Dal Soratte alla ierofania lupo: tratti di una spiritualità apollineo-italica







Tratto dal numero 20 del 2007 della Rivista Thule Italia

Le recenti escursioni del Gruppo Laziale, affiancate dall’articolo nel precedente numero della rivista, gettano le basi per introdurre la complessa questione dell’influenza che l’archetipo simbolico del lupo ha ed ha avuto nella spiritualità e nella tradizione indoeuropea e più specificatamente italica.

La complessità di tale questione è data anzitutto dalla dicotomia che i collegamenti a tale archetipo mostrano in tutti gli ambiti indoeuropei: da una parte, il lupo come ierofania ctonia legata alla fertilità, dall’altra il lupo come ierofania solare o solareinfera legata alla sfera guerriera. I poli di tale dicotomia possono essere tranquillamente esposti con vari esempi: da una parte, la lupa come genitrice di Roma, dall’altra il lupo come ierofania di Marte. Su di un fronte, il lupo dei Lupercalia come forza purificatrice e fertilizzante, dall’altra, per ampliare l’ambito all’indoeuropeistica, i männerbunde o società marziali giovanili, tra i quali ovviamente svettano su tutti gli scandinavi Ulfedhnar.

Non è casuale il riferimento al Soratte e al culto degli Hirpi Sorani, che in termini comparativi possono fungere da cardine per un’interpretazione più generalmente italica che non prettamente romana, e che si pongono come centro di questa dicotomia, presentando entrambi gli aspetti nel momento in cui ricostruiremo tale culto grazie alla comparazione con l’unico termine a noi oggi disponibile, quello degli Anastenarides traci.

Ed è proprio grazie a tale comparazione che individueremo quella caratteristica estatica e mistica di matrice apollinea che in genere viene lasciata da parte a favore di cultualità più spiccatamente dionisiache o semplicemente, più conosciute.

Pur tuttavia, la matrice puramente italica del culto del lupo è da sottolineare. Come ebbe a scrivere il Brelich, infatti, in riferimento ai Lupercalia: “tutto ciò che costituisce la sostanza della festa – disordine rituale, purificazione – può essere realizzato senza alcun riferimento necessario ad una particolare divinità; i Lupercalia, come pure diverse altre feste, possono avere radici più antiche dello stesso politeismo romano”1. Del Ponte sottolinea come sia alta la probabilità che le männerbunde – seguendo il ragionamento dell’Alfoldi – siano la base primaria dello stesso Stato romano2. E, se anche non volessimo seguire la teoria dell’Alfoldi, risulta innegabile l’importanza della ierofania lupo nella religio romana tradizionale e prima ancora di quella italica, soprattutto se legata a Marte, come lo stesso Del Ponte ha dimostrato nell’opera in nota, nel capitolo riguardante le veria sacra.

Converrà in questa sede procedere con una breve analisi dei dati a noi disponibili: certo è che la ierofania lupo è legata in ambito indoeuropeo ed in ambito italico a dei sodalizi ben determinati e chiusi, così negli Hirpi Sorani, così nei Luperci e allo stesso modo negli Ulfedhnar. Questi ultimi sono la veste più palese del lupo come ierofania marziale, che in ambito romano è dimostrata dal

fatto che il lupo è non solo sacro a Mars, ma è anche vincolato alla realtà legionaria nel momento in cui i signifer delle centurie e i vexillifer delle coorti si rivestono di pelli di lupo. Di per sé la lupa invece riveste come ierofania femminea l’archetipo della fertilità e della nascita. Ovvia è tale concezione nella leggenda della fondazione di Roma, ma è altrettanto breve ed ovvio il passo che porta ad associare la fi gura della lupa a molte delle figure divine del femminile incarnanti l’archetipo della potnia theron, e proprio a tale assimilazione si devono le varie ricerche sull’attribuzione del Nome Segreto di Roma ad una divinità connessa con la ierofania lupo (tra le quali fi gura anche il nome di Feronia).

Discorso a parte è invece l’associazione delle divinità Sorano e Feronia. Se da una parte infatti la vicinanza dei siti di culto del Monte Soratte e del Lucus Feroniae costituiscono, con il sito gemello di Terracina, un’ottima base per tale ipotesi, è vero anche che epigraficamente non abbiamo testimonianze certe.

Già di per sé, poi, delineare le due divinità è arduo e complesso a causa delle già molteplici attribuzioni antiche. Servio associa Feronia a Juppiter Anxurus3, Virgilio ad Apollo Sorano4, ed esistono fonti che a Tremula Mutuesca l’associano a Mars.

Dionigi di Alicarnasso la defi nisce Anthophoros, Philostephanos e Phersephone5, mentre Varrone la identifica con la dea Libertas6.

