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Visualizza Versione Completa : Sul Terrorismo Israeliano



Avamposto
03-08-10, 00:28
"SUL TERRORISMO ISRAELIANO"




Introduzione



Il terrorismo sionista, nato dal ventre già fecondo...



Serge Thion



Immaginate. Immaginate che verso la fine del XIX secolo una piccola etnia cinese, arricchita attraverso il commercio, abituata alle migrazioni ¬ il caso esiste, penso per esempio agli Hakka, un popolo giunto dalla Cina dei nord e installato da molti secoli nel sud, arricchitosi con il commercio ambulante e l'emigrazione ¬, immaginate, dunque, che un popolo di questo tipo, potremmo chiamarlo degli hokko, con riferimento ai suoi miti di fondazione, che tragga la propria origine da una dea Vacca o da un dio Kabalo, decida di installarsi su una terra promessa dalla dea o dal dio, per esempio in Normandia o in Toscana, intorno alla città di Siena con il suo palio emblematico, celebrazione evidente del dio Kabalo che resta, da millenni, nelle attese dei suoi veri fedeli. Il tempio, il Grande Tempio di Kabalo, è stato distrutto dall'esercito romano duemila anni fa e alcuni sognano di ricostruirlo, per inaugurare una nuova era di prosperità e di successi prodigiosi. Questo sogno, fatto da qualche intellettuale formato a Pechino o a Tokyo, deve molto alle forme del moderno nazionalismo, ma è presentato alle masse lavoratrici come una rivincita storica, come il solo modo per proteggere la piccola comunità, che vive chiusa su se stessa, fatta segno a vari ostracismi e continuamente schernita da parte di gente presso la quale abita, senza veramente coesistere. Essa si è circondata di mura, che ricordano le grandi case collettive, rotonde, degli Hakka. Ma non vorrei mischiare troppo gli ammirevoli Hakka con questa storia, poiché essi si sono accontentati, nei secoli, di lavorare duramente e di preservare le loro tradizioni ancestrali, senza sconfinare nel territorio dei vicini. Veri saggi, induriti dalla fatica e contenti di vivere.

Continuiamo a fantasticare. Approfittando delle circostanze storiche che hanno portato al provvisorio assoggettamento della Francia o dell'Italia, gli inviati dei nostri ipotetici hokko hanno rivendicato la creazione di un «focolare nazionale hokko». Evidentemente, in Normandia o ìn Toscana, queste peripezie lontane sono sconosciute e non si attribuisce loro alcuna importanza. La presenza sul posto di qualche decina di commercianti o artigiani hokko non ha mai turbato nessuno. La questione hokko non si pone, salvo che per certi politici locali che protestano contro l'idea stessa di una sorta di dominazione hokko, che non è veramente all'ordine del giorno. Per motivi di congiuntura internazionale (la desiderabilità di un'alleanza con la Cina), ai quali si aggiunge la propensione di alcuni politicanti locali a intascare bustarelle confortevoli, un ministro qualsiasi ammette la creazione in Normandia o in Toscana di un «focolare nazionale hokko». Nessuno sa bene che cosa vogliano dire queste parole. La loro ambiguità sarà pagata caramente.
Nei decenni successivi, che vedono alcune forti convulsioni dell'ordine internazionale, finanzieri hokko, i quali dispongono di importanti banche nella diaspora hokko, comprano alcune terre in Normandia o in Toscana e come coloni vi collocano disoccupati, giovani senza futuro, soldati smobilitati, in breve tutto il limo di una società che emigra per sfuggire alla miseria. Questi emigranti potrebbero andare in America, verso l'Eldorado, ma scribacchini sempre più impegnati nel nazionalismo hokko li convincono a partire per la Normandia (o per la Toscana), per mischiare l'Eldorado delle terre vergini con il Ritorno alle Origini, pegno di felicità eterna. La dea o il dio Kabalo non sono invocati che come notai divini che avrebbero siglato, trenta secoli prima, una promessa di vendita della Terra Santa agli hokko. Quei giovani credono facilmente di far parte di un popolo senza terra che sta per installarsi in una terra senza popolo. Nessuno prova a disingannarli.
Evidentemente, sul posto, le cose non vanno tanto bene. Gli indigeni normanni vedono di cattivo occhio l'installazione di un numero sempre crescente di stranieri dalla pelle bruna, dagli occhi a mandorla, che parlano una lingua incomprensibile, l'hokkish, e che hanno alimentazione, costumi, copricapo e abitudini bizzarri. Siccome questi stranieri pensano che tutto sia loro permesso, si verificano frizioni e incidenti. In capo a vent'anni, c'è perfino un inizio di insurrezìone degli indigeni, rapidamente represso dalle truppe d'occupazione dei Terzo Impero, che domina in questo momento tutta la regione. Gli hokko cominciano a formare milizie per imporre con la forza ciò che non hanno potuto imporre con il solo peso dell'occupazione straniera. E queste milizie se la prendono ben presto con le forze di occupazione, colpevoli, ai loro occhi, di limitare l'immigrazione hokko.
Quando l'evolversi delle circostanze porta l'Impero a ritirare le sue forze di occupazione, il Concerto delle Nazioni, organismo fantasma sprovvisto di qualsiasi legittimità politica, che non è eletto da nessuno, decreta la spartizione del la Normandia o, sempre nella nostra ipotesi, della Toscana. Grande turbamento in Francia o in Italia. Nessuno riesce a capire e ancor meno ammettere che si tagli con la sega un pezzo di territorio nazionale per darlo a questi originari dell'Asia, con il pretesto che i loro dannati miti originari sarebbero più o meno sovrapponibili alla tale o talaltra regione della vecchia Europa, terra di civiltà millenaria. Che vadano al diavolo!
Ma non si calcola il peso che gli hokko hanno saputo acquistare sulla scena internazionale. Essi hanno appoggi ovunque, si fanno dare armi e al momento giusto danno il via a una guerra di conquista. Cacciano i normanni (o i toscani) dai loro villaggi, che bruciano e radono al suolo, fanno alcuni massacri per costruirsi un'immagine terrificante. La terra è quel che conta innanzitutto. Tutti i crimini sono leciti quando si tratta di prendere e conservare la terra. C'è una curiosa legge in questo paese, che non è simile a nessun'altra: una terra qualsiasi, se è divenuta proprietà di un hokko, non può essere trasmessa o devoluta che a un altro hokko. I nonhokko non potranno mai recuperarla per vie legali.
Con l'artificio di questo breve racconto, vorrei che il lettore si mettesse al posto dei normanni o dei toscani. Che esso comprendesse come un'antica civiltà agraria, come un piccolo cantone, che fa parte di un vasto insieme regionale, possa essere improvvisamente vittima di un uragano di ferro e di fuoco, saccheggiato, bruciato, mutilato, senza che qualcuno abbia provocato la cosa. Che gli invasori e massacratori siano hokko o ebrei, le cose non cambiano. L'epoca in cui le Nazioni Unite decidono di spartire la Palestina è quella in cui il vecchio colonialismo entra in agonia: 1947, l'India e il Pakistan scuotono via la tutela inglese, l'Indocina entra in guerra, il Madagascar si solleva, mentre la «cortina di ferro» cala sull'Europa orientale e, a breve scadenza, sulla Cina.
A Versailles, nel 191820, le grandi potenze si erano giocate alla roulette l'indipendenza o la creazione di Stati. E io ti fabbrico qui una Cecoslovacchia, là una Jugoslavia, faccio a pezzi l'Ungheria, ti assegno un mandato in Africa, tu me ne dai uno nel Pacifico, annullo la Turchia, risputo un emirato qui, una monarchia hascemita là, no, altrove, più lontano, in breve era un casinò e il tappeto verde era il pianeta. I dadi ruzzolavano, le placche passavano di mano, si decideva il destino del mondo. L'americano Wilson conduceva la partita, in tutta fretta, prima di ritirarsi all'improvviso, sconfessato dal suo stesso cortile politico. Versailles è stato un crimine, di ispirazione coloniale, dal quale sono nati, come tutti potevano prevedere, Hitler, la seconda guerra mondiale e molti tra i conflitti successivi.
In Palestina, «concessa» agli avidi inglesi, l'ingiustizia fu palese. Essa è sempre lì, dopo ottant'anni. Le une dopo le altre, le generazioni si sono levate per difendere, come farebbero tutti in qualsiasi parte del mondo, la loro terra e la loro famiglia, la loro casa, i loro campi e la loro patria. Dal punto di vista del diritto più elementare, più universale, la cosa è chiara: i palestinesi hanno il diritto sacrosanto di difendersi, con le armi e con tutti gli altri mezzi, e gli israeliani non hanno alcun diritto su quella terra, come non ce l'avrebbero gli hokko venuti dal loro Oriente lontano se per caso pensassero di rivendicare e occupare la Normandia o la Toscana, o non importa quale luogo del mondo che le loro fantasie mitologiche li porterebbero a designare come una «terra promessa», ma promessa a chi e da chi? Queste elucubrazioni sarebbero ridicole, se non fossero tanto tragiche.



