

    Resta il fatto che la disposizione dei francesi nei nostri confronti non era delle migliori: nessuno aveva dimenticato la pugnalata alle spalle del 10 giugno 1940, il bombardamento di Blois senza necessità militari, i mitragliamenti delle colonne di rifugiati a sud della Loira . Però pur ammettendo una certa riluttanza delle autorità francesi nel punire le violenze, la disparità con le cifre di parte italiana resta enorme.

    Questi dati si fondano sulle 60 mila richieste di indennizzo presentate dalle donne italiane. I francesi pagarono da un minimo di 30 mila a un massimo di 150 mila fino al 1 agosto 1947.

    Da quel momento a pagare fu lo Stato italiano, stornando i fondi dai 30 miliardi dovuti alla Francia per le riparazioni di guerra. Molti problemi nacquero dal fatto che le donne, oltre all'indennizzo, chiesero anche la pensione come vittime civili di guerra e che per legge i due benefici non erano cumulabili. Ne scaturì un groviglio di questioni burocratiche, ritardi, lamentele.

    A organizzare le proteste furono soprattutto le comuniste dell'Udi. Nel 1951 un'affollatissima assemblea di donne in un cinema di Pontecorvo affrontò la questione delle marocchinate, provocando un infuocato dibattito parlamentare. Ma, indipendentemente dalle ragioni dell'«uso pubblico della storia», in tutta quella vicenda restano interrogativi pesanti e angosciosi.
    Ammettere di essere stata stuprata è per una donna un'esperienza devastante. Eppure furono in 60 mila a farlo. La spiegazione di Notin è raggelante. Su quegli stupri furono messe in giro molte «voci».

    Nei paesi colpiti spesso furono i sindaci a raccogliere le richieste di indennizzo e, nell'interesse
    della comunità, si arrivò a dichiarare la violenza anche quando non era stata subita. Il fatto è che la miseria travolse anche il pudore e le 60 mila marocchinate furono costrette a scegliere lo scandalo e
    la vergogna di uno stupro «falso» per ottenere i soldi «veri» che servivano alle loro famiglie e alla loro comunità.

    Sin qui, dunque, la tragica cronaca dei fatti.

    De Gaulle stringe la mano a un membro dei goum

    Mentre precedentemente si individuò come unico e solo responsabile il Generare Juin, oggi si può senz'altro affermare che le maggiori responsabilità ricadono su ben altre persone, quali il generale De Gaulle diretto superiore di Juin ed il ministro degli affari economici del governo francese in esilio a Londra, André Diethelm, che nei giorni del terrore "goumiers" si trovavano in Ciociaria per la precisione ad Esperia. Non poterono quindi non vedere come si comportarono i loro coloniali!

    Altrettanto evidente, a chi guardi ai fatti con obiettività, è la responsabilità del Generare Harold Alexander, che sentitosi chiedere da Juin l'autorizzazione a mettere in pratica tale scellerato disegno, anziché farlo immediatamente arrestare, diede il suo consenso, limitandosi a contrattare il termine temporale dello scempio (50 ore) senza curarsi minimamente della sorte delle inermi popolazioni. «Per lui l’impresa dei goumiers significava soltanto aver fatto una breccia nelle difese tedesche, attraverso la quale far passare comodamente gli inglesi della 78a divisione, tenuta sinora di riserva»

    A fronte di quanto detto, si può certamente sostenere che non si trattò di azioni casuali e sporadiche, derivanti da una concezione ancestrale e tribale della guerra propria dei nordafricani, come qualcuno in passato ha affermato.

    Vista la presenza in quei luoghi del comandante del Comitato di Liberazione Nazionale francese (De Gaulle), di un ministro del governo francese (Diethelm), e visto il consenso di Alexander, anche se mancano prove documentali, non si può non esser legittimati a pensare che tale infame azione possa essere stata pianificata direttamente al tavolo dello stato maggiore alleato.

    Ancor più comprensibile è che le istituzioni repubblican-resistenziali abbiano relegato per 50 anni questi episodi in un angolo oscuro della storia, viste le evidenti e dirette responsabilità nei fatti sommariamente descritti.

    Non si deve dimenticare che il 13 ottobre del 1943 il governo Badoglio dichiarò guerra alla Germania, divenendo il cobelligerante degli angloamericani, e dunque corresponsabile delle azioni dello stato maggiore alleato.

    A riprova di quanto affermato, sta il fatto che, per quanto se ne sa, in merito a questi episodi mai fu sollevata una protesta da parte del governo di Unità Nazionale presieduto da Ivanoe Bonomi, così come del resto nulla è stato fatto dai vari governi nei 50 anni successivi, per "loro" i fatti della Ciociaria non sono mai accaduti.

    A tanti anni di distanza questo crimine, così come tanti altri, le foibe, il massacro dei bimbi di Gorla, il lancio delle penne esplosive e delle bombe a farfalla, i delitti commessi dai partigiani, non possono essere taciuti solamente perché commessi dalla parte vincitrice.





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    Predefinito Rif: Conferenza Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate

    Marocchinate

    I Goumiers erano marocchini di razza berbera, nativi delle montagne dell'Atlante, che costituivano le truppe coloniali irregolari francesi appartenenti ai Goums Marocains, un reparto delle dimensioni approssimative di una divisione ma meno rigidamente organizzato, che formavano il cosiddetto C.E.F. (Corps Expeditionnaire Francais) insieme ad altre quattro divisioni:

    la Seconda Divisione Marocchina di Fanteria (DIM - Division Infanterie Marocaine, 13.895 uomini, di cui 6.578 europei e 7.317 indigeni);

    la Terza Divisione Algerina di Fanteria (DIA - Division In fanterie Algerienne, con i suoi 16.840 uomini, tra i quali 6.354 bianchi e 6.835 indigeni);

    la Quarta Divisione di Montagna Marocchina (DMM - Division Marocaine de Montagne, 19.252 uomini, di cui 6545 europei e 12.707 indigeni);

    la Prima Divisione della Francia Libera.


    Questi uomini selvaggi in bourms (mantello di lana con cappuccio) e turbante, avvolti in sporchi barracani, erano denominati "goumiers", perche' non erano organizzati in divisioni regolari, ma in "goums", ossia gruppi composti da una settantina di uomini, molto spesso legati tra loro da vincoli di parentela.
    Infatti "Goum" (il cui plurale e' appunto "goums"), deriva dalla traslitterazione fonetica francese del termine arabo "qum" che indica, appunto, una banda o uno squadrone.

    La caratteristica di queste truppe coloniali era l'eccellente addestramento nei combattimenti montani, dove riuscivano a muoversi in silenzio e con agilita'. Vivere e battersi in montagna era qualcosa di naturale per questi soldati nati e vissuti su impervie montagne, e un terreno che altri avrebbero considerato un ostacolo era per questi nordafricani un alleato.


    Le forze del C.E.F. comprendevano 99.000 uomini per la maggior parte di nazionalita' marocchina e algerina provenienti dalle colonie francesi. Completava l'organico una piccola aliquota di senegalesi.

    I Goums erano al comando del generale francese Augustin Guillaume.




    Lo scenario bellico

    Alla fine del 1943 la 5° Armata USA del generale Clark aveva subito perdite per 40.000 uomini, tra morti e feriti, oltre a 50.000 soldati messi fuori combattimento dalle malattie, molte di tipo sessuale e da stress da combattimento. L'Ottava Armata britannica aveva perso 12.500 uomini a causa della malaria e 6.400 in battaglia. Questo li porto' a dover chiedere aiuto agli alleati francesi.


