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  1. L'avatar di GILANICO
    Prima gli italiani: meglio se fascisti di CasaPound

    “In forza dei criteri ritenuti prioritari per gli sgomberi (in primo luogo le condizioni di sicurezza dell’immobile) il compendio di via Napoleone III non presenta i profili di criticità idonei a porlo in situazione di priorità”.
    Paola Basilone, prefetto di Roma, sull’edificio occupato da CasaPound

    Vogliamo scommettere che con Matteo Salvini, regnante al Viminale, il “compendio di via Napoleone III” non sarà mai sgomberato? E che i fascisti del terzo millennio potranno tranquillamente continuare a farla da padroni nello stabile di proprietà del Demanio, alle spalle della stazione Termini? Il cui cospicuo valore immobiliare va calcolato, oltre che sulla posizione centralissima, sulla dimensione e il particolare pregio: sei piani, 60 vani, una terrazza nel cuore del rione Esquilino con vista sulla cupola di Santa Maria Maggiore.
    Scommettiamo che il ministro degli Interni non avrà il coraggio di mettersi contro le camicie brune? Coraggio politico, poiché con quelli di CasaPound il leader leghista lanciò nel febbraio 2015 “Sovranità”, alleanza nazionalista per rivendicare la potestà italiana in campo monetario, economico e politico (c’è anche una bella foto che li vede brindare insieme). Ma che gli mancherà soprattutto il coraggio diciamo così fisico perché, ammettiamolo, non è facile mettersi contro un movimento addestrato militarmente e che ha dichiarato di essere disposto a tutto pur di difendere ciò che considera suo. E dunque, boia chi molla la sede del primo centro sociale di ispirazione fascista che, casualmente, ospita una trentina di famiglie di camerati “in emergenza abitativa”.
    In realtà, il cosiddetto Capitano è una pasta d’uomo che si trasforma nello sparafucile che chiude i porti e sequestra donne e bambini sulle navi mostrando il petto per pure esigenze sceniche. Però quando a chiedere lo sgombero immediato si muovono, nell’ordine, la sindaca di Roma Raggi (forte di una mozione approvata in Campidoglio), e poi il ministro dell’Economia Tria, sotto la cui giurisdizione agisce l’Agenzia del Demanio, sotto la cui responsabilità ricade il palazzo dato nel 1963 in uso al dicastero dell’Istruzione, quando dunque questa possente macchina da guerra politico burocratica avanza compatta, ecco che il ministro ha un’ideona. E passa la patata bollente al prefetto di Roma, Paola Basilone (che tra parentesi, è una sua sottoposta).
    Basilone sa stare al mondo e con un comunicato vergato con lo stile di un codice mandarino del sedicesimo secolo (quando non sai che diavolo dire parla d’altro) sostiene appunto che il palazzo non “presenta profili di criticità”. In altre parole: non è pericolante e non presenta problemi igienico-sanitari.
    Per il diritto di proprietà, si tratta di una svolta epocale. I giureconsulti Salvini-Basilone asseriscono che, d’ora in avanti, chiunque potrà occupare abusivamente un appartamento, o anche un grattacielo, purché si preoccupi di dare ogni tanto un’imbiancata alle pareti e di sturare i cessi. Cosicché quando il legittimo proprietario cercherà di tornarne in possesso verrà messo legittimamente alla porta. E se insiste si può sempre chiamare la polizia che accorrerà prontamente su disposizione del ministro e del prefetto. Insomma: prima gli italiani e se sono fascisti è pure meglio.

    di Antonio Padellaro | 24 Febbraio 2019

    Fonte:

    https://www.ilfattoquotidiano.it/in-...pound/4993522/

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  2. L'avatar di GILANICO
    Il merito dei 5S..?? far salire la Lega salviniana nei sondaggi elettorali, tanto da farla diventare il primo partito in Italia..

    Se la sinistra a sdoganato il berlusconiscmo, i grillini hanno sdoganato il salvinismo.
  3. L'avatar di GILANICO
    Non saremo MAI E POI MAI credibili in Europa, ma anche nel resto del mondo, perché ci sentiamo invasi dei camiti, quando poi siamo OMERTOSI difronte all'invasione della mafia e della massoneria, che tra l'altro giocano un ruolo fondamentale sui traffici di migranti.
  4. L'avatar di GILANICO
    Bibi Netanyahu e l’oscura battaglia giocata con i social

