Bondi, il mistero del ministro scomparso senza dimissioni
Non è stato sfiduciato, ma da quasi due mesi nessuno l'ha più visto ai Beni culturali
MATTIA FELTRI
ROMA
Il ministro Sandro Bondi non si vede al lavoro da un periodo approssimativamente compreso fra i quaranta giorni e i due mesi. Sul punto divergono i dipendenti del Mibac (ministero per i Beni e le attività culturali) e i più stretti collaboratori del titolare, ma riconvergono sul succo: Bondi è scomparso da prima di Natale. Per mettersi in contatto con lui, comunicargli l’avvio di un’iniziativa, ottenere un’autorizzazione, strappare una firma, bisogna chiamarlo alla sede romana del Pdl, oppure a casa, magari a Novi Ligure al recapito della compagna, l’onorevole Manuela Repetti. Ma lui, probabilmente, non risponderà. È più facile che risponda lei, Manuela Repetti, e non perché sia un’emula di Yoko Ono, ma perché (pare di avere capito) intende difendere il fidanzato in un periodo che un illustre ed esasperato dipendente ministeriale definisce di «agonia». Forse agonia è eccessivo. Forse è più corretto parlare di disillusione, ripulsa, animosità. Da un mese il presidente del Consiglio ha sulla scrivania la lettera di dimissioni di Bondi, il quale si aspettava che fosse accettata lunedì, al massimo ieri. La notizia era attesa anche al Mibac con un sentimento compreso fra la smobilitazione e la liberazione. Difatti lì dentro si contano sulle dita di una mano quelli che non vogliono bene al ministro. E’ persino amato. Ma la situazione, dicono e ripetono, è ormai insostenibile. «Il premier ascolti la sua voce, lo sciolga da questo vincolo insopportabile, non sottovaluti l’urlo di dolore. Se fosse il caso, si prenda anche questo interim. Ma ricominciamo a far funzionare il dicastero», dice un altro mister X. Aggiunge che «i collaboratori sono sgomenti», che nessuno ha capito perché Bondi abbia tanto insistito per una carica da cui si è disaffezionato così presto, sino a detestarla, e sottraendola a Paolo Bonaiuti che la considerava l’approdo di un’esistenza.
Le ragioni dello squasso psicologico, dicono al Mibac, vengono da lontano, sebbene le pretestuose polemiche sui crolli di Pompei siano state definitive. L’entusiasmo iniziale, peraltro domato dall’indole mite e riservata del ministro, è subito andato a sbattere contro il muro innalzato dall’oligarchia intellettuale, che ha accettato Bondi come sportello burocratico ma non come interlocutore culturale. O almeno così dicono al Mibac. Raccontano dello strazio muto del ministro nelle occasioni in cui scriveva lunghe, ponderose, equilibrate, quasi ossequiose lettere alla Repubblica su questioni di altissima erudizione, come il significato contemporaneo della Carta costituzionale, gli obiettivi ecumenici dei centocinquant’anni dell’unità patria in una coalizione coi federalisti della Lega, e se andava bene gli scritti sbarcavano sul sito internet del quotidiano. E quindi la legittimazione concessa al Bondi coordinatore del Pdl (che sui temi della gestione del partito, della dialettica parlamentare, dei dissidi con i finiani era intervistabile anche tutti i giorni) non è stata estesa al Bondi motore e coordinatore della politica cinematografica o archeologica. Lui ha cercato di consolidare il ruolo con scelte a dir poco al ribasso, come per esempio la compilazione settimanale di brevi recensioni bibliofile per Panorama. Che a un suo rifiuto sarebbero state affidate a Pinco Pallino. La reazione di Bondi al formidabile snobismo è stata di rivalsa qualche volta sopra le righe. La drastica deliberazione di negarsi alla Biennale di Venezia o alla Prima della Scala fu umanamente comprensibile ma strategicamente disastrosa. L’interlocuzione con chi lo scostava con uno sbuffo è stata relegata al battibecco. Governare un mondo così indocile, così avido, così aristocratico con il diverbio giornaliero ha qualcosa di orgoglioso e molto di suicida. Quando gli consigliavano una dose minima di ipocrisia, qualche pranzo organizzato col direttore del museo o col sovrintendente, qualche occasione in cui fingere di ascoltare con interesse supremo, una passerella alla prima teatrale, lui rifiutava per ritrosia. E’ finita come si sa. Una mozione di sfiducia individuale che, alla Camera dei deputati, i gruppi di opposizione hanno sostenuto con ragioni vaghe e alle quali il ministro ha risposto con accenti di rancore non sempre trattenuti. Una volta intascata la fiducia, ci si aspettava il ritorno di Bondi in ministero, se non altro per il piccolo trionfo, se non altro con i ritmi pre-natalizi, quando il ministro si rifugiava a Novi Ligure dal venerdì al martedì.
Invece Bondi ha deciso che con la cultura ha chiuso. Il problema è che non lo ha deciso il governo. Così il Mibac procede nella ordinaria amministrazione, con il sottosegretario Francesco Giro e il direttore generale del patrimonio culturale Mario Resca che insistono cocciuti nelle mansioni cui sono stati destinati. Lo fanno da mesi. Da quando Bondi si accasciava sui rotocalchi di gossip che ospitavano le imbarazzanti interviste alla ex moglie, e sui quotidiani che davano conto degli spericolati (e non onerosi) ingaggi di parenti, ed erano articoli visti come armi non convenzionali nella battaglia politica. E se è così, è alla politica e soltanto alla politica che Bondi vuole tornare. Il doppio incarico è stato un terribile errore (il ministero della Cultura in Italia non dovrebbe contare meno dell’Interno). Bondi ora rivuole il partito e nient’altro. E dunque metterà in pratica gli insegnamenti tratti da recenti e appassionate letture dei testi fondamentali della filosofia politica.