Se si vuole capire qualcosa sull'uso smodato della forza e del terrore da parte dei sionisti, occorre partire di qui: essi sono stati fin dagli inizi e ancora oggi sono stranieri in Palestina. Gli arabi che la popolano da tempi immemorabili applicavano, come tutti i popoli di questa regione, le leggi dell'ospitalità. Uno straniero era ben accolto, perché era uno straniero. In un lontano passato, anche i nostri antenati hanno messo in pratica queste leggi, rileggete l'Odissea. Ma bisogna distinguere: gli stranieri di cui parliamo non erano stranieri come gli altri e non applicavano, di ritorno, le stesse leggi dell'ospitalità: modestia, cortesia, rispetto dell'ospite, ecc. Bisogna metterli piuttosto nella categoria degli invasori. Arrivavano d'altronde contemporaneamente agli inglesi e muovevano le loro pedine con la copertura del regime coloniale. L'episodio sanguinoso delle Crociate non era del tutto dimenticato, viveva sempre nei racconti popolari, come nell'interminabile saga del sultano Baibars, recitata, spesso, nelle lunghe serate invernali. Vi erano sempre stati ebrei in questa regione, sia pure in piccoli gruppi. A leggere il Corano, la loro reputazione non era tra le migliori. Essi avevano cercato di ostacolare la marcia del Profeta ed era stato necessario farli ragionare. In ogni caso, queste società erano mosaici religiosi ed era usuale avere vicini che praticavano riti diversi. I matrimoni intercomunitari erano scarsi, ma si coabitava in modo pacifico.
Gli ebrei che arrivavano erano principalmente russi e polacchi, pieni di ardore per i progetti di una nuova vita, lontano dalle loro steppe ghiacciate. Erano così imbevuti di cultura europea da considerare gli abitanti della Palestina come «indigeni», che erano sottoposti allo statuto di colonizzati e non avevano conseguentemente da dire la loro. Il grande dibattito che animava gli ebrei installati in Palestina in virtù della Dichiarazione Balfour del 1917, che aprì loro il «diritto» alla costituzione di un misterioso «focolare nazionale ebraico», era di sapere se le imprese agricole acquistate con il danaro dei grandi banchieri ebrei dell'Occidente avessero il diritto di impiegare lavoratori arabi o dovessero riservare i posti a lavoratori ebrei. A imporsi fu evidentemente questo secondo punto di vista. E, siccome l'acquisizione o l'appropriazione delle terre procedeva rapidamente, tra i palestinesi cominciò a manifestarsi il malcontento. I coloni ebrei si diedero a formare milizie e gli incidenti si moltiplicarono fino alla grande insurrezione del 1936. Gli inglesi cominciarono allora a rendersi conto di aver compiuto una gigantesca bestialità e, per evitare che i loro affari ne risentissero, decretarono la fine dell'immigrazione ebraica.
Contemporaneamente era arrivato al potere Hitler, che cercava di costringere gli ebrei a emigrare, moltiplicando misure vessatorie e atti di terrore. Il dramma avrebbe potuto essere evitato se gli altri paesi avessero accettato una grande ondata di immigrazione ebraica proveniente dalla Germania e dall'Austria. Ma alla Conferenza di Evian, nel 1938, si realizzò l'unanimità: nessuno voleva questa massa di ebrei. Senza dubbio non erano considerati tanto amabili e desiderabili. Nessuno si aspettava il seguito degli avvenimenti, ma è necessario ammettere l'esistenza di una buona dose di diffidenza, dovuta all'uso della violenza che già si diffondeva in Palestina e anche al fatto che nelle democrazie non erano visti di buon occhio i numerosissimi militanti ebrei presenti nel movimento internazionale legato alla Russia staliniana.
L'uso del terrore, battezzato «autodifesa», era cominciato molto presto, con l'arrivo dei primi coloni sionisti all'alba del ventesimo secolo. La frazione di destra del sionismo, diretta da Vladimir Jabotinsky, ha riservato un posto notevole nel proprio pantheon a un vecchio soldato dell'esercito russo, Yosef Trumpeldor, che organizzava militarmente i coloni e si era fatto uccidere, nel 1920, dai contadini palestinesi stufi delle estorsioni di questi nuovi venuti. Trumpeldor era un esaltato che voleva imporre la presenza dei coloni ebrei con la forza. Era molto popolare nel movimento sionista perché metteva il dito sul problema centrale: per sviluppare la presenza straniera ebraica in Palestina, anche con la complicità delle autorità coloniali britanniche, bisognava ricorrere alla violenza. Comprare terre, trattare con i proprietari fondiari locali, spesso latifondisti assenteisti, era possibile, ma non avrebbe portato alla creazione dello Stato ebraico. Si potevano impiantare fattorie, più o meno collettive, nelle quali convogliare gli sradicati delle classi proletarie ebraiche dell'Europa centrale e orientale, sì potevano sviluppare quartieri urbani per accogliere la piccola borghesia della stessa provenienza, non si poteva controllare lo spazio, lo spazio politico in cui sarebbe stato necessario che si dispiegassero le istituzioni annunciatrici dello Stato che i sionisti avevano in mente.
I sionisti si divisero in due tendenze: gli ipocriti, di sinistra, i quali affermavano che era necessario intendersi con gli arabi, che bastava metterci un po' di buona volontà e che si sarebbe riusciti a ingannare tutti acquistando abbastanza terra per costruire le istituzioni dello Stato ebraico. Era il discorso pubblico, che non è cambiato, dei socialisti, laburisti, sulla linea di Ben Gurion, di Shimon Peres, di Yitzhak Rabin e degli altri: discutere con gli arabi per ingannarli, per condurli, con un sapiente dosaggio di massacri e omicidi, a scegliere di diventare ausiliari dei sionisti, senza terra, senza diritti, ma con qualche onorificenza politica. Un Ben Gurion, che amava coltivare la propria immagine di uomo «di sinistra», sognava, di fatto, di espellere tutti gli arabi, ma non poteva dirlo pubblicamente senza mettere in crisi le proprie alleanze. Durante la guerra del 1948, egli forni copertura ai massacri, senza rivendicarli. Questa linea, a lungo prevalsa nella politica israeliana, ha sempre fatto mostra della più ripugnante ipocrisia. L'uso del terrore è stato alternativamente negato e trasceso attraverso il ricorso a una giuridicità puramente formale.
L'altra tendenza fu inizialmente incarnata da Jabotinsky e dal suo gruppo «revisionista». Bisognava prendere atto, secondo Jabotinsky, del fatto che gli arabi non avrebbero mai accettato l'installazione degli ebrei sulle loro terre. Vi si sarebbero opposti con tutti i mezzi e questo era un punto di vista comprensibile. Di conseguenza, bisognava mettere tra loro e gli ebrei un «muro di ferro», costituito dalle baionette dei fucili che gli ebrei avrebbero impugnato saldamente. Questa tendenza, diretta da Menachem Begin dopo la morte di Jabotinsky nel 1940, non giunse al potere che nel 1977. Essa era favorevole a un terrore aperto, visibile a tutti, che si imponesse agli arabi rendendoli incapaci di resistere. Negli anni Trenta Jabotinsky aveva costituito una milizia (Betar) e alcune filiere di formazione militare. Si era inteso a meraviglia con il regime mussoliniano, che ammirava, e aveva ottenuto da esso di far formare a Civitavecchia i primi marinai di un'eventuale flotta militare. Ovunque, e perfino nella Germama nazista, «campi della gioventù» sul tipo di quelli degli scout avevano prefigurato la militarizzazione del sionismo.
Durante la seconda guerra mondiale, ed è un capitolo che meriterebbe ampi sviluppi, i sionisti, senza distinzione di tendenze, cercarono un'intesa con i nazisti, per parte loro disponibili a trattare, allo scopo di recuperare gli elementi giovani e dinamici delle popolazioni ebraiche incluse nel Terzo Reich, per farli partire per la Palestina, ancora britannica, e disporre della fanteria indispensabile per un futuro esercito ebraico. Contemporaneamente, questi stessi sionisti si davano da fare per creare, tra le truppe inglesi, unità militari e servizi d'informazione, sempre nell'idea della prefigurazione di un esercito ebraico di conquista. Questi elementi sono presenti in tutta la mitologia che circonda la creazione dello Stato ebraico, basta riferirsi alla sua propaganda e alle biografie dei suoi dirigenti. I sionisti non contavano certo di rafforzare l'impero britannico, che volevano allontanare dalla Palestina, ma volevano sfruttare un'occasione per creare il nucleo di un esercito che sarebbe effettivamente servito nel 1948 a prendere infine il controllo dello spazio di cui essi non disponevano dal 1920.
Tutto mostra che i sionisti praticarono, nell'Europa sotto la ferula nazista, una politica di selezione. In cambio della loro buona volontà a lasciare sparire nella gola del Moloch i vecchi, le donne e i deboli, essi chiedevano di salvare e far partire per la Palestina i maschi giovani e forti, nell'intento di un confronto militare con gli occupanti legittimi e allo scopo di costruire uno Stato moderno, all'americana, ideale degli ebrei dell'Europa orientale. Queste considerazioni spiegano certi tratti curiosi della storia degli Judenrat, i gruppi dirigenti delle comunità che dialogavano e servivano da cinghia di trasmissione con le autorità tedesche, in particolare alcuni tentativi di negoziato, a vari livelli, con il regime nazista, pronto a scendere su questo terreno.

Certo, questa politica sionista di selezione non piacque a tutti. Polemiche sorde nate tra le macerie delle comunità ebraiche hanno a volte portato, in seguito, a contrasti violenti. t ancora troppo presto per scrivere la storia del movimento sionista dato che è impossibile che i sionisti riconoscano di aver cercato di trarre vantaggio dalla politica antiebraica, ma sionistizzante, delle autorità naziste. La questione ha avvelenato i primi tempi dello Stato d'Israele, con l'interminabile affare Kastner, principale dirigente dello Judenrat d'Ungheria. Costui si ritrovò in Israele nel 1948 e fu subito accusato da pubblicisti non ben identificati di aver collaborato con i nazisti. Ne seguì un grande processo, i cui atti furono più tardi pubblicati, ma solo in ebraico. L'aspetto interessante è che lo Stato di Israele, rappresentante del sionismo, si fece garante per Kastner. Le cose divennero così imbarazzanti che un provvidenziale assassino procedette all'eliminazione di Kastner. Questa vicenda è come una finestrella che consente di gettare un raggio di luce sulle oscure trattative dei dirigenti sionisti, i quali allora, senza praticare essi stessi il terrore, dimostrarono una notevole capacità di utilizzare a loro vantaggio quello che i nazisti facevano regnare sugli ebrei sottoposti alla loro influenza. Quando alcuni scrittori, in America e in Inghilterra, hanno voluto affrontare l'affare Kastner per chiarire il lato oscuro del sionismo, sono stati vittime di violentissime campagne di stampa e le loro opere sono state messe nel dimenticatoio (si vedano Perfidy di Ben Hecht e Perdition di Jim Allen).
Le Nazioni Unite, creatura degli americani, decisero nel 1947 di spartire la Palestina. Decisione inaudita, di un cinismo senza paragoni. La popolazione non fu evidentemente consultata. Gli inglesi si liberavano di un problema che non erano in grado di risolvere: essi avevano creato il mostro della presenza ebraica organizzata, militarizzata, e non riuscivano più a controllarla. Non esisteva alcuna base giuridica per la spartizione. Se le Nazioni Unite decidessero domani di dividere la Normandia o la Toscana per soddisfare qualche orda asiatica che pretendesse di imporsi con la forza si capirebbe meglio la profonda illegalità di una decisione di questo tipo.
Al momento della proclamazione dello Stato ebraico, che non bisognerebbe chiamare Stato israeliano, poiché ritiene di essere lo Stato di tutti gli ebrei del pianeta, l'esercito ebraico, organizzato con il tacito consenso degli inglesi ed equipaggiato con armi inviate dall'Unione Sovietica, poté iniziare una guerra di conquiste. Lo strumento principale di queste conquiste è stato il terrore impiegato per svuotare i villaggi dai contadini palestinesi. I dettagli sono noti o facili da reperire e verificare. Che pretesi «nuovi storici» israeliani scoprano questi orrori quarant'anni dopo non deve suscitare illusioni; le cose si sapevano fin dagli inizi: la guerra del 1948 è nota dal 1948! È stata soltanto la propaganda sionista che ha cercato, in seguito, di trasformare in eroi i ruffiani che l'hanno fatta e di nascondere o negare i massacri maggiori. L'opinione pubblica israeliana, accuratamente abbrutita da programmi scolastici adeguati e da una stampa pesantemente censurata, ha potuto dimenticare tutto. Non è meno vero che Israele è stato fondato con la forza, a dispetto del diritto, e che sì è conservato successivamente intraprendendo guerre e repressioni di tipo genocida.