    Quando la scorsa settimana il premier Benjamin Netanyahu ha annunciato tramite i social media che avrebbe rilasciato una dichiarazione in tv in prima serata, che poteva essere visualizzata tramite il suo profilo Facebook, ha stabilito un record. Quasi 4,5 milioni di persone l’hanno seguito in tv e oltre 150 mila via Facebook. Un successo annunciato. Perché fra le sue molte abilità non c’è dubbio che Netanyahu abbia anche quella di saper gestire la comunicazione come pochi. È un navigante di lungo corso su Internet, nei primi anni 90 fu uno dei primi politici a creare un sito web.
    I guai giudiziari che sta affrontando – quattro diverse accuse per frode, corruzione e fondi neri – lo hanno spinto a diminuire le sue già rare apparizioni in tv. Netanyahu ha smesso di parlare al pubblico israeliano tramite i media tradizionali. Invece pubblica dozzine di post al giorno sui social media, tra cui visualizzazioni e tweet, e l’alto tasso di risposta dei suoi seguaci influenza gli algoritmi di Twitter, Instagram e Facebook, aiutandolo così ad attrarre nuovi follower.
    Ogni giorno Netanyahu trasmette messaggi a milioni di follower su Facebook, Twitter, Instagram, YouTube e Telegram tramite dozzine di account, alcuni dei quali sono gestiti con fondi statali e altri tramite finanziamenti privati da fondi meno trasparenti. I suoi post hanno migliaia di condivisioni, decine di migliaia di “Mi piace” e uno dei più alti tassi di risposta degli utenti per qualsiasi politico, certamente in Israele.
    È cosa nota che molti influencer hanno un gran numero di follower falsi, buona parte dei quali provenienti da Brasile e India. In effetti, uno sguardo ravvicinato alle pagine personali di Netanyahu, lascia qualche dubbio. Un numero significativo proviene dall’estero. Il dottor Anat Ben-David della Open University afferma che, al contrario di altri politici israeliani, le pagine di Netanyahu hanno il maggior numero di commenti da utenti che rispondono solo alla sua pagina e anche il maggior numero di commenti da utenti che commentano solo una volta. Il 43% dei suoi fan è all’estero, il 33% vive in Israele, il 47% ha meno di 21 anni.
    La “macchina da guerra” on line di Bibi ha tre diverse branche. Gli account del partito, finanziati dal Likud; le pagine del primo ministro, finanziate dall’ufficio del premier; e quelle personali gestite dai suoi guru da dove proviene il maggior numero di follower. La pagina Facebook di Netanyahu (lanciata nel 2010) ha oggi 2,3 milioni di follower. Primo ministro e Likud non rivelano, perché la legge lo consente, i costi di gestione e da dove provengono i finanziamenti.
    Netanyahu è una delle personalità più popolari in Israele, i suoi account hanno circa 5 milioni di follower. Al contrario del presidente Donald Trump, che scrive personalmente i suoi tweet, Netanyahu non possiede nemmeno uno smartphone per timore dello spionaggio. Piuttosto, deve il suo successo nei social media ai suoi giovani consiglieri, tutti ex militari dell’Unità del portavoce dell’IDF, le Forze di difesa israeliane. Sono giovani, molto giovani. In tre non arrivano a 80 anni. Dopo il “drammatico annuncio” in tv i guru privati di Netanyahu hanno lanciato una campagna Instagram rivolta ad adolescenti e giovani. Un tentativo di promuovere il messaggio di Netanyahu che una tangente senza soldi non è una tangente. Una risposta, apparente, alle gravi accuse di corruzione contro cui Bibi sta combattendo in questi mesi. La manovra sui social media era abilmente progettata per indirizzare la conversazione lontano dalle accuse e per smussare le critiche a Netanyahu. Sembra aver avuto l’effetto voluto.

    di fa.scu. | 21 Gennaio 2019

    Fonte:

    https://www.ilfattoquotidiano.it/in-...ocial/4911667/

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    Da questi due articoli, uno dietro l'altro, si carpisce la presa di posizione del Fatto all'interno del conflitto arabo israeliano, non certo a favore dei lottatori di El, come vorrebbero farci credere i soliti teorici del complotto giudaicomassoniso, ma ben si, filo palestinese.

    Partendo dal presupposto che io non sono a favore ne dei filistei e neppure degli israeliti, trovo al quanto strano che un quotidiano del genere, che vanta con orgoglio la propria neutralità ideologica, finisca per schierarsi faziosamente da una parte o dall'altra.
  5. L'avatar di GILANICO
    Qui siamo all'emulazione del travestitismo di Salvini...

  6. L'avatar di GILANICO
    Io penso che Salvini sia il Ministro dei travestiti, visto che ama travestirsi da uomo in divisa. Nel suo immaginario (a prescindere se rappresenti il vero o il falso), le forze dell'ordine rappresentano la giustizia che combatte contro le forze del male, che in lui si materializzano sotto forma del comunismo sinistrosso.
    In parte, questo suo immaginario si palesa nella realtà, basti pensare che gran parte degli operativi delle forze dell'ordine hanno un ideologia di destra (estrema destra), oltre che essere refrattari a tutto ciò che rappresenta l'emisfero politico ideologico di sinistra.

    Per quanto mi riguarda non esiste nessuna differenza sostanziale tra codeste tipologie di travestitismo:





    Con la differenza che il travestito che si traveste da poliziotto viene di gran lunga molto più accettato dalla società dispotica.

    L'unico dato positivo è che noi possiamo finalmente vantare, con orgoglio, il fatto di avere un travestito come Ministro, giusto esempio di società aperta, civile e democratica.
    Aggiornato il 14-01-19 alle 14:23 da GILANICO
  7. L'avatar di GILANICO
    Ecco cosa fanno i suoi concittadini, dal momento che vive a Torino, anche se è nata a Caserta.





