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    Predefinito Rassegna stampa dei Radicali Italiani

    Marco Pannella ha un problema mangia come parla

    • da Il Riformista del 3 aprile 2009, pag. 13

    di Antonello Piroso www.radicali.it/view.php?id=140084

    Chiariamo subito una cosa: io sono radicale, socialista, liberale, federalista europeo, anticlericale, antiproibizionista, nonviolento e gandhiano. Se non mi credete, vi tiro una "pizza". La pizza magari no, la lascio surgelata che può tornare utile dopo il prossimo sciopero della fame. Diciamo che vi mollo una "pappina". Ma anche la pappina è meglio lasciarla perdere, perché se mi dovessi nutrire solo di liquidi cadrebbe a fagiolo. Beh, anche sui fagioli meglio sorvolare, perché ne tengo un podi scatole da parte nel caso dovessi interrompere improvvisamente la dieta, sarebbero come il cacio sui maccheroni. Uhm, a guardare bene, neppure il cacio (anche da solo) fa al caso mio, perché se torno a mangiare non è che posso fare le nozze coi fichi secchi. I fichi secchi, anche quelli meglio non toccarli, andrebbero benissimo per far rialzare la glicemia in caso di necessità, per togliermi dalla faccia quell`espressione da pesce bollito. Il pesce bollito però non mi piace, è stopposo e appena ti arriva nell`esofago ti ci si aggrappa. Della grappa no, meglio proprio non parlare perché quando insceno l`ennesimo atto di disobbedienza civile mi nutro esclusivamente di cappuccini, l`unico aggancio -verbale - che riesco a tollerare con il clero. Del resto, in tutta la mia vita pubblica ho cercato di aprire gli occhi agli italiani davanti allo scempio della partitocrazia, ma è stato come buttare il pane a chi non ha i denti. Però, pure se uno non c`ha i denti, il pane lo può inzuppare nel latte, e ci fa una cena che buttala via. Ma ormai ho capito che anche le mie proteste, all`orecchio di un`opinione pubblica sempre più plasmata e plagiata dai media, suonano un po` come una minestra riscaldata. Bona quella!, dopo che l`hai cucinata la lasci riposare, magari la metti pure un po` in frigo, la tiri fuori per tempo e godi come un facocero. Ma noi radicali non abbiamo mai "mangiato" alle spalle degli elettori e dei contribuenti, abbiamo sempre contato sulle nostre forze e abbiamo condotto le nostre battaglie sempre con tanto entusiasmo e praticamente senza "grana". Mmhhh, ecco, del parmigiano reggiano farei indigestione, è pieno di proteine e molto calorico, anche se l`ultima volta i leghisti hanno cercato di farmi cambiare idea rifilandomi del grana padano (aveva uno strano colore, ho pensato: sarà mica ammuffito? Invece Calderoli mi ha spiegato che alle mucche valtellinesi fanno mangiare chilate di pistacchio per poter mungere solo latte verde). Ho cercato di spiegarlo perfino a quel cagacazzi di Enrico Lucci delle "Iene", che una volta mi è piombato a casa mentre ero in mutande e canotta, e pretendeva di farmela alzare per riprendermi la pancia (c`è il filmato su iutub). Gli ho risposto ironicamente che se lo poteva scordare, perché siccome è frocio ne avrebbe approfittato per toccarmi l`uccello. Rivendico invece con orgoglio di aver smesso di mangiare cacciagione, perché il rispetto dell`uomo per l`uomo si estende per me anche al rispetto dell`uomo per l`animale. Anche se poi il mio prossimo magari parla come mangia, e mangia come una bestia. Voi mi chiederete: `a Marco, sono anni e anni che ti sbatti a destra e sinistra, promuovi referendum e raccolta di firme, ma non lo vedi che la situazione non fa altro che peggiorare? E vero, ma questo solo perché la nostra è una classe dirigente davvero "pizza e fichi". Che poi a pensarci bene è uno strano connubio, la pizza e i fichi, mi dà l`impressione del piatto che a una certa ora della notte ti bussa allo stomaco e ti si ripropone. Da qui nasce la necessità direi quasi metafisica di una lotta senza quartiere al regime dei partiti, delle banche, delle procure, delle grandi imprese: perché il loro è tutto un "magna magna". Uhm, magna-magna, dipende cosa. Perché se poi la sbobba che passa il convento è sempre quella. lo poi in verità in un convento ci sono stato una volta sola, e m`incazzai di brutto perché mi fecero mangiare un pollo alla diavola senza salvia né lauro ma affogato nel limone. Fu lì che nacque e si radicalizzò il mio dissenso dal clero. Da lì a fondare il partito nel 1955 il passo fu breve. Un movimento senza ombrelli ideologici, che ha sempre cercato di smuovere le coscienze, anche a costo di risultare incompreso. Ma io, che sono un "cornuto divorzista", un "assassino abortisca", un "infame traditore della patria" con gli obiettori, un "drogato", un "perverso pasoliniano", "un mezzo-ebreo mezzo-fascista", un "liberalborghese esibizionista", un "nonviolento impotente" che fa politica sui marciapiedi, non mi arrenderò mai. E senza mai rispondere alle violenze. Come nel 1976, quando i militanti radicali si presentarono in anticipo davanti ai tribunali per conquistare il primo posto sulle schede elettorali (che il Pci riteneva suo di diritto), ma furono fatti sloggiare a schiaffi e spintoni dal servizio d`ordine del partito. Allora andai al Bottegone a protestare con una rosa in mano: il portiere la prese ma con l`altra mano mi rifilò una saracca che quasi mi ribaltava. E Fortebraccio sull`Unità ci mise il carico da undici definendomi: «Furgone d`immondizia, vomitevole guitto, istrione mellifluo, schizofrenico». E poi il drogato sarei io, anche se è vero che in seguito regalai ad Alda D`Eusanio un panetto di hascisc in diretta tv. Ma era solo una provocazione. Perché le canne stimolano la fame chimica. A quella non riesco proprio a resistere. Entro da Burger King, mi abbotto di hamburger e per una sera perfino io riesco a sentirmi un re. (registrazione di un intervento di Marco Pannella per Radio Radicale)