Non rifarò la storia dettagliata dei massacri deliberati che hanno accompagnato lo svolgimento della guerra dei 1948. Il ricordo di Deir Yassin ¬ già denunciato all'epoca da alcuni osservatori, come Arnold Toynbee, il grande storico, messo alla gogna per antisionismo («Arnold Toynbee sostiene che l'espulsione degli arabi è un'atrocità più grande di quelle commesse dai nazisti», deplorò un foglio sionista) ¬ è stato conservato dai palestinesi. Altri massacri, come quello di Tantura sono esumati, un po' a caso, da ricercatori meravigliati essi stessi da ciò che scoprono negli archivi. Altri restano celati. Si hanno liste di villaggi rasi al suolo dalle soldatesche sioniste, ma non si sa sempre in dettaglio come siano avvenute le evacuazioni. Oggi i palestinesi hanno forgiato la parola nakba per evocare l'insieme di queste atrocità.
Si potrebbe pensare che questi orrori, generati da una guerra finita più di mezzo secolo fa, abbiano perso importanza, che sarebbe meglio gettarli in quell'abisso senza fondo che gli anglosassoni chiamano memory hole, il buco, senza fondo, della memoria. Non è così facile. I coreani tremano ancora al ricordo dei maltrattamenti inflitti dal Giappone ai loro ascendenti nel 1905 e nel 1945. I cinesi soffrono ancora per lo «stupro di Nanchino» perpetrato negli anni Trenta. Ma in Palestina non si tratta di ricordi, di «costruzione della memoria» come tante ideologie disoneste ci vogliono far credere. Si tratta di un crimine di fondazione, che si perpetua e si ripete tutti i giorni. Che si moltiplica. Che si estende e si ramifica. Ogni giorno gli israeliani inventano nuove forme di umiliazione, per esempio alle centinaia di posti di controllo sulle strade (checkpoint), di tortura nelle prigioni, più o meno segrete. Quella gente è tanto raffinata nell'arte difficile dell'oppressione da permettersi di tenere corsi di formazione per i poveri americani. I babbei della polizia americana credono che per perquisire una casa sia necessario frugare stanza dopo stanza. Errore, dicono i raffinati israeliani: per passare da una stanza all'altra bisogna evitare la porta, che potrebbe nascondere una trappola. Per passare tranquillamente da una stanza all'altra è perciò necessario far saltare i muri con cariche esplosive. Si ammiri la sottigliezza del procedimento. Per la campagna nell'Iraq gli israeliani hanno anche fornito agli americani, che non avevano pensato a procurarseli, gli enormi bulldozer blindati che hanno fatto meraviglie a Jenin, Gaza e altrove. Si tratta solo di uno strumento di «pressione» che può in vari modi tornare utile.
La violenza, il disprezzo assoluto dei diritti dell'uomo palestinese, e, bisogna ben dirlo, dei diritti dell'uomo non-ebreo, il ricorso all'«omicidio mirato», in un paese che si vanta di aver abolito la pena di morte, l'esproprio sistematico delle terre agricole e non agricole, la confisca dell'acqua ¬ con la copertura di una legalità, alle volte derivata dagli ottomani, che ci sapevano fare, altre dagli inglesi che avevano fatto leggi per lo stato d'eccezione e che sono sempre stati usi a girare risolutamente le spalle a tutti quegli arsenali giuridici quando era il caso ¬, tutto ciò appartiene senza ombra di dubbio all'ordine del terrore. Bisogna riconoscere che i nazisti, nella loro zona, o i commissari politici dell'epoca staliniana non arrivavano a tanto. Consideriamoli come fanciulli imberbi che avevano ancora molto da imparare.
La lotta contro gli inglesi fu condotta da piccoli gruppi che si convertirono al terrorismo durante la guerra. Mentre le istituzioni dell'Yshuv (l'insieme degli ebrei residenti in Palestina) collaboravano allo sforzo bellico degli inglesi, e degli Alleati, creando una «Brigata ebraica», che fu portata a combattere in Italia e nell'Europa centrale, gli ebrei oltranzisti si lanciarono in campagne di attentati, che avevano innanzi tutto lo scopo di impedire o aggirare la politica inglese di limitazione del numero degli immigranti ebrei, il cui aumento, Londra ne era consapevole, avrebbe finito per far esplodere la pazienza dei palestinesi. All'epoca i dirigenti politici ebraici mostravano di non saper nulla di questa tendenza clandestina e anche di disapprovarla. Oggi, i più ignobili omicidi di diplomatici e di inviati stranieri sono rivendicati come azioni elevate e gli esecutori sono spesso presentati, nel folklore locale, come coloro che avrebbero «cacciato gli inglesi» e «liberato» il paese. In realtà, c'era una connivenza tra i circoli politici e le teste calde della bomba e del coltello, una connivenza che si è palesata, dopo il '48, nel fatto che gli assassini non sono stati puniti né perseguiti e che alcuni di essi sono diventati, in seguito, primi ministri, capi dell'esercito, ecc. (Begin, Shamir, Sharon e molti altri). È la legge del crimine di fondazione, che dispiega i suoi effetti di generazione in generazione, senza fine. Niente Norimberga.



La situazione nel 1948, dopo la proclamazione dello Stato e la guerra, era la seguente: si erano cacciate molte centinaia di migliaia di palestinesi non oltre i confini (Israele ha sempre rifiutato l'idea di una frontiera accettabile e accettata), ma oltre le linee armistiziali. Le autorità sioniste disponevano dunque di terre, di uno spazio politico che era strategicamente difficile da difendere, ma mancavano di manodopera. Gli ebrei d'Europa, che emergevano dal difficile periodo della guerra, non fornirono molti immigranti. Tra coloro che arrivavano, parecchi ripartivano, disgustati. Gli altri preferivano l'America, il solo paese «ricco» di allora. I sionisti si rivolsero a un serbatoio al quale non avevano pensato fino a quel momento: gli ebrei orientali, quelli dei paesi musulmani. Il servizio d'informazione e i servizi speciali dell'esercito furono dunque incaricati di organizzare l'emigrazione, più o meno clandestina, di questi ebrei che erano, bisogna dirlo, disprezzati dai sionisti dominanti, tutti russi o polacchi, a volte tedeschi o austriaci. Fu un po' la stessa cosa che era successa durante la tratta dei negri. E d'altronde, nel gergo politico israeliano, gli ebrei orientali sono chiamati «neri». Gli sforzi dell'Agenzia ebraica non furono subito coronati da successo. Certo, essa poteva reclutare giovani che scorgevano nella creazione dello Stato d'Israele una sorta di promessa vagamente messianica, che suscitava o confortava un inizio di nazionalismo ebraico. Ma, nell'insieme, queste comunità erano radicate da secoli e vivevano in buona armonia con i loro vicini musulmani o, eventualmente, cristiani. Esse facevano affari, dominavano alcuni settori economici e non erano disposte a rinunciare alla loro agiatezza per emigrare. L'Agenzia ebraica fu costretta a ricorrere ad altri mezzi.
Nello Yemen, un intenso lavoro di propaganda e di menzogna riuscì a persuadere i membri di una delle più antiche comunità ebraiche a credere che i Tempi fossero arrivati, che Dio avesse comandato a grandi uccelli bianchi di venirli a prendere tutti sulle loro ali per condurli verso la Gerusalemme celeste di cui parlavano i Libri... Questa gente lasciò con entusiasmo il suo meraviglioso Medioevo per ritrovarsi in campi miserabili, polverosi, a imparare una lingua ebraica pesantemente germanizzata. I genitori si videro togliere i loro bambini che furono assegnati a ricche mamas nate tedesche. Molti di questi immigrati furono impiegati come manovali... La misura della loro disillusione e del loro malcontento resta da valutare, ma essi furono vittime di un genocidio discreto, che non li uccise, trasformandoli in coolies che presero posto negli strati bassi di quella società neocoloniale chiamata Israele.
In Iraq, andò ben diversamente. Gli ebrei iracheni avevano conosciuto la modernità durante il periodo britannico e non si potevano smerciare tra loro le asinerie pseudo-messianiche che avevano funzionato così bene nello Yemen. Gli ebrei iracheni erano prosperi. A Baghdad formavano un quarto della popolazione. Il sionismo era molto marginale. Il potere era assolutamente devoto all'Occidente. Fu in questo contesto che scoppiarono alcune bombe nei luoghi frequentati dagli ebrei. Vi furono morti e feriti. Servizi speciali organizzati da Tel Aviv soffiarono sulle braci e riuscirono a creare il panico. Erano pronti alcuni aerei. Gli ebrei iracheni e dopo di loro una buona parte di quelli iraniani fuggirono come un gregge di montoni attaccato dai lupi. I lupi, ci se ne rese conto rapidamente, erano i servizi sionisti. Furono arrestate alcune persone, altre fuggirono, furono prodotte prove e si tenne un processo. Il dossier è chiaro: esso è stato riesumato di recente da un testimone dell'epoca, Naeim Giladi, in un libro intitolato Ben Gurion's Scandal. How the Haganah and the Mossad Eliminated Jews. Per poter scrivere e pubblicare questo libro, alcuni estratti del quale si possono leggere più avanti, Giladi ha dovuto rinunciare alla sua cittadinanza israeliana, lasciare il paese e trovare rifugio a New York.
Ci rompono non poco le tasche con un'asineria divenuta classica: che Israele sarebbe l'unica democrazia del Medio Oriente. Il pretesto è che vi si svolgerebbero elezioni. Anche l'Africa del Sud durante l'apartheid era una «democrazia». Per i bianchi. Gli Stati Uniti, nell'epoca ancora recente della «segregazione», erano ¬ più di ogni altro Stato ¬ una democrazia. Per i bianchi. E si potrebbe parlare degli altri regimi che sono, nell'insieme, di fatto, delle oligarchie. In Israele le cose hanno preso un andamento particolare: l'assenza di legittimità, la profonda insicurezza e il crimine originale si sono coniugati dando vita a una società diretta dai militari o da ex militari e da vecchie spie. Le carriere militari sono folgoranti e la pensione viene raggiunta rapidamente.
I generali si riconvertono in politici, legati a cricche militari e gruppi industriali che lavorano per l'esercito. La corruzione marcia a pieno regime. Questi militari hanno in parte fatto carriera nei vari servizi d'informazione, che formano gruppi separati. La democrazia consiste nello scegliere quale gruppo militare avrà una leggera e momentanea preminenza sugli altri. Non si tratta soltanto di una confisca del potere. L'effetto è quello di una militarizzazione degli animi, realizzata a partire dalla scuola primaria. Vi sono pochi paesi nei quali il rimodellamento degli animi in funzione di un'ideologia nazionalista e militarista sia più perfezionato che in Israele.
Trentacinque anni fa, ho trascorso una giornata molto istruttiva sul bordo di una piscina, a Singapore. Vi avevo incontrato, per caso, uno di quei misteriosi personaggi che le voci locali indicavano come «messicani». Di fatto, si trattava di una piccola squadra di «specialisti» israeliani, tutti militari o ex militari, inviati dal loro governo su richiesta di Lee Kwan Yu, capo del governo appena insediato di Singapore. L'isola e la città facevano parte di una federazione malese costituita dagli inglesi in occasione della loro partenza. Le ambizioni, e il successo, di Lee, che guidava un partito cinese populista, avevano inquietato i sultani malesi e costoro avevano espulso Singapore dalla federazione. Lee Kwan Yu, vagamente laburista in origine, ma dittatore nell'animo, si era visto costretto a dar vita a uno Stato su un'isola di 30 chilometri di diametro ' con una popolazione eterogenea e, per tradizione locale, dotata di un acuto senso degli affari. Egli pensò che fosse necessario creare una nazione. A partire dalla mancanza di una precisa identità nazionale. Perciò fece ricorso agli israeliani. A loro chiese gli strumenti per forgiare una nazione a partire da un insieme eterogeneo e disordinato. I militari israeliani, con la loro abituale arroganza, risposero: «Si può fare». E inviarono una squadra, chiamata i «messicani» per non suscitare sospetti.
È molto facile ¬ mi disse il mio interlocutore. Si prendono molti giovani, alla scuola primaria, li si organizza come un movimento scoutistico, li si imbeve di ideologia nazionalista, con una storia di Singapore molto semplice, che rompa con tutte le identità etniche precedenti: si fa come in Israele, con una lingua comune che prima non parlava nessuno: l'ebraico (moderno) da noi, qui l'inglese. Una volta tagliati fuori dal riferimento ai passati familiari, li si rende solidali gli uni con gli altri. L'esercito sa fare bene queste cose. Si organizza una polizia efficiente, che cacci senza pietà i dissidenti o espella gli irriducibili, si crea una mistica della bandiera e si fa dell'egualitarismo sociale, affinché tutti si rendano conto del fatto che qui c'è un avvenire. E il giogo è fatto. In una generazione, si avrà una vera nazione di Singapore. Noi ci sappiamo fare. Nel VietNam gli americani si comportano da stupidi. Siamo andati a vedere sul posto per dar loro qualche consiglio. Smantellare l'apparato comunista non è difficile, bisogna fare come abbiamo fatto noi con i palestinesi: ogni uomo ha un prezzo. Basta mettere sul tavolo una pila di dollari corrispondente al suo prezzo. Poi, occorre reinfiltrarli nell'apparato nemico e lo si fa scoppiare. Il gioco è fatto.