    Quando gli eserciti anglo americani giunsero nel gennaio del 1944 di fronte alla linea Gustav, i loro comandanti certamente non pensarono che la celere avanzata verso Roma, si sarebbe trasformata in una logorante e sanguinosa guerra di posizione.

    La linea Gustav era letteralmente una catena umana che tagliava in due parti l'Italia, dal Tirreno all'Adriatico, voluta da Hitler nel settembre del 1943 come baluardo di resistenza tedesca in terra d'Italia; la Linea Gustav era lunga 230 chilometri e rappresentava una barriera difensiva dal Tirreno all'Adriatico: partiva da Gaeta, al confine tra Lazio e Campania, e giungeva fino alla foce del Sangro, a sud di Pescara.

    Nei mesi invernali che seguirono, il generale Harold Alexander, comandante in capo delle forze alleate in Italia, nell'ostinarsi ad attaccare frontalmente le difese tedesche nel settore di Cassino riusci' a perdere nell'arco di tre distinte battaglie (che comportarono anche la distruzione della storica abbazia) oltre 60.000 soldati.

    A fronte di questi evidenti insuccessi, nello studio tattico di quella che doveva essere la quarta ed ultima Battaglia per Cassino, che portera' all'occupazione angloamericana di Roma, il generale Alexander decise di tentare una manovra di aggiramento delle difese tedesche.

    L'attacco si doveva sviluppare attraverso i monti Aurunci, partendo da Castelforte passando per Ausonia, Monte Petrella ed Esperia. Obiettivo finale: il paese di Pontecorvo e la via Casilina. Si sarebbe ottenuto cosi' l'aggiramento dei difensori di Montecassino.

    A svolgere questo difficile e delicato compito furono chiamate le truppe del "Corps Expeditionnaire Français" (C.E.F.) agli ordini del generale Alphonse Juin.

    Giovedi' 11 maggio 1944, scatta il piano di Juin. Alle undici di sera, 1600 cannoni danno inizio a un intenso bombardamento contro i tedeschi: le truppe francesi cominciarono cosi' l'avanzata con l'operazione che prese il nome "Diadem".


    Il 14 maggio 1944 i Goumiers, attraversando un terreno apparentemente insuperabile nei monti Aurunci, aggirarono le linee difensive tedesche nell'adiacente valle del Liri consentendo al XIII Corpo britannico di sfondare la linea Gustav e di avanzare fino alla successiva linea di difesa predisposta dalle truppe germaniche, la linea Adolf Hitler.

    In seguito a questa battaglia il generale Alphonse Juin avrebbe dato ai suoi soldati cinquanta ore di "liberta'", durante le quali si verificarono i saccheggi dei paesi e le violenze sulla popolazione denominate appunto marocchinate.



    Le marocchinate
    Nei giorni che seguirono la battaglia, terminata il 17 maggio con la caduta di Esperia, i 7.000 "goumiers" sopravvissuti (erano partiti all'attacco in 12.000) devastarono, rubarono, razziarono, uccisero e violentarono.

    Le cifre riguardanti il totale degli stupri e degli omicidi sono molto varie.

    Nelle ore successive allo sfondamento della linea Gustav, 7000 soldati marocchini, liberi dal comando, si avventarono su di un'ampia area della provincia di Frosinone e della provincia di Latina.

    Le conseguenze furono spaventose: secondo alcune fonti ufficiali furono stuprate piu' di 60.000 donne dagli 8 agli 85 anni.
    Furono sodomizzati all'incirca ottocento uomini; tra di essi anche il prete di Santa Maria di Esperia che mori' poi per le ferite.
    Poi furono uccisi impalati gli uomini che cercavano di proteggere le donne e i bambini. Fu razziato il 90% del bestiame.

    Testimonianze ricordano come truppe canadesi, uscendo dalla loro area di competenza, intervennero riuscendo a fermare in parte lo scempio su richiesta della popolazione in fuga.

    Secondo invece i dati del Ministero degli Interni, poi trasmessi alla Commissione alleata di controllo, ci furono circa 2000 stupri di donne, molte delle quali furono contagiate da malattie veneree, circa 800 uomini sodomizzati, molti dei quali successivamente assassinati tramite impalatura, oltre ad un centinaio di omicidi e alla distruzione di 811 case poi incendiate.
    Sulla guerra delle cifre non c'e' certezza; comunque sia anche quella piu' ottimistica del Ministero degli Interni mostra lo scempio che avvenne in Italia e le sue colossali dimensioni, rispetto al breve periodo e all'esiguita' del territorio in cui queste violenze si consumarono.

    Il 18 giugno del 1944 papa Pio XII sollecito' Charles de Gaulle a prendere provvedimenti per questa situazione. Ne ricevette una risposta accorata e al tempo stesso irata nei confronti del generale Guillaume. Entro' quindi in scena la magistratura francese, che fino al 1945 avvio' 160 procedimenti giudiziari nei confronti di 360 persone. A queste cifre bisogna pero' sommare il numero di quanti furono colti sul fatto e fucilati.

    Quando la notizia si diffuse il Vaticano chiese ufficialmente che le truppe franco-maghrebine non entrassero a Roma.

    Dopo la guerra il corpo di spedizione francese riconobbe alle vittime un indennizzo che andava dalle 30 alle 150 mila lire a donna stuprata, tali somme vennero detratte dai danni di guerra dovuti dall'Italia alla Francia; dal canto suo il governo italiano pago' alle vittime una pensione minima e a tempo.



    Il mistero del volantino
    All'alba del 14 maggio 1944 (giorno scelto per l'attacco) il generale Juin inoltro' agli uomini della II divisione di fanteria (comandata dal generale Dody) e della IV divisione da montagna (comandata dal generale Guillaume) il seguente proclama...

    Per quanto l'originale sia introvabile, si conosce la traduzione di un volantino in francese e arabo che sarebbe circolato tra i groumiers:

    « Soldati! Questa volta non e' solo la liberta' delle vostre terre che vi offro se vincerete questa battaglia. Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c'e' un vino tra i migliori del mondo, c'e' dell'oro. Tutto cio' sara' vostro se vincerete. Dovrete uccidere i tedeschi fino all'ultimo uomo e passare ad ogni costo. Quello che vi ho detto e promesso mantengo. Per cinquanta ore sarete i padroni assoluti di cio' che troverete al di la' del nemico. Nessuno vi punira' per cio' che farete, nessuno vi chiedera' conto di cio' che prenderete »

    (Traduzione dell'"Associazione Nazionale Vittime Civili").

    L'invio di tale comunicato non fu mai confermato ufficialmente.

    Un'ulteriore prova che questo fenomeno non fosse circoscritto alle 50 ore di cui parlerebbe il volantino sarebbe la presenza di moduli prestampati per denunciare le violenze effettuate dai marocchini.

    Anche se si nega l'esistenza del volantino, tuttavia, l'acquiescenza di comandanti ed ufficiali ed il carattere sistematico delle violenze ha portato a definire l'idea di una liberta' di azione concessa ai soldati nei confronti dei civili. Ai soldati marocchini, cioe', sarebbe stato concesso il diritto di preda.
    Evidentemente l'Italia del «colpo di pugnale» alla Francia agonizzante del 1940, non meritava, in fin dei conti, troppi riguardi.


    Marocchinate e' il termine usato per indicare lo stupro di massa attuato dai goumiers francesi ai danni di molte persone di ambo i sessi e di tutte le eta' dopo la battaglia di Montecassino.

