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    Tradizional-Socialista
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    Da Giovane Europa alla Nuova Destra

    12th apr 2010

    Massimiliano Griner


    L’editoria italiana non sta facendo un bel servizio alla cultura. È ormai pronto da oltre un anno un interessante saggio sulla estrema destra giovanile tra la fine degli anni sessanta e i primi anni ottanta, e a quanto pare non c’è editore disposto a prendersene cura e portarlo ai lettori. Il saggio si intitola provvisoriamente Da Giovane Europa alla Nuova Destra, lo ha scritto un giovanissimo e bravo studioso palermitano, Giovanni Tarantino. Faremo bene a ricordare questo nome, perché negli anni che vengono Tarantino scriverà senz’altro altri libri importanti come questo.

    Perché questo saggio finora negletto è così importante, e a quali domande risponde? È importante perché, per la prima volta, vediamo esaminare una certa destra giovanile tra la fine degli anni sessanta e la metà degli anni ottanta, focalizzando l’attenzione non sui pochi e irrilevanti esponenti dell’eversione e del terrorismo – come è stato fatto fino a oggi –, ma piuttosto su personaggi, gruppi e tendenze che portarono la destra, tutta la destra, a cambiamenti profondi e radicali, attraverso una coraggiosa messa in discussione del passato e l’interesse per temi nuovi e contemporanei.

    Tarantino concentra la sua attenzione su quell’ambiente a latere del MSI – dire a destra del partito sarebbe profondamente inesatto – che, nel bel mezzo degli anni di piombo, comincia a occuparsi di ecologia, ambientalismo, qualità della vita e diritti civili. Il primo passaggio, obbligato, fu uscire dal tunnel del fascismo e del neofascismo. Un’eredità pesante, scomoda, un’eredità fatta di scelte e di valori lontani, sbagliati e oltretutto perdenti. Un’eredità che aveva marginalizzato la destra tutta, relegandola in una sorta di ghetto. Il fascismo era stato portatore di un feroce nazionalismo e di aggressive inclinazioni patriottarde? La nuova destra intendeva sostituire al culto della nazione l’apertura per un’ideale più ampio di patria, quella comune europea. Era questo almeno l’ideale professato da Jean Thiriart, il fondatore di Jeune Europe, che arrivava in Italia attraverso la sua esperienza gemella, Giovane Europa.

    Una visione che aveva portato il movimento a condannare con fermezza l’aggressione americana del Vietnam, a guardare con simpatia ai movimenti rivoluzionari sudamericani e a respingere il colpo di stato dei colonnelli in Grecia, e questo in un quadro di generale biasimo nei confronti di regimi militari come il Franchismo in Spagna o il salazarismo in Portogallo. Posizioni decisamente eterodosse rispetto a quelle di altre formazioni di estrema destra, come Avanguardia Nazionale, che trovavano piuttosto un riferimento in quei rozzi regimi autoritari.

    Era una destra nascente, dinamica, fresca, ansiosa di allargare i propri orizzonti culturali. Che non si soffermava più solo e soltanto sui classici della destra tradizionalista come Julius Evola o Rene Guénon, ma si appassionava a Pareto, a Gramsci, persino a Giuseppe Mazzini, fondatore nella sua epoca di un’altra Giovine Italia e di un’altra Giovine Europa. D’altronde Thiriart stesso faceva riferimento all’esempio del Risorgimento italiano come modello per una possibile riscossa europea. Una destra che si identificava negli eroi di Tolkien, e soprattutto nel ritratto di una giovinezza assolutamente felice e indipendente come la troviamo nei primi capitoli de Il Signore degli Anelli. Il fatto che Tolkien, almeno oltreoceano, fosse amatissimo dai beatnik, non era più un problema. D’altronde il loro testo di culto era On the Road di Jack Kerouac, altro testo amatissimo dai ragazzi della nuova destra. Non a torto ritenevano che uno dei principali meriti dei beatnik fosse «il coraggio di respingere l’imposizione delle libertà sottoscritte e proclamate a Yalta». Per questo la Giovane Italia organizzò a Roma nella primavera del ’68 proprio un dibattito sulla beat generation.

    Così, quando nel ‘66 Firenze è devastata dall’alluvione, nel capoluogo toscano arrivano per dare concreta solidarietà non solo beat, goliardi e capelloni, cattolici del dissenso e laici libertari, iscritti al Pci, ma anche esponenti delle organizzazione della destra giovanile e universitaria, mossi da valori in fondo non diversi.