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    Predefinito Riferimento: Marco Pannella ha un problema mangia come parla

    pare sia stato visto da mc donald's su corso vittorio emanuele
    chissà che aveva combinato

  3. #3
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    Predefinito Riferimento: Marco Pannella ha un problema mangia come parla

    la notizia vera però è arrivata... pare che marco si sia convinto a correre da soli... sono con lui

  4. #4
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    Predefinito Rassegna stampa dei Radicali Italiani

    Lettere - Pannella senatore a vita

    • da La Stampa del 20 aprile 2009, pag. 28

    di Matteo Cogorno

    Da decenni Marco Pannella si batte per i diritti civili e non c`è dubbio che (seppur con alterne fortune) tante sue prese di posizione e di coscienza abbiano contrassegnato varie fasi storiche della nostra Repubblica, portando al dialogo e alla discussione generazioni di italiani. La sua nomina a senatore a vita sarebbe un meritato riconoscimento.

    Matteo Cogorno, Rivatrigoso (Ge)

  5. #5
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    Predefinito Riferimento: Rassegna stampa dei Radicali Italiani

    inistra, paura di un vero leader

    • da La Stampa del 20 aprile 2009, pag. 1

    di Luca Ricolfi

    Ci sono idee che non vanno mai via. E infatti le chiamiamo «fisse». Ne abbiamo un po’ tutti nella vita di ogni giorno, e ci prendiamo anche un po’ in giro quando le scopriamo negli altri: Alberto ha la fissa delle vacanze intelligenti, Peppino mangia spaghetti anche in Burundi, Loredana ha l’ossessione dei pipistrelli che ti si attaccano ai capelli (fa anche rima). Ultimamente, però, mi sono accorto che le idee fisse, o fissazioni, ci sono anche nei cieli della politica. Non parlo delle fissazioni ovvie, cioè quelle ossessioni che le forze politiche alimentano consapevolmente, per darsi un’identità o per fare proseliti.