    Durante la Seconda guerra mondiale, come in tutte le altre guerre, si sono consumate efferate e gratuite violenze ai danni dei civili, donne e uomini, anziani o giovani che fossero. Ma e' difficile eguagliare l'orrore della vicenda delle "marocchinate", le donne ciociare violentate nel 1944 dal contingente marocchino dell'esercito francese. All'epoca furono definiti effetti collaterali della guerra, oggi quegli stupri sono un crimine contro l'umanita'.

    Alberto Moravia scrisse un libro affinche' tali orrori non venissero dimenticati. Vittorio De Sica ne ricavo' un film, intitolato "La Ciociara". Fu Sofia Loren ad interpretare una delle due protagoniste, una madre e una figlia che, nella storia, subirono un orribile stupro.

    Ultimo aggiornamento: 31/10/2009
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    Marocchinate

  8. #8
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    Predefinito Rif: Conferenza Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate

    1952:
    Il caso delle “marocchinate”
    al Parlamento La questione delle “marocchinate”, ancora e di nuovo così controversa, meritò ampio dibattito alla Camera dei Deputati nel 1952. A riprova della drammaticità degli eventi e della volontà di rimozione allora già presente in alcuni parlamentari italiani – forse per non turbare i rapporti con il nuovo alleato che era la Francia –, riportiamo integralmente il dibattito incentrato sulla magistrale relazione dell’on. Maria Maddalena Rossi del PCI.
    Atti Parlamentari
    Camera dei deputati seduta notturna
    lunedì 7 aprile 1952
    PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE TARGETT

