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Un DVD sull'Olocausto che ne pensate?

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Citazione Originariamente Scritto da luczip1 Visualizza Messaggio
Questa tua riflessione l'avevo già letta o, forse, si trattava di una simile.
Si tratta comunque del normale buon senso, quello per cui si potrà domani dire ai sionisti: "Una risata vi seppellirà". Proprio così, una enorme risata di fronte alle colossali menzogne, credo sia la migliore arma.
Quei 150 mila soldati ebrei di Hitler di cui nessuno ha mai osato parlare

UNO SCONVOLGENTE LIBRO DELLO STORICO EBREO BRYAN MARK RIGG

Quando la rivista di propaganda nazista "Signal" de- dicò la copertina al "soldato tedesco ideale", nel 1939, non poteva certo immaginare che quel volto appartenesse ad un giovane ebreo, il Gefreiter Werner Goldberg. Questa la foto più sorprendente, delle tante di ufficiali, generali, ammiragli, membri del partito nazista, contenute nel libro del giovane storico ebreo Bryan Mark Rigg, laureato alla Yale University, "I soldati ebrei di Hitler" pubblicato recentemente da Newton & Compton nella collana "I Volti della Storia" (pagine 395, 16,90 euro).
Uno studio accurato, una documentazione quasi esasperata, durata anni di viaggi, di incontri, di esami dettagliati di documenti pubblici e privati, superando l'ostilità e il boicottaggio degli studiosi "ufficiali" della "questione ebraica".
Nella prefazione, Rigg racconta d'essere stato ispirato alla ricerca dalla visione d'un film, "Europa, Europa" in cui si racconta la storia dell'ebreo Perel che, falsificando la propria identità, prestò servizio nella Wehrmacht e studiò in un collegio per la gioventù hitleriana dal 1941 al 1945. Il film raccontava una vicenda reale. Tornato all'Università di Yale, dove frequentava il secondo anno di college, Rigg si mise al lavoro. Gli sarebbe bastato trovare una dozzina di Perel e ne avrebbe ricavato uno studio interessante. Ne trovò 150.000 e questo sconvolse tutte le sue certezze.
Gli storici avevano sempre parlato di una cifra irrisoria di ebrei o mezzi ebrei (Mischlinge) che avevano militato sotto la croce uncinata. Mai tuttavia, ricoprendo alte cariche.
Rigg iniziò una corsa contro il tempo, poiché quei veterani morivano ormai a migliaia di giorno in giorno. Si avvalse dell'effetto "valanga", nel senso che ogni intervistato faceva i nomi di altri camerati. Quasi tutti si mostrarono disposti ad aprire le loro case e i loro cuori. In più autorizzarono il libero accesso ai fascicoli personali contenuti negli archivi. Vennero fuori documenti "che nessuno aveva mai esaminato prima" (siamo tra il 1994 e il '98!) e "furono dette cose che non erano mai state dette prima". Le loro vicende costituiscono la testimonianza diretta d'una storia oscura e raccapricciante.
Una storia che molti professori avrebbero preferito restasse nei cassetti. Ma Rigg appartiene a quella schiera ormai folta di storici ebrei che, sulla scia di Kath, Arendt, Kimmerling, Novick, Finkelstein e altri, vogliono la verità sull'Olocausto. La critica, quando non li accusa di filo-nazismo (come accade per Hanna Arendt), li considera "revisionisti" nell'accezione staliniana del termine.
Sono quelli che alla domanda «perché un ebreo scrive queste cose?», rispondono: «Perché un ebreo NON dovrebbe scrivere queste cose?».
Il suo lungo studio, i suoi documenti, i suoi testimoni, ci conducono in un mondo in cui avevamo sentito parlare in fretta e per accenni, ma che mai avevamo penetrato e di cui mai prima d'ora avevamo incontrato gli abitanti: il mondo dei "soldati ebrei di Hitler".
Una popolazione, non uno sparuto gruppo come si è voluto far credere per oltre mezzo secolo. Una popolazione con i suoi generali, i suoi ufficiali, le sue truppe.
