Generazione call center: fuga in Albania
multinazionale scippa commesse a Roma
Sempre meno posti ai centralini con la delocalizzazione
Il caso Teleperformance: in 3 sedi italiane impone il salario di solidarietà, ma intanto assume a Tirana
Hanno trent’anni, una laurea e pochi sogni. Luca, Assunta e Andrea lavorano in un call center e raccontano bene un’intera generazione, «quella delle porte sbattute in faccia e dei curriculum senza risposta». Lavorano per una stessa azienda, la multinazionale Teleperformance, ma in tre sedi differenti (Roma, Fiumicino e Taranto) e - per colpa della crisi che minacciava di provocare 847 licenziamenti - hanno dovuto accettare un salario di solidarietà di circa 800-900 euro al mese.
«Ora però la situazione va meglio, l’azienda ha preso altre commesse, ma ha deciso di investire in Albania» dicono. Eccolo il bubbone della delocalizzazione sulla pelle dei lavoratori. Le aziende spostano il business dove costa meno la manodopera come Tirana, Tunisi e Bucarest: poco importa che l’italiano sia stentato e la qualità del servizio rischia di abbassarsi.
VITE NEL LIMBO – «Dopo la laurea in psicologia, il master e tante belle speranze, da sette anni rispondo al telefono» dice Assunta Linza, 32 anni, impiegata nella sede di Roma con un contratto part-time a tempo interminato. «È una pseudo garanzia da 800 euro mese che ti mette in un limbo - dice Assunta - Siamo in attesa che qualcosa migliori e ci culliamo in un falso benessere». Il suo stipendio, infatti, è totalmente assorbito dal mutuo della casa acquistata dopo il matrimonio. E i figli? «Non me la sento – confessa - Io e mio marito non facciamo la fame, ma non potremo mai permetterci un bambino. Soltanto l’asilo nido ci costerebbe 500 euro».
13 MILA POSTI A RISCHIO – Luca, Assunta e Andrea, sono tutti colleghi (e delegati sindacali): si sono incontrati nella Capitale per la terza «Conferenza nazionale delle lavoratrici e lavoratori dei call center» organizzata da Slc-Cgil (il principale sindacato del settore). Una riunione per richiamare l’attenzione sui problemi di un comparto che, nel 2011, conta 67 mila addetti in tutto il Paese. Il rischio maggiore si chiama delocalizzazione: 8mila posti di lavoro persi nell'ultimo biennio e altri 13mila ancora in bilico nei call center in outsourcing italiani (di cui 1.100 solo nel Lazio).
DELOCALIZZAZIONE E PRIVACY - Sarebbero gli stessi committenti (i colossi della telefonia, gas, elettricità, trasporti, eccetera) a imporre vere e proprie «gare al ribasso»: le aziende che si aggiudicano la gestione del servizio, quindi, sarebbero costrette ad andare all’estero per risparmiare sul costo dei lavoratori. Di esempi ce ne sono molti: «Noi abbiamo accettato i contratti di solidarietà per superare la crisi. Ma quando sono arrivate nuove importanti commesse, invece di investire qui, hanno trasferito il call center all’estero – dice Luca Alessandrini, 29 anni che lavora a Fiumicino - L’azienda si è giustificata sostenendo che, da contratto, la commessa imponeva solo il 30% del lavoro in Italia. Il resto, per risparmiare, è stato spostato in Albania».
PRIVILEGIATI AL TELEFONO – La delocalizzazione non riguarda tutti. Ai clienti top - che di solito vengono privilegiati - continuano a rispondere operatori italiani. A quelli «normali», meno interessanti dal punto di vista commerciale, rispondono addetti albanesi, romeni, tunisini o argentini (nonostante il problema del fuso orario). «E questo comporta tutta una serie di problemi legati alla privacy. La normativa italiana è chiara e garantista e noi lavoriamo con mille cautele – aggiunge Alessandrini - Ma è lo stesso all’estero? Al telefono noi forniamo dati sensibili come il numero della carta di credito».
MOBILITAZIONE PERMANENTE - Il sindacato Slc-Cgil ha annunciato una mobilitazione unitaria per fermare «una nuova e massiccia fase di delocalizzazioni, spinta e richiesta direttamente dai grandi committenti».
«Su questo problema c’è una totale disattenzione del governo – attacca Susanna Camusso, segretario generale della Cgil –. Da più di un anno aspettiamo un tavolo ad hoc per affrontare il problema della delocalizzazione. Il ministero del Welfare poi, ha ridotto i controlli e così sono lievitati il lavoro nero e operazioni di questo tipo hanno favorito le imprese predone che prendono gli incentivi e poi scappano all’estero».
Corriere della Sera




Rispondi Citando
