Fli nasce diviso? Non sulla linea politica

di Valerio Goletti


Adesso il nuovo “mantra” per depotenziare il progetto di Futuro e libertà è che il partito nato a Milano è già viziato dalle divisioni interne, quindi è destinato a un sicuro insuccesso. E invece le liti al vertice non scalfiscono per niente l’idea su cui si fonda il nuovo soggetto: basta con il bilancino degli apparati, tutti sono utili ma nessuno è indispensabile. Gli scontenti, Adolfo Urso e Pasquale Viespoli, si sono presi una pausa di riflessione prima di far sapere cosa decideranno. Ma occorre andare a fondo della questione: la divisione è sugli incarichi o sulla linea politica? Perché nel primo caso sarebbe proprio il popolo di Fli a non capire, a condannare da subito questa guerra ingiustificata e tutta nominalistica. Se invece si dovrà discutere sulla linea politica questo rappresenta un elemento salutare e di vitalità, perché sono proprio i partiti “morti” quelli in cui l’obbedienza al vertice è data per scontata. Sulla linea la classe dirigente del partito finiano è apparsa unita: costruire l’alternativa al centrodestra, ritrovare un clima di condivisione nel paese per scrivere insieme le regole di fondo, tutelare il principio della legalità, il senso dello Stato, archiviare la stagione del berlusconismo. Se su questo sono tutti d’accordo vuol dire che la delusione venuta a galla è tutta centrata sugli organigrammi e ciò sa tanto di vecchio partito-apparato mentre Fini è stato chiaro nel volersi disancorare dalle logiche che paralizzavano la vecchia An. Fini non vuole avere più nulla a che fare con quei metodi: lo ha detto con chiarezza e tutti lo hanno convintamente applaudito. Bisogna trarne le conseguenze, uscendo dalla finzione secondo cui lo scontro in atto sarebbe tra falchi e colombe, tra moderati ed estremisti: piuttosto si configurerebbe un altro tipo di contrapposizione, tra chi non riesce a liberarsi dalla logica del partito pesante, dove a contare sono solo gli eletti e la base subisce in silenzio i diktat verticistici, e un partito disponibile a valorizzare tutte le emergie a disposizione. Le migliaia di persone che erano a Milano non vogliono più “colonnelli”, e lo hanno dimostrato con il disinteresse verso i retroscena del congresso, quello che parlava il linguaggio delle correnti e non dell’investimento politico sul futuro. È altrettanto evidente che gli ex An rimasti nel Pdl giocano dialetticamente sulle divisioni in Fli, sollecitando i moderati a non farsi mettere da parte. Lo ha fatto Mario Landolfi, nemico storico di Italo Bocchino, e le finalità delle sue dichiarazioni sono evidenti: colpire un personaggio e non commentare un fatto politico. Lo stesso Italo Bocchino ha spiegato così la sua carica di vicepresidente: «Mi sembra che Fini abbia compreso gli errori del passato e l’abbia detto dal palco. Poi ha scelto me ed altri sono meno contenti, questo è naturale: anche quando si fa un palinsesto o si sceglie la lunghezza dei pezzi in un giornale succede, ma la notizia è che ieri Fini non ha commesso gli errori del passato». «Ogni volta che si fa un organigramma – dice – c’è una persona che può essere contenta e una scontenta. L’evoluzione di Fini è che lui ha detto: “Non torno agli errori passato. Ci deve essere una guida chiara, forte, unica al partito nel momento in cui io sono uomo delle istituzioni”. E quella è la scelta». «In altri tempi – conclude – ci sarebbe stata la mediazione, il pastrocchio, ricordiamoci che il Pdl ha tre coordinatori, in altri momenti anche An li ha avuti. Ci sono gli uffici di guida pasticciati». Discontinuità e rottura con il passato. È questo che la gente che spera in Fli vuole ed è questa la strada che Fini ha scelto. Parlano anche i cosiddetti “responsabili”, tra cui ex finiani come Moffa e Siliquini. Quest’ultima si aggrappa anche lei alla presunta umiliazione dell’ala moderata di Fli, che nell’auspicio dei neoconvertiti al berlusconismo dovrebbe essere propedeutica a un passaggio degli scontenti nella maggioranza per consentirne la sopravvivenza numerica. Tutto ciò è davvero ridicolo proprio nel giorno in cui il centrodestra al governo deve fare i conti con una mobilitazione di piazza imponente e nel giorno in cui il Financial Times si augura la fine immediata di una stagione guidata da un premier che ha trascinato il paese nel fango. In ogni caso ai repsonsbaili replica Aldo Di Biagio: «Parlano di ambiguità proprio coloro che da un momento all’altro hanno deciso di voltare le spalle al progetto Fli che avevano sottoscritto e sostenuto».

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