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Comunismo

sull'immigrazione II

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Di , 24-07-17 alle 21:52 (135 Visite)
Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
Tommaso parla ancora di comunismo, ma questo suo discorso è finalmente di Destra, nel senso nobile della parola, oserei dire fascista.
Volendo rispondere a te su questo punto, risponderei anche a Florian, quando lui dice che il mio discorso è non di sinistra ma populista. È la discussione circa "la ciliegina su questa torta indigesta" che dovrebbe invece trovare posto - se posto deve trovare - in altro luogo. Purtroppo, direi, perché a me interessa capire come, contro per esempio la lettura data dalla ND, si puo difendere al tempo sia il cristianismo che una politica che non versi nel buonismo universalista (sono completamente ignorante in materia, vedo solo che al confronto di dio tutte le anime sono creature sue, il poveraccio del barcone al pari di tuo fratello ; la compagnia di Cristo non era mica un clan familiare ; ecc).

Poi vedi non è che voglio ad ogni costo fare il discorso sull'immigrazione nella sezione DR, ma proprio ora che mi viene opposto Negri di contro Fusaro e Michea ?! Cioè Negri... quante volte l'ho sentita una cosa del genere "la specie di Tommaso è la moltitudine di negri", da parte vostra? Ora dobbiamo fare i conti con Negri, ma oltre Negri con l'idea che mi ha e che mi sta rovinando circa 3/4 delle amicizie con "compagni": che il comunismo sia la realizzazione del cosmopolitismo della classe scambista, la borghesia.

Negri propone una versione sofisticata del marxismo tradizionale, che vuole che il capitalisme pone le basi del proprio superamento, perché a un dato momento la classe proprietaria dei mezzi di produzione risulta non più all'altezza del genio produttivo. A questo punto insorge la massa proletaria, che si rende padrona della produzione.
Ovviamente nella versione sofisticata la massa proletaria (i terroni di Mirafiori) diventa la moltitudine (i middle-class erasmus di ogni parte del mondo). Mentre nella vecchia classe operaia la composizione nazionale era altissima, nella nuova middle-class si afferma un modo di vita già fortemente unificato nella forma occidentale se non americana. Di questo processo tuttora operante, Negri prolungandone le linee arriva a dire che realizza una cittadinanza globale. Quindi si ha una affermazione del globalismo, della democrazia, dell'economia, insomma di tutto meno che la presenza di grandi attori strategici come gli Stati e le multinazionali, i quali nella loro logica di concorrenza per l'egemonia costituiscono l'Impero.

Per questo penso che Negri non è comunista, che la frazione del movimento no-global che a lui si ispira non è comunista; penso che la moltitudine non sia una categoria politica, e che non sia nullamente mossa dall'interesse di abolire se stessa abolendo la società scambista, ed in questo è il contrario del proletariato. Però i tempi dicono che questo programma sia la sinistra, e come insegna Michéa la sinistra si è mangiata il comunismo, quando invece in principio erano due realtà diverse se non opposte: la sinistra era la borghesia che spingeva per l'affermazione della cittadino contro i poteri istituiti, mentre il movimento socialista/comunista voleva la distruzione della borghesia, sia essa progressista o reazionaria.

Io al contrario di Negri sono comunista, quindi non di sinistra. Essere comunista significa volere la distruzione del capitalismo, delle sue categorie fondanti cioè del salariato, della merce, dello scambio, di uno specifico rapporto sociale per il quale il tempo è omogeneo, come pure il lavoro, e quindi dove qualcosa come il valore ha una specie di esistenza sociale allo stesso modo che l'orco e l'unicorno nel mondo dei bambini.

Invece chi è di sinistra come Negri sta sempre a seguire il compimento del processo di unificazione del mondo operata dalla logica di accumulazione infinita: infatti devono saltare le frontiere, quando il lavoro costerà troppo in Cina si dovrà spostare la fabbrica in Vietnam o Etiopia; quando perdi il lavoro a Roma te ne devi trovare uno nuovo a Londra, domani forse in Vietnam o Etiopia ; il lavoro è mobile, va sempre più di fretta, e il lavoratore lo deve inseguire, stargli vicino, cioè deve adeguarsi, muoversi in tutto mondo come in casa sua: tanto vale dire che ogni radicamento in una terra, in un modo di vita, ogni fedeltà al paesaggio, ogni cosa che fa di noi non soltanto lavoratori che il capitale mena a spasso ma umani abitanti di un luogo, tutto è sospetto.

Ormai ho cominciato a spiegare, ad ogni compagni che si turba con storie di populismo, di rossobrunismo, di fascismo, che ormai tutto ciò che si oppone alla logica di accumulazione è o sarà considerato come fascismo. L'antifascismo - con l'istituzione dei regimi fascisti a Male assoluto - è una linea di difesa ideologica del capitalismo. La moltitudine negriana è la classe nata dall'accumulazione, è socializzata sotto il capitale e per il capitale, per lei l'antifascismo è un dato naturale, gli è conaturato, fa parte del suo essere. La crisi del capitale è quindi la crise della middle-class globale, la crisi della democrazia mondiale, e segna il conseguente ritorno sulla scena del vecchio proletariato, quello sporco, cattivo, ignorante, che non ha fatto l'erasmus e che, disgraziato, non vuole capire che la penetrazione di masse di altri proletari nella propria terra sia ricchezza sua e non soltanto quella dei sfruttatori.

I proletari nazionali hanno da dare soltanto una cosa a chi arriva sulle coste meridionali: non soldi (non ci sono nelle tasche proletari), non umanità (è negata al proletaro), ma un esempio: quello di smettere di fare una vita da schiavo, una vita da migrante passato o futuro ; quello di abolire la propria condizione abolendo il rapporto sociale che la presuppone.
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