* * *

(continua)



THION : Il terrorismo sionista, nato dal ventre gia fecondo (http://www.vho.org/aaargh/ital/STsulter1.html)

Avamposto
03-08-10, 00:29
Il gioco non era fatto. Gli americani hanno lasciato il VietNam con la coda fra le gambe e Israele non ha fatto scoppiare il movimento palestinese. C'era qualcosa che sfuggiva allo spirito del manipolatore. Ho citato questo aneddoto perché mostra il totale cinismo degli operatori sionisti. Si tratta di ciò che spiriti penetranti e liberi, come Yeshayahou Leibowitz o Israel Shahak, hanno chiamato, fin dagli anni Settanta, la «nazificazione» della società israeliana: il ruolo assolutamente preponderante di un'ideologia militarista, razzista, ipernazionalista, che impone le proprie regole a tutti gli aspetti della vita quotidiana, agendo attraverso l'indottrinamento nelle scuole e nei lunghi periodi di richiamo alle armi cui devono sottoporsi i ragazzi e le ragazze, dopo aver servito nell'esercito. È difficilissimo tirarsene fuori, sopravvivere raggiungendo le regioni più eteree del libero arbitrio e della riflessione personale. I giovani, nella maggior parte dei casi, si rifugiano nell'uso generalizzato della droga o nel piccolo spaccio. Si deve considerare che la società israeliana stessa è vittima di questo terrorismo ideologico, che la spinge, in blocco, in un vicolo cieco suicida.
In un'opera famosa, giuntaci dall'antichità, Flavio Giuseppe, ebreo e cittadino romano, descrive la politica suicida degli ebrei di Gerusalemme nei confronti dell'impero romano, che pure era molto tollerante. I sionisti preferiscono, alla storia della caduta di Gerusalemme, nel 70, quella di Masada, dove gli ultimi partigiani di un'indipendenza ebraica si suicidarono nel 73, durante l'assedio da parte dei romani. La storia di Masada, presentata oggi dall'ideologia sionista come un episodio glorioso, mostra che la bestialità e l'arroganza create da questa stessa ideologia non hanno limiti. Il terrore praticato da Israele finisce per essere autodistruttivo e segni di tale tendenza si scorgono già nel monolito artificiale della «nazione ebraica», sognata da utopisti völkisch (razzisti) nel XIX secolo.



Avendo fondato il nuovo Stato su una superiorità militare che poteva non essere permanente, i dirigenti di Israele, dopo il 1948, nutrivano una fiducia limitata nell'avvenire. Ben Gurion manifestava, almeno in privato, uno scetticismo che si abbeverava alla stessa fonte di quello di Jabotinsky: gli arabi non avrebbero mai accettato. Inoltre, la guerra del 1948 non era servita a cacciarli totalmente dal territorio di Israele. Nei confini ne restavano ancora e questi, che bisognava in un modo o nell'altro considerare come cittadini, erano sottoposti all'amministrazione militare, che negava loro qualsiasi diritto.
Fu allora che Ben Gurion si orientò verso l'opzione nucleare. Gli inglesi e i francesi partecipavano alla corsa all'arma atomica. Ben Gurion, che era in principio un laburista, si accorse del fatto che la Francia, dove era predominante la SFIO pretesamente socialista, costituiva l'anello debole della catena. Gli israeliani svilupparono allora la doppia strategia che impiegano ancora oggi, particolarmente nei confronti degli Stati Uniti: stipulare accordi militari segreti o dal contenuto riservato, introdurre alcuni uomini, militari o scienziati, nelle amministrazioni straniere con la scusa della «cooperazione» e impiantare reti di spionaggio capaci di saccheggiare gli uffici studi e gli arsenali del paese disposto a «cooperare». Grazie alla presenza di ebrei compiacenti nei laboratori, nelle società di subappalto e nei gabinetti ministeriali, essi riescono a infiltrare le filiere di studio e produzione degli armamenti moderni, a rubarne i piani, i manuali d'uso e perfino certi prototipi che copiano in Israele. I primi aerei da caccia israeliani sono copie conformi dei Mirage francesi e poi è stata la volta degli aerei americani. Questa doppia strategia è stata messa a nudo , con il sostegno di documenti, da Pierre Péan nel libro intitolato Les deux bombes. L'affare Jonathan Pollard negli Stati Uniti ha dimostrato che questa pratica è continuata fino a oggi. La storia delle foto satellitari, in parte consegnate dagli americani e per il resto rubate, è stata analizzata da Seymour Hersch in The Samson Option.
In breve, il metodo ha permesso la costruzione negli anni Sessanta, sotto la guida di Shimon Peres, con l'aiuto volontario e involontario dei francesi, di uno stabilimento per la produzione di armi nucleari a Dimona nel Negev. La creazione di un arsenale nucleare e la sua utilizzazione per ricattare gli Stati vicini devono essere classificate come impiego di un terrore generalizzato. Esistono eccellenti ragioni per pensare che la conclusione della Guerra del Kippur, nel 1973, sia stata in gran parte dovuta alla minaccia israeliana di far saltare la diga di Assuan con ordigni nucleari. Ciò spiegherebbe anche la successiva docilità da parte dell'Egitto. Bisogna lasciare ai futuri storici il compito di valutare il peso di tale ricatto, ma si ricorderà che, ancora di recente, esso è stato agitato contro l'Iraq e l'Iran: notizie sfuggite a ogni tipo di controllo ci dicono che, alla fine del 2003, alcuni sommergibili israeliani navigavano nel Golfo Persico e che aerei a lungo raggio si tenevano pronti a effettuare attacchi nucleari contro l'Iran nel caso in cui questo si fosse dichiarato deciso a progettare e fabbricare a sua volta armi analoghe. Il precedente della distruzione della centrale di Osirak mostra che queste minacce non sono solo finzioni. Fondato sulla forza, Israele non può, per sopravvivere, fare ricorso ad altro che alla forza. Il dramma è che l'orribile complicità delle grandi potenze, soprattutto della Francia e degli Stati Uniti, ha dato a questa banda di pazzi armi assolute, senza la moderazione introdotta durante la Guerra fredda dall'«equilibrio del terrore».



Nel 1948 i palestinesi, per la mancanza di un'amministrazione centrale, non ebbero la possibilità di partecipare in massa alla difesa del loro paese. Gli eserciti arabi manovrarono male e non furono ben guidati, fatta eccezione per la Legione Araba giordana, comandata ed equipaggiata dagli inglesi. La disfatta delle truppe egiziane fu alla base del colpo di Stato militare del 1952, che portò al potere un colonnello che aveva combattuto nel '48, Jamal 'Abd al-Nasser. Negli anni '5556, molti giovani palestinesi dei campi di profughi passarono alla lotta armata per recuperare la loro terra. Tra essi, un giovane ingegnere conosciuto in seguito sotto vari nomi, compreso quello di Yasser Arafat, che creò Al-Fatah. Sorvegliati e repressi dai servizi segreti dei paesi arabi in cui si trovavano, questi giovani votati alla guerriglia si procurarono armi, si infiltrarono in Israele e effettuarono operazioni di sabotaggio. La reazione israeliana non si fece attendere. Nel 1956, aggregandosi alla guerra lanciata da inglesi e francesi contro la nazionalizzazione del Canale di Suez da parte di Nasser, gli israeliani occuparono la Striscia di Gaza, che non avevano potuto conquistare nel 1948. La caccia ai fedayn nei campi fu spietata e emblematica di ciò che sono le operazioni israeliane: massacri puri e semplici. Quando, alcuni mesi dopo, sotto la pressione internazionale, Israele fu obbligato a evacuare Gaza, si scoprirono fosse scavate dagli occupanti, con i corpi di centinaia di suppliziati. Ho visto personalmente le foto a Gaza alcuni anni dopo, ma non le ho più riviste in seguito, né nella stampa né altrove... A volte i sionisti, come per giustificarsi, dicono che i regimi arabi hanno ucciso più palestinesi di loro, e questo è senz'altro vero. Ma farne una giustificazione rivela una logica perversa. Si sono fatte meno chiacchiere quando è stato necessario spiegare che ufficiali israeliani avevano ordinato di massacrare gli egiziani presi prigionieri nel Sinai durante la guerra del 1973.



Un grande passo avanti nell'uso del terrorismo c'è stato dopo l'operazione compiuta a Monaco da un gruppo di palestinesi chiamato Settembre Nero durante i giochi olimpici del 1972. I palestinesi avevano progettato di prendere in ostaggio un gruppo di atleti per ottenere la liberazione di alcune centinaia di prigionieri orribilmente maltrattati nelle prigioni israeliane. (Se l'opinione pubblica e i governi occidentali fossero intervenuti per far cessare quella barbarie, i palestinesi non avrebbero fatto ricorso a una misura del genere.) Ci sono buone ragioni per pensare che la sparatoria scatenata all'aeroporto in cui avrebbero dovuto imbarcarsi i palestinesi e i loro ostaggi sia stata provocata da cecchini israeliani, in seguito coperti dai tedeschi. Ma è soprattutto il prosieguo che è rivelatore. Il primo ministro dell'epoca, l'orrenda Golda Meir, autorizzò la ricerca e l'esecuzione dei dirigenti palestinesi che gli israeliani ritennero responsabili dell'affare di Monaco. Per l'Europa girarono allora squadre di assassini a pagamento, chiamati in gergo kidon, che, appoggiati da ebrei sionisti locali, iniziarono a uccidere a più non posso. Il nostro amico Vincent Monteil, ex ufficiale, grande specialista del mondo musulmano, ex osservatore delle Nazioni Unite nel 1948 a Gerusalemme, ha fatto uno scrupoloso censimento di queste uccisioni in un libro intitolato Dossier secret sur Israël et le terrorisme, apparso nel 1978 presso un piccolo editore, Guy Authier. Poco tempo dopo, l'editore è scomparso e con lui sono sparite le copie del libro. Questa campagna di omicidi, più o meno mirati, finì con l'irritare i governi europei e Israele dovette darsi una calmata. Ciò che non gli impedì di svolgere successivamente la sua propaganda sul tema dei magnifici «giustizieri». Costoro sono sempre degli eroi perché uccidono per la causa buona, quella della difesa degli sfortunati ebrei, anche quando questi «sfortunati» siano in procinto di massacrare gli autentici possessori della Palestina, che a loro non hanno fatto niente.