    La seduta comincia alle 21.
    SULLO, Segretario, legge il processo verbale della seduta notturna del 1° aprile 1952.
    (E’ approvato).
    PRESIDENTE.
    Sospendo la seduta per alcuni minuti, in attesa del rappresentante del Governo.
    (La seduta, sospesa alle 21,5, è ripresa alle 21,10)
    Svolgimento di interpellanze.
    PRESIDENTE.
    L’ordine del giorno reca lo svolgimento delle seguenti interpellanze, entrambe dirette al ministro ad interim del tesoro:
    Rossi Maria Maddalena, Perrotti, Vigorelli, Cornia, Natoli, e Borellini Gina, “per sapere: le ragioni per le quali, a sette anni dalla fine della battaglia di Cassino, non sia stato ancora provveduto alla liquidazione delle 60 mila pratiche di pensione e di indennizzo delle donne di quella zona che subirono violenza dalle truppe marocchine della V armata; quale accoglimento sia disposto a dare alle legittime rivendicazioni delle interessate, consistenti nella pronta liquidazione delle pensioni, senza trattenuta delle modeste somme percepite da alcune nel 1944 dai governi francesi e italiano per immediato soccorso, e nella concessione immediata a tutte di una indennità di cura e di medicinali e cure gratuite presso i dispensari, gli ambulatori e gli ospedali della zona; quali siano i propositi concreti del Governo nei confronti delle famiglie, dei bambini, della popolazione della zona”;
    Zagari, Vigorelli, Preti, Matteotti e Mandolfo, “per sapere se, dinanzi alla gravità del problema rappresentato dalle 60 mila donne, che ebbero a subire, nel corso della battaglia di Cassino, le violenze delle truppe marocchine della V armata, non ritenga necessario affrontare radicalmente ed organicamente il problema con una serie di provvedimenti atti ad indennizzare le vittime e ad arrestare le conseguenze del male, anzitutto accelerando le pratiche di pensione e di indennizzo ed inoltre concedendo a tutte le danneggiate ed ai figli di esse le indennità di cura, di medicinali e le cure gratuite presso i dispensari e ambulatori e gli ospedali della zona”.
    Se la Camera lo consente, lo svolgimento di queste interpellanze, concernenti lo stesso argomento, avverrà congiuntamente. (Così rimane stabilito).
    L’onorevole Maria Maddalena Rossi ha facoltà di svolgere la sua interpellanza.
    ROSSI MARIA MADDALENA.
    Onorevoli colleghi, la questione dalla quale ha origine questa interpellanza, certamente assai penosa, non è discussa per la prima volta stasera in Parlamento. Fu già oggetto di esame, credo, in sede di Assemblea Costituente, a causa di una interrogazione presentata, se ben ricordo, dall’onorevole Persico, oggi senatore. Un’altra interrogazione fu più recentemente presentata dall’onorevole Lizzandri in questo ramo del Parlamento, ma non so se abbia o meno ricevuto risposta e, nel primo caso, se sia stata una risposta soddisfacente.
    La nostra interpellanza si riferisce dunque ad uno dei drammi più angosciosi, quello delle donne che subirono le violenze delle truppe marocchine della V armata, nel periodo tra l’aprile e il giugno del 1944, dopo la rottura del fronte del Garigliano, quando queste irruppero nella zona del cassinate. Non so se sia vero quello che si dice delle truppe marocchine, cioè che il contratto d’ingaggio di questi mercenari non escluda o addirittura lo consenta il diritto al saccheggio ed alla violenza. Risulta invece che, dopo gli avvenimenti dolorosi cui ci riferiamo, comandanti ed ufficiali di queste truppe tentarono di correre ai ripari con alcuni casi di punizioni e soprattutto concedendo alle prime vittime qualche soccorso. Comunque, sia stato o meno tollerato, se non concesso, il fatto è che il saccheggio fu compiuto e le violenze ebbero luogo.
    Il primo paese del cassinate che le truppe marocchine incontrarono nell’aprile 1944 e la cui popolazione, di circa 600 abitanti, non fosse sfollata fu, se non erro, Esperia. I soldati fecero irruzione nelle case, depredarono, saccheggiarono, e le violenze innominabili furono compiute su uomini e donne. Perfino il parroco fu legato ad un albero e costretto ad assistere allo spettacolo. Poi anche di lui fu compiuto tale scempio che ne morì. Del resto, a Vallecorsa, non furono risparmiate neppure le suore dell’ordine del Preziosissimo Sangue. A Castro dei Volsci dai registri del comune risultano 42 gli uomini e le donne morti in quei mesi terribili. Come e perché morirono quei 42 cittadini? Ecco alcune informazioni. Molinari Veglia, una ragazza di 17 anni, è violentata sotto gli occhi della madre e poi uccisa con una fucilata; siamo in contrada Monte Lupino, il 27 maggio 1944. Rossi Elisabetta, di circa 50 anni, è sgozzata dai marocchini perché tenta di difendere le sue due figlie, rispettivamente di 17 e 18 anni: la madre muore e le figlie sono violentate; ciò accade in contrada Farneta. Anche Margherita Molinari, di 55 anni, tenta di slvare la figlia Maria, che ne ha 21: è uccisa con cinque fucilate al ventre! Il bambino Serapiglia Remo, di cinque anni, innocente testimone dei delitti che intorno a lui si compiono, dà fastidio: perciò viene lanciato in aria e lasciato ricadere, così che morrà entro le 24 ore successive per le lesioni riportate. Pare che la madre non abbia ancora ricevuto la pensione; ha altri otto figli e il marito è disoccupato.
    Ed ecco alcuni esempi di ciò che accadde a Pastena. La signora Anelli Elvira fu Giuseppe ha il braccio troncato da una scarica di mitra: essa morirà tubercolotica quattro anni dopo, ma certo le conseguenze della violenza subita nell’aprile del 1944 ne hanno affrettato la fine. Antonini Giuseppe fu Francesco viene ucciso dai marocchini in contrada Santa Croce e nessuno sa dove sia stato sepolto, perché il cadavere è portato via immediatamente dai francesi. Giuseppe Faiola fu Marco è ucciso dai marocchini in contrada Cerviso. A Vallecorsa, Luigi Mauri fu Martino muore il 26 maggio 1944 in contrada Lisano nel tentativo di difendere l’onore della moglie Lauretti Assunta e delle sue quattro figliole. Ancora a Vallecorsa Antonbenedetto Augusto fu Cesare cade il 25 maggio 44, in contrada Visano per difendere l’onore della moglie Nardoni Margherita. Cade anche Papa Vittorio di Alessandro il 25 maggio 1944, in contrada Santa Lucia, avendo osato difendere la moglie Di Girolamo Rosina di Augusto, ma prima di essere ucciso è egli stesso seviziato. Sacchetti Antonio fu Michele, Sacchetti Eugenio fu Michele, Sacchetti Eugenio fu Vincenzo, Sacchetti Gabriele di Agostino sono bastonati a sangue perché osano difendere l’onore delle rispettive mogli, sorelle, madri; alla fine si ribellano e un marocchino viene ucciso: quali rappresaglie vengano inflitte è facile immaginare.
    Fatti analoghi a quelli che ho citato accadono a Pontecorvo, a Sant’Angelo, a San Giorgio a Liri, a Pignatara Intermagna, a Caccano: almeno in una trentina di paesi delle province di Frosinone e di Latina, percorse dalle truppe marocchine. Quante donne abbiano subito violenza da parte delle truppe marocchine nessuno sa con esattezza né forse si saprà mai. Quello che noi possiamo però rilevare dai dati che sono a nostra conoscenza è che in maggioranza si tratta di donne vecchie, anzi vecchissime, come quelle di Agata Baris, nata nel 1882, e come molte altre, con cui ho avuto io stessa occasione di parlare, che oggi hanno 70-75 ed anche 80 anni. L’età avrebbe dovuto costituire una difesa per queste donne, o almeno così esse ritenevano. Infatti alcune non pensarono neppure di mettersi in salvo, anzi, convinte che sarebbero state rispettate, affrontarono esse stesse i marocchini per dar tempo alle giovani di nascondersi, di scappare, di rifugiarsi su, tra le montagne. Invece furono seviziate e violentate, come per esempio quella Emanuela Valente della borgata Santangelo, che oggi conta 70 anni, che ebbe i polsi fratturati.