    Il Fatto Quotidiano - 05/01/2019

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    Si potrebbe benissimo affermare che lei sia il mandante morale/ideologico di siffatto attacco razzista a sfondo omofobo, visto che non fa altro che fomentare l'odio nei confronti delle persone LGBT.
  8. L'avatar di GILANICO
    A tal proposito, eccovi un interessante articolo del Fatto Quotidiano:

    Salvini in divisa non rispetta la Polizia di Stato

    “Vorrei crederlo; ma alle volte, come dice il proverbio…l’abito non fa il monaco”. (Da “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni)

    Commetterebbe un grossolano errore quel magistrato della Repubblica che – Codice penale alla mano – impugnasse l’articolo 498 per contestare al vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini l’“usurpazione di titoli e onori”, come prevede la stessa norma a carico di chiunque indossi abusivamente una divisa o perfino l’abito ecclesiastico. In primo luogo, perché dal 1999 il reato è stato depenalizzato ed è diventato un illecito amministrativo, punito con una sanzione da 154 a 929 euro: spiccioli per chi deve restituire allo Stato 49 milioni di rimborsi elettorali in comode rate, senza interessi, per ottant’anni. Ma soprattutto perché quel magistrato canonizzerebbe San Matteo II, protettore della Padania, trasformandolo in una vittima della “giustizia ingiusta”, delle “toghe rosse”, della “persecuzione giudiziaria”. E forse, sul piano mediatico, rischiamo di sbagliare anche noi a parlarne se non fosse per un aspetto particolare che finora è stato offuscato dall’esibizionismo comunicativo del vicepremier leghista e su cui non si può far finta di niente.
    Questo non trascurabile dettaglio riguarda i comizi, le riunioni e le manifestazioni di partito a cui Salvini si presenta con indosso la divisa o le insegne della Polizia, regolarmente ripreso dai fotografi e dalle tv. Non c’è alcun dubbio, in tal caso, che si tratta di un abuso, di una “usurpazione” come dice il Codice penale. La Polizia, infatti, è un corpo dello Stato e in quanto tale appartiene a tutti i cittadini, anche a quelli che non votano per il Carroccio o non votano affatto. Non può essere strumentalizzata a fini di parte, né tantomeno per la propaganda di un leader politico. E ciò vale, naturalmente, per tutte le altre forze dell’ordine, chiamate a garantire la pubblica sicurezza.
    Quando Salvini indossa la divisa della Polizia, dunque, si appropria indebitamente di un simbolo e di un’autorità dello Stato, per identificarsi – o meglio, per essere identificato – con il potere dell’istituzione che quella uniforme rappresenta. Il suo è un travestimento politico, come se usasse una maschera o un costume di Carnevale per accreditare la propria immagine pubblica. Questa è, in primo luogo, una mancanza di rispetto nei confronti di tutti i funzionari e gli agenti che fanno ogni giorno il proprio lavoro a tutela dell’ordine pubblico e dei cittadini: tant’è che i sindacati di Polizia sono già insorti e anche gli alpini hanno protestato per l’uso della loro maglietta da parte del vicepremier.
    È chiaro ormai che si tratta di una strategia di comunicazione, più o meno subliminale. Quando Salvini si “traveste” da poliziotto, da carabiniere o da vigile del fuoco, vuole lanciare un messaggio ai suoi supporter e a tutti gli elettori, per trasmettere un’idea di “Uomo forte” e incutere rispetto o timore. Ma l’abito, come si sa, non fa il monaco. E comunque, la Polizia resta e i ministri passano.
    Senza farne una questione più grande di quello che è, se non altro perché alimenterebbe il vittimismo di Salvini e si tradurrebbe a suo favore, si può dire quantomeno che c’è poco di democratico in questa “moda” teatrale del vicepremier. In genere, sono i dittatori – di destra o di sinistra – che indossano in pubblico le divise: da Fidel Castro a Saddam, da Stalin a Hitler e Mussolini. E perciò sarebbe tanto più rassicurante se il nostro ministro dell’Interno rinunciasse a reprimere le proteste degli studenti, degli anti-razzisti o di qualche casalinga che per strada gli grida “Buffone, buffone!”.

    di Giovanni Valentini | 5 gennaio 2019

    Fonte:

    https://www.ilfattoquotidiano.it/pre...izia-di-stato/

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    Ci tengo a precisare che io sono un anti militarista, e di certo non indosserei mai indumenti con simboli che richiamano all'autorità delle forze dell'ordine.
  9. L'avatar di GILANICO
    Io credo che la maggior parte delle persone stentano a reagire, cosi come l'operaio in fabbrica che è soggettato dal proprio padrone autoritario, poiché gli è stato inculcato si da piccolo il culto del padrone, ma anche perché ogni tentativo di ribellarsi sarebbe per lui disconveniente, dal momento che perderebbe su due piedi il suo posto di lavoro, e, conseguentemente, un reddito mensile per mantenere se stesso e la sua famiglia.

    A proposito del culto del padrone Reich scrisse:

    "In periodi di “tranquilla” democrazia borghese il lavoratore occupato ha due possibilità fondamentali: l’identificazione con la piccola borghesia che lo sovrasta oppure l’identificazione con la propria condizione sociale che genera forme di vita proprie che sono contrarie a quelle reazionarie. La prima cosa significa invidiare il reazionario, imitarlo e, se esiste la possibilità materiale, assumere completamente le sue abitudini di vita.

    La seconda significa rifiutare queste ideologie e abitudini di vita del reazionario, creare una netta linea di separazione, negarlo, sottolineare il proprio modo di vivere e ostentarlo."

