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Comunismo

Il nome di una scissione (V)

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Di , 10-08-14 alle 14:21 (868 Visite)
Guardi la carta geografica della penisola, e t'accorgi subito che, specie al sud, ci manca la grande, vasta pianura dove i movimenti dei popoli e delle idee ben si prestano a specifiche costruzioni narrative, di quelle che si sono riciclate sul continente come articolazione tra la nazione – il sentire una comunanza – e lo Stato, prodotto ma anche strumento di quella. Cioè, come vedi l'italica penisola vedi anche il paesello tagliato fuori, il perimetro completato di un mondo per lo più ostile, e ovviamente dentro questo la solita famiglia, limitato orizzonte di limitate aspirazioni.




Un occhiata, e si indovina come tale società non poteva conoscere altra forma di dominio che non si sia accomodata alla universale ristrettezza di quel mondo : era e sono sempre quei pochi notabili, che si girano tra di loro le funzioni di rappresentanza verso lo Stato insiedato a Roma, entità questa irrevocabilmente marcata dalla sua genesi, regime di un territorio senza guerre di liberazione, forse perché la sua vocazione coloniale non è stata mai esplicitata (in realtà procede verosimilmente da un errore di valutazione da parte dei protagonisti dell'unificazione, e da un preciso disegno anti-imperiale di alcune potenze estere), ma neanche realizzata cosi compiutamente che si potesse innescare la trama che porta sempre lo schiavo a rovinare il suo padrone.


Spinti dalla miseria oltre le montagne, oltre l'oceano, si sono riprodotti senza tregua e senza pace i vecchi mali radicati in quel mondo di paeselli. Di nuovo la famiglia, di nuovo quella chiesa la cui fornita compagnia di santi si vuole considerare alla stregua del notabilato locale, di nuovo quel modo di fare improntato alla condizione dei padri mai padroni. In questo misero provincialismo portatile, dove la prossimità della fame vieta ogni scappatella troppo insistente nella astrattezza di qualsiasi tipo di progettualità di lungo respiro, si vedeva quindi come dicevamo negato anche il sentimento nazionale. Il fronte irlandese creatosi contro la schiavitù organizzata inglese, o il malore di un Giappone umiliato, ma ancora la memoria della nazione ebrea perseguitata sul vecchio continente, tutto questo nel caso nostrano si divideva e infine annulava in mille cattiverie di casa. Infatti neanche in questo campo si è rivelato grande quanto tenace il migrante italiano.


Lo strappo da questo stato di cose, in origine, lo si aspettava logicamente dalla costituzione dello Stato secondo il modello proposto in Francia. Ma non è bastato il soldo dell'esilio francese, ci voleva pure la classe. Ora la società settentrionale, nonostante condizioni ben diverse di quelle del Regno, non aveva prodotto per conto suo una base borghese la cui estensione avrebbe poi permesso l'edificazione di un strumento di omologazzione sufficente da trainare l'intera entità in un nuovo corso. Del resto l'insicurezza del sentimento nazionale procede anche da questo luogo : niente c'è nel paese di cui non si possa discutere la decisa, definitiva prevalenza del particolare ; cioè niente che in quanto nazionale sia superiore a ciò che, invariabilmente provinciale, lo compone. Questo tradisce meglio di mille discorsi la debolezza di una borghesia proprietaria nordista che mai ha saputo universalizzare il proprio gusto, e quindi le sue donne.






Si dovette a questo punto aspettare il dopoguerra, cioè tempi assai tardi, per assistere al processo, ancorché anomalo, di nazionalizzazione della società italiana. È stata l'economia moderna, buttando sulle strada di Milano e Torino i bimbi del sole, che ha provveduto a chiudere senza discussioni la via di ritorno, quindi a confermare che Catanzaro non sarebbe mai più il centro del mondo per chicchessia ; e ormai la cittadinanza e i relativi modi di vita, che di per sé confutavano l'esistenza dei padri mai padroni, ormai parlano con l'accento, e a volte pure la lingua, di chi non aveva conosciuto altro mondo che quello della terra magra quanto la cultura. Ma allo stesso modo che il modo di produzione ultimo in ordine di avvenimento faceva l'Italia... al nord, già allora si presentava con le sue inevitabili contraddizione ; e fu cosi che nel mentre poco a poco il settentrione perdeva i suoi caratteri più tipici, si faceva strada nel residuato locale il sentimento che tale processo operava non nel senso di una sintesi nazionale e dunque statale superiore, ma di una mera ridistribuzione del prodotto a favore di chi, guarda caso, non dava segnali di accodarsi alla stessa fila narrativa.


Si riproponeva quindi una inedita scissione nel progetto nazionale, seppur in un ambiente considerevolmente mutato. A riparare tale nuovo problema, in chi tiene a mente la necessità di presentarsi come blocco nella baruffa che oppone le formazioni capitaliste concorrenti, con il meridione adempiendo alla sua funzione coloniale, si fece avanti un variegato panorama di interessi di ogni natura, e non ultima la figura del notabile che tra clientelismo locale e collaborazionismo nazionale gioca un ruolo di primo piano nel malore di tutto il paese.


Se il nome di questa inedita scissione è quello di Napoli, città che, ridicolizzate ormai le pretese di Roma, e comprovate le insufficienze di quelle di Milano (per non parlare di Torino), fatta Venezia una colonia museale destinata a proprietari di ben altra levatura, appare anche come lo spettro del superamento dello stallo attuale, la paura di una possibilità sempre sospesa, come una cruente minaccia, sopra la testa del modo di produzione dominante, cioè sopra la testa di chi in tale rapporto tiene la parte del padrone. Come rinasce una memoria del male che gli è stato fatto, rinasce pure la voglia di rendere questo male, ma uscendo adesso dalla stupida cerchia della riproduzione all'identico. L'opportunità storica è che ormai la narrazione modernista è esausta, e se consumare in questo modo è insostenibile per la terra e per l'animo, si annuncia anche una rivoluzione nel gusto. Come pure si offre un viso all'ammirazione di tutti, si presenta chi ha vinto nella storia. Se si rovina questo si rovina pure quello. Se si cambiano le regole del gioco si cambia tutto. Si scopre, forse, domani, un viso di paese. Fin qui vi faccio vedere quelli di oggi : dicono lo stesso mondo, la stessa dinamica, la stessa storia.
Ma anche la stessa fine.

Aggiornato il 10-08-14 alle 14:32 da Tommaso

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