    E quando, soltanto due anni dopo, esplode a Roma la contestazione studentesca, e quasi tutte le organizzazioni giovanili neofasciste sono prese in contropiede, a rispondere in senso positivo è di nuovo Giovane Europa, che nella rivolta giovanile intuisce un momento di spontaneismo politico in cui inserirsi per portare finalmente nelle masse il mito rivoluzionario dell’Europa-Nazione. Un tradimento dei valori atlantisti professati dal MSI? Ma, ricorda Tarantino, non era stato Filippo Anfuso, figura non di secondo piano né del regime mussoliniano, né del partito di Michelini, a dire: «Fate si che non si parli più di atlantismo in seno ad un partito che è vittima dell’atlantismo e dell’antiatlantismo»?

    La storia racconta che il felice contagio venne stroncato sul nascere dalla miopia della classe dirigente del Msi, il partito della destra parlamentare che dopo quindici giorni di occupazioni condivise richiama i suoi giovani all’ordine al grido di “liberare dai rossi l’Università”.

    Ciò nonostante, il percorso politico e culturale di questa destra frizzante e vitale è interrotto, ma non spezzato. Riprende a muoversi nella prima metà degli anni ’70. Marginalizzata e ghettizzata nel suo insieme, la destra giovanile sa trovare sbocchi inaspettati attraverso le radio libere e l’esperienza di un periodico libero e sfacciato come “La voce della Fogna”.

    Fenomeno pressoché sconosciuto, quello delle radio libere di destra è tutt’altro che marginale. Le radio “di destra” alla fine degli anni ’70 sono più di novanta. E, di fatto, contribuirono in maniera essenziale alla trasformazione antropologica del “ghetto” che fino ad allora era stata la destra italiana. Racconta Umberto Croppi, uno dei protagonisti di quella stagione: «Costava quasi niente tirar su un’antenna, l’etere era ancora un deserto, bastava trovarsi una posizione elevata. A Roma, un po’ defilata, cominciò Radio Gamma, al Salario, poi Radio Contro, la radio di Romolo Sabatini, infine Radio Alternativa, con la sua vera e propria epopea. Napoli non fu da meno, tre emittenti anche lì: Radio Sud, Controradio, Radio Odissea. Nella Milano accerchiata, Radio University, la più istituzionale delle radio missine. Poi Radio Conero di Carlo Ciccioli, ad Ancona, forse la più strutturata, la più professionale. E quelle più militanti, già nel nome, Radio Mantakas a Osimo, sempre nelle Marche. E le decine di radio di paese…».

    “La voce della Fogna” comincia invece la sua esperienza nel luglio 1974 – ci racconta Tarantino attraverso le testimonianze dei protagonisti di allora –, quando coloro che furono i principali animatori della rivista, all’epoca giovani militanti anti-conformisti del Msi di Firenze, tra cui Marco Tarchi, si recano a Parigi e «in una soffitta arrostita dal sole» partoriscono l’idea di una rivista dal tono giovanilistico che verrà mandata alle stampe presso una tipografia fiorentina solo cinque mesi dopo.

    In un editoriale scrivevano: «Dove sono finiti i rivoluzionari, coloro che combatterono questa società con tutte le sue strutture? Nelle piazze ad applaudire i comizi antifascisti del sistema, insieme ai giovani democristiani, repubblicani, socialisti, socialdemocratici e liberali? Servi del sistema, al servizio della mafia politica imperante da anni di immobilismo pseudorivoluzionario ai danni di tutti coloro che speravano di cambiare qualcosa e che in realtà non hanno cambiato niente» .

    Singolarissima fu poi l’esperienza dei campi Hobbit, vera e propria risposta della destra giovanile ai raduni oceanici organizzati dalla nuova sinistra, il più noto dei quali fu Parco Lambro. Il più riuscito, a detta di tutti, fu il terzo, dell’estate del 1980, in Abruzzo. Tarantino cede ancora la parola a Croppi, che dei campi Hobbit fu ideatore insieme a Marco Tarchi: «Quell’incontro rappresentò una specie di miracolo politico e organizzativo, fu il segno di una maturazione collettiva e della efficacia di una comunicazione interna che metteva migliaia di persone in grado di pensare simultaneamente. […] Io arrivai a Castel Camponeschi quindici giorni prima accompagnato da Egidio De Mattia che mi scaricò sul prato con la mia tenda ed un mucchio di cianfrusaglie. Avevo in tasca 15 mila lire […] già dal secondo giorno iniziarono ad arrivare volontari da tutta Italia ad accrescere le fila dei lavoratori, arrivarono gli specialisti, l’elettricista, il radioamatore, il carpentiere, l’idraulico, ed arrivarono i soldi, centinaia di piccoli contributi portati a mano o inviati per vaglia».