    Ad una seconda se ne aggiunge pure una terza, ovvero tutti coloro che disprezzano il proprio reazionario e autoritario padrone, ma non per i suoi modi di fare, ma più che altro perchè si sentono migliori di lui, e quindi, vorrebbero essere al suo posto poiché lo reputano non adatto a svolgere quel ruolo. Solitamente, la competizione, per questi soggetti, svolge un ruolo fondamentale, ma visto che siffatte società si fondano anche sulla competitività negativa (tenendo presente che non ne esiste une positiva, almeno per quanto mi riguarda), finiscono anche loro per essere funzionali a taluno sistema.

    Ad una terza penso se ne aggiunga anche una quarta, ovvero, tutti coloro che pur essendo stati educati al culto del padrone, da adulti lo rifiutano, coscienti della propria condizione di vita proletaria, creano una netta linea di separazione tra loro ed i propri padroni, odiando tutto ciò che essi rappresentano (gerarchizzazione e autoritarismo - gerontocrazia), ma, allo stesso tempo, continuando ad essere loro sudditi, stando bene attenti a non ribellarsi. Sono esperti nell'introiettare, solo che al posto di tenersi dentro atteggiamenti - pensieri e pene altrui, si tengono dentro atteggiamenti - pensieri e pene loro, che vorrebbero tanto esternare, ma non possono, e quindi somatizzano!

    Dipendiamo tutti da qualcosa o da qualcuno, nelle odierne società si dipende persino dall'elettricità, senza di essa saremo finiti, o, quantomeno, le società iper industrializzate e capitalistiche come le nostre: senza l'elettricità non funzionerebbe nulla, il mondo della produzione industriale si fermerebbe, cosi come i frigoriferi che abbiamo in casa, i computer, i cellulari, la TV, le radio, le nostre stufe e caldaie ed ecc ecc ecc..

    L'unica dipendenza che accetto è quando (per amore) si dipende dalla persona a cui vuoi bene, sperando che anche l'altra persona dipenda in egual misura da te.
    Aggiornato il 25-12-18 alle 00:39 da GILANICO
  10. L'avatar di GILANICO





    Sembra che il tempo si fermi in questo suggestivo scenario e che il nulla si manifesti attraverso la nebbia, che lentamente ti avvolge, rendendoti parte di essa.
  11. L'avatar di GILANICO
    Ha insultato la comunità Lgbt. Condannata la dottoressa antigay - Il Fatto Quotidiano

    Ha diffamato il movimento Lgbt e per questo la dottoressa torinese Silvana De Mari, medico psicologo e scrittrice 65enne nota per le sue idee antigay, è stata condannata per diffamazione. Ieri mattina il tribunale di Torino ha comminato alla signora a una multa di 1.500 euro, più alta di quella che era stata richiesta dalla Procura. Silvana De Mari dovrà anche pagare due provvisionali da 1.500 euro a Rete Lenford e al Coordinamento Torino Pride.
    Secondo la Procura la dottoressa “offendeva in più occasioni l’onore e la reputazione delle persone con tendenza omosessuale” tramite i suoi scritti. In alcune occasioni ha associato i movimenti Lgbt alla pedofilia e l’omosessualità al satanismo, come aveva fatto ai microfoni de La Zanzara su Radio24. In altre, invece, aveva denunciato i rischi sanitari legati ai rapporti gay “contronatura”. Prima della lettura del verdetto, De Mari ha voluto spiegare le sue idee: “Quando dico che gli uomini che fanno sesso con altri uomini hanno rischi maggiori di contrarre malattie e tumori, è documentato”.
    “È stata condannata soltanto per una frase rivolta al movimento Lgbt – spiega il suo difensore, Mauro Ronco –. Per il resto è una sentenza equilibrata perché la assolve per le frasi sui comportamenti omosessuali”. Per la comunità Lgbt questo è un verdetto importante: “È una sentenza storica – dichiara Alessandro Battaglia di Torino Pride -. Non è mai successo che associazioni Lgbt venissero ammesse a un processo per diffamazione”.
    “Il nostro auspicio – conclude l’avvocato Michele Poté, legale di Rete Lenford – è che finalmente il legislatore intervenga con una legge contro l’omofobia”.

    di Andrea Giambartolomei | 15 dicembre 2018

    https://www.ilfattoquotidiano.it/pre...ressa-antigay/

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    Per quanto mi riguarda non è una condanna esemplare, tanto è vero che lei continuerà nella sua Jihād anti LGBT.
  12. L'avatar di GILANICO
    Vitali, boscaiolo moldavo, viene colpito da un cavo mentre lavora. in nero, però E' agonizzante, e il "padrone" lo scarica in un dirupo. Poi muore, Trento, Italia. Il Fatto Quotidiano - 15-12-2018

    https://www.ilfattoquotidiano.it/pre...l-suo-padrone/

    Anche questo è un prenditore:

    A loro non interessa il bene comune o il bene del popolo, ma vivono con la convinzione che il popolo sia un mezzo da sfruttare a proprio vantaggio solo esclusivamente per arricchirsi a scapito di questi ultimi

    I prenditori non sono solamente quelli che prendo i finanziamenti pubblici, ma anche quelli che prendono le persone e le sfruttano, le sottopagano, le fanno lavorare in nero, e quando capita un incidente li gettano via come la spazzatura. Della vita di coloro che lavorano per loro non gliene frega un cazzo.