L'elenco di Rigg è sconvolgente. Il feldmaresciallo Erhard Milch, decorato da Hitler per la campagna del 1940 (aggressione della Norvegia). L'Oberbaurat della Marina e membro del partito nazista Franz Mendelssohn, discendente diretto del famoso filosofo ebreo Moses Mendelssohn. L'ammiraglio Bernhard Rogge decorato da Hitler e dall'imperatore del Giappone. Il comandante Paul Ascher, ufficiale di Stato maggiore sulla corazzata Bismarck. Gerhard Engel, maggiore aiutante militare di Hitler. Il generale Johannes Zukertort e suo fratello il generale Karl Zukertort. Il generale Gothard Heinrici. Il generale Karl Litzmann, "Staatsrat" e membro del partito nazista. Il generale Werner Larzahn decorato da Hitler. Il generale della Luftwaffe Helmut Wilberg dichiarato ariano da Hitler. Philipp Bouhler, Capo della Cancelleria del Fuhrer. Il maggiore Friedrich Gebhard, decorato da Hitler. Il superdecorato maggiore Heinz Rohr, l'eroe degli U-802, i sottomarini tedeschi. Il capitano Helmut Schmoeckel...
Segue una sfilza di ufficiali, sotto-ufficiali, soldati. Tutti ebrei, o mezzi ebrei o ebrei per un quarto o addirittura per il 37,5 per cento, come il Gefreiter Achim von Bredow.
Poi la ricerca scava impietosa fino ad un nome terribile: Reinhardt Heydrich, "la bestia bionda", "Il Mosè biondo", Capo dell'ufficio per la sicurezza del Reich, generale delle SS, "l'ingegnere dello sterminio", diretto superiore di Heichmann.
Era ebreo Heydrich? Molti assicurano di sì. Di certo suo padre lo era. Di certo gli fu accordata da Hitler "l'esenzione". Hitler stesso avrebbe detto di lui: «Persone come lui, dotate di molto talento, potranno essere usate finché le si terrà in pugno». Il punto debole di Heydrich era la sua "origine ebrea" (Speer, Inside the Third Reich, pag. 146). «È noto infatti che Heydrich era mezzo ebreo» (Hanna Arendt, "La banalità del male", pag. 141). Così come ebreo era Hans Frank, governatore generale della Polonia, impiccato a Norimberga come criminale di guerra.
«Dei principali criminali di guerra, solo due si pentirono in punto di morte, Heydrich e Frank. Purtroppo si ha ragione di sospettare che si pentissero non di aver commesso crimini spaventosi, ma soltanto di avere tradito la propria gente» (Hanna Arendt).
È una foiba, il libro di Rigg, da cui si estraggono scheletri che si voleva dimenticare, nome e fatti da cancellare. Nomi di uomini che fecero la storia del XX secolo. Fatti che resero quella storia atroce.
E forse fu per prudenza che al processo di Norimberga non si parlò di Olocausto, ma, più genericamente, di crimini di guerra o contro l'umanità.
Forse fu per prudenza che tra gli imputati non sedesse Heichmann, esecutore degli ordini di Heydrich.
«Non potevamo immaginare - ricordava Yitzhak Zuckerman, capo della rivolta del ghetto di Varsavia - che gli ebrei avrebbero condotto alla morte altri ebrei». E Zuckerman non si riferiva soltanto agli ebrei della Wehrmacht, della Luftwaffe, della Marina o delle SS, ma soprattutto ai sonderkommandos, la polizia ebrea collaborazionista così efficacemente e drammaticamente narrata dall'ebreo Roman Polanski nel suo ultimo film "Il pianista".
Perché dunque, un libro come questo di Rigg ci sconvolge tanto? Forse perché il peso della "soluzione finale" è insopportabile e scopriamo di poterlo distribuire su altre spalle, anche quelle ebree. Forse perché siamo ancora alle prese con la retorica del "caso Priebke". Un ultranovantenne, ex ufficiale nazista, accusato di non aver disobbedito a ordini considerati disumani e che il libro di Rigg inevitabilmente pone a confronto con centinaia di generali e ufficiali ebrei che quegli ordini li eseguirono tanto bene da meritarsi le decorazioni e gli elogi di Hitler. Forse perché ci ha aiutato a capire che non esiste una "colpa collettiva" del popolo tedesco, così come non esiste una "innocenza collettiva" del popolo ebraico.
traetene le conclusioni...alla luce dei "falsi?" protocolli!!
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    FRA SVASTICA E MEZZALUNA


    13 marzo 2011

    Per concessione dell'editore, pubblichiamo uno stralcio della prefazione di Sergio Romano al volume Propaganda nazista per il mondo arabo di Jeffrey Herf (Edizioni dell'Altana; in libreria nei prossimi giorni).