    Quelle ci sono sempre state, e rientrano perlopiù nella vasta categoria della «costruzione del nemico»: i comunisti, gli immigrati, gli islamici, gli ebrei e, naturalmente, Berlusconi, il nemico per eccellenza. No, le fissazioni di cui parlo io sono più sottili, sono idee, convinzioni, credenze che - chissà perché - sono diventate inamovibili, inespugnabili, scontate come lo sono i riflessi condizionati, irrinunciabili come lo sono i pilastri della nostra identità.

    Che ci siano convinzioni inossidabili me lo ha fatto capire Enrico Letta qualche giorno fa, con un bell’articolo uscito su questo giornale. Di fronte all’osservazione che la sinistra non ha né un leader capace di mettere d’accordo le sue mille anime, né un metodo per dirimere le controversie, Enrico Letta su un punto solo non pare attraversato da dubbi: Berlusconi è un unicum irripetibile, ed è illusorio sperare di costruire una «alternativa vincente» a Berlusconi sul terreno della leadership. Per Letta «l’operazione alternativa non potrà che giocarsi su un campo differente dal suo», perché «sul suo vincerà sempre lui».

    Non sono un politico e non so se Letta abbia ragione. Mi incuriosisce molto, però, questo rifiuto a priori dell’idea di un leader come cemento di un’alleanza. È anni che sento ripetere, in pubblico e nelle conversazioni private, che la pluralità della leadership è una risorsa della sinistra, che l’assenza di un capo è una virtù, che la discussione aperta e «franca» è una forza della cultura progressista. E mi sovviene quel che diceva Montanelli nel 2001, per spiegare ai suoi lettori come mai lui, uomo culturalmente di destra, avrebbe votato per il centro-sinistra, allora guidato da Rutelli:

    «Naturalmente la mia scelta è più che discutibile perché l’esercito di Rutelli è una brancaleonesca accozzaglia di forze (si fa per dire) impegnate a combattersi tra loro, come sempre è avvenuto nel campo delle Sinistre, senza che mai riuscissero a darsi un capo e un programma. Mentre quelle della destra, il Polo, sono molto più compatte, come lo erano, ai loro tempi, quelle fasciste e naziste. \ Sicché l’Italia si trova di fronte alla solita eterna scelta: una Destra che regolarmente finisce per elevare a oggetto di culto il manganello, e una Sinistra con la vocazione del bordello. \

    «Ora, nella mia lunga vita, io ho già fatto esperienza di entrambe le cose. Da ragazzo ho visto volteggiare molti manganelli, e ne ho conservato un ricordo ispirato al disgusto. Poi sono stato un buon frequentatore di bordelli, e ne ho conservato un ricordo ispirato al rimpianto. Ecco il motivo della mia attuale scelta. Questa sinistra (con i suoi gaglioffi alla Bertinotti), non mi fa nessuna paura: non tanto perché è destinata alla sconfitta, quanto perché, anche se arriva al cosiddetto Potere, non riesce a usarlo. La Destra, se ci arriva, ha in mano tutti gli strumenti per restarci. E che volto abbia la destra italiana, che ha perfino il coraggio di proclamarsi “liberale”, lo abbiamo ben visto in questi ultimi giorni. No, meglio - cioè meno peggio - il bordello».

    Ebbene, capisco più Montanelli che Letta. Montanelli parteggiava per il «bordello» della sinistra perché gli sembrava la garanzia che la sinistra stessa, a differenza della destra attratta dal «manganello», non sarebbe stata in grado di mettere in atto le idee bacate di cui era portatrice, una certezza che a Montanelli derivava dagli ultimi cinque anni di governo, rassicuranti proprio per la loro inconcludenza (un programma largamente disatteso, 4 governi in 5 anni). Ma i politici di sinistra che si dicono riformisti possono accontentarsi delle ragioni di Montanelli? Chi pensa che l’Italia debba essere modernizzata, che abbia bisogno come il pane di riforme liberali, può consolarsi pensando che avere tanti leader in competizione reciproca ci vaccina contro il rischio di una dittatura? Se un leader che faccia il leader non è la soluzione, qual è lo strumento che ne fa le funzioni? Ma soprattutto: da dove viene questa fobia per la figura del leader? Perché Blair e Obama vanno bene, ma da noi - in Italia - un leader non ci può essere, e quando prova a esserci viene rapidamente logorato e sostituito? Perché la destra può avere un leader nonostante l’ombra di Hitler e Mussolini, e la sinistra che ne ha sempre avuti - da Stalin a Togliatti a Berlinguer - ora lo teme come la peste?