    Nel giro di quindici giorni il primo gruppo di persone giunte a Castel Camponeschi riesce a ripulire il paese, a chiudere le case pericolanti, a ridare una toponomastica alle strade, a predisporre varie aree per il campeggio, portare l’acqua e l’energia elettrica, montare il palco e creare un impianto di illuminazione pubblica. E, tra le altre cose, vengono realizzati anche dei murales tra cui uno, molto grande, contro l’energia nucleare.

    Sì, perché la Nuova Destra è tra l’altro su posizioni contrarie al nucleare, tema in quegli anni, come oggi, scottante. Pochi ricordano che alla manifestazione che segna la nascita del movimento antinuclearista a Montalto di Castro, dove secondo il piano nucleare nazionale (approvato in parlamento con l’astensione del Psi e col voto favorevole del Pci) avrebbe dovuto nascere una delle quattro centrali atomiche italiane, c’erano i Gruppi di Ricerca Ecologica fondati e guidati da un esponente della nuova destra, Alessandro Di Pietro. Posizione che verrà poi ripetutamente sconfessata dal Msi i cui vertici, in particolare l’ala romualdiana, sono decisamente nuclearisti .

    «Erano tutte avventure – racconta Tarchi a Tarantino – che testimoniavano un’apertura gergale e comportamentale senza riserve alla generazione cui appartenevamo e con la quale, sia pure da posizioni di consapevole minoranza, volevamo a tutti i costi dialogare. La sensazione di essere figli del nostro tempo non meno che di un’ideologia o di una visione del mondo ce la siamo, del resto, portati appresso troppo a lungo» .

    Le aperture della nuova destra non furono senza conseguenze per i loro protagonisti – Tarchi ad esempio fu espulso dal MSI – ma non rimasero inascoltate. La capacità di rompere con il passato, di cercare nuove strade politiche, favorì l’incontro con esponenti più aperti della controparte, e felici contaminazioni. Da quella stagione nasceranno rapporti complessi ma fruttuosi, interlocuzioni, vere e proprie amicizie personali con Alex Langer, Giorgio Galli, Adriano Sofri, Geminello Alvi, Giampiero Mughini, Massimo Fini. E con diversi ambienti estranei alla destra: con Comunione e Liberazione, con i radicali, con figure dell’area socialista, con intellettuali irregolari e libertari, con cattolici.

    Insomma, il saggio di Tarantino arriva a una conclusione molto chiara. Se nella destra italiana di oggi esiste una sensibilità “nuova”, «non gerarchica, non totalitaria, non conservatrice, non anti-moderna, non patriottarda e non razzista», una sensibilità libertaria e radicata nella grande cultura del Novecento, garantista e post-liberale, euro-mediterranea e contraria allo “scontro di civiltà”; se esiste c’è una destra pacifica e solidarista, modernizzatrice e riformista, è grazie all’esperienza politica della destra giovanile nata da Giovane Europa e dalla stagione della Nuova Destra.
    Fondo Magazine|Da Giovane Europa alla Nuova Destra
    Ultima modifica di Johann von Leers; 04-02-11 alle 18:05
    Chiunque stia dalla parte di una giusta causa non può essere definito un terrorista.
    Yasser Arafat

    Una religione senza guerra è zoppa.
    Ruhollāh Mosavi Khomeyni

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    MONTESARCHIO, CAMPO HOBBIT, “PRIMO RADUNO DELLA GIOVENTU’ NAZIONALE”: C’ERO ANCH’IO!


    Di giuseppe (del 14/06/2007 @ 159:18, )






    Un paginone celebrativo di Alessandra Longo su “Repubblica” di venerdì scorso, con le opportune rievocazioni, integrato oggi da una precisazione di Marco Tarchi, evidentemente piccato per non essere stato interpellato sull’argomento e quindi ospitato per compensazione.

