In una domenica di inverno come questa, dando uno sguardo al panorama politico odierno, non possono non abbandonarmi allo “spleen”, alla malinconia di chi, seppur da bambino, aveva respirato un clima diverso. Sia nei modi di fare dei politici, sia nei movimenti politici stessi.
Nell’anno in cui si celebrano i 70 anni dalla nascita (1921) ed i ventanni dalla morte (1991) del PCI la mia memoria viaggia all’indietro e mi riporta ai primi personali “istinti” politici. Correva l’anno 1991 appunto e la Sinistra Italiana era in fermento perche, dopo la dipartita del Partito Comunista, tanti uomini e donne potevano finalmente “sognare” lasciandosi alle spalle cinquantanni di opposizione e sperando per un futuro ruolo di primordine nella vita politica del Paese. Nel 1991 nasceva infatti il Partito Democratico della Sinistra. Sul Congresso che ne sancì la creazione c’è molto da dire e già in quella prima assise potevano essere evidenziate le disgraziate divisioni tra “primedonne” che avrebbero poi caratterizzato tutte le reincarnazioni del principale partito Post-Comunista.
Per quel che mi riguarda invece, da teeneger “innocente” ed ingenuo, vedevo l’avvenimento come una nuova ed entusiasmante avventura, una grande opportunità per poter finalmente aspirare al governo del Paese, contro la vecchia classe politica corrotta del pentapartito guidato da democristiani e socialisti. Negli anni in cui crollava l’Urss, saltavano in aria Falcone e Borsellino e l’Italia veniva sconvolta da Tangentopoli, il progetto del PDS appariva, ai miei occhi, una delle poche sicurezze per il futuro.
Ai tempi non era richiesta una “presenza mediatica” dirompente e quindi anche un “mediocre” come Occhetto poteva “passare” come un leader credibile.
E cosi fu sino alla discesa in campo di Lui, l’Unto. Ricordo i sondaggi di Deaglio a “Milano, Italia” che davano Forza Italia al 6%. Fu la disfatta. Fascisti, Leghisti e Berlusconiani presero il potere. Era il 1994, avevo sedici anni e guardando lo speciale Tg1 condotto da Piero Badaloni avevo le lacrime agli occhi. Non potevo credere che l’Italia avesse scelto Lui, lo sdoganatore dei fascisti e di quelli di “Roma Ladrona”. (Pensate ora a Fini e Bersani che quasi vanno a braccetto…)
Ricordo ancora la battaglia per la segreteria PDS del 1994, il “tifo” per il direttore de L’Unità Walter Veltroni ed invece la vittoria del numero 2 Massimo D’Alema, già da allora da me detestato. (una delle poche certezze che ho ancora oggi).
E poi il crollo del governo Berlusconi, il Governo Dini e la vittoria di Prodi. La felicità di quella notte del 21 aprile 1996, la canzone Popolare di Fossati, le speranze di aver finalmente raggiunto l’obiettivo: il Governo del Paese, per il bene dei cittadini.
Inutile andare avanti parlando dei colpi di mano di Bertinotti, dei Governi D’Alema e della fine del PDS, confluito nei DS, nel 1998. Oramai ero già piombato nel disincanto, nella disillusione, nella delusione, sentimenti che in parte uso oggi per esprimere il mio giudizio sulla Politica attuata dalla Sinistra del nostro paese.
Quel che invece mi piace ricordare con questo articolo è il periodo piu “bello”, quello della speranza, della illusione di aver finalmente trovato un partito in cui identificarsi. Malgrado tutto, comunque, il PDS rimane il mio partito ideale. Niente a che vedere con quella accozzaglia di idee, personaggi e burocrati che risponde al nome di Partito Democratico.





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