Si potrebbero riempire volumi e volumi se si volesse fare la cronaca completa delle violazioni dei diritti dell'uomo messe in atto giornalmente dai mezzi di repressione israeliani ¬ esercito, aviazione, vari corpi di polizia, leggi ingiuste, tribunali di parte, torturatori nei campi e nelle prigioni (si pensi a Khiyam, nel sud del Libano) ¬, senza parlare dell'occupazione di territori vicini ¬ Libano, Egitto, Siria, ecc. Bisognerebbe aggiungere a questo bilancio, molto più nero, alla lunga, di quello del defunto Adolf Hitler, l'invasione del Libano nel giugno 1982, che, nel corso di una guerra civile scatenata dalle manovre israeliane, vide una campagna di bombardamenti su Beirut con l'impiego di tutte le armi vietate, comprese le bombe al fosforo, fino a piegare la resistenza della sinistra libanese e dei palestinesi alleati in un'ultima lotta. Fu in questo contesto che si inserirono i ben noti massacri di Sabra e Chatila, voluti e organizzati dal generale Sharon, allora ministro della difesa del vecchio terrorista Menachem Begin. Alla fine gli israeliani, subendo perdite per mano della resistenza libanese, effettuarono una ritirata. La guerra era durata 18 anni e il Libano era esangue. Questa guerra aveva incarnato tutti i progetti sionisti di rimodellamento del Medio Oriente. L'idea, già elaborata sotto Ben Gurion, consisteva nel mandare in pezzi gli Stati nazionali della regione, nel dividerli in micro-Stati con base confessionale, impegnati a confrontarsi, sotto la generosa tutela dello Stato ebraico, ormai arbitro dei conflitti locali. Fu la sinistra combattente, presente non solo in Libano e tra i palestinesi, ma anche a Damasco e a Baghdad, a fermare questa politica di divisione. La sinistra combattente si esaurì tuttavia in questo sforzo, dissolvendosi ancor prima del crollo dell'Unione Sovietica, e la funzione militare di resistenza passò ai musulmani delle varie obbedienze, che sono i soli, oggi, a resistere all'espansionismo sionista e all'imperialismo americano nella regione.



* * *


All'interno, i palestinesi hanno spontaneamente lanciato movimenti di resistenza, la prima e la seconda Intifada. La prima non era armata, ma utilizzava la materia prima locale, le pietre. Gli israeliani replicavano con armi letali, in particolare con le pallottole di caucciù, che erano poi biglie d'acciaio ricoperte da una membrana di caucciù e hanno provocato molti morti. Le pietre hanno tuttavia convinto i dirigenti israeliani che bisognava trovare una soluzione, un arrangiamento. Fu quanto avvenne a Oslo e a Washington. Era facile prevedere che si trattava di un imbroglio: i sionisti speravano di arruolare i palestinesi in una specie di polizia incaricata di proteggere la colonizzazione israeliana. Arafat, per quanto desideroso fosse di collaborare, non disponeva dei mezzi per convincere chicchessia a svolgere questo ruolo ignobile. La «pace» siglata a Oslo ha dato modo ai sionisti di invadere sempre maggior territorio e di spezzettare quello che restava ai palestinesi, più piccolo ormai dell'insieme dei Bantustan creati dall'apartheid nell'Africa del Sud. Sette anni di «pace» hanno prodotto, da parte dei «partigiani della pace», un'oppressione dieci volte più pesante. Logicamente, essa è sboccata nella seconda Intifada, questa volta armata di kalashnikov, alla quale i sionisti hanno subito replicato ricorrendo al massacro, con i carri armati e l'aviazione. Oggi, l'esercito israeliano uccide tutti i giorni tra 10 e 15 persone, senza altra ragione se non quella di mantenere l'atmosfera di terrore. La stampa internazionale cita il fatto in due righe, senza particolare commozione. I russi uccidono in Cecenia dieci volte di meno, ma sono denunciati nei giornali dieci volte di più. I metodi di assassinio si sono arricchiti di un nuovo strumento di morte, l'elicottero lanciarazzi o il cacciabombardiere equipaggiato con una bomba da 500 Kg Come si vede, il progresso esiste.



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La cosa più notevole in questo bilancio sinistro è che il terrorismo sionista, che ha manifestato le sue tendenze sanguinarie almeno fin dagli anni Trenta, non è riuscito a terrorizzare i palestinesi. Essi soffrono, muoiono, ma non perdono la determinazione a combattere per i loro diritti elementari. Soluzionibidone, paci interessate, collaboratori stipendiati, tradimenti e corruzioni scivolano su di loro come l'acqua sulle piume di un'anatra. La ragione è semplice: essi percepiscono la realtà dell'oppressione in ogni momento della loro esistenza e nessun trucco da prestigiatori può convincerli che questa realtà non esiste.



* * *

Infine, per terminare questa sintesi, è necessario richiamare un'altra forma di terrorismo, più dolce, quella che si può definire con precisione terrorismo intellettuale. Per poter commettere il loro crimine di furto delle terre e di genocidio, i sionisti hanno bisogno di neutralizzare l'opinione pubblica internazionale, di paralizzarla, con iniezioni regolari di «memoria olocaustica» e di racconti mitologici sulla «sofferenza» supposta degli ebrei nella storia dell'Europa e del mondo musulmano. Ci manca lo spazio per ricostruire qui lo svolgimento di tutte le manovre e le offensive contro la Chiesa cattolica che, storicamente, ha svolto un ruolo determinante nella protezione delle minoranze ebraiche in Europa. Ogni giorno si registrano attacchi bassi, ma violenti contro il soglio pontificio attraverso libri e articoli, a dispetto dei fatti conosciuti. Si tratta di creare un sentimento di colpevolezza che i sionisti utilizzano come leva per ottenere i vantaggi e le complicità di cui hanno bisogno per conservare le loro posizioni. In questo confronto, si constata come la Chiesa cattolica abbia perso molto terreno, anche se qui o là si possono osservare vigorosi combattimenti di retroguardia. I protestanti, quanto a loro, sono da tempo ostaggi del sionismo che li utilizza in pieno per ottenere favori politici e finanziari (armamenti gratuiti) dal governo americano.
Da un punto di vista più generale, sono i ceti intellettuali a essere oggetto di campagne regolari di intimidazione. Da cinquant'anni, tutti gli anni o quasi si diffonde la notizia che l'antisemitismo sta crescendo. Nessuno l'ha mai visto diminuire... Ovunque, istituti finanziati da ricchi filantropi americani sorvegliano la stampa e l'opinione pubblica. Se un giornale che esce a Worcester (Regno Unito), o a Mazamet (Francia), o a Novosibirsk (Russia), o non importa dove, pubblica uno scritto che indica uno o due ebrei come corresponsabili di ciò che accade in Palestina, mentre le comunità ebraiche ufficialmente si vantano della loro solidarietà senza incrinature nei confronti di Israele, viene lanciata una campagna. Si denunciano le intenzioni, si denunciano le persone che hanno dichiarato tali intenzioni o permesso di dichiararle, le si denuncia ai loro superiori per fargli perdere il lavoro, chiuder loro le porte dei mezzi di comunicazione, isolarle e ridurle al silenzio. Orde di funzionari sionisti sono pagate per fare quest'opera di bassa polizia e di ricatto. Conosciamo queste agenzie, disponiamo dei loro recapiti, sappiamo che hanno buoni rapporti con i poteri in carica. Nessuno osa attaccarle.
Fa parte del bon ton criticare i fascismi. È anche alla moda denigrare lo stalinismo e le sue derive. Si ha (ancora per un po') il diritto di criticare l'America e il suo imperialismo in piena espansione. Ma non si avrebbe il diritto di criticare il sionismo perché ciò equivarrebbe a dar prova di antisemitismo. Questo metodo ricattatorio, divenuto sistematico, lancinante, produce un effetto prevedibile: sempre più, gente si rende conto che l'antisemitismo tradizionale non esiste più, che si deve combattere l'influenza degli ebrei alleati alla politica di genocidio che si pratica in Palestina e che bisogna far cessare questo enorme scandalo: il massacro di un popolo per rubargli la sua terra. La solidarietà interebraica, intersionista, apre la strada a una nuova risposta politica, che si opponga con molta fermezza alla volontà di egemonia mondiale del sionismo e che rifiuti di fare del pianeta l'ostaggio di qualche pugno di fanatici razzisti e sanguinari che regnano, speriamo per poco tempo ancora, sulla terra di Palestina.
13 febbraio 2004

Alcuni libri di apologia del terrore sionista, scritti da sionisti:

Menachem BEGIN, The Revolt, New York, Nash, 1972 [trad. it.: La rivolta e....fu Israele, Roma, Ciarrapico, s.a.].
J. Bowyer BELL, Terror Out of Zion: Irgun Zvai Leumi, LEHI and the Palestine underground, 1929-1949, New York, St. Martin Press, 1977.
Thurston CLARKE, By Blood and Fire: The Attack on the King David Hotel, New York, Putnam, 1981.
Frontpage Israel: Major Events 1932-1978 As Reflected in the Front Page of the «Jerusalem Post», Manchester (NH), Ayer, 1978.
Rudolph W. PATZERT, Running the Palestine Blockade: The Last Voyage of the Paducah, Annapolis, Naval Institute Press, 1994.
Saul ZADKA, Blood in Zion: How the Jewish Guerrillas Drove the British Out of Palestine, London-Washington, Brassey's, 1995.

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Tratto da
SUL TERRORISMO ISRAELIANO
Documentazione raccolta da Serge Thion
Scritti di N.H. Aruri, R. Bleier, N. Chomsky, N. Giladi, Kh. Nakhleh, L. Rokach, I. Shahak, A. Weinstein, O. Yinon
Euro 22,00
Edizioni Graphos, (Campetto 4, 16123 Genova) 2004, 250 p.





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THION : Il terrorismo sionista, nato dal ventre gia fecondo (http://www.vho.org/aaargh/ital/STsulter1.html)

Avamposto
03-08-10, 00:30
RECENSIONE DI ENRICO GALOPPINI -






Sul terrorismo israeliano

di Enrico Galoppini



Autore: SERGE THION (a cura di)
Titolo: SUL TERRORISMO ISRAELIANO
Editore: Graphos, 2004
Pagine: 252
Prezzo: 22 euri



Riflettendo sulla tragedia che da circa un secolo investe il Vicino Oriente e, nello specifico, la Palestina, spesso mi sono chiesto se abbia un senso scrivere ancora un articolo in merito. Lontani del teatro degli avvenimenti, non si è in grado di fornire informazioni di prima mano, ma a questo pensano egregiamente i palestinesi stessi e gli attivisti che, da ogni parte del mondo, vanno a testimoniare che quel popolo, sebbene obliato da quell'autentica cricca che è la «comunità internazionale», non è stato abbandonato dalle persone alle quali la parola «giustizia» dice ancora qualcosa[1]. Ma se in Palestina si combatte una vera e propria guerra di liberazione nazionale, chi sente - a migliaia di chilometri di distanza - che quella lotta è giusta e sacrosanta non può che impegnarsi nella cosiddetta «guerra dell'informazione». Una 'guerra', questa, che necessita innanzitutto di una strategia adeguata ai mezzi di cui dispone la parte svantaggiata. I filo-palestinesi, dunque, non avendo accesso a tv e giornali ad ampia diffusione, se non vogliono ridursi ad una critica ritualizzata, perdendo perciò in partenza, hanno un'unica possibilità: cambiare le regole imposte dai «padroni del discorso».



