Personalmente sono l'anti-matematica in persona (6/15 alla maturità), però Sergio Romano qui ha assolutamente ragione.
IL RIFIUTO DELLA MATEMATICA GENERAZIONI SENZA LOGICA
Anche sulla base delle mie esperienze come collaboratore del «Sistema delle Nazioni Unite» per i Programmi di «Salute mentale» le segnalo un argomento di grande interesse già sollevato dal Corriere. Il 10 marzo scorso appariva un articolo del Premio Nobel per la fisica Sheldon Glashow che gettava l’allarme contro la disaffezione verso i numeri. Il titolo era molto suggestivo: «Ecco perché c’è la crisi: nessuno studia matematica». Il 13 maggio il Corriere pubblicava i risultati di una ricerca che registrava i giudizi dei giovani fra i 19 e i 25 anni sui programmi scolastici e che indicava, fra l’altro, la loro «bocciatura» della matematica come materia di studio. L’allarme gettato dal Nobel è stato in pratica confermato dalla ricerca. Più che di un sondaggio potremmo parlare di una vera e propria indagine epidemiologica. Occorrerebbe ora verificare se il diffuso rifiuto della matematica (e, pare, anche della «logica») da parte dei giovani rappresenti soltanto una questione di superficiale «antipatia», eventuale effetto di una scarsa capacità didattica dei docenti, o riveli una difficoltà a capire e, cioè, un vero e proprio difetto cognitivo. Qualora venisse confermata questa ipotesi si aprirebbe la prospettiva di una società futura dove la prevalenza di soggetti portatori di difetti cognitivi sarebbe fonte di una drammatica disgregazione. Su questo tema sarebbe necessaria un’attenzione preventiva da parte dei responsabili delle politiche educative e sociali, a livello nazionale e comunitario.
Gianni Tibaldi - Responsabile «Segretariato di collegamento internazionale e ricerca sulla salute mentale» , |
Caro Tibaldi,
Negli anni delle scuole medie e del liceo classi*co i miei voti di mate*matica erano appena sufficien*ti. Ma ero abbastanza bravo in geometria e soprattutto sapevo che i numeri non erano soltan*to necessari per «fare i conti». Capivo confusamente che nel calcolo algebrico, nelle equazio*ni e negli algoritmi vi era qual*cosa che potremmo definire con un po’ di retorica l’«ordine dell’universo». E mi rendevo conto che non avrei mai potu*to studiare filosofia, economia, demografia, statistica, ingegne*ria, architettura e persino sto*ria dell’arte, se non fossi riusci*to a migliorare la mia prepara*zione matematica. I numeri in*segnano a ragionare, a trarre conclusioni generali da casi particolari, ad analizzare i fatti, a formulare ipotesi, a verificare teorie, a evitare le trappole dei confronti sbagliati. Se le sue os*servazioni sono esatte, caro Ti*baldi, non è sorprendente che tanti studenti, alla fine del li*ceo, scelgano percorsi accade*mici fumosi, costruiti su vaghe teorie sociologiche. Preferisco*no l’arte della chiacchiera a quella del ragionamento pon*derato perché sono privi di al*cuni strumenti logici fonda*mentali.
In questo rifiuto della mate*matica vi è un paradosso. La ge*nerazione che non ama i nume*ri conduce una esistenza total*mente dipendente dalla mate*matica. I loro computer, le loro playstation, i loro telefonini, i loro blog e il loro chatting esi*stono grazie alle grandi intui*zioni matematiche degli ultimi decenni. L’algoritmo di Viterbi ha spalancato la porta della tele*fonia cellulare. Altri algoritmi permettono a un motore di ri*cerca di scaricare sullo scher*mo del nostro computer, in po*chi secondi, migliaia di infor*mazioni. I giovani imparano a usare questi strumenti, ma po*chi di essi hanno la benché mi*nima idea delle ragioni per cui possono godere di questi van*taggi. Una generazione che si li*mita a consumare i benefici del passato non sta lavorando per il proprio futuro.




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