    La feccia, se non che, anche il cancro di tutta l'Eurasia, è confluita in questa penisola e la distrutta per sempre.
  13. L'avatar di GILANICO
    “Tollerare l’omosessualità è come accettare la pedofilia”. La De Mari rischia una multa

    https://www.ilfattoquotidiano.it/pre...hia-una-multa/

    Il Fatto Quotidiano - 14/12/2018

    Io avrei messo dottoressa tra virgolette e non anti gay, poiché il suo razzismo nei confronti delle persone LGBT mi sembra più che scontato.
    Comunque mille euro non sono un cazzo, che poi magari scendono a 200, 50 mila euro di multa mi sembra invece una somma molto più giusta. Cosi facendo si sminuisce il fatto, invece che dare una condanna esemplare.

    Sempre nella mia FOTTUTISSIMA Civiltà anarchica, io gli avrei detto: " O paghi 50 mila euro (TUTTI) di cauzione, oppure ti fai (TUTTI) due anni di carcere.
    Aggiornato il 15-12-18 alle 13:54 da GILANICO
  14. L'avatar di GILANICO
    B. e Salvini non guardano al partito del PIL semmai a quello delle PARTITE IVA, questa è un altra cazzata inventata dai giornaloni e giornalini. Il partito del PIL è quello della classe operaia /lavoratrice, che produce prodotto interno lordo all'interno delle aziende e delle industrie di coloro che appartengono al partito della PI.
  15. L'avatar di GILANICO
    Questo scenario rispecchia sotto certi aspetti anche la personalità di coloro che ci vivono.
  16. L'avatar di GILANICO
    Condannati Belsito e Bossi: “E i 49 milioni vanno confiscati”

    In appello tre anni e 9 mesi per l’ex tesoriere della Lega e 1 anno e dieci mesi per il Senatùr, che però tra due mesi sarà prescritto

    Un anno e dieci mesi a Umberto Bossi. Tre anni e nove mesi a Francesco Belsito. La Corte d’Appello di Genova condanna anche in secondo grado il Senatùr e l’ex cassiere del Carroccio. Accolte le richieste del pm Enrico Zucca, ma pene ridotte rispetto al primo grado perché una parte degli addebiti è già coperta dalla prescrizione.
    È l’inchiesta per la truffa ai danni del Parlamento (compiuta attraverso i rimborsi elettorali) diventata, però, famosa perché aveva svelato il transito di denaro che dalle casse del partito era finito a Cipro e in Tanzania (per poi ritornare). Uno scandalo che aveva portato alle dimissioni del fondatore della Lega e alla fine di un’era politica.
    Da qui è nata anche la confisca dei 49 milioni nelle casse della Lega che l’appello ha confermato. “Non cambia nulla: i soldi continuano a non esserci. Comunque chiedetelo agli avvocati, io faccio il ministro, non mi occupo di processi e denaro”, ha commentato Matteo Salvini.
    Bossi, però, ormai dorme sonni tranquilli. Tra due mesi la prescrizione spazzerà via anche le accuse residue. Non ci sarà neanche tempo per la Cassazione. I capi di imputazione per truffa contestati nel processo erano tre: il primo riguarda 22,4 milioni. Secondo i pm, il reato sarebbe stato consumato nell’agosto 2009 e quindi è già prescritto. Il secondo invece riguarda 17 milioni e la prescrizione scatterà, appunto, a gennaio 2019. La terza tranche – 8 milioni – potrebbe non prescriversi, ma non riguarda Bossi e Belsito.
    La sorte dell’ex cassiere è più incerta. Una parte delle accuse a lui rivolte potrebbe non rientrare nella prescrizione che scatterà a gennaio. Ma è una questione di mesi e si giocherà sul filo di lana in attesa della pronuncia della Cassazione. Belsito ieri era presente in aula: “Sono tranquillo con la mia coscienza, a differenza di qualcun altro. I magistrati hanno confermato la ricostruzione del primo grado: i soldi finiti in Tanzania e a Cipro sarebbero un’appropriazione indebita, mentre per me era un investimento. Tant’è che poi sono tornati in Italia. Non ho preso un euro”.
    La prescrizione, appunto, non scalfisce la confisca dei 49 milioni nelle casse del partito oggi guidato da Salvini. Già, perché è nato tutto da questa inchiesta. La Lega così dovrà continuare a versare 100mila euro ogni due mesi, la rateizzazione concordata a settembre dall’attuale cassiere, Giulio Centemero, con i pm.
    Un’inchiesta che ha travolto i passati vertici della Lega – per quanto Bossi sia tuttora senatore e presidente del partito – ma che ha suscitato imbarazzi anche nei successori. La richiesta illecita su cui si basano i rimborsi elettorali risale al periodo di Bossi e Belsito, ma una parte consistente del denaro fu incassata anche in seguito, quando la Lega era guidata da Roberto Maroni e Salvini (mai toccati dall’inchiesta).
    Non solo. La Corte d’Appello ieri ha ridotto le pene nei confronti dei revisori dei conti dell’epoca (disponendo la restituzione dei beni loro sequestrati): 8 mesi per Diego Sanavio e Antonio Turci; 4 mesi invece per Stefano Aldovisi. Proprio da un esposto di quest’ultimo era partita l’inchiesta per riciclaggio, a carico di ignoti, che sta cercando di capire se parte dei 49 milioni incassati dalla Lega siano finiti su conti esteri. Finora, infatti, i pm sono riusciti a recuperare soltanto 2 milioni. Secondo i vertici della Lega il resto sarebbe stato interamente speso per l’attività del partito (dagli stipendi dei dipendenti alle iniziative politiche). Ma i pm Paola Calleri e Francesco Pinto si stanno muovendo per ricostruire tutti i movimenti. In particolare a suscitare l’interesse dei pm sono alcuni conti correnti dove sarebbero stati depositati 19,8 milioni.
    Si tratta di depositi presso Unicredit (la filiale vicentina) e Banca Aletti (la sede milanese). I denari da qui nel 2013 sarebbero stati trasferiti su due nuovi conti aperti presso la filiale milanese della Sparkasse di Bolzano. La banca altoatesina sarebbe stata consigliata da Domenico Aiello (non indagato), avvocato di fiducia di Maroni e allora presidente dell’Organismo di Vigilanza dell’istituto. Due conti correnti, il Fatto lo ha raccontato, con una vita molto breve. Perché aprire e chiudere conti nel giro di pochi mesi? Secondo i dirigenti della Lega, semplicemente perché altrove erano state offerte condizioni migliori. L’indagine dei pm genovesi stava per fermarsi qui quando nei mesi scorsi è arrivata una segnalazione: tre milioni dal Lussemburgo sono rientrati in Italia alla Sparkasse. Di per sé niente di illegale, ma i pm vogliono capire se quel denaro possa essere riferito alla Lega. Ipotesi respinta dal Carroccio e anche dalla banca: “Quel denaro è nostro”.