    Molte di queste vecchie donne sono malate: si consumano lentamente a causa dell’ignobile morbo che è stato loro trasmesso dai soldati marocchini. Entrando nei loro poveri tuguri si vedono queste povere vecchie sui loro giacigli di stracci, con i bambini intorno, con i parenti che non sanno e non possono curarle; e queste vecchie parlano, raccontano quello che è loro accaduto. Le giovani no; le giovani, in generale, sono restie a parlarne, e se ne comprende bene il perché. Se per le vecchie l’insulto subito sa quasi di martirio, per le giovani significa qualche cosa di peggio della morte: significa avere di fronte a sé un lungo periodo di vita, ma una vita non ancora vissuta, ma buia e fredda, in cui non c’è più alcuno spiraglio, alcuna speranza, alcuna luce; perduta la possibilità di avere una famiglia, di avere dei figli; perfino il lavoro è precluso a queste giovani, e la povertà nel loro caso è ancora più tragica, perché il benessere economico, il lavoro potrebbero almeno aiutarle in parte ad uscire da questo terribile isolamento in cui le ha gettate la loro disgrazia. Le cure, il lavoro, l’occupazione potrebbero essere fonte di una ricompensa morale, oltreché materiale, per la loro vita distrutta. Nessuna pensione di guerra potrà mai risarcire né vecchie né giovani per ciò che hanno subito, nessun indennizzo potrà mai ricompensarle di ciò che hanno perduto. Né tutte certamente hanno chiesto indennizzo o pensione. Nel cassinate e nel sorano sarebbero, almeno secondo quanto ci fu riferito, oltre dodicimila le domande presentate. Dodicimila donne in questa zona avrebbero, dunque, subito violenza da parte delle truppe marocchine e sarebbero state contagiate. Le domande risalgono al 1944, 1945 e 1946.
    Come è noto, alcune di esse, nel 1944, ricevettero dal governo francese somme varianti da 30 a 150 mila lire per soccorso immediato. I libretti di pensione ricevuti successivamente, in qualità di vittime civili della guerra, darebbero loro diritto, essendo assegnate alla settima ed all’ottava categoria, a somme varianti da 1.400 circa a 3.000 lire al mese. Però, in base alle vigenti disposizioni di legge, il cumulo dell’indennizzo e della pensione non è consentito e perciò i libretti ricevuti non danno, in pratica, e non daranno per molto tempo e in alcuni casi mai, diritto ad alcuna riscossione di denaro. Anzi vi è chi ha recentemente ricevuto il libretto e, a conti fatti, dovrebbe restituire al Governo parte della somma ricevuta nel 1944. Il 1° agosto 1947, quando i francesi lasciarono l’Italia, mi sembra che essi fossero tenuti a completare l’opera di soccorso immediato, e che affidassero al Governo italiano l’incarico di prelevare quanto era necessario dalle somme da questo dovute al Governo francese. Se oggi guardiamo alla realtà della situazione, appare invece che la maggior parte di queste vittime non ha ricevuto che somme inadeguate e molte addirittura nulla: né soccorso immediato né pensione. Pare che soprattutto tra coloro che hanno presentato la domanda dopo il 1946, una buona parte, non abbia ancora ricevuto nulla.
    Presso l’intendenza di finanza di Frosinone, se sono esatte le mie informazioni, sarebbero state presentate 47 mila richieste di risarcimento variamente motivate e 13 mila sarebbero giacenti presso il Ministero del Tesoro: 60 mila in tutto sarebbero dunque le domande ancora inevase avanzate per risarcimento, in parte per atti di violenza carnale e in parte per uccisioni, mutilazioni, furti, incendi, ecc. ecc.
    Attualmente, dunque, questa sarebbe la situazione per quanto riguarda le pratiche richiedenti pensione o risarcimento per danni vari.
    Però, in ogni caso, indennizzo o no, libretto di pensione o no, quello che è certo è che i libretti di pensione non daranno, ripeto, diritto a percepire denaro in base alle leggi vigenti, anche quando sono stati concessi, se fu percepito qualcosa nel 1944; oppure la pensione durerà, appunto come prevedono le leggi vigenti, fino alla scomparsa dell’infermità fisica contratta, dopo di che queste sventurate non avranno più diritto a nulla.
    E per quanto riguarda l’assistenza, le cure sanitarie, quale è la situazione?
    Oggi come oggi pare vi sia in tutta la zona un solo reparto dermosifilopatico ospedaliero, a Pontecorvo, nel quale le contagiate abbiano diritto di essere ricoverate; e questo reparto, se non erro, è costituito da sei letti. E’ vero (come ha affermato recentemente il prefetto di Frosinone ad una delegazione di donne) che a suo tempo furono date disposizioni ai medici condotti perché prestino gratuitamente le loro cure e prescrivano medicinali alla malate, ma che cosa avviene nella realtà? Avviene che ciò non si realizza o si realizza in modo inadeguato, perché i medici condotti sono raramente in grado, per motivi vari, di curarle adeguatamente.
    Fina dal primo marzo 1949 una commissione composta dai sindaci dei paesi interessati, da rappresentanti di organizzazioni e di partiti si recò dal sottosegretario Andreotti a sollecitare l’interessamento del Governo. Nel giugno 1951, al convegno per la rinascita del cassinate, a cui partecipò anche l’onorevole Di Vittorio, fu constatato che la situazione non era sostanzialmente migliorata, e fu chiesta la solidarietà di tutte le organizzazioni popolari, di tutti i lavoratori, per ottenere dal Governo provvedimenti concreti.
    Infine, a Pontecorvo il 14 ottobre scorso ebbe luogo un singolare convegno, mi si consenta di dirlo, davvero singolare. Non so se sia vero che vi fu da parte del ministro degli interni o di qualche suo altro zelante prefetto il tentativo di impedirlo per ragioni di ‘carattere morale’, perché questo convegno avrebbe offeso la pubblica moralità.
    Ad ogni modo il convegno, anche per l’intervento di alcuni parlamentari presso il Ministero, ebbe luogo, e vi parteciparono le rappresentanti delle 60 mila donne che a suo tempo hanno presentato domande in qualità di vittime civili della guerra, motivate da violenze e danni di vario tipo. Erano 500 delegate. Io ho partecipato a questo convegno e ho visto le 500 contadine venute dai villaggi e dai paesi della piana e delle montagne circostanti.
    Molte avevano camminato per ore e ore a piedi per arrivare in tempo a Pontecorvo, e non avevano certo mai partecipato in vita loro ad una riunione né tanto meno parlato da una tribuna. Né, credo, queste contadine, queste montanare, che ricordano ancora coi loro costumi le ciociare di un tempo, così ritrose e fiere, avrebbero mai voluto parlare addirittura in un convegno di fronte a tutti della loro mostruosa disgrazia. Invece sono state costrette a fare così. E con quale serietà esse hanno esposto i loro casi dolorosi!
    E con quanta pietà anche i rappresentanti delle autorità -quei rappresentanti della autorità costituite, che avrebbero dovuto impedire quel convegno- hanno finito, anche essi, per ascoltare ciò che queste donne hanno detto!
    Che cosa fu chiesto in quel convegno? Ecco:
    1°) il sollecito disbrigo delle pratiche giacenti presso l’intendenza di finanza di Frosinone per l’assegnazione delle pensioni, e, in attesa, il pagamento di un indennizzo, di un assegno di cura, da non trattenersi sulla pensione;
    2°) la liquidazione degli arretrati di pensione, considerando le somme pagate dal governo francese e da quello italiano come indennità straordinaria, da non trattenersi sulla pensione;
    3°) un assegno di cura (quello che oggi mi pare sia riservato, fra le vittime di guerra, ai soli tubercolotici) per impedire efficacemente il diffondersi delle malattie contagiose, derivanti dalle violenze subite (male che, come l’onorevole sottosegretario sa, purtroppo si ripercuote gravemente sulle condizioni dei bambini);
    4°) medicine e cure gratuite presso tutti gli ospedali ed ambulatori della zona e da parte dei medici condotti per tutte le donne vittime civili di guerra che abbiano il libretto di pensione o che abbiano in corso una pratica di pensione;
    5°) creazione di un centro per la lotta contro le malattie contratte in seguito alle sevizie dei marocchini o conseguentemente diffuse, con funzionamento analogo a quello del centro antimalarico esistente nella zona;
    6°) visita immediata ed obbligatoria per tutti i bambini appartenenti alle famiglie delle ‘marocchinate’ ed adozione, naturalmente, dei provvedimenti del caso;
    7°) che i parenti di primo grado dei trucidati dai marocchini, a tutti gli effetti, siano considerati alla stessa stregua dei parenti dei morti in combattimento.
    Ciò che in quel convegno non fu detta ma che era nella mente di tutti era che, in casi di questo genere, non è possibile parlare, non è possibile parlare di riparazione, di risarcimento. Anche se il Governo concedesse tutto quanto allora fu chiesto, anche se il governo provvedesse immediatamente al disbrigo di tutte le pratiche di pensione presentate, anche se tutte queste donne fossero riconosciute come vittime civili di guerra, ciò non basterebbe ancora. La infermità contratta da queste donne non è solo quella che può essere guarita con un anno o due di cure; è una infermità che esse porteranno per tutta la vita.