    In quelle settimane, Marco Tarchi, intraprendente universitario fiorentino, esponente di spicco della corrente rautiana, era stato indicato dai centri provinciali come prossimo leader dell’organizzazione giovanile del “Fronte della gioventù” a grande maggioranza; per statuto, però, la nomina spettava al segretario nazionale del Msi, Giorgio Almirante, che invece, poche settimane dopo, gli preferì un garbatissimo, quanto anonimo e sconosciuto ai più bolognese emigrato a Roma, tal Gianfranco Fini.

    Oggi Marco Tarchi, che, piccato per quell’ingiusta esclusione, dopo poco lasciò il partito ( sempre piccato, eh? ) fa il baronetto universitario, l’intellettuale d’elite. Gianfranco Fini, beh...Fa Gianfranco Fini.



    Un convegno lo scorso fine settimana, a Benevento, in memoria di Generoso Simeone, l’organizzatore, nel frattempo scomparso, con la partecipazione di Pino Rauti e tanti altri esponenti politici, ovviamente con la brillante assenza di tutti quelli nel frattempo diventati di Alleanza nazionale.


    Un dibattito che in questi giorni rimbalza su internet da un sito all’altro.


    Così la destra italiana ha finora celebrato il trentennale del suo momento più bello e intenso, dal punto di vista creativo: il “primo raduno della gioventù nazionale”, svoltosi a Montesarchio, in provincia di Benevento, l’11 e 12 giugno 1977, passato alla storia con nome di Campo Hobbit.

    Ce ne furono altri due, poi, negli anni seguenti( più frequentati e meglio strutturati, sui monti dell’ Abruzzo, in provincia dell’Aquila, nel 1978 e nel 1980), ma indubbiamente il primo fu quello storico e l’attributo non sembri esagerato: fu il primo che ruppe il ghiaccio, che creò il fenomeno, che aprì e segnò una nuova fase politica, moderna e anzi contemporanea, per la destra italiana.

    Grazie a Pino Rauti, imparammo a fare politica in modo nuovo, contemporaneo, con le organizzazioni parallele; l’attualizzazione delle tradizioni; l’attenzione, lo studio, il dialogo nei confronti dei “nemici”; l’importanza e l’uso dei mass – media vecchi e nuovi; la musica; la grafica; l’ecologia e tante altre cose belle e importanti.


    Gli altri due – io partecipai a tutti e tre – furono uno sviluppo, un’articolazione e un’affermazione del discorso: ma quello storico, la data - cardine, il simbolo, fu Montesarchio, l’11 e 12 giugno 2007. Così importante, da lasciare indelebile in tutti coloro che vi parteciparono come un marchio, il crisma e il carisma, nell’affermazione un’identità solare e creativa destinata a durare per sempre.


    E io c’ero! Sì sì io ci sono stato, a Montesarchio, c’ero anch’io!

    Dio, sono passati trent’anni? Mah... Ma sì, infatti non mi ricordo bene proprio niente; certo, ho presente il filo rosso, il motivo di fondo delle ragioni dell’importanza, chiaro e preciso, ma, quanto al resto, ai particolari, adesso rivedo soltanto squarci, scene isolate, momenti.


    All’epoca mi trovavo da qualche mese a Napoli, ufficialmente per studiare all’università, anche se poi facevo tutto, tranne che studiare: pratica giornalistica, sperando in entrare al quotidiano “Roma” di Napoli, che nel frattempo però aveva chiuso; animatore di una radio libera, radio Sud 95; disk – jockey e quant’altro.

    Partii il pomeriggio del giorno prima, venerdì, con i camerati del circolo “Controcorrente” di Napoli che frequentavo abitualmente: il mitico Pietro Golia, Gabriele Marzocco, Giuseppe Marro, un certo Beniamino, calabrese, del quale ora non so più il cognome e altri.

    Andammo in treno, un trenino da far-west, che fermava in tutte le stazioni e aspettava sempre chissà che prima di ripartire. L’unica volta che ripartì subito fu, a qualche chilometro dalla destinazione, proprio quella in cui scendemmo a bere alla fontanina sui binari, e ci lasciò in due o tre in una sperduta stazione - fantasma nelle valli del Sannio.

    Così, arrivammo a Montesarchio in autostop qualche ora dopo gli altri, che trovammo già a montare le tende.


    In realtà, il Campo Hobbit di Tolkien, di narrativa e cinema, tranne appunto il nome, non aveva niente: più prosaicamente si trattava del campo di calcio del paese, fuori il centro abitato, sulla strada che portava verso la provincia di Avellino. Per di più, un campo di calcio senza erba, tutto pieno di pietre, recintato da una rete, opportunamente rinforzata da lamiere.