    Può darsi che mi sbagli, ma la mia impressione è che la repulsa della cultura di sinistra per il leader abbia una radice profondissima e tragica. Questa radice si chiama, nel lessico marxista, falsa coscienza. I politici sono, come è naturale, guidati quasi sempre e innanzitutto dal loro interesse egoistico, che è quello di fare carriera, gestire potere, ottenere benefici privati, in denaro e in natura. A differenza di quelli di destra, però, i politici di sinistra non cessano di raccontare a se stessi e agli altri la fiaba secondo cui il loro impegno è disinteressato, volto a perseguire il bene comune: se occupano poltrone lo fanno solo per «spirito di servizio» (o perché il partito chiama, come ha detto Cofferati per giustificare la sua aspirazione a un seggio al Parlamento europeo). Questa idea eroica di se stessi non è particolarmente deplorevole (dopo tutto l’autoindulgenza è uno dei tratti umani più comuni), però ha conseguenze logiche pericolose. Una di esse è di far sì che coloro che la professano, anche quando si accapigliano per i posti, si sentano portatori di «valori non negoziabili», rappresentanti unici del bene pubblico, naturalmente inteso in una decina di accezioni diverse, da quella di Bertinotti a quella di Prodi, da quella di Pecoraro Scanio a quella di Di Pietro, da quella di Pannella a quella della Binetti. E allora si capisce perfettamente perché non ci può essere un capo: se nessuno si sente, prosaicamente e semplicemente, rappresentante di determinati interessi, ma tutti quanti si sentono, poeticamente e grandiosamente, portatori di altissimi principi, è logico che non abbiano alcuna intenzione di tradire la propria fede, di venire a patti con le tante eresie di cui è fatta la storia della sinistra. Ve li vedete voi il Papa, il patriarca russo, gli ayatollah, i rabbini, gli innumerevoli rappresentanti delle altrettanto innumerevoli religioni di questa terra cedere il loro potere oligopolistico sulla definizione del «bene», di ciò che è buono e giusto, in favore di un potere monopolistico superiore, un capo di tutte le religioni incaricato di dirimere le controversie?

    Insomma, la mia sensazione è che la fobia della sinistra italiana per la figura del capo in quanto tale non sia figlia soltanto della naturale avversione per la gerarchia, ma anche del suo arcaismo, del suo sentirsi ancora depositaria di valori assoluti e irriducibili, mentre è invece soprattutto ceto politico portatore di interessi personali e di gruppo, ormai incapace di ricondurli a quella che Norberto Bobbio considerava l’unica vera stella polare della sua storia: l’idea di uguaglianza. Un male in certo modo speculare a quello della destra, in cui gli ideali - che pure non mancano - lasciano fin troppo facilmente il posto al negoziato sugli interessi, come la vicenda della Bossi-tax (soldi pubblici per interessi di partito) sta illustrando giusto in questi giorni.

    Montanelli diceva che la scelta era Tra manganello e bordello. Oggi, forse, constaterebbe che la scelta è diventata tra commercio e fede: una destra fin troppo capace di mediare tra interessi pur di restare al potere, e una sinistra anch’essa attentissima agli interessi ma così poco capace di mediare tra fedi inconciliabili da rischiare perennemente di perderlo, il potere. O, ancor peggio, di non saperlo usare nei rari momenti in cui ce l’ha.