    E perciò noi diciamo stasera al Governo: applicate pure le leggi vigenti, finora non applicate o non sufficientemente applicate; ma studiate anche provvedimenti speciali per questa mutilazione orrenda che la guerra ha causato, studiate qualcosa di diverso per questo male diverso da tutti quelli, pure gravi, che la guerra ci ha lasciato da curare. Provvedete a concedere alle donne violentate dai marocchini uno speciale assegno vitalizio, oppure un assegno una tantum, ma adeguato alla pietà che queste innocenti ci ispirano. Pensate alle giovani, alle ragazze, alla tragedia dei bambini, molti dei quali sono già condannati al disfacimento intimo e morale, sono condannati cioè a qualcosa che è peggiore delle peggiori condizioni di denutrizione e di abbandono, pur così tristi, di tanti bambini del nostro paese, soprattutto in molte località del Mezzogiorno e del delta padano. Soffermate il vostro pensiero su queste vittime della guerra, voi che concedete il vostro appoggio a coloro che preparano una nuova guerra. So che vi è chi si finge scandalizzato perché noi prendiamo nel Parlamento e nel paese la difesa di queste donne. Credo piuttosto che ci si debba scandalizzare perché fra noi vi è chi vorrebbe coprire questa piaga, questo delitto orrendo che fu commesso contro donne inermi, contro giovinette, con un velo di silenzio, fidando nel fatto che esse vivono lontane dalle grandi città, in villaggi sperduti. Di quei villaggi però conoscono assai bene la strada truffatori e lestofanti che, indisturbati, vanno a proporre contratti di assicurazione che risultano veri e propri furti o a promettere commendatizie per il disbrigo della pratica di pensione, e si fanno consegnare le poche decine di lire, frutto di dure fatiche.
    Date una sistemazione adeguata a queste infelici. Ve lo chiediamo come lo chiederemmo per qualsiasi innocente vittima di guerra, ma in più con la convinzione che queste meritino speciale attenzione ed aiuto dal Governo. E infine, proprio perché questo Governo stanzia somme ingenti per i suoi programmi di riarmo, dimostri almeno di voler provvedere alle vittime più dolorose della guerra che si è appena conclusa. Non costringetele a riunirsi ancora una volta, ad esporre le loro miserie, ad accusarvi in pubblico. Dimostrate di essere animati da un senso di umanità, se non sapete che sia amore per la pace. (Applausi alla estrema sinistra)
    PRESIDENTE.
    L’onorevole Preti, cofirmatario della interpellanza Zagari, ha facoltà di svolgerla.
    PRETI.
    In assenza dell’onorevole Zagari, che è il primo firmatario di questa interpellanza, aggiungerò poche parole, dopo l’illustrazione fatta dalla onorevole Maria Maddalena Rossi.
    La onorevole Rossi, all’inizio del suo intervento ha lasciato quasi credere che abbia potuto essere tacitamente riconosciuto nel 1944 alle truppe marocchine il diritto di saccheggio e di violenza ai danni degli italiani. Io direi che questo va escluso senz’altro.
    Tuttavia, è certo che questo è uno dei casi più dolorosi della guerra; uno di quei casi che è meglio dimenticare. Purtroppo tutte le guerre, ad onta del progresso della civiltà, provocano dolorose tragedie, nelle quali vengono dimenticati e calpestati elementari diritti e valori umani.
    Oggi siamo di fronte a donne gravemente contagiate, rovinate materialmente oltre che moralmente; e lo Stato avrebbe dovuto fare il suo dovere nei confronti di queste disgraziate. Purtroppo si deve constatare che lo Stato non ha fatto tutto quello che poteva fare. Come ha ben detto la onorevole Rossi Maria Maddalena, le pratiche di pensione di queste donne cosiddette ‘marocchinate’ languono. Non sembra infatti che gli organi competenti se la prendono molto calda, come si suol dire. Inoltre, vi è anche la dolorosa prospettiva per queste povere donne, che le pratiche di pensione finiscano praticamente nel nulla. Si teme che magari per qualche anno possa essere corrisposto loro un assegno e che poi tutto abbia fine. E’ vero anche che le cure predisposte a favore delle donne contagiate di questa zona sono del tutto insufficienti.
    Noi riteniamo che il Governo dovrebbe subito provvedere a corrispondere a queste donne le pensioni, indipendentemente da quello che può essere stato dato loro come indennizzo, subito dopo la guerra, o dal governo francese o dalle autorità italiane. In secondo luogo, a coteste disgraziate i medicinali e tutte le altre cure sanitarie dovrebbero essere forniti gratuitamente. In altri termini, dovrebbero essere disposte tutte le misure atte a dimostrare che il Governo si è reso effettivamente conto della gravità della tragedia che ha colpito queste donne. Qui non si tratta solo di chiedere al Governo di fare il suo dovere, applicando la legge vigente. Si tratta di studiare un complesso di norme speciali, desinate effettivamente ad aiutare queste sventurate. E’ necessario che il Governo dimostri che la collettività nazionale ha fatto tutto il possibile per riparare nel migliore dei modi.
    PRESIDENTE.
    L’onorevole sottosegretario di Stato per il tesoro ha facoltà di rispondere.
    TESSITORI.
    Sottosegretario di Stato per il tesoro. Risponderò brevemente e, spero, esaurientemente.
    Il problema, indubbiamente, suscita reazioni sentimentali vastissime. Non vi è alcuno che non possa o non debba deplorare i fatti dolorosi che sono avvenuti nella zona di Cassino; ma essi, dal punto di vista giuridico-legislativo, si inquadrano, e debbono inquadrarsi in determinate norme che il potere esecutivo è chiamato ad attuare. Perché, se è vero che la giovane ha subito lo strazio -così come la onorevole Rossi ha descritto, e come purttroppo tutti noi sapevamo, dato che i fatti ormai appartengono alla storia- è colpita per tutta la vita irreparabilmente ed insanabilmente (come avviene del resto per ogni giovane che subisca violenza anche in tempo di pace), è altrettanto vero che anche la madre o la sposa che hanno perduto il loro figliolo o il marito in guerra sono amareggiate da un dolore che nessun risarcimento, nessun trattamento economico sarà mai in grado di sanare: non è valutabile con la misura della monet il dolore umano.
    Ma, purtroppo, noi siamo chiamati a valutare il fenomeno umano con la freddezza con cui i legislatori sono costretti a valutarlo. Del resto, quando il giudice è chiamato a decidere la misura del risarcimento del danno, che deve essere versato da colui che ha investito con la sua automobile una persona, qualunque possa essere la cifra per il risarcimento, essa non esaurirà mai quello che è il dolore del padre e della madre. Per cui io vorrei che le coloriture di carattere morale e sentimentale non ci distogliessero da quella che è la realtà, cioè la valutazione giuridica e legislativa del fatto.
    Il problema ha tre aspetti: il primo attiene ai cosiddetti indennizzi che sono stati versati, alle donne che furono vittime di violenze da parte delle truppe di colore; il secondo riguarda il trattamento di pensione, e il terzo è quello relativo all’aspetto igienico-sanitario.
    Circa il primo punto, non possiamo dimenticare che esiste la legge 9 gennaio 1951, n. 10, che detta norme in materia di indennizzi per danni arrecati con azioni non di combattimento, e per requisizioni disposte dalle forze armate alleate. L’articolo 2 di questa legge rigurada la nostra ipotesi, e stabilisce che l’indennità viene liquidata avuto riguardo ai danni, immediati e diretti, causati da atti non di combattimento, dolosi o colposi -e qui siamo sul piano dell’atto doloso- dalle forze armate alleate, secondo i criteri stabiliti per gli infortuni sul lavoro. Inoltre, il citato articolo dice che la liquidazione avviene con i criteri del regio decreto-legge 17 agosto 1935, e successive modificazioni.
    In totale, le domande con richiesta di indennizzo furono 17.368, per un importo complessivo di danni pari a lire 654.680.782. Di queste domande, dall’amministrazione centrale ne sono state trattate 9.492; però sono le domande che comportavano un indennizzo maggiore, che rappresentavano i fatti più gravi, dato che furono concessi indennizzi per lire 508.771.740.
    ROSSI MARIA MADDALENA.
    In quale epoca?
    TESSITORI.
    Sottosegretario di Stato per il tesoro. Fino a tutto il 1951.
    ROSSI MARIA MADDALENA.
    Quelli del 1944 sono i risarcimenti concessi dal governo francese.
    TESSITORI.
    Sottosegretario di Stato per il tesoro. Esamineremo poi l’intervento del governo francese.
    Al Governo italiano, dunque, pervennero 17.386 domande di indennizzo ai sensi questa legge e per la somma che ho già citato, che fu in gran parte liquidata. Le restanti domande, trattandosi di casi minori e quindi anche di importi minori, furono trasmesse all’intendenza di finanza di Frosinone, per un complessivo importo di lire 145.149.042. Da quanto risulta, l’intendenza sta procedendo all’istruttoria ed alla liquidazione. Intanto venivano presentate domande alla direzione generale per le pensioni di guerra, rientrando il caso nell’infortunio civile per evento bellico.