Intitolare un libro Sul terrorismo israeliano è, in questa prospettiva, una scelta vincente. Leggendo il volume curato da Serge Thion e pubblicato da Graphos[2] si è posti di fronte ad una scelta: o prendere atto che Israele è uno Stato fondato sul terrorismo («di Stato», appunto), oppure smetterla di versare lacrime per i «poveri palestinesi» salvo poi condannarne le azioni di resistenza come «terrorismo», né più né meno come impongono con la loro polizia del pensiero i vari 'intellettuali' ed opinionisti sostenuti dal potere.

Il libro in questione non si limita comunque ad una mera enunciazione di principio, bensì apporta solidi argomenti.

Si comincia con il saggio di Ronald Bleier, In principio era il terrorismo, che in rapida ma essenziale successione passa in rassegna alcune delle imprese criminali del sionismo. Il peccato originale, ovvero l'espulsione di oltre un milione di palestinesi dalle loro terre, la distruzione di centinaia di villaggi e gli oltre trenta massacri perpetrati tra il 1947-48 e il '67[3]; l'attentato dinamitardo, il 22 luglio 1946, all'Hotel King David di Gerusalemme, sede degli uffici del governo mandatario e del suo comando militare (in tutto, 91 morti), e la serie di attacchi antibritannici condotti nel periodo 1945-1948 dall'Haganah, dalla Lehi (o «Banda Stern») e dall'Irgun[4]; l'assassinio, il 17 settembre 1948, del negoziatore di pace delle Nazioni Unite, il conte svedese Folke Bernadotte[5], il cui piano prevedeva il rimpatrio e il risarcimento dei rifugiati palestinesi, tema che all'epoca ancora vedeva in disaccordo gli Stati Uniti e il neonato Stato d'Israele: naturalmente nessuno venne mai condannato, ma ci sono elementi che provano il diretto coinvolgimento del governo israeliano e di quello cecoslovacco, lo stesso che fornì il ponte aereo per le armi ai sionisti durante l'armistizio del '48 e che risultò decisivo per la vittoria della guerra con gli Stati arabi limitrofi[6]; l'uso del terrore contro gli stessi ebrei d'Israele, teorizzato e praticato dai governi (altro che «apparati deviati»!) allo scopo di cementare la società israeliana: è il caso delle bombe sugli autobus pubblici, spesso provvidenziali per togliere dall'empasse chi, evidentemente, non ha alcuna intenzione di addivenire ad alcuna soluzione politica del conflitto; il massacro di 60 persone inermi a Kibya, un villaggio situato in territorio giordano, condotto il 12 ottobre 1953 come «rappresaglia» dal famigerato «Reparto 101» di Ariel Sharon; le incursioni a Gaza - sotto il dominio egiziano fino al '67 - volte ad esasperare già un anno e mezzo prima del 1956, l'anno della Crisi di Suez, il presidente 'Abd el-Nâser[7]; i reiterati tentativi di smembramento del Libano (importante per le risorse idriche) per crearvi uno Stato-fantoccio[8], i quali hanno condotto al progressivo spopolamento delle sue regioni meridionali: la dissoluzione di tutti gli Stati arabi è proprio uno dei punti-cardine del sionismo[9], e l'attuale vicenda irachena sta a dimostrarlo.

E' senz'altro da sottolineare il fatto che per tutti gli anni 50-60 gli Stati Uniti - che lungi dall'essere il «pupazzo nelle mani degli ebrei» sono i primi responsabili della perenne destabilizzazione della regione vicino-orientale * non hanno ancora un rapporto privilegiato ed esclusivo con «l'Entità sionista», ed è per questo che al massacro del Libano Israele potrà dedicarsi solo una volta archiviato l'asse con Parigi[10]. Un limite del libro è forse l'idea, che aleggia qua e là, per cui progressivamente gli Stati Uniti si sono identificati con la «causa d'Israele», ma, come John Kleeves ben argomenta, il potere * oggi gli Usa * ha sempre usato gli ebrei come schermo e parafulmine: ebrei in prima linea in politica, nel giornalismo ecc., ebrei additati all'ira popolare in caso di difficoltà[11]. L'alta percentuale di ebrei (che nel corso degli anni, in vario modo, sono stati indotti ad identificarsi nelle sorti del progetto sionista) nelle alte sfere del giornalismo è la causa di un episodio incredibile narrato da Bleier: l'occultamento al pubblico americano del bombardamento da parte dell'aviazione israeliana, nel 1981, di raffinerie di proprietà americana situate in Libano[12]. E' la questione della «doppia fedeltà», per cui un giorno o l'altro dovranno spiegarci com'è che un cittadino italiano con passaporto israeliano può svolgere il servizio militare sotto le insegne di Tsahal, ammazzare qualche palestinese e rientrare in Italia senza che un magistrato della Repubblica si ponga alcuno scrupolo sulla legalità di tutto ciò.



Fatta questa precisazione, Sul terrorismo israeliano ha certo un'infinità di pregi.

Gli autori dei saggi ivi raccolti sono quasi tutti ebrei, una volta tanto non immigrati in Israele, ma emigrati da Israele. Oppure in costante 'esilio interno'. E questo dopo aver saggiato la «democrazia» di un paese plasmato dalla "struttura esclusivista del sionismo nella quale solo gli ebrei sono trattati come cittadini di prima classe" (R. Bleier, p. 35).

Per una volta tanto, sottolineare l'ebraicità di autori che si pongono contro il sionismo non è un omaggio al politicamente corretto di cui danno prova molti filo-palestinesi troppo sovente 'stressati' dalla causa che hanno abbracciato, ma è il giusto riconoscimento a uomini e donne oneste che naturalmente si trovano tra tutti i popoli e le fedi religiose. Detto questo, se si è giunti al punto che se oggi un non ebreo viene a trovarsi in imbarazzo per aver criticato pubblicamente il sionismo destrutturandone i miti fondatori lo si deve in primo luogo ad un atteggiamento remissivo imposto ed accettato in virtù di sensi di colpa iniettati a dosi da cavallo nei popoli europei giusto a partire dal momento in cui Israele è diventato il fedele alleato degli Stati Uniti.



Un altro grande merito di questo libro è quello di proporre ampi stralci dei diari di Moshe Sharett (già Primo Ministro e Ministro degli Esteri dello Stato ebraico negli anni 40 e 50, e considerato un «moderato»), a cura di Livia Rokach (figlia di un ex Ministro dell'Interno)[13]. I diari di Sharett (ott. '53-nov. '57) sono un'autentica bomba editoriale poiché smontano alcuni dei miti legati alla storia del progetto sionista. Innanzitutto, emerge che non sono gli arabi ad «assediare» Israele, a voler «buttare a mare gli ebrei», ma è Israele a provocare incessantemente i suoi vicini[14]. In pratica, il vessillo della «sicurezza» viene continuamente agitato per raccogliere simpatie internazionali e tenere in scacco la regione. A tal fine, la popolazione israeliana viene allevata nella paura e nell'angoscia, e proprio per questo i governi israeliani si sono macchiati di crimini anche ai danni dei cittadini che avrebbero dovuto difendere. Di qui le ben note e sanguinose «rappresaglie» e le sistematiche violazioni del diritto internazionale dell'esercito israeliano[15], espressione di una società militarizzata in cui i militari che fanno carriera politica sono la regola. La lettura dei diari di Sharett evidenzia anche che Israele non ha (e non può avere, imbeccato com'è dal suo sponsor statunitense!) alcuna intenzione di vivere in pace coi suoi vicini, spingendoli, al contrario, in conflitti che è certo di vincere. La guerra con l'Egitto del '56 era difatti meditata sin dal '53, l'occupazione della Striscia di Gaza e della Cisgiordania dagli anni Cinquanta (ma l'ostacolo principale era la residua presenza britannica in Giordania)[16] e già Ben Gurion desiderava un Libano balcanizzato[17]. Un caso lampante di provocazione è l'atteggiamento seguito nei confronti dell'Egitto nasseriano: L'affare Lavon: il terrorismo per forzare l'Occidente (pp. 163-168) racconta della rete spionistica impiantata da Israele in Egitto al fine di svolgere attentati contro obiettivi britannici e statunitensi per poi farne ricadere la responsabilità sui Fratelli Musulmani. Si chiarisce dunque che il terrorismo di Stato israeliano agisce soprattutto in un quadro di destabilizzazione dell'area mediterranea che può far comodo solo a chi ha interesse a mantenere un continuo divide et impera tra realtà che invece avrebbero interesse ad integrarsi e a vivere in comune prosperità. Ma la rete del Mossad viene scoperta, allora il tutto viene presentato come una macchinazione egiziana contro gli ebrei entrando in scena un classico sull'argomento, il «pregiudizio antiebraico», mentre Sharett, che è aggiornato su tutti i retroscena, si unisce al coro di hitlerizzazione del ra'îs egiziano, il quale, inizialmente, si era illuso di poter convivere con Israele[18]. Come, non è chiaro, stando a quel che annotava Sharett in data 26 maggio 1955: "Le azioni di rappresaglia, che non potremmo eseguire se fossimo legati da un patto di sicurezza, sono la nostra linfa vitale []. Con esse possiamo mantenere un alto livello di tensione fra la nostra popolazione e nell'esercito. [Israele] si deve inventare pericoli e, per farlo, deve adottare il metodo della provocazione e ritorsione []". Se si aggiunge che gli Stati Uniti, mentre procedevano ad eliminare Mossadeq in Iran e Arbenz in Guatemala, pensavano di usare Israele per rovesciare l'uomo forte del Cairo, e che nel frattempo agenti israeliani trescavano con elementi sudanesi, si capisce perché l'Egitto si sarebbe rivolto di lì a poco all'Unione Sovietica[19].

La pressione sugli Stati arabi circostanti è anche da sempre volta ad allontanare i profughi palestinesi * vera pietra vivente dello scandalo - dalle linee armistiziali del 1949, prima, del 1967, poi. Israele non ha mai accettato dei confini stabili preferendo la politica dei «fatti compiuti», ma anche per tenere sempre aperta la possibilità di espandersi, tanto più se si pensa che è diffusa l'idea secondo cui «i palestinesi una patria ce l'hanno già, ed è la Giordania»[20].

Lo studio della Rokach ripone inoltre definitivamente in soffitta la consumata «contrapposizione» tra «falchi» e «colombe» (che tuttavia trova sempre qualche rampante politico occidentale disposto a credervi), "la tesi comunemente accettata secondo cui una divisone distinta, contrassegnata da antagonismi ideologici, politici e pragmatici esisteva, almeno fino al 1965, fra il sionismo laburista e il sionismo cosiddetto «irrazionale» di origine revisionista" (p. 155).

I diari di Sharett * conclude la Rokach - provano come "non sia possibile una proposta sionista per così dire moderata" (p. 127), ed il loro senso è ben sintetizzato da Nasser H. Aruri nella sua prefazione al saggio della Rokach: "Si tratta di una denuncia del sionismo da parte del primo ministro di Israele".



