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EUROPA e il Suo Popolo

"Ogni potere deriva dal Popolo", storia e filosofia del Repubblicanesimo

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Di , 04-01-19 alle 11:17 (22 Visite)
Citazione Originariamente Scritto da Maria Vittoria Visualizza Messaggio
Citazione Originariamente Scritto da Frescobaldi Visualizza Messaggio
II.


Un eccezionale intellettuale italiano, lo storico Rosario Romeo, nella sua opera su Cavour spiega con chiarezza che furono i liberali a vincere il Risorgimento con un progetto moderato, fondato sul compromesso tra la corona ed il papato. Nel suo giudizio da storico egli è convinto che tutto sommato questa soluzione fu più appropriata di quella radicale e rivoluzionaria, prospettata "da Garibaldi". Romeo eletto da vecchi repubblicani e frequentando il Pri commetteva una falsificazione della storia con un'intenzione benevola. Non si può attribuire infatti a Garibaldi di propugnare la soluzione radicale, o per lo meno Garibaldi oscilla paurosamente a riguardo: è Mazzini il radicale rivoluzionario. Non fosse che Mazzini viene sconfitto a Roma nel 1849 e il partito repubblicano, il partito rivoluzionario, si disperde incluso Garibaldi, Da quel momento l'azione politica per il successo dell'unità nazionale passa nelle mani di Cavour. Il conte di Cavour ha avuto un insegnante fra l'altro, tra i più illustri del secolo, quel marchese di Tocqueville che ebbe parte principale nella disfatta della Repubblica romana. Non fu Napoleone terzo a voler calcare la mano contro la Repubblica, al contrario, Napoleone vedeva con favore la fine dello Stato della Chiesa. Egli era pur sempre il nipote di un imperatore giacobino che mise il pontefice agli arresti, il suo ministro degli Esteri, invece proveniva dalla famiglia del marchese di Maleserbes, l'avvocato di Luigi sedici, sterminata sotto il Terrore. Generato dai pochi sopravvissuti, Tocqueville si rivelerà il più grande pensatore reazionario del secolo, e non si comprende su che basi si possa considerare uno storico repubblicano come pure fa il professor Pettit. Ci si leggesse Carl Schmitt per capire Tocqueville, oppure si spiegasse come è possibile che uno storico repubblicano combatta l'unica repubblica nata in Europa nel corso del 1849. Uno storico repubblicano era sicuramente invece Edgar Quinet, che disgustato della politica di Tocqeville lo definì un liberale che appena preso il potere lo impiega per schiacciare la libertà altrui. Il liberalismo di Tocqueville è utile solo alla libertà della Chiesa. La Chiesa libera, distrugge le possibilità di libertà dello Stato. Tocqueville è un nostalgico dello Stato assolutista. Il conte di Cavour, che incontrò l'autore della "Democrazia in America", Tocqueville era già una celebrità, in un viaggio di apprendistato a Parigi, comprese benissimo l'avversione di quel testo per la politica del nuovo mondo, vi è una specifica corrispondenza giovanile a riguardo. Purtroppo iniziò ad assimilarla. Cavour era almeno di indole più progressista, la sua famiglia aveva servito prima dell'Austria, Bonaparte e quindi certi tratti giacobini gli erano comuni, il suo ministero iniziò sequestrando i conventi. Solo le sue eccezionali doti di realismo lo convinsero, dopo l'impresa francese a Roma, della necessità di un intesa con la Chiesa per dare alla monarchia un vantaggio nella realizzazione del processo unitario. Antonio Gramsci è un interprete puntuale di questo processo quando scrive nei suoi quaderni che "il partito d'Azione, il conte di Cavour ce l'aveva in tasca". Garibaldi nelle tasche di Cavour si dimenava ma ci restava volentieri, salvo qualche colpo di testa. Mazzini era di una altra tempra e di un' altra statura a contrario di quello che ne diceva Gramsci. Mazzini cerca disperatamente di prevenire la presa di Roma da parte delle truppe sabaude a settant'anni suonati, per la semplice ragione che Roma liberata dal re vale quanto "la città di Gubbio". Nel partito repubblicano dove vige una grande considerazione per Tocqueville, Giorgio La Malfa lo citava persino in Congresso, e vi sono consociazioni del partito che ricordano il venti settembre con tanto di manifesti celebrativi, la consociazione bresciana ad esempio ancora nel 1994, si sconta il tributo pagato dagli sconfitti ai vincitori del Risorgimento. Anche qui c'è una dote di realismo che non va disprezzata, per cui la storia patria è quale si è realizzata. Il Pri si riconosce nel corso della storia nazionale, non è un partito esclusivamente mazziniano. Come insegnava un grande filosofo della Rivoluzione, Federico Hegel, rassegnato alla restaurazione, non saremo mai stati migliori del nostro tempo, ma solo "il nostro tempo nel modo migliore". Il che non significa necessariamente dimenticare le proprie origini e non ritornare a volgere loro lo sguardo, soprattutto. quando il destino nazionale appare curvarsi. Il vecchio Hegel, oramai assuefatto al nuovo regime non smetteva di parlare della Rivoluzione che aveva amato, come "la magnifica alba" dell'umanità. Ma Hegel era solo un filosofo, un politico deve porsi sempre il problema di come cambiare la storia, non di come interpretarla. Siamo davvero certi che l'esito del Risorgimento sia stato salutare con la vittoria delle forze moderate? L'amico Stefano Tommasini ha scritto la più importante storia della repubblica romana, dove annota come la morte della meglio gioventù italiana, dai Dandolo, ai Morosini, a Manara, e perchè no, anche di un avventuroso come Masini, abbia privato il paese della classe dirigente che sarebbe stata indispensabile per guidare l'unità nazionale. Se guardiamo alle schiatte di opportunisti che si sono succedute a unità raggiunta, si comprende come Tommasini abbia centrato il problema quando il formidabile Romeo lo abbia sballato. Il cavourismo è stato propedeutico al disastro nazionale che si sarebbe consumato nel giro di soli 50 anni, con l'avvento del fascismo, il ritorno, in farsa, della soluzione rivoluzionaria.
Sarebbe interessante e utile approfondire lo studio della generazione perduta: le Guide della Cavalleria irregolare di Giuseppe Garibaldi che si attivarono per la liberazione dei fratelli veneti e morirono da ultimi esponenti dell'antico, invitto eppure perdente patriziato italiano.

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