    Le domande, a tutto il 1951, furono 7.639. Di esse ne sono state definite, fino a tutto il dicembre 1951, 2860 e sono in corso di definizione 4.769. Sono tutte domande pervenute di recente (durante il 1951 ne arrivarono circa 3 mila); Il ritardi nella presentazione delle domande di pensione si spiega, probabilmente, con la ritrosia che taluna possa aver avuto nell’esporre il proprio caso, per ragioni evidenti, o perché quelle infelici ritenessero che il loro diritto si fosse esaurito con il pagamento dell’indennizzo una tantum. Fatto sta che alla direzione generale per le pensioni di guerra le domande delle donne che subirono codesto affronto pervennero relativamente in tempo molto recente, e soprattutto quando si seppe che il pagamento dell’indennizzo una tantum non escludeva il diritto al trattamento di pensione. Ora le domande di pensione debbono essere istruite, come richiede la legge: bisogna accertare la veridicità del fatto, bisogna stabilire quali conseguenze il fatto stesso abbia lasciato, al fine di determinare quale trattamento pensionistico debba essere praticato a colei che domanda la pensione, ed inoltre bisogna verificare, una volta liquidata la pensione di guerra, quale sia l’importo dell’indennizzo ricevuto e a quale titolo. Perché anche qui interviene la legge che ho già citato, precisamente l’articolo 3, in forza del quale l’indennità per i danni di cui alle lettere d) e c) del primo comma dell’articolo 1 non è cumulabile con altro indennizzo né beneficio di qualsiasi natura eventualmente spettante per lo stesso fatto, a carico dello Stato. E’ lo stesso caso di chi, investito da automezzo alleato, abbia domandato indennizzo e contemporaneamente abbia chiesto anche la pensione; ottenuta questa, quella qualsiasi somma che gli sia stata liquidata come indennizzo una tantum gli deve essere realmente trattenuta, perché l’articolo 3 della legge 9 gennaio 1951, n. 10 così prescrive. E la legge 10 agosto 1950, n. 548, attualmente in vigore per la liquidazione delle pensioni di guerra, non è stata modificata dalla legge del 1951, che essendo successiva è, a fortiori, la legge che deve essere applicata. Perciò non si tratta di indennizzi versati a titolo di soccorso immediato, ma degli indennizzi veri e propri, sempre che siano a carico dello Stato italiano, che non possono non essere recuperati finché la legislazione resta quella che è; ripeto che la legge che impone questo obbligo del recupero, sia pure graduale, delle somme ricevute è dell’anno scorso.
    Ora, per quanto attiene al disbrigo delle pratiche di pensione, posso dare assicurazione che, compatibilmente, coi mezzi a disposizione dell’amministrazione, esse sono ritenute in particolare rilievo ed hanno, finché è possibile, precedenza dopo esaurita l’istruttoria necessaria.
    Rimane il terzo punto, quello già relativo alle misure di natura igienico sanitaria che sono state rese e che dovrebbero essere prese. Rilevo in primo luogo un fatto che risulta dalle cifre che ho indicato e cioè che non si può parlare di 60 mila donne che abbiano subito violenza: non si arriva nemmeno a 20.000. Una delle due, infatti: o ci dobbiamo attenere alle domande di pensione e di indennizzo che sono state presentate, o dobbiamo supporre che circa due terzi delle violentate, anzi più di due terzi, non abbiano creduto di farsi vive.
    Detto questo, come dato incontrovertibile in possesso dell’amministrazione centrale, passiamo all’aspetto igienico sanitario. Ho qui i dati, in riassunto, forniti dall’Alto Commissariato per l’igiene e la sanità, trattandosi di cose che riguarda la sua competenza. Si fa presente che fin dal 1944, non appena cioè pervennero notizie dalle zone funestate dalle truppe marocchine, fu fatta l’inchiesta ed inviata in provincia di Frosinone un autotreno completamente attrezzato per l’assistenza nei luoghi colpiti e privi di possibilità di comunicazione.
    Vennero così dislocati 40 armadi farmaceutici nei comuni rimasti senza farmacia, forniti di preparati antileutici, antimalarici, antiscabbiosi, disinfettanti e vaccino antitifico. In ogni comune le vittime dei marocchini furono visitate da uno specialista. E’ da notare che molte di esse furono anche ricercate sulle montagne e nei campi. Il servizio democeltico fu incrementato. Un sanitario esperto in dermosifilopatia venne incaricato di provvedere all’istituzione di ambulatori e di assicurare uno speciale servizio di assistenza e di profilassi.
    Con l’adozione di questi provvedimenti, i comuni della provincia di Frosinone maggiormente colpiti furono visitati almeno due volte la settimana. Le donne contagiate, secondo le condizioni sanitarie di ciascuna di esse, furono ricoverate, a completo carico dello Stato, in vari ospedali e curate ambulatorialmente con somministrazione completamente gratuita di medicinali; vennero anche elargiti sussidi in denaro.
    Senonché, nonostante il complesso di tali provvidenze, attuate fra non lievi difficoltà e attraverso un’opera di persuasione nei confronti delle contagiate, nel 1946 si verificò una recrudescenza nella diffusione di malattie veneree, specialmente di endometriti blenorragiche, in qualche comune della valla del Liri e soprattutto ad Esperia. Ciò ebbe ad attribuirsi al fatto che varie donne violentate, per spiegabili motivi di riservatezza e di pudore, non si presentarono tempestivamente alla visita medica, mentre altre decisero di sottoporsi alle cura sanitaria solo dopo l’aggravamento della malattia. Inoltre, il ritorno di vari sinistrati e dei reduci contribuì alla diffusione (come avvenne in altre parti d’Italia, e come del resto è sempre avvenuto) di casi di malattie veneree, che almeno in parte sono da ritenersi indipendenti dai fatti del 1944.
    L’Alto Commissariato per l’igiene e la sanità, preoccupato di questo fenomeno di recrudescenza di malattie veneree e per attuare a fondo una azione profilattica ed assistenziale in tutta la provincia di Frosinone, inviò sul posto un proprio ispettore dermosifilografo, docente presso l’università di Roma, col preciso incarico di colmare ogni deficienza rilevata nei servizi e di adottare i provvedimenti necessari con larghezza di mezzi. Questa iniziativa diede risultati notevoli. Infatti, alla fine del 1947, in tutta la provincia di Frosinone, vennero riscontrate solo 42 donne affette da sifilide e, di esse, solo due con manifestazione contagiosa in atto; 217 donne, invece, furono trovate affette da endometrite blenorragica. Essendo infine risultato che degli elementi del luogo, certo con intenti non eccessivamente morali, volevano matenere sempre viva l’agitazione, evidentemente allo scopo di poter continuare ad ottenere aiuti in danaro, nel giugno del 1950 l’Alto Commissariato, per risolvere il problema sanitario e scinderlo dal problema del trattamento economico, ritenne di compilare per ciascuna delle donne assistite una cartella clinica, corredata da accurate indagini sierologiche per la lue, e completata in tutte le parti.
    Questa indagine, praticata con scrupolo e a distanza di anni dal fatto, ha rivelato in modo definitivo (secondo gli accertamenti eseguiti dall’Alto Commissariato) una infezione rimasta ignorata, o ha escluso un presunto contagio.
    Infatti alla fine del 1950, solo tre donne in tutta la provincia avevano chiesto il ricovero, e tutte e tre vennero riscontrate sane. Quindi, è accertato ormai, attraverso tutte queste indagini e attraverso tutti questi controlli eseguiti in loco, che le vittime delle truppe marocchine non hanno più bisogno di una particolare assistenza sanitaria. Perciò io non posso escludere che se si eleva rimprovero al Governo di non aver attuato tutto ciò che era umanamente possibile nel settore igienico sanitario, il rimprovero non ha fondamento nella verità e realtà dei fatti; se lo si rimprovera e lo si critica per quanto attiene invece all’aspetto economico del problema, il Governo ha fornito le cifre, che sono tali per cui la conclusione non penso possa essere di critica.
    Ho già detto che le leggi sono quelle che sono, che non credo si possa in questa sede e in questo momento nemmeno delineare largamente quali potrebbero essere le modificazioni, se modificazioni sono necessarie, quali potrebbero essere i lineamenti di una modificazione della legislazione esistente in questa materia. Comunque, se di modificazione si dovrà parlare, ne discuteremo in altra sede e se ci dovrà essere una modificazione non penso che gli argomenti che stanno al fondo delle tesi portate dalla onorevole Rossi possano essere di per sé sufficienti per una modificazione legislativa, soprattutto perché gli stessi argomenti potrebbero essere prospettati a favore di altre categorie di vittime civili.