    Mi ricordo che Generoso Simeone, l’organizzatore del posto, ci informò della presenza dei paraggi di nugoli di “compagni”, gli extraparlamentari di sinistra, decisi a impedire con la forza – e ti pareva - “il raduno fascista” e diede disposizioni sui comportamenti da adottare in caso di “attacco”. Non c’erano pistole fra di noi, sia ben chiaro, né spranghe, né bastoni: le nostre uniche armi erano l’intelligenza, i cartelloni, le ragioni della testa e quelle del cuore.

    Ma questo era il clima comunque e sempre di violenza dell’epoca ( eravamo in pieni anni di piombo ): un po’ perché c’ero abituato e avevo imparato a vincere la tensione e la paura, la cosa mi lasciò abbastanza indifferente; poi, nella fattispecie, in mezzo a quelli di “Controcorrente” di Napoli, rotti a tante esperienze tipiche di quegli anni, mi sentivo sicuro: me la sarei cavata ancora una volta, anche se ci avesse attaccato l’Armata rossa di Stalin.


    Se quella notte e l’altra seguente non riuscii a chiudere occhio non fu certo per motivi di paura fisica, di scontri, o agguati notturni: fu perché su quel campo di calcio c’erano pietre dappertutto, che si stagliavano sotto la tenda, sotto il sacco a pelo, in qualunque posizione ti girassi e rigirassi e si conficcavano in corpo, impedendoti di prendere sonno. Non è un caso che, dopo quelle volte, sviluppai una consapevole idiosincrasia per qualunque tipo di campeggio.


    Ora, non mi ricordo molto altro e mi dispiace: delle discussioni politiche, i dibattiti, per esempio, niente di niente. Tutto improvvisato: scambi di racconti di esperienze e numeri di telefono, racconti di iniziative, confronti, lasciati agli incontri casuali, in mezzo al campo, fra i partecipanti provenienti da tutta Italia, in pieno spirito di improvvisazione e di anarchia tipici dell’ambiente. Nelle altre due edizioni, negli anni seguenti, le cose migliorarono molto, dal punto di vista organizzativo e logistico: eppure, non furono così belli come quello, il primo, una magia, una pazzia, una magica follia.


    Per esempio, da Lecce, dopo tanti giri, erano arrivati anche Valerio Melcore e Angelo Scardia, già all’epoca inseparabili; si separarono la notte, quando Valerio dormì nella macchina parcheggiata lì vicino e invece Angelo, insieme ad altri due compagni di viaggio, prese una camera nell’albergo del paese, per quanto nessuno di loro avesse i soldi per pagare il conto all’indomani: e l’oste previdente li mandò al terzo piano per evitare che scappassero senza lasciare i documenti, come avevano progettato e mandò poi la fattura a casa dei genitori.


    Per dormire, ho detto prima. Per mangiare, ci arrangiammo tutti, fra provviste portate al sacco e occasionali, estemporanei approvvigionamenti di viveri: per meglio dire, magiammo pochissimo e niente proprio. In tutto, dentro, eravamo un migliaio, non di più: fuori, schierati per tutta la lunghezza del rettangolo, lungo la strada, i poliziotti erano almeno il doppio.


    Sembrava peggio di un campo di concentramento: i servizi igienici improvvisati, non un bar, un punto di ristoro.

    Poi, faceva caldo, ma caldo proprio, un caldo secco, forte, prepotente, ai primi di giugno, di trent’anni fa, in quel paesino del profondo Sud che stento si trovava sulle carte geografiche ( ma quale clima impazzito dei discorsi di adesso! ) e il sole batteva impietoso, senza soluzione di continuità, dall’alba al tramonto.

    Eppure il clima che si respirava – questo me lo ricordo bene! – era di una dolce primavera, di un risveglio, di un aprirsi alla vita da protagonisti.

    Nessuno di quei mille del primo Campo Hobbit poteva neppure lontanamente immaginare cosa sarebbe avvenuto in futuro da un punto di vista politico: sopravvivere fisicamente, non finire in galera per qualche resistenza a pubblico ufficiale, sembravano i migliori risultati possibili.

    Nessuno pensava a carriere, a poltrone, a incarichi a consulenze e cose simili. C’era passione, c’era interesse ideale e non materiale. C’era creatività, c’era voglia di uscire dal ghetto e conquistare il mondo.

