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Comunismo

Contro la sinistra, per il comunismo

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Di , 18-03-15 alle 14:18 (439 Visite)
1. Il proletariato non è identico alla classa operaia. Il proletariato comprende tutti quelli che devono per forza ricorrere alla vendita della propria forza di lavoro per assicurare la loro sopravvivenza.



2. Sono quindi da considerarsi proletari anche i lavoratori qualificati, istruiti, poliglotti, informati, buonisti, spettatori del cinema di Moretti e di dibattiti televisivi sulla politica, lettori di saggi e romanzi classici, ecc. Oltre ovviamente ai tradizionali operai e impiegati, che comunque formano sempre la maggioranza della forza di lavoro totale. In questo senso, il proletariato, al contrario di quel che spesso si sente dire, non è mai sparito.



3. Però è vero che questi ultimi decenni chi voleva studiare le modalità dello scontro di classe ha avuto non poche difficoltà da superare. Per farla breve, qui parlerò solo di questa illusione che vuole che, essendo – secondo questo punto di vista – la classe media diventata universale, è scesa di molto, se non del tutto, la conflittualità classista, e con questa il grado di esistenza del proletariato.


4. La questione sociale si sarebbe – secondo i difensori della tesi della fine del proletariato – dissolta nel benessere, quest'ultimo a sua volta assicurato proprio dalla dinamica di accumulazione. In altre parole, il capitalismo avrebbe superato lo scoglio, ed ora che tutti, anche i poveri, hanno la macchina e il televisore grosso, l'ifone e internet, e a volte addirittura le vacanze all'estero con volo basso costo, la lotta di classe sarebbe ormai un cimelio, roba da cimitero delle idee.


5. Questa illusione – cioè, la credenza che sia finita la lotta di classe – ha una sua specifica espressione politica, che si chiama la sinistra. La sinistra infatti è la forma nella quale la parte alta del proletariato, cioè la frazione di questo che si occupa dell'inquadramento, della formazione, dell'insegnamento, della produzione immateriale, ha scambiato la propria integrazione nel sistema di sfruttamento in cambio della possibilità di realizzare un modo di vita che, se non è mai quello della classe dominante, chiaramente si stacca da quello del proletariato classico (operai e impiegati). Si salva una condizione materiale, ma anche una coscienza, nella misura in qui questa frazione, pur ben integrata al sistema, resta sempre legata alla condizione di sfruttamento, e quindi (moderatamente) critica verso gli aspetti più deteriori del capitalismo.


6. Come sempre si ha l'ideologia della vita che si fa.

a. Chi è poco qualificato, e quindi apertamente trattato male dal modo di produzione, vive in un parco abitativo di poco valore, punto di arrivo della mano d'opera straniera di pari livello. Chi è poco qualificato è quindi il primo a subire l'impatto della migrazione, la concorrenza di questa, come corollario tutti i problemi che possono nascere da queste dinamiche (criminalità, cambiamento rapido del paesaggio culturale, ecc.). Qui si inserisce il fenomeno populista, questo fragile, possibile aggancio della DR con la sua epoca. Il superamento della vecchia tematica anti-sociale è il costo che la DR deve pagare se vuole portarsi all'altezza dello scontro in preparazione. Nel caso in cui la funzione puramente testimoniale-estetica del suo patrimonio teorico dovesse prevalere, la DR, inevitabilmente, approderebbe a posizioni di difesa dell'oligarchia mondialista. Purtroppo sembrerebbe che si vada proprio in questo senso, sia a livello attivista con CPI di fatto alleato con Berlusconi tramite la Lega, sia a livello teorico con diversi esponenti dell'area che ignorano la problematica, declassificata come "ottimismo sociale".



b. Chi invece è qualificato si trova, relativamente all'operaio e all'impiegato, al riparo di questo fenomeno. Risolve la propria posizione dedicandosi alla gestione del sociale. In qualche modo si potrebbe dire che la classe dominante ha delegato alla frazione umanista della classe media la gestione della questione sociale. Si forma a questo punto un mondo coerente di linguaggi, pratiche, idee, associazioni e circoli, sindacati e centri culturali, dove la middle-class esprime il suo umanismo nello stesso tempo in cui riproduce le condizioni generali dello sfruttamento. È tutto un insieme di competenze e intelligenze che viene in questo modo esportato dal lato del dominio, privandone dunque il proletariato.