    ROSSI MARIA MADDALENA.
    Come si vede che ella non è una donna!
    TESSITORI.
    Sottosegretario di Stato per il tesoro. Ella prospetta un problema di modificazione sostanziale del sistema pensionistico, che da pochissimi mesi il Parlamento italiano ha approvato, approvandone quindi anche quelli che sono i presupposti giuridici e le ragioni politiche. E pertanto la mia risposta non poteva essere diversa.
    PRESIDENTE.
    L’onorevole Rossi Maria Maddalena ha facoltà di dichiarare se sia soddisfatta.
    ROSSI MARIA MADDALENA.
    Risponderò molto brevemente all’onorevole sottosegretario. Anzitutto vorrei, se mi permette, rivolgergli una domanda: come mai queste donne scendono dalle loro montagne a centinaia, si riuniscono a convegno, oppure si recano in delegazione presso i sindaci, i prefetti, mandano addirittura delegazioni a Roma per chiedere il disbrigo delle pratiche di pensione, per lamentare che, ricevuto il libretto di pensione, non percepiscono un soldo, per reclamare medicinali a cure?
    Io mi domando come mai, se è vero ciò che afferma il rapporto dell’Alto Commissariato per l’igiene e la sanità, cioè che nella provincia di Frosinone soltanto tre donne in un anno hanno chiesto il ricovero in ospedale ed è risultato poi che queste tre donne non sono nemmeno contagiate, come mai allora centinaia di donne si riuniscono per gridare il loro orrore per il male che le ha colpite, per invocare l’assistenza medica? E’ veramente un mistero. Ad ogni modo, poiché noi non possiamo dimenticare il loro grido, né ciò che apprendemmo quando ci incontrammo con queste donne nella loro provincia, nei loro villaggi, penso che non ci resti che una sola cosa da fare: riferire a queste donne le parole dell’onorevole sottosegretario, ricercare in ogni villaggio, in ogni piccolo comune coloro che hanno presentato la domanda di indennizzo, di pensione e riferire loro che, secondo l’onorevole sottosegretario, tutti o quasi tutti sono stati soddisfatti e non hanno altro da chiedere. Non resterà dunque che cercare le migliaia di infelici che subirono la peggiore delle violenze e dimostrare loro, con le parole dell’onorevole Tessitori e del Governo, che la loro situazione è ormai regolata e che soltanto una piccola minoranza non ha ancora ricevuto quella che le spetta.
    Me permetto però di dubitare dei dati ottimistici che sono stati sottoposti all’onorevole sottosegretario a proposito delle guarigioni delle contagiate. Ho visto con i miei occhi centinaia di donne malatissime, raccapriccianti a guardarle, tanto che c’era da chiedersi come mai possano continuare a vivere in quello stato. Ho visto bambini macilenti e deformi, diversi da tutti gli altri, più miseri, delle zone più povere del paese.
    E quanto alle pratiche di pensione, se all’onorevole sottosegretario risulta che tutto va bene e che tutto ciò che doveva essere fatto è stato, a noi risulta che non è così.
    Ma su un altro aspetto del problema io voglio solo per qualche minuto soffermarmi. L’onorevole sottosegretario non ha voluto - almeno così ho compreso - impegnarsi per alcuna modificazione della legge vigente. Egli afferma che non vede la necessità nemmeno di delineare quale potrebbe essere una modificazione della legge vigente, di cui noi conosciamo bene i limiti. Ora, se l’onorevole sottosegretario ritiene che le sevizie inflitte a queste donne dalle truppe marocchine siano in qualche modo paragonabili a qualsiasi altra sventura che la guerra può arrecare, per grande che essa sia (e lo dico avendo qui accanto a me un collega che ha avuto la sventura di perdere il proprio figlio in guerra), se crede che questa sventura sia paragonabile a qualsiasi altro lutto o dolore di cui la guerra sia causa, mostra di non avere un briciolo di sensibilità, mostra di non sapersi nemmeno soffermare un momento a considerare il fatto che il caso e non altro ha voluto che ueste donne e non quelle della sua famiglia, quelle che gli sono più care, avessero a subire questa dura sorte. Voi pensate che la vita di queste donne sarebbe colpita nella stessa misura se esse avessero perduto uno dei loro cari in guerra? No, non è la stessa cosa. Noi conosciamo le madri che hanno perso i figli, le mogli che hanno perso i mariti: noi le amiamo, le onoriamo, manifestiamo loro la nostra intera solidarietà, sì che esse trovano qualche volta una sorta di conforto nel sapere che il loro lutto è condiviso, che la memoria dei loro cari scomparsi è sacra a milioni di cittadini. Ma queste donne no! Per queste non c’è conforto possibile. Si devono nascondere, come se si sentissero infette anche moralmente. A queste donne si vorrebbe vietare di parlare della loro sventura, di riunirsi, di reclamare, in nome della pubblica moralità! Inoltre, ella ha confrontato questa sventura a quella di una persona che perde un congiunto in una disgrazia automobilistica o non so che altre. Onorevole sottosegretario, se mi permette, questo non lo doveva dire. Non si deve confrontare questa sventura con altre, piccole o grandi che siano, né tantomeno collocarla nella categoria degli ‘incidenti’. Altrimenti non basta più parlare di insensibilità, perché si tratterebbe di cinismo. Ella non ha voluto impegnarsi a proposito di modificazioni da apportare alla legge per questo caso che è diverso per qualsiasi altro. Ed è chiaro che non ha voluto impegnarsi proprio perché non trova questa violenza più orrenda e ripugnante di qualsiasi altra violenza che la guerra può recare con sé.
    Ebbene, se il Governo non vorrà prendere in considerazione questa nostra proposta, presenteremo noi una proposta di legge che preveda un trattamento speciale, diverso dagli altri, per queste vittime, che sono vittime diverse dalle altre. Il paese giudicherà, dirà se noi abbiamo fatto bene, o se abbiamo fatto male. Dirà se abbiamo mostrato maggiore o minore sensibilità, maggiore o minore senso democratico e cristiano di quello dimostrato dai membri del Governo.
    PRESIDENTE.
    L’onorevole Preti ha facoltà di dichiarare se sia soddisfatto.
    PRETI.
    La collega Rossi è stata forse eccessivamente severa nei confronti dell’onorevole sottosegretario; ma anch’io penso che la risposta non possa ritenersi del tutto soddisfacente, anche se non si può disconoscere che dal punto di vista formale essa è esauriente. Tra l’altro il sottosegretario ci ha fornito dei dati che francamente noi non conoscevamo, e che dimostrano inesatte parte delle informazioni che ci erano pervenute. Ma ciò non toglie che l’onorevole sottosegretario pecchi di eccessivo formalismo. In fondo il Governo, per bocca sua, si è limitato a dire che le leggi esistenti sono state applicate, e che allo Stato, conseguentemente, non può essere fatta nessuna colpa.
    Onorevole Tessitori, ella è persona molto sensibile, che svolge il suo delicato compito con non comune dedizione: come tale ella non può limitarsi alla risposta del tutto burocratica che ci ha fornito. Può darsi che nelle lamentele pervenute a noi ed a lei vi siano delle esagerazioni; però qualche cosa di reale deve pur esserci. Ella, occupato come è, probabilmente non ha ancora avuto il tempo di interessarsi a fondo della questione. Ecco, io le chiedo proprio di fare un approfondito esame, soprattutto sul piano umano. Se ella lo farà, forse giungerà a conclusioni diverse da quelle a cui è giunto stasera; forse ella si convincerà che, per quanto le leggi esistenti siano state applicate dal Governo non possa essere attribuita colpa alcuna, tuttavia vale la pena di fare qualche cosa di più per la risoluzione di questo problema, in modo anche che nessuno di noi abbia più necessità di portarlo alla Camera e di scriverne sui giornali.
    PRESIDENTE.
    Lo svolgimento delle rimanenti interpellanze all’ordine del giorno è rinviato ad altra seduta, su richiesta del Governo.






    1952: Il caso delle

  9. #9
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    Predefinito Rif: Conferenza Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate

    Onore alle vittime di questi bastardi criminali.
    Non vorrei provocare,ma mettere la verità sul piatto..
    la feccia dell'esercito democratico francese(quella che per me è la prima responsabile delle marocchinate) finì poi nella antifascista
    OAS,mitizzata dalla destra radicale.

 

 

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