Una denuncia certo involontaria, al contrario di quella di Israel Shahak[21], curatore della ripubblicazione del saggio Una strategia per Israele negli anni Ottanta del Novecento, pubblicato nel febbraio 1982 da Oded Yinon (giornalista vicino al ministero degli Esteri israeliano) su «Kivunim», periodico del Dipartimento dell'informazione dell'Organizzazione sionista mondiale. Un saggio dal tono profetico, poiché se da una parte esso verte sulla dissoluzione di tutti gli Stati arabi esistenti e la creazione di innocui micro-Stati in base alla distribuzione del mosaico etnico-religioso vicino-orientale (a che servono, sennò, gli esperti di minoranze?), dall'altra evidenzia (nel 1982!) la forte relazione tra il sionismo e il pensiero neoconservatore negli Stati Uniti. Per quanto attiene il primo punto, non si può certo dare torto a Yinon: "Il mondo arabo è costruito come un provvisorio castello di carte, messo insieme dagli stranieri (Francia e Gran Bretagna negli anni Venti del Novecento), senza tener conto dei desideri degli abitanti" (p. 71). Un castello di carte avente un "unico comune denominatore: l'ostilità per Israele; ma perfino questa ostilità non è già più sufficiente" (p. 73). "In questo mondo vasto e frammentato vi sono alcuni gruppi opulenti e una massa enorme di poveri [] tranne che in Libia e in Iraq" (ibidem). Aggiungiamo volentieri che la situazione orwelliana creatasi nel mondo arabo, dove in ciascuno Stato operano legioni di «servizi di sicurezza» volti alla repressione del dissenso interno, deve molto all'esistenza d'Israele; per di più, la presenza dell'«Entità sionista» ha fornito a tutti gli attori dell'area un motivo propagandistico per stornare l'attenzione dai problemi reali. Gli Stati arabi, con poche eccezioni (tra cui il vituperato Saddam Hussein, l'ultimo campione del panarabismo), hanno sempre avversato l'autodeterminazione dei palestinesi, consci che essa li avrebbe posti di fronte alle loro responsabilità[22].

Meno credibile, invece, l'ipotesi che Israele intenda ergersi a «potenza mondiale» mettendosi, si potrebbe dire, in proprio. A destare preoccupazione già basta e avanza un Israele potenza regionale per la quale ogni «politica di pace» è quanto meno indesiderabile poiché una pace va pur sempre rispettata. L'ipotesi finale, posta nei termini d'un ineluttabile destino, sa dunque un po' di fantapolitica. Eppure è interessante seguire il ragionamento di Yinon: "I rapidi cambiamenti nel mondo [si prefigura un declino degli Usa] causeranno anche un cambiamento della condizione complessiva degli ebrei, per i quali Israele diventerà non solo l'ultima risorsa, ma l'unica opzione esistenziale. Non possiamo considerare che la comunità degli ebrei statunitensi e quelle dell'Europa e dell'America Latina continueranno a esistere in futuro nella forma attuale" (pp. 81-82). A questo punto l'autore ricorre ad uno dei temi più cari alla propaganda sionista: il «crescente antisemitismo». Ma - va notato - non cita gli ebrei del mondo arabo. Lì, difatti, essi vi avevano sempre vissuto senza grandi problemi, fin quando sono stati forzati a lasciare i loro paesi d'origine in un modo che ha tutte le caratteristiche del terrorismo di Stato.



E il criminale è ancora lo Stato d'Israele, come documenta Naeim Giladi, ebreo iracheno, in Lo scandalo Ben Gurion. Come l'Haganah e il Mossad hanno eliminato degli ebrei[23]. Il saggio di Giladi è la storia di come gli ebrei, che costituivano un quarto della popolazione di Baghdad, siano stati indotti ad abbandonare il loro paese tramite attentati e attacchi d'intensità crescente operati da cellule sioniste negli anni 1950-51. Gli agenti provocatori sionisti * che elargirono bustarelle a membri del governo filo-britannico di Nûrî al-Sa'îd per facilitare l'emigrazione degli ebrei iracheni e pagarono una «stampa gialla» locale per esasperare il clima con «articoli antisemiti» * utilizzarono alcune sinagoghe per nascondere gli esplosivi, provocando una comprensibile ondata d'indignazione popolare. Altro che «antisemitismo arabo»!

A questo punto, è facile intuire l'interrelazione tra gli allarmi sul «crescente antisemitismo» e l'esigenza del sionismo di rimpolpare i ranghi della popolazione ebraica d'Israele per sostenere una «guerra demografica» che prima o poi (si pensa, entro il 2020) vedrà imporsi i palestinesi. E dopo il 1948 sono stati proprio gli ebrei dei vari paesi arabo-musulmani ad infoltire i ranghi dell'immigrazione ebraica in Israele, mentre gli ebrei europei, dai quali ci si sarebbe attesi un massiccio afflusso, o sono restati in Europa anche dopo le tribolazioni della Seconda guerra mondiale o hanno scelto di stabilirsi negli Stati Uniti. Anche altre comunità ebraiche sono state attirate, in un modo o nell'altro: si pensi al caso degli yemeniti o dei falascià d'Etiopia, entrambi discriminati in una società israeliana che vuole sì i muri tra gli ebrei e i non ebrei, ma che costruisce tutta una serie di barriere al proprio interno[24].

Il problema capitale del progetto sionista è appunto che mentre da una parte esiste un popolo, il popolo palestinese, composto da musulmani, cristiani, baha'i, atei e, tra gli altri, anche da ebrei autoctoni e dai loro discendenti, dall'altra si agita un'impresa utopica sorretta in armi, soldi e sostegno propagandistico dagli anglo-americani e dalla parte più influente delle comunità ebraiche sparse nel mondo, un'impresa che per dare l'esito auspicato dai suoi sostenitori deve cooptare in vario modo individui provenienti da ogni parte del pianeta; individui che, a parte un afflato di carattere religioso, non sentono di condividere, l'uno con l'altro, assolutamente niente: a partire dalla lingua, che è quella dei vari paesi di provenienza. In breve, un popolo vero opposto a quello che lo scrittore Israel Shamir ha felicemente definito Un popolo di filatelici[25]. Cioè un insieme di persone unite da un'ipnotica passione (quella per Sion), ma che «popolo» non è.

I «popoli» sono invece una cosa più seria e complessa delle forzature incoraggiate dai vari fautori dello «scontro di civiltà». In un certo senso, in Palestina avviene in scala ridotta, ma certamente più devastante, lo scontro esiziale tra i veri «popoli», che a garanzia della varietà nel mondo sono radicati innanzitutto in un territorio e in una lingua (ma anche in usi e costumi), e la violenza prevaricatrice della cosiddetta società «multietnica» o «multirazziale», cosmopolita per definizione, rappresentata nel caso specifico dalle decine e decine di aggregati umani calamitatisi in Palestina per scoprire di non condividere alcun valore reale e che per questo si mettono a discriminarsi l'un l'altro rinserrandosi in tanti piccoli ghetti[26]; ma per non innescare una guerra civile permanente che è sempre dietro l'angolo, costoro hanno la tragica necessità di individuare un (illusorio) collante che manca loro nella cieca volontà di cancellare ogni traccia della presenza autoctona. Che li tormenta come una cattiva coscienza.

Detto questo, ciascuno può cogliere nello sradicamento delle piante d'olivo per far posto alle villette a schiera dei coloni un valore profondamente simbolico. Il senso profondo del conflitto in Palestina è dunque quello che oppone il radicamento allo sradicamento, l'omogeneizzazione del mondo alla varietà delle comunità umane.



Ecco perché, per ricollegarmi al discorso iniziale sulla necessità di «cambiare le regole del gioco», la «guerra dell'informazione» a favore del ristabilimento di una giustizia per il popolo palestinese dev'essere condotta fuori dall'obsoleta dicotomia destra-sinistra, la quale non fornisce più alcuno strumento culturale utile. Il curatore del volume, Serge Thion, è uomo «di sinistra», ma soprattutto è un uomo che ha speso gli ultimi venticinque anni, pagando di persona, nel ristabilimento di una verità storica sulle sorti degli ebrei europei durante la Seconda guerra mondiale[27]. Scrive Thion a conclusione della magistrale introduzione al libro: "E' necessario richiamare un'altra forma di terrorismo, più dolce, quella che si può definire con precisione terrorismo intellettuale. Per poter commettere il loro crimine di furto delle terre e di genocidio, i sionisti hanno bisogno di neutralizzare l'opinione pubblica internazionale, di paralizzarla, con iniezioni regolari di «memoria olocaustica» e di racconti mitologici sulla «sofferenza» supposta degli ebrei nella storia dell'Europa e del mondo musulmano[28]. [] Si tratta di creare un sentimento di colpevolezza che i sionisti utilizzano come leva per ottenere i vantaggi e le complicità di cui hanno bisogno per conservare le loro posizioni. [] Da un punto di vista più generale, sono i ceti intellettuali a essere oggetto di campagne regolari di intimidazione. Da cinquant'anni, tutti gli anni o quasi si diffonde la notizia che l'antisemitismo sta crescendo. Nessuno l'ha mai visto diminuire... Ovunque, istituti finanziati da ricchi filantropi americani sorvegliano la stampa e l'opinione pubblica. Se un giornale che esce a Worcester (Regno Unito), o a Mazamet (Francia), o a Novosibirsk (Russia), o non importa dove, pubblica uno scritto che indica uno o due ebrei come corresponsabili di ciò che accade in Palestina, mentre le comunità ebraiche ufficialmente si vantano della loro solidarietà senza incrinature nei confronti di Israele, viene lanciata una campagna. Si denunciano le intenzioni, si denunciano le persone che hanno dichiarato tali intenzioni o permesso di dichiararle, le si denuncia ai loro superiori per fargli perdere il lavoro, chiuder loro le porte dei mezzi di comunicazione, isolarle e ridurle al silenzio. Orde di funzionari sionisti sono pagate per fare quest'opera di bassa polizia e di ricatto. Conosciamo queste agenzie, disponiamo dei loro recapiti, sappiamo che hanno buoni rapporti con i poteri in carica. Nessuno osa attaccarle.
Fa parte del bon ton criticare i fascismi[29]. È anche alla moda denigrare lo stalinismo e le sue derive. Si ha (ancora per un po') il diritto di criticare l'America e il suo imperialismo in piena espansione. Ma non si avrebbe il diritto di criticare il sionismo perché ciò equivarrebbe a dar prova di antisemitismo. Questo metodo ricattatorio, divenuto sistematico, lancinante, produce un effetto prevedibile: sempre più gente si rende conto che l'antisemitismo tradizionale non esiste più, che si deve combattere l'influenza degli ebrei alleati alla politica di genocidio che si pratica in Palestina e che bisogna far cessare questo enorme scandalo: il massacro di un popolo per rubargli la sua terra. La solidarietà interebraica, intersionista, apre la strada a una nuova risposta politica, che si opponga con molta fermezza alla volontà di egemonia mondiale del sionismo e che rifiuti di fare del pianeta l'ostaggio di qualche pugno di fanatici razzisti e sanguinari che regnano, speriamo per poco tempo ancora, sulla terra di Palestina" [30].







Su gentile concessione del trimestrale Eurasia, Rivista di Studi geopolitici, 1/2005, pp. 219-228 ( Eurasia :: Rivista di studi Geopolitici (http://www.eurasia-rivista.org) ).