Insomma, non è semplice nel marasma sintetizzante della religione italica definire di per sé Feronia, che abbonda di fonti letterarie, figuriamoci Apollo Sorano e gli déi ad esso connessi. Purtuttavia, la descrizione di Virgilio nell’Eneide ove è sottolineato il passaggio sui carboni ardenti ottenuti con legno di pino7 funge da base per una comparazione con quello che è l’unico culto sopravvissuto dai tempi antichi che usa una ritualità simile, ovvero quello degli Anastenarides.

Gli Anastenarides, sono una setta – se cosi possiamo definirla – situata nella remota regione montuosa della Tracia, da dove, secondo i più, proviene la figura stessa di Dioniso. Essi mantengono a tutt’oggi un culto di tipo estatico, non dissimile da quello dionisiaco, almeno per come si configura attraverso i dati a noi oggi noti. Prima di tutto è importante definire quello che qui vogliamo intendere con il concetto di “sopravvivenza”: non ci riferiamo, infatti, al significato di tipo evoluzionista, bensì definiamo questo culto come sopravvivenza in quanto esso rappresenta una tradizione rituale, filosofica e religiosa che è ancora, a parer nostro, quella originaria della Tracia classica, che nell’arco di duemila anni ha mutato esclusivamente l’aspetto formale esteriore, per motivi di, appunto, sopravvivenza, onde non essere soppressa dalle religioni dominanti. In essa, la pratica iniziatica ed estatica, presenta ben poche differenze rispetto al probabile originale dionisiaco o predionisiaco.

Tale culto, legato profondamente con quello degli “Entusiasti” cristiani di epoca bizantina e post bizantina, è sopravvissuto fi no ad oggi probabilmente e per la sua capacità di mutare aspetto esteriore (probabilmente da pagano a pseudo cristiano) e per la tipica conformazione della regione in cui è situato: sin dall’epoca romana, infatti, la Tracia ha costituito un baluardo montuoso dove piccole comunità potevano scomparire agli occhi della cultura dominante.

Il culto si basa, a grandi linee, nel suo aspetto a noi conosciuto, su due ricorrenze annuali: la prima è la festa di San Costantino, il 21 maggio, mentre la seconda, legata alla pasqua ortodossa, avviene il lunedì precedente il periodo quaresimale. La prima delle due risulta essere quella centrale dal punto di vista estatico musicale, o dionisiaco: durante la festa avviene, infatti, il rituale passaggio sui carboni ardenti, in cui sono espliciti oltre ogni modo l’uso rituale – conoscitivo della musica e l’elemento estatico dionisiaco. È bene qui, in ogni modo, accennare alla piccola diatriba su ciò che, dai pochi antropologi che si sono interessati a tale fenomeno, si è venuto a creare intorno al rituale del passaggio dei carboni ardenti. Infatti, tale pratica, per lo più sconosciuta ai culti dionisiaci, getta una luce particolare sugli Anastenarides, che se da una parte, quella dell’estasi, sembrano originare le proprie pratiche nel substrato dionisiaco, dall’altra, con i carboni ardenti, sembrano affondare in un periodo probabilmente, secondo gli antropologi, anteriori.

Oltre ciò, dobbiamo sottolineare che il culto mantiene connotati spiccatamente pagani e dionisiaci ancora anche nelle forme esteriori: sant’Elena, raffigurate nelle icone sacre mentre balla, costituisce, infatti, uno spiccato richiamo alle baccanti, cosi come Costantino, accostano alla madre Elena, ricorda quella ????? religiosa da cui si origina lo stesso Dioniso così come il suo punto di contatto con Apollo, ovvero Orfeo, invero come anche quella della grande madre frigio-lidia e dello sposo-figlio sacrificato, come nel caso di Cibele ed Attis.

Gli Anastenarides sono tutt’ora organizzati come un tiasos dionisiaco, nella fattispecie in una confraternita (?????) guidata da una ristretta cerchia di dodici iniziati (????????). Il rito ad oggi in uso comprende ancora una sorta di mistica dell’acqua, confermata dalle lunghe e ripetute abluzioni, a cui segue l’acquisto di una vittima sacrificale (preferibilmente un toro, ma eventualmente anche un montone o una o più capre). Il 21 maggio, le icone sacre dei due santi sono portate nel Konaki, e, di fronte ad esse, viene eseguito il sacrificio. L’animale sacrificato è smembrato e diviso in parti uguali per tutte le famiglie degli adepti, mentre una parte viene conservata per il pasto sacro serale. Da questo momento in poi, comincia la preparazione all’estasi che porterà gli Anastenarides a camminare sulle braci, in una condizione stupefacente di invulnerabilità al fuoco.

Per cinque ore gli iniziandi alterneranno, sui pattern musicali ripetitivi e fissati, balli, canti e momenti di raccoglimento privati, quasi meditativi. Nel frattempo viene preparato il tappeto ardente, ed è fondamentale notare che le espressioni degli iniziati che si accingono al passaggio, sembrano assenti ed inconsci – come quelle dei satiri e delle baccanti che in un momento di mania sono in grado, senza esserne consce, di smembrare uomini ed animali – fino a quando non comincia la camminata. Una volta effettuato tale passaggio, gli iniziandi si riuniscono in una danza che testimonia la vittoria sul fuoco, ad opera dell’influenza e del contatto dei due santi.