7. Fondamentalmente possiamo dire che la middle-class, di cui la sinistra è l'espressione politica, è il rappresentante dell'ipocrisia in questo mondo. Certamente ci fu un tempo in cui questa ipocrisia era temperata dalla effettiva mobilitazione in favore delle lotte operaie, ma questa ormai è storia. Oggi la sinistra non chiede altro che di gestire, sempre per il conto della oligarchia, la società sempre da riformare. Cioè esprime il desiderio che gli si lasci provare che sa, meglio che la destra di governo, migliorare le condizioni dello sfruttamento dal punto di vista dello sfruttatore.



8. Ma dagli anni 80 ad oggi si è avuto una serie di crisi, che porta a questa nuova evidenza : la middle-class non è l'orizzonte universale del proletariato, anzi è vero il contrario, che poco a poco sta perdendo le sue prerogative. La lotta al suo interno si fa sempre più dura, la corsa all'istruzione delle nuove generazioni richiede ormai una intelligenza strategica del mercato del lavoro. Da Londra dove gli ingegneri di tutti i paesi lavano i piatti, alla Germania dove oggi un quarto dei lavoratori sono poveri (ma ogni giorno un altro settore lavorativo viene interessato dal fenomeno) si sta facendo strada l'idea che il capitalismo, chiusa la sua fase di indebitamento, non ha la forza, perché non né ha la necessità, di sostenere la sua middle-class.



9. Il declino della middle-class significa, identicamente, il declino della sinistra, ma anche della tensione verso la democrazia, e quindi la fine del buonismo e della narrazione che vedeva nella globalizzazione la manifestazione del progresso storico. Trionfa il cinismo del proprietario : a cosa serve la democrazia, se conta solo l'interesse privato, e che nessuno meglio del proprietario sa cos'è buono per questo ? Se il mondo è privato, la politica è contesa tra proprietari. Cioè, è lei stessa privata. Ora è inevitabile che la classe che non possiede niente se non la sua forza di lavoro si dia, contro la visione gestionaria, una dimensione politica : se sei di troppo al mondo, di certo la politica non è di troppo per te.

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Aggiornato il 18-03-15 alle 14:20 da Tommaso

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Commenti

  1. L'avatar di Tommaso
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    Ho votato la tre, l'autogestione.
    Il riformismo altro non è che il governo progressista della borghesia, mentre il partito d'avanguardia è sempre andato a costituire una forma di riformismo autoritario, ma sempre interno alla logica di accumulazione.

    Quindi il superamento del capitalismo non discende secondo me da una praxis politica, ma dall'attività immediata dei proletari, per garantirsi una vita facendo a meno della forma merce, dello scambio, ecc.

    In questo senso "autogestione" non è da considerare come "autogestione della fabbrica", ma come "autoproduzione della propria vita, fuori dal capitale".
    Il fatto che una fabbrica sia gestita dal borghese invece che dai proletari associati non cambia niente nell'essenziale : è sempre una unità di produzione del plus-valore, soltanto che nel primo caso si presuppone un auto-sfruttamento dei proletari mentre col borghese sussiste la divisione classista.

    Quando ci sarà questo superamento del capitalismo?
    Essendo il capitalismo, per via della sua contraddizione essenziale - che ricordiamolo è quella che nel stesso tempo che cerca l'accumulazione infinita del valore, vuole anche a fare meno della fonte del valore che è il lavoro umano - sempre una crisi, come tale sempre minaccia di rovinarsi. E allora il capitale scambia la propria rovina con la rovina del mondo, della natura e dell'uomo.

    Finora gli è riuscita bene ma vedo nelle ultime dinamiche un punto decisivo per la sua riproduzione : cioè che il capitale non si dimostra più in grado di socializzare parti enormi dell'umanità. Credo che le formule tipo "reddito universale" siano esperimenti che nel fondo vogliono assicurarsi un minimo di stabilità sociale per quelle masse di cui nessuno mai sentirà l'utilità. Gli inutili al mondo sono una marea che non ha finito di scalare i muri dei centri del capitalismo, e questi inutili in fin dei conti, in modo più o meno caotico, si troveranno di fronte alla necessità di inventare modo di produrre le condizioni della loro esistenza.

    In questo senso si puo dire che la fine del capitalismo è già iniziata, in modo positivo nella sua perifieria. Mentre nei centri del capitalismo questa fine si presenta sotto la forma di una sorveglianza sempre più stretta, dove si vuole misurare il grado di lealtà che si ha verso il modello di vita che meglio conviene alle forme attuali dello sfruttamento.
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