  6. #6
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    Predefinito Riferimento: Rassegna stampa dei Radicali Italiani

    Dal gabbiano all'Italia dei malori Tutti in corsa per un posto in Europa

    • da La Repubblica del 20 aprile 2009, pag. 15

    di Antonello Caporale

    E´ sempre bellissima l´idea che chiunque voglia possa. Possa permettersi cioè di entrare al Viminale e depositare il suo simbolo, presentare il suo partito, chiamare il popolo al voto, e proprio per lui, senza chiedere a nessuno il permesso. E seppure sia un sogno di cartapesta, resta mirabile il disegno onirico del cittadino italiano dottor Cirillo, che ieri ha avanzato richiesta di partecipare con una sua lista alla competizione elettorale europea.

    Nella giornata vissuta in altri momenti con presidi notturni e scontri verbali finiti a volte pure a spintoni per l´accaparramento del miglior posto sulla scheda (in alto a sinistra, in basso a destra) l´orizzonte si apre noiosamente su cinquantanove stemmi politici che, in teoria, dovrebbero affacciarsi al voto. Entro oggi infatti le quattro bacheche del corridoio al pianterreno del ministero dell´Interno si riempiranno tutte di colori e di segni. Tondini possibili e altri impossibili. La loro morte è annunciata, avverrà al momento in cui la commissione elettorale provvederà alla verifica delle firme necessarie per la presentazione. All´esame bisognerà vedere quante falci e martello ammettere tra quelle presentate (due per adesso), quanti partiti comunisti (ancora due), o partiti socialisti (ce ne sono già tre), e democrazie cristiane (le solite moltitudini). E´ un giudizio al quale, spesso, seguono conflitti giudiziari.

    Si pensi che il detentore, ora sembrerebbe già ex, del simbolo di una delle Dc in circolazione, il signor Pino Pizza, è sottosegretario di questo governo all´Università e alla Ricerca, proprio in ragione del compenso, chiamiamolo così, che Silvio Berlusconi gli ha riconosciuto per aver evitato di posizionare nella scheda la sua Dc, conquistata dopo liti interminabili in tribunali.

    Si ritiene infatti che esistano quantità significative di voti espressi per pura confusione o raccolti grazie a una evidente alterazione della identità politica. In pratica molte migliaia di italiani, soprattutto i più anziani, votano o per sbaglio sul simbolo più conosciuto o anche per pura e solitaria affezione, associandolo a volte erroneamente a protagonisti che concorrono invece in altri schieramenti. Questo errore produce vantaggi enormi per chi detiene il solo marchio di fabbrica: ruba voti. E i voti contano e costano.

    Proprio per evitare i furti di identità i funzionari del Partito democratico hanno presentato anche il vecchio simbolo della Margherita e della Quercia diessina. Depositandoli evitano atti di pirateria. Così come è stata tutelata Forza Italia, oggi Popolo della libertà.

    La realtà e la finzione viaggiano appaiate. Qualche gabbiano, oltre quello di Antonio Di Pietro, un filosofico partito "Spirito del Tempo", lo zeitgeist, un´aquila, molte leghe (della Padania, della sola Lombardia, delle Venezie, del Meridione) e naturalmente parecchie Italie.

    I soliti nomi tracciati nei simboli: di Berlusconi, Bossi, Casini, della coppia radicale Bonino-Pannella. E infine il citato dottor Cirillo. Salernitano 45enne ha esposto le sue idee sotto il suo nome in alcune varianti fantastiche: Italia dei Malori, la prima. Interrogativa la seconda: Italiani poca cosa?, poi il sesso naturalmente (vota la lista "Donne insoddisfatte e incomprese" o anche "Preservativi gratis"). Si è saputo che il titolare di questa fabbrica di marchi si è presentato altre quattro volte a consultazioni elettorali. L´anno scorso propose gli "Impotenti esistenziali" che divenne il titolo anche di un film in cui Tinto Brass non ha voluto far mancare un suo segno.

    Alle otto di ieri il portone del Viminale si è chiuso. Si riprende oggi, e alle quattro del pomeriggio, orario di chiusura, la parete del ministero sarà tappezzata di centinaia di segni in gara in questa Canzonissima della politica.