[1] Segnalo il sito del Palestinian Information Center ( المركز الفلسطيني للإعلام (http://www.palestine-info.info/index.htm) ), quello dell'International Solidarity Movement ( International Solidarity Movement | Nonviolence. Justice. Freedom. (http://www.palsolidarity.org) ) e quello della campagna contro il Muro israeliano ( Anti-Apartheid Wall Campaign (http://www.stopthewall.org) ). Un altro ottimo sito sulla Palestina è ARABcomint © | Informazione di cultura araba ed islamica (http://www.arabcomint.com) .

[2] Campetto, 4 * 16123 Genova ( index (http://www.graphosedizioni.it) ). Alcuni dei materiali raccolti in questo volume sono disponibili, in inglese, alla seg. url: http://www.vho.org/aaargh/fran/livres3/terris.pdf .

[3] A titolo d'esempio, si legga, sulla tragica sorte del villaggio di Emmaus, l'articolo di Marco Hamam, "L'anno prossimo a Emmaus", Aljazira.it, 7 luglio 2004 ( aljazira.it (http://www.aljazira.it/index.php?option=content&task=view&id=191) ).

[4] Un terrorismo sionista anti-britannico può sorprendere solo chi postula un'identità completa, storica e dottrinale, tra ebraismo e sionismo. Per comprendere meglio, v. ad es. Bryan Mark Rigg, I soldati ebrei di Hitler, Newton Compton, Roma 2003, oppure il sito dei Jews United Against Zionism (Neturei Karta): Neturei Karta - Orthodox Jews United Against Zionism (http://www.nkusa.org) . Le origini dei gruppi paramilitari sionisti sono indagate da Emmanuel Ratier, I guerrieri d'Israele. Inchiesta sulle milizie sioniste, (trad. it.) Centro Librario Sodalitium, Verrua Savoia 1998.

[5] Sull'assassinio di Bernadotte, v. il saggio di Arno Weinstein (direttore dello Zionist Leadership Policy Institute), All'ombra di Stern: la storia segreta di un agente della LEHI (pubblicato su B'tzedek, n. 2, estate-autunno 1997 e ripubblicato nella raccolta oggetto della presente recensione alle pp. 87-100). Il saggio è interessante anche perché aiuta a capire la reale attività di certi 'giornalisti'.

[6] Cfr. Piero Sella, Prima di Israele. Palestina, nazione araba, questione ebraica, Edizioni dell'Uomo Libero, Milano 1996, pp. 240-244 (una mia recensione di questo libro è stata pubblicata su "La Gazzetta di Sondrio", 8/11/2002: Gazzetta di Sondrio (http://www.gazzettadisondrio.it/commenti/e-74.html) ).

[7] e a massacrare i palestinesi della Striscia di Gaza, come ampiamente documentato da Ugo Dadone, Fiamme a Oriente, CEN, Roma 1958 (Dadone aveva fondato nel 1935 al Cairo, per conto del governo di Roma, l'Agenzia d'Egitto e d'Oriente, allo scopo di guadagnare simpatie verso l'azione dell'Italia fascista nel mondo arabo).

[8] Cfr. anche Creiamo uno stato maronita in Libano!, pp. 146-153 (ben prima che il Libano diventasse una base per guerriglieri palestinesi).

[9] Cfr. Un'opportunità storica per occupare la Siria meridionale, pp. 140-145, con riferimento al colpo di stato del 25 febbraio 1954 che depose Adîb ash-Shîshaklî.

[10] Dopo la rottura con la Gran Bretagna, fu la Francia ad essere il primo protettore d'Israele, fornendogli armi (gli aerei Mirage, ad es.), in specie dal 1956, ma anche impedendogli, nella persona di De Gaulle (dal 1958), di procedere alla dissoluzione del Libano. L'idillio con la Francia terminò con l'epilogo della guerra d'indipendenza algerina, quando lo stesso De Gaulle divenne sempre più insofferente verso l'atteggiamento israeliano. Il 1967, con la «Guerra dei Sei giorni», rappresenta la svolta per gli Stati Uniti, i quali impostano tutta la politica mediorientale sull'appoggio alla testa di ponte israeliana, vera diga contro le unioni interarabe: è da quel momento che si mette in moto «l'industria dell'Olocausto» denunciata da Norman Finkelstein nel suo studio omonimo (trad. it. Rizzoli, Milano 2002, in rete alla seg. url: http://www.vho.org/aaargh/fran/livres3/NFOlocausto.pdf ).

[11] John Kleeves, Dietro la «potente lobby ebraica» degli Usa c'è qualcun altro, Italicum, mar.-apr. 2004 pp. 8-9 e mag.-giu. 2004, pp. 8-10. Di Kleeves si legga anche Balfour non era scemo, purtroppo, pubblicato dal quotidiano Rinascita e ripubblicato all'indirizzo aljazira.it (http://www.aljazira.it/index.php?option=content&task=view&id=351&Itemid=)

[12] Ma in fondo è quel che accade anche in Italia, dove «autorevoli opinionisti» filo-sionisti (ebrei e non ebrei) sciorinano elenchi di «Paesi arabi moderati» dai quali manca sempre la Siria: un fatto ben strano se si pensa che il primo partner commerciale della Siria è proprio l'Italia.

[13] Livia Rokach, Israel's Sacred Terrorism: a Study Based on Moshe Sharett's personal Diary and Other Documents, AAUG, Belmont (Mass.), 1980, 1982 e 1986. L'autrice, dopo l'emigrazione a Roma, si è definita «scrittrice italiana d'origine palestinese». Tornano alla mente le parole di Israel Shamir: "Io non sono un amico dei palestinesi. Io sono Palestinese" (Carri armati e ulivi della Palestina, (trad. it.) Crt, Pistoia 2002, quarta di copertina).

[14] Attacchi a cittadini israeliani indubitabilmente attribuiti agli Stati vicini, dirottamenti di aerei, attentati contro «interessi occidentali» nei paesi arabi ecc.

[15] Cfr. Paola De Giorgis, L'intifâdah palestinese. I diritti violati in Israele, Arte Tipografica Editrice, Napoli 2002.

[16] A 'pensionare' Sir John Bagot Glubb (Glubb Pascià), il comandante della celebre Legione Araba, ci avrebbe pensato il giovane Re Hussein, appena salito al trono di Giordania (1953) dopo la deposizione del «folle» Talal.

[17] Cfr. Ben Gurion va a Sdeh Boker: il ritiro spirituale come tattica, pp. 131-132.

[18] Cfr. Nasser: la coesistenza con Israele è possibile. Replica di Ben Gurion: Operazione Gaza, pp. 169-173.

[19] É ancora da valutare appieno il danno causato dall'infiltrazione sovietica in un mondo arabo alla ricerca di un partner di peso che però al momento della verità ha sempre inclinato verso Israele. In realtà, il naturale interlocutore del mondo arabo è un'Europa allargata alla Russia e fuori dall'influenza atlantica.

[20] Cfr. Luciano Tas, Israele: 21 domande, 21 risposte, da anni in distribuzione presso vari centri ebraici italiani nonché allo stand «Israele» dell'ultimo Salone del libro di Torino, e perciò da considerare come letteratura dotata dell'imprimatur ufficiale: http://www.informazionecorretta.com/showPage.php? template=storia&id=6. É degno di nota segnalare che lo stesso Sharett considerava «infiltrati» i palestinesi che riuscivano a reintrodursi nelle loro terre (p. 178).

[21] Di Israel Shahak è stato tradotto in italiano il fondamentale Storia ebraica e giudaismo. Il peso di tre millenni, Centro Librario Sodalitium, Verrua Savoia 1997 (con prefazione di Gore Vidal).

[22] Il comportamento scandaloso di alcuni «fratelli arabi» emerge dalla lettura di Stefano Fabei, Una vita per la Palestina Storia di Hâjj Amîn al-Husaynî, Gran Mufti di Gerusalemme, Mursia, Milano 2003. V. anche Mokhtar Sakhri, Gli arabi hanno tradito la Palestina?, (trad. it.) Florilène Int., Palermo 1982.

[23] Estratto di Naeim Giladi, Ben-Gurion's Scandals. How the Haganah and Mossad Eliminated Jews, 1ª ed. Gilit, Flushing (NY) 1992; 2ª ed. Dandelion Books, Tempe (Arizona) 2003. La seconda edizione è disponile alla seg. url: http://www.vho.org/aaargh/fran/livres4/giladi.pdf . Dello stesso Giladi si legga inoltre The Jews of Iraq ( The Iraqi Jews by Naeim Giladi (http://www.bintjbeil.com/E/occupation/ameu_iraqjews.html) ).

[24] Cfr. Hadi Yahmed, «Il Muro di Sharon» svela le radici del «ghetto» sionista, Islamonline.net, 22/10/2004 (trad. it. Aljazira.it, 25/10/2004: aljazira.it (http://www.aljazira.it/index.php?option=content&task=view&id=329&Itemid=)). Sulla cosiddetta «barriera di separazione» v. anche il mio "Road Map o Wall Map?", LiMes, 5/2003, pp. 191-201.

[25] Israel Shamir, Carri armati cit., p. 156. V. anche il sito Working toward Peace through Education & Information (http://www.israelshamir.net) .

[26] Cfr. Nizar Ramadan, I conflitti etnici tra israeliani. Un fenomeno in crescita, Aljazeera.net, 7/6/2004, (trad. it. Aljazira.it, 9/6/2004: aljazira.it (http://www.aljazira.it/index.php?option=content&task=view&id=160) ).

[27] L'archivio telematico dell'AAARGH ( L'Association des Anciens Amateurs de Récits de Guerres et d'Holocaustes AAARGH (http://www.vho.org/aaargh) ) è fondamentale per chiunque intenda contestualizzare e ricondurre a verità storica ciò che nessun ricercatore serio è intenzionato a ridurre ad una barzelletta, né in un senso né nell'altro.

[28] V. anche Ibrahim 'Allush, "É saggio paragonare le sofferenze dei palestinesi con «l'Olocausto» ebraico?", As-Sabîl (Giordania), 27/4/2004 (trad. it. aljazira.it (http://www.aljazira.it/index.php?option=content&task=view&id=95) ).

[29] É forse il caso di ricordare che proprio l'Italia fascista, nel quadro di una politica mediterranea (cautamente) antibritannica finanziò la prima grande insurrezione palestinese. V. Stefano Fabei, Il sostegno dell'Italia alla prima intifâda. I rapporti tra fascismo e nazionalismo palestinese negli anni Trenta, Studi Piacentini, 35, 2004, pp. 145-175.

[30] Il terrorismo sionista, nato dal ventre già fecondo, pp. 11-31 (il testo è anche qui: THION : Il terrorismo sionista, nato dal ventre gia fecondo (http://www.vho.org/aaargh/ital/STsulter1.html) ). Sul terrorismo intellettuale si legga anche John Kleeves, " Il mandato di cattura europea ci sarà: ma forse è meglio così", Italicum, gennaio-febbraio 2004, pp. 6-7 ( Lycos Tripod - Errore 404 (http://utenti.lycos.it/progettoeurasia/mandato.htm) ).

Al Jazira.it



<http://www.aljazira.it/index.php?option=content&task=view&id=547&Itemid=1>



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GALOPPINI : Recensioni "Sul terrorismo israeliano" (a cura di THION) (http://www.vho.org/aaargh/ital/EGrecen.html)

Avamposto
02-10-10, 09:24
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