    C’erano ideali.

    C’era il sole, c’era la luce e bastava la speranza, a farla diventare certezza: sapevamo che “il domani appartiene a noi”. Esattamente questo.

    Poi, di altro, per quanto mi sforzi, proprio non ricordo adesso.

    Le canzoni, sì, le esibizioni canore di singoli e gruppi, che si succedevano sul palco.

    I cartelloni, gli striscioni esposti, i murales.

    Le tante ragazze, bellissime e bravissime, principesse e guerriere.

    Le croci celtiche.


    Poi, mi ricordo soltanto che tornai a Napoli sempre in treno il pomeriggio della domenica. Arrivai nella pensione che mi ospitava a sera. Mi vedo ora uno scorcio di periferia napoletana di palazzoni grigi e cielo plumbeo sgangherato al tramonto.

    Avevo fame e sete di proporzioni bibliche, ma ancora di più avevo sonno, talmente sonno che, appena entrato in stanza, “mangerò domani a pranzo”, pensai, e mi buttai sul letto così come ero.

    Mi svegliai invece all’ora di cena del giorno dopo. Avevo dormito per quasi venti ore di fila senza muovermi di un centimetro! Una specie di record ineguagliato e ineguagliabile...E ricordo come fu buona quella cena consumata subito dopo, tutto contento della pazzia che avevo appena finito di fare, in quel fine settimana surreale, felice, sicuro, convinto, appassionato come ero, alla vicina mensa universitaria di via Mezzocannone, e quella sensazione di pienezza che mi veniva mangiando, per fame, ma per fame brutta, per fame vera, dopo aver investito in questo le mie ultime cinquecento lire.




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    Citazione Originariamente Scritto da stanis ruinas Visualizza Messaggio
    Bella foto. Un documento di tutto rispetto.

    Peccato che l'esperienza, interessantissima, dei Campi Hobbit e quella della metapolitica rautiana siano andate perse nel corso dei decenni successivi.

    Tarchi, probabilmente una delle menti più avanzate e brillanti fuoriuscite dall'ambiente missino, ha preferito dedicarsi interamente all'aspetto intellettual-culturale abbandonando di fatto la politica attiva.

    Come lui, purtroppo, in molti: alla fine è la scelta necessaria se si vuole sopravvivere allo squallore del "Politico" inteso come viene concepito attualmente (carriera, potere, gossip ecc ecc) in quest'epoca dominata dal modello americano importato e rilanciato dal berlusconismo degno erede peraltro del suo predecessore craxismo. :giagia:
    "Sarebbe anche simpatico, se non fosse nazista!" (Malandrina) :gluglu:


    "Al di là dell'approvazione o disapprovazione altrui!" :gluglu:

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    Predefinito Rif: Da Giovane Europa alla Nuova Destra

    Citazione Originariamente Scritto da Ottobre Nero Visualizza Messaggio
    Bella foto. Un documento di tutto rispetto.

    Peccato che l'esperienza, interessantissima, dei Campi Hobbit e quella della metapolitica rautiana siano andate perse nel corso dei decenni successivi.

    Tarchi, probabilmente una delle menti più avanzate e brillanti fuoriuscite dall'ambiente missino, ha preferito dedicarsi interamente all'aspetto intellettual-culturale abbandonando di fatto la politica attiva.

    Come lui, purtroppo, in molti: alla fine è la scelta necessaria se si vuole sopravvivere allo squallore del "Politico" inteso come viene concepito attualmente (carriera, potere, gossip ecc ecc) in quest'epoca dominata dal modello americano importato e rilanciato dal berlusconismo degno erede peraltro del suo predecessore craxismo. :giagia:


    Di intellettuali di valore l'estrema destra (non parliamo poi del MSI che dopo la prematura scomparsa di Romualdi non ebbe praticamente alcun elemento degno di questo nome :giagia: ) ne ha sfornati davvero pochi.

    Troppi galletti nel pollaio e poche idee, anzi quasi niente di realmente innovativo. Salverei alcune esperienza militanti , qualche intuizione rimasta al puro stato di pensiero e qua e là la buona volontà di qualche camerata ma per il resto è davvero tabula rasa su tutta la linea.

    L'eterno fallimento di gente nata perdente che vivrà nel mito della sconfitta per tutta una vita. :giagia:
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