    di Ferruccio Sansa | 27 novembre 2018 - Il Fatto Quotidiano


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    La differenza sostanziale tra il povero ed un ricco che agiscono nell'illegalità, è il fatto che il primo non possiede i mezzi per entrare nei centri di potere esecutivo per farsi leggi ad personam (evitando cosi la galera), mentre il secondo può farlo tranquillamente. La punibilità e l'impunibilità di una persona non dipendono se essi siano realmente colpevoli o meno, ma dipendono dal loro ceto sociale.

    Cosi come ci illudiamo costantemente di vivere all'interno di una democrazia, allo stesso modo, ci illudiamo di continuo che la legge sia REALMENTE uguale per tutti.
  17. L'avatar di GILANICO
    Chi ha paura della Giustizia?

    Una questione aperta - Perché nelle carceri italiane ci sono tantissimi “poveracci” e pochi colletti bianchi?. Perché le norme, anche in questi anni, hanno voluto salvare i “potenti” (finendo per fare un favore anche agli altri delinquenti)

    Per capire come funziona in concreto il sistema di giustizia in un Paese, non ci si può limitare a esaminare le leggi penali che prevedono i reati, i codici che disciplinano i processi, l’organizzazione della magistratura e delle forze di polizia. Esiste infatti uno scarto molto grande, a volte un abisso, tra legalità formale (law in book) prevista dalle leggi e legalità reale (law in action).
    Nel 2013 è stato pubblicato un documentato studio del dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia sulla composizione della popolazione detenuta in carcere in espiazione definitiva di pena. Da quello studio risultava che 14.970 detenuti, pari al 50 per cento del totale, erano stati condannati per violazione della legge sugli stupefacenti, 6.069 per omicidio, 5.892 per rapina, 2.250 per furto, 2.221 per estorsione, 2.052 per violenza sessuale, 1.954 per ricettazione e così via per altri reati di strada. Le voci “reati contro la Pubblica amministrazione” (che comprende i reati di corruzione in senso lato) e “reati economici” (cioè bancarotte, reati fiscali) non risultavano quotate per l’irrilevanza statistica delle persone detenute per tali tipologie di reato.
    Per completare il quadro è interessante comparare la composizione della popolazione carceraria dell’Italia attuale con quella dell’Italia degli inizi del XX secolo. Ebbene, nonostante dagli inizi del Novecento ai nostri giorni siano cambiate più volte le forme dello Stato – con la transizione dalla monarchia costituzionale al fascismo e poi alla Repubblica – nonostante il succedersi di eterogenee maggioranze politiche nel corso della storia repubblicana, permane una costante: in carcere, a espiare effettivamente la pena, oggi come ieri e l’altro ieri finiscono coloro che occupano i piani più bassi della piramide sociale. Tenuto conto che il carcere rappresenta una tra le più rilevanti cartine di tornasole degli esiti concreti della giurisdizione penale, i dati statistici sembrerebbero avvalorare l’ipotesi di una straordinaria continuità storica di un duplice volto della giustizia: debole e inefficiente con i potenti, forte ed efficiente con gli impotenti.
    Nell’Italia repubblicana, ove la Costituzione ha garantito l’indipendenza della magistratura dal potere politico e ha consentito la crescita democratica del Paese, l’impunità dei colletti bianchi si è di fatto realizzata attraverso meccanismi molto complessi e sofisticati per comprendere i quali dobbiamo procedere a un censimento dei grandi assenti nella popolazione carceraria.
    Chi non ha paura della giustizia?
    I complici occulti degli stragisti. Mi riferisco ai mandanti politici e ai complici occulti delle stragi che hanno insanguinato la storia del nostro Paese.
    Ebbene, nonostante gli sforzi profusi, gli esiti di quasi tutti i processi per stragi sono stati talora fallimentari, talora molto parziali. (…).
    Un’altra categoria di “ingiusti” assente dalla popolazione carceraria è quella dei corrotti e dei corruttori, i quali sino a oggi pure non hanno avuto motivo di avere paura della giustizia. (…) La tangentopoli italiana non si è mai fermata e ha attraversato il fascismo, la Prima e la Seconda Repubblica giungendo sino ai nostri giorni. (…)