La successiva festa è quella del Kalogero – letteralmente “bel vecchio” – tenuta come già detto il lunedì precedente il periodo quaresimale. Essa consiste per lo più in un dramma religioso con valenze ctonie, in cui il protagonista, indossando una maschera di palese aspetto fallico, va incontro ad un rituale di morte e rinascita. La rappresentazione si alterna tra momenti comici e lamentazioni rituali funebri, concludendosi con la sacra aratura ad opera del protagonista risorto, tanto da assicurare un ricco raccolto per l’anno successivo. Non è necessario in questa sede andare oltre con i particolari, in quanto già questi pochi accenni pongono in evidenza ciò che più c’interessa nella nostra ricerca: innanzi tutto, gli elementi di estasi e/o trance, tipici dei culti dionisiaci. Come abbiamo visto, la preparazione musicale è somigliante in modo impressionante a quella descritta nel frammento dianzi citato di Eschilo, e persino le modalità stesse di estasi sono rassomiglianti coi rituali bacchici descritti da Euripide.

Ai lettori più attenti non saranno sfuggite determinate somiglianze nei due culti. Innanzitutto, va sottolineata l’associazione della mistica dell’acqua ad Elena, attribuzione tipica anche di Feronia (di cui ricordiamo sempre la vicinanza con delle fonti sia sul Soratte che a Narni). Ma, in particolare, la conformazione iniziatica guerriera (la Vittoria sul fuoco) degli Anastenarides. Seguendo l’analisi iconografica poi evidenziata dal Riccardi nell’articolo in riferimento, il passo per l’associazione Apollo Sorano – Costantino è breve. Già di per sé, l’uso di iconografi e apollinee nell’ambito della prima cristianità è piuttosto tipico (un buon esempio, è il corallo rosso apollineo spesso raffigurato sul Cristo bambino), così come è altrettanto tipica l’associazione degli attributi solari all’Imperator, e da qui all’Imperator cristiano per eccellenza. Il fatto che in due differenti luoghi, il Soratte e la Tracia, su una base pagana che presenta gli stessi pattern rituali, si sia installato il culto dello stesso Imperator con spiccate attribuzioni solari, ne forza una comparazione che – deve essere chiaro – va al di là della specificità culturale dell’età storica (Sorano e Costantino), ma evidenzia una comune origine ed una comune funzione. Tale origine va ricercata nei culti solari, iperborei potremmo dire, dell’indoeuropeità delle origini.

Non ci è sfortunatamente dato sapere se gli Anastenarides in origine fossero dotati di connotazioni attribuibili al culto del lupo. Tuttavia l’atto sacrificale è fin troppo similare a quello dei Lupercalia romani (e ci teniamo anche ad evidenziare l’importanza del numero 12), finanche nelle finalità purificatorie e fertilizzanti non solo della comunità iniziatica, ma della comunità intera. Altro momento degno di nota, è l’aratura, che si confà altrettanto bene alla delimitazione dello spazio rituale così come al tipico rito italico-indoeuropeo della fondazione della Città. Di fondo tale comparazione, che andrebbe approfondita in un saggio apposito e che non è possibile approfondire in siffatta sede, getta delle tracce di non poco conto per l’individuazione di quella spiritualità solare che era con forte probabilità alla base della religione delle prime tribù indoeuropee giunte sul suolo italico.


Bibliografia

Rouget – Musica e Trance, Einaudi, Torino 1986

Colli – La sapienza greca, Adelphi, Milano 1997

Kakouri – DIONISIAKA – University of Athens, 1969

Villa – Estasi e sacrificio nel culto degli Anastenarides in La critica sociologica

Vivaldi – Ipotesi per una metafisica della musica, Università di Tor Vergata, 2005

Dumezil – La religione romana arcaica, BUR, Milano 2001

Del Ponte – Dei e miti italici, ECIG, Genova 1985

Vira Saturnio – The path of the Wolf, Ur Heka, Napoli 2005

Pasquali – Feronia e Juppiter Anxurus, S.I., 1990

Riccardi – Il Monte Soratte, la Montagna Sacra, Rivista Thule Italia, apr 2007


Note

1 A. Brelich, Tre variazioni romane sul tema delle origini, cit., pag. 73 e segg.

2 R. Del Ponte, Dei e miti italici, Ecig, pag 142 e segg.; A. Alfoldi, Die troianische urhanen der Romer, in “Rektoratsprogr. D. Un. Basel f. das I, 1956”, p. 24

3 Serv., Ad Aen, VII 799

4 Verg., Aen VII, 799

5 Dion. Hal. III, 32

6 In Serv. Ad Aen. VIII 564

7 Verg., Aen, XI







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