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    "Metterò la stella gialla" gli ebrei criticano Pannella

    • da Corriere della Sera del 21 aprile 2009, pag. 15

    di Gianna Fregonara

    I candidati della Lista Bonino-Pannella alle Europee si presenteranno in tv, ai dibattiti e ai comizi con una stella gialla sul petto, per protesta contro l`emarginazione-discriminazione da parte dell`informazione. Lo ha proposto Marco Pannella venerdì scorso. Ne hanno discusso nel partito (e ai microfoni di Radio radicale) per due giorni interi, per dissipare i dubbi di una iniziativa che più che scandalosa può rischiare di risultare offensiva per il mondo ebraico e non solo. «Ammiro Pannella ma so che può avere idee migliori, non mi offendo ma lo sconsiglio», suggerisce Yasha Reibman, portavoce della comunità ebraica di Milano: «La stella gialla è un simbolo già usato molte volte a sproposito». «Pannella può tutto - minimizza il suo omologo a Roma Riccardo Pacifici -. Mai entrare in polemica con lui, perché vince sempre», scherza per evitare la polemica con uno dei personaggi più popolari per le battaglie contro l`antisemitismo e pro-Israele. L`idea però, nonostante Pannella sia riconosciuto - dice Reibman - come uno che si ispira a personaggi che furono antifascisti ben prima delle leggi razziali, non è del tutto indolore per il mondo ebraico: a colpire è soprattutto l`accostamento tra la Shoah e la lotta per la poca presenza in tv dei radicali. «Non mi è chiaro il collegamento, ho grande rispetto per Pannella - spiega Fiamma Nirenstein, deputato pdl - ma non capisco che cosa c`entrino i due temi». E anche Emanuele Fiano (Pd) è contrario: «Non credo sia una buona idea mescolare i simboli della storia, non perché gli ebrei abbiano il copyright, ma non banalizzerei la differenza tra un forno di Auschwitz e una discriminazione politica». Forse è anche per tutto questo che da Marco Cappato, a Rita Bernardini a Emma Bonino, che sarà la capolista, hanno dei dubbi: «Probabilmente - ha spiegato Bonino - è un modo di cercare di comunicare direttamente, con un simbolo non so quanto appropriato, ci penserò»

  8. #8
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    Come (non) si espelle il Partito Radicale dalla storia dei liberali italiani

    • da Il Foglio del 21 aprile 2009, pag. 2

    di Angiolo Bandinelli

    Non è vero - come taluni lamentano - che la pubblicistica o la storiografia ignorino le vicende, la cultura, le personalità del liberalismo italiano postbellico. C’è anzi, per quelle vicende e quelle personalità, un interesse non banale, perfino superiore al peso politico da loro esercitato - se se ne esclude l’irripetibile immediato dopoguerra, quando figure come Benedetto Croce o, per limitarci, Luigi Einaudi, sembrarono aprire orizzonti nuovi al vecchio partito. Un qualche richiamo al liberalismo si intrufola anche nell’attualità, con quella patetica evocazione di un impossibile “partito liberale di massa”. Comunque sia, a tener viva l’attenzione sul Partito Liberale Italiano e i suoi dintorni ci pensa, orgogliosamente, un “Progetto di Ricerca di Interesse Nazionale” nato sulla scia di un convegno svoltosi presso l’Università di Siena nel 2004 e che a sua volta ha promosso stimolanti, analoghe iniziative. La prima fu, nell’ottobre 2006, un secondo incontro senese su “I liberali italiani dall’antifascismo alla Repubblica” i cui materiali confluiscono ora - sotto lo stesso titolo - in una bella antologia curata da Fabio Grassi Orsini e Gerardo Nicolosi (Rubbettino, 2008, 36 euro): oltre ottocento pagine per una trentina di interventi, di vario peso ma tutti di grande utilità.



    Si va da un colpo d’occhio sulla presenza dei liberali nell’antifascismo e nella Resistenza a ricerche sulla loro “organizzazione e diffusione territoriale” tra il ’44 e il ‘46, sulla stampa liberale “dal crollo del fascismo al 1948”, sulla “destra liberale” di Falcone Lucifero, sui “Liberali Indipendenti”, sulla classe politica, la cultura e le istituzioni (“I liberali alla Consulta e alla Costituente”, “La Costituzione repubblicana e la tradizione liberale”), ecc., per concludere con una carrellata su alcune figure eminenti (Giovanni Amendola, Alberto Bergamini, Novello Papafava, Mario Pannunzio, Eugenio Artom, Gaetano Martino, Guido Calogero, Giovanni Malagodi) e puntuali considerazioni sui rapporti tra liberali, socialisti e monarchici. Insomma, una sorta di repertorio enciclopedico, che verrà presto completato da un secondo volume con gli interventi (se abbiamo ben capito) di due analoghi convegni svoltisi a Padova e a Napoli nel 2007.