    Nell’Italia pre-repubblicana e pre-costituzionale, l’impunità veniva assicurata mediante la subordinazione gerarchica del pubblico ministero al ministro della Giustizia e il controllo politico sui vertici della magistratura. Nella cosiddetta Prima Repubblica, l’impunità è stata garantita mediante la negazione sistematica delle autorizzazioni a procedere, il trasferimento della competenza sui processi verso uffici giudiziari diretti da vertici ritenuti affidabili dal sistema politico (restati nella memoria collettiva con la significativa denominazione di “porti delle nebbie”), il varo di ben 33 amnistie e indulti, e altri metodi che, per ragioni di tempo, tralascio. Dopo la breve parentesi storica dei processi di Tangentopoli dei primi anni Novanta, quando a seguito del collasso del sistema di potere della cosiddetta Prima Repubblica (conseguente alla caduta del Muro di Berlino e al mutamento degli equilibri macropolitici internazionali e nazionali) il principio di uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge sembrò potersi trasformare da law in book (principio astratto) in law in action (diritto vivente), il ripristino dello statuto impunitario dei colletti bianchi è stato attuato, a fronte di un ordine giudiziario che non appariva condizionabile politicamente o per le vie gerarchiche, a seguito dell’emanazione di una sequenza di leggi che hanno pienamente raggiunto l’obiettivo.
    Non potendo dilungarmi in una dettagliata esposizione, mi limito a ricordare solo alcuni passaggi strategici.
    Nel luglio del 1997 una maggioranza di centrosinistra, con la convinta adesione della minoranza di centrodestra, varava una riforma dei reati contro la Pubblica amministrazione che, per un verso, aboliva il reato di abuso di ufficio non patrimoniale e, per altro verso, modificava la disciplina del reato di abuso di ufficio patrimoniale, rendendo estremamente difficile la prova della sua consumazione. (…)
    Negli anni seguenti venivano approvate poi una serie di leggi che legalizzavano il conflitto di interessi in settori strategici, creando un habitat ideale per l’abuso d’ufficio, per la proliferazione della corruzione, riducendo ulteriormente, anche per tale via, il rischio penale.
    Altra riforma legislativa che ha minimizzato il rischio e il costo penale per i reati di colletti bianchi, è stata la legge 5 dicembre 2005, n. 251, cosiddetta ex-Cirielli, con la quale è stato modificato il regime dei tempi di prescrizione dei reati.
    Grazie alla combinazione prescrizione breve/processo lungo, si creava una micidiale falla di sistema che, come una sorta di triangolo delle Bermude, inghiotte nei gorghi della prescrizione centinaia di migliaia di processi ogni anno.
    Un’altra categoria di grandi assenti nella popolazione carceraria italiana è quella dei condannati definitivi per reati economici e finanziari, bancarottieri e grandi evasori fiscali. (…)
    Per comprendere appieno come si sia determinata l’anomala composizione della popolazione carceraria rilevata nello studio del Dap al quale ho accennato all’inizio, nella massima misura composta solo da soggetti appartenenti alle classi meno abbienti, occorre considerare che, nello stesso periodo nel quale venivano emanate una serie di leggi che in modi diversi sortivano l’effetto di evitare il carcere per i reati dei colletti bianchi, venivano emanate altre leggi che andavano nella direzione esattamente opposta, elevando le pene previste per i reati di strada e quelli commessi da immigrati irregolari, introducendo nuove fattispecie di reato, allungando i tempi di prescrizione per i reati commessi dalla criminalità comune. (…)
    L’illegalità impunita dei piani alti contribuisce ad alimentare, come in un rapporto di causa effetto, quella dei piani bassi, dando vita a una spirale perversa nelle cui volute si perdono giorno dopo giorno la credibilità della classe politica, la fiducia nelle istituzioni, il sentimento della coesione sociale, consegnando ciascuno a una perdente solitudine e a una rabbia impotente che rischia di scaricarsi su capri espiatori offerti come valvola di sfogo da abili manipolatori.

    di Roberto Scarpinato | 27 novembre 2018 - Il Fatto Quotidiano
  18. L'avatar di GILANICO
    Salvini rappresenta l'establishment della vecchia guardia del centro destra, compreso l'"ineffabile" uomo di Arcore, che tutto vorrebbero, ma non certo una legalità ad hoc come quella dei 5S, semmai una pseudo legalità fatta su misura, che da una parte tuteli i poteri forti con emendamenti e leggi che depenalizzino i reati connessi dai possessori di redditi consistenti, (in pratica, senza mai fargli vedere il carcere, neppure da lontano) e, dall'altra parte, privilegino costoro a discapito dei poteri non forti e con redditi inconsistenti.. Per questo dubito fortemente che questo governo possa arrivare al termine del suo mandato, a meno che i 5S non si rendano complici diretti dei loro alleati/rivali - soltanto per continuare a stare sui banchi del potere.

    Le pseudo democrazie non differiscono poi di cosi tanto dalle non democrazie, con l'unica differenza che queste ci danno l'illusione di vivere in una vera democrazia, quando invece non è cosi.
  19. L'avatar di GILANICO
    La lega è il riferente di spicco per le aziende che operano nell'illegalità, come queste:

    Appaltopoli, il “re del bitume” vince anche quando perde
    Tra i protagonisti dell’inchiesta di Gorizia c’è Roberto Grigolin: partecipa (senza successo) alla gara per la terza corsia della Venezia-Trieste, eppure ottiene lavori

    Tra i protagonisti di primo piano della Appaltopoli del Nordest, secondo la Procura di Gorizia, c’è Roberto Grigolin, il re del bitume. La sua azienda, fondata nel trevigiano, sulle rive del Piave, dal padre Giobatta nel 1963, oggi è un gruppo con 300 milioni di fatturato, 700 dipendenti, 850 automezzi, 88 unità produttive, filiali in Germania e in Svizzera. Calce e ghiaia, poi calcestruzzo e bitume. E tanta grinta per non mollare gare, lotti e appalti. Mai. Quando vince, ma anche quando perde.
    Grigolin partecipa, per dire, anche alla mitica gara per la terza corsia della Venezia-Trieste, lotto secondo, San Donà di Piave, svincolo di Alvisopoli e canale di gronda Fosson-Loncon. È uno degli appalti al centro dell’inchiesta “Grande Tagliamento” della Procura di Gorizia, che sta indagando su gare truccate in mezza Italia. Il re del bitume concorre con la società Brussi Costruzioni, ma perde. A vincere sono la Pizzarotti e la De Eccher, due colossi delle costruzioni consorziati con Saicam. Chi è sconfitto in una gara d’appalto – dice la legge – uscito dalla porta, non può rientrare dalla finestra tramite i subappalti. Invece nel dicembre 2017 il re del bitume partecipa ai lavori (valore oltre 106 milioni di euro) come subappaltatore, con altre società della galassia Grigolin, la Ghiaie Ponte Rosso e la Superbeton spa. Ora ha ricevuto uno dei 54 avvisi di garanzia inviati dalla pm goriziana Valentina Bossi e dal procuratore Massimo Lia, che mercoledì scorso hanno fatto eseguire dalla Guardia di finanza oltre 300 perquisizioni in una dozzina di regioni italiane a proposito di 150 appalti pubblici del valore complessivo di oltre 1 miliardo di euro. Sulle regole, prevalgono “le collusioni e gli accordi preventivi”, scrivono i magistrati: la gara doveva essere vinta da Pizzarotti e De Eccher, con lo zampino del Rappresentante unico del procedimento (Rup) Enrico Razzini, espressione della stazione appaltante, l’autostrada Venezia-Trieste e Villesse-Gorizia controllata dalla Regione Friuli Venezia Giulia. Ora Paolo Pizzarotti e Marco De Eccher hanno ricevuto un avviso di garanzia per turbativa d’asta, come Roberto Grigolin. La gara è stata una grande recita: i tre, secondo i magistrati goriziani, “accordandosi preventivamente tra loro, nell’ambito di una più complessiva intesa”, “turbavano la gara”. “In particolare, il Rup e la commissione giudicatrice facevano in modo che il lotto sopraindicato venisse aggiudicato” a Pizzarotti-De Eccher-Saicam. I quali poi “si accordavano con appaltatori e subappaltatori”, anche sconfitti nella gara, “con l’intenzione di cedere (nonostante il divieto di legge) completamente e irregolarmente i lavori”. Ottenendo così l’appalto e poi “scambiandosi favori reciproci” anche con gli sconfitti. Era tutto un grande tavolo delle spartizioni, alla faccia della “regola indefettibile della libera concorrenza”.
    Di fronte all’accordo preventivo, riedizione veneto-friulana di quello che in Sicilia chiamavano “tavolinu”, sembra che a poco o nulla servano le regole e i controlli dell’Autorità anticorruzione. “Per contrastare questa metastasi delle gare combinate che abbiamo scoperto in mezza Italia, quello che serve davvero è una rigorosa repressione penale”, commenta il generale della Guardia di finanza Giuseppe Bottillo, comandante regionale del Friuli Venezia Giulia. “Ma ci vorrebbero leggi più efficaci. La turbativa d’asta, per esempio, è un reato essenziale per scoprire se vi siano state anche corruzioni. Ma è punito troppo debolmente, non offre la possibilità di eseguire intercettazioni, si prescrive rapidamente e non permette di contestare anche alle aziende la responsabilità per reati commessi da amministratori o dipendenti, né di escludere dalle gare future chi sia stato condannato in passato per aver vinto appalti in modo illegale”.

    di Gianni Barbacetto 23 novembre 2018 - Il Fatto Quotidiano
  20. L'avatar di GILANICO
    Mi piacerebbe che anche il settimanale anarchico "Umanità Nova" desse queste notizie. Sono curioso di leggere il prossimo numero e vedere se hanno riportato la notizia.
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