    L’opera è, sul piano storiografico, uno strumento indispensabile. Qualche riserva (da verificare, ovviamente, sulla scorta del secondo volume) resta sull’impostazione e gli obiettivi, se non addirittura le sue aspirazioni più o meno esplicite. Nelle loro sfaccettature, i saggi tendono a restituire ai liberali un posto di rilievo almeno ideale nella storia italiana contemporanea: attorno alle vicende propriamente partitiche vengono fatti confluire figure e momenti che appartengono ad altri filoni: in questo volume compare il liberalsocialista Calogero, nel secondo si parlerà del “radicale” F.Saverio Nitti, del Partito d’Azione o anche dei Demolaburisti (manca, ahimè, qualche eretico tipo Panfilo Gentile). Eppure, scorrendo queste pagine, resta l’impressione di aggirarci dentro una landa arida, fertile solo di ambizioni e di propositi destinati a sfiorire per non più risorgere. Non vi appare alcuno spunto sull’avvenire, nessuna prospettiva. Denunciando e rammaricandosi per la “sconfitta politica” dei liberali nel secondo dopoguerra, Luigi Compagna si attarda su vecchie e scontate situazioni, non apre alcuna finestra. La vicenda politica di Mario Pannunzio viene fatta concludere con il convegno del 1951 che vide i dissidenti della “sinistra liberale”, di cui Pannunzio faceva parte, rientrare nel PLI. E poi? Silenzio sul percorso che portò Pannunzio a promuovere, quattro anni dopo, la nascita del partito radicale. Di questo partito, ci pare, nel volume c’è solo qualche traccia in nota. Come se la sua nascita non fosse stata concepita come naturale e doveroso approdo della esperienza liberale, già consumata - per esplicita ammissione di non pochi - in epoca prefascista. La scelta di Pannunzio e di quanti con lui (Ernesto Rossi, esemplarmente) lavorarono alla nascita del nuovo partito era l’ultimo passo di una consapevole evoluzione che meritava qualche rispetto, magari solo sul piano storiografico. Come l’avrebbe meritata (parliamo non per mera passione militante) l’ulteriore evoluzione – o inveramento storico? - della cultura liberale nel radicalismo di Marco Pannella, innestato con segmenti libertari schietti figli della civiltà del diritto americana e rivelatisi determinanti per vittorie e conquiste civili proprie del liberalismo, nel suo ultimativo significato di movimento liberatorio dell’individuo e delle istituzioni democratiche. Ci pare quanto meno una ipotesi da verificare, magari con un bel convegno.

  9. #9
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    I Radicali contro il Papa: non merita gli auguri

    • da Secolo d'Italia del 21 aprile 2009, pag. 2

    I senatori radicali eletti nelle liste del Pd, Donatella Poretti e Marco Perduca, hanno espresso «meraviglia» per gli auguri del presidente del Senato Schifani al pontefice per l`anniversario della sua elezione. «Non solo riteniamo irrituale il compiacimento per la celebrazione dell`elezione di un Capo di Stato non democraticamente eletto, ma enfatizzare la ricorrenza alla vigilia della partecipazione del Vaticano alla Conferenza Durban 2 è stato augurio al quanto inopportuno». Durissima la replica di Maria Pia Garavaglia, senatrice del Pd, che giudica «inaccettabile» la posizione dei colleghi («certe frasi non possono passare impunemente, siamo all`anticlericalismo»).

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    Predefinito Riferimento: Rassegna stampa dei Radicali Italiani

    Ma è mai possibile che vi siate dimenticati della rassegna stampa?? Tutto io devo fa'....

 

 
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