    Dopo l'avvento di Hitler al potere la strategia arabomusulmana della Germania acquista nuova dimensione e una più radicale coerenza. Mentre ricerca lo scontro e, se necessario, la rottura, il Terzo Reich si prepara a diffondere il verbo nazista là dove la sua propaganda può servire a conquistare alleati e a imbarazzare nemici.

    Esiste tuttavia una difficoltà.

    Come predicare agli arabi e ai musulmani una ideologia che teorizza la superiorità della razza ariana e, di conseguenza, la loro inferiorità razziale?

    La Turchia e l'Egitto chiesero chiarimenti, i persiani sostennero di non essere meno ariani dei tedeschi.

    E il ministero degli Esteri del Terzo Reich cercò acrobaticamente di conciliare il credo ideologico del regime con le esigenze della propaganda.

    Fortunatamente per la Germania entrò in scena, a questo punto, il Gran Mufti di Gerusalemme.

    Amin el-Husseini era nazionalista, detestava gli ebrei ed era convinto che la dichiarazione di Balfour, con cui la Gran Bretagna aveva promesso al movimento sionista un focolare palestinese, fosse responsabile di tutti i mali che affliggevano la popolazione araba della Palestina.

    Chiunque fosse nemico degli inglesi, quindi, sarebbe stato il suo amico.

    E chiunque fosse nemico degli ebrei sarebbe stato il più prezioso dei suoi alleati.

    Per meglio convincere i suoi interlocutori tedeschi sostenne che il fascismo, il nazismo, le ideologie antidemocratiche e naturalmente l'antisemitismo corrispondevano alle tradizioni e alle esigenze politico-sociali del mondo arabo.

    Le sue aperture verso la Germania ebbero l'effetto di convincere Berlino che la componente antisemita dell'ideologia nazista avrebbe aperto al Terzo Reich le porte del Medio Oriente.

    Fu questa la ragione per cui la Germania decise di mettere in campo, per la costruzione di una macchina di propaganda, il grande capitale degli studi orientalisti che aveva accumulato nei decenni precedenti: un patrimonio più cospicuo di quello dell'Italia dove gli studi arabi erano stati coltivati soltanto in un numero limitato di università e istituti culturali.

    Il risultato, da allora alla fine del conflitto, fu una massa considerevole di trasmissioni radiofoniche e di libelli in cui dominava la tesi secondo cui fra nazismo e islamismo esistevano straordinarie affinità elettive.

    Le trasmissioni e i proclami di Berlino sono infarciti di riferimenti al Corano intesi a dimostrare che l'antisemitismo è un tratto distintivo della religione islamica, una specie di sesto pilastro dell'Islam.

    Per qualche anno, sino al 1942, la macchina della propaganda tedesca dovette tenere conto dell'esistenza di una fondamentale differenza tra gli scopi di guerra del Reich e quelli dell'Italia.

    Mentre i tedeschi erano disposti a promettere che avrebbero sostenuto, dopo la fine della guerra, l'indipendenza di tutte le nazioni arabe, l'Italia concepiva il proprio ruolo nel Mediterraneo come quello di un impero coloniale.

    Ma non appena il peso dell'alleato italiano, nel corso del conflitto, divenne meno rilevante, la propaganda di Berlino non esitò a sposare la causa della rinascita nazionale degli arabi e a esprimere persino una sorta di rammarico per la loro sconfitta in Spagna alla fine del XV secolo.

    Il punto più alto di questo connubio fu la creazione di una legione di SS bosniache che portavano, insieme alle mostrine del corpo di appartenenza, il fez rosso (come nei corpi musulmani dell'Impero austro-ungarico), decorato da una scimitarra.

    Esistono fotografie in cui Amin el-Husseini tiene a battesimo la Legione e passa in rassegna le sue reclute.

    Lo stesso Husseini creò un «Istituto per l'Imam», destinato ad addestrare i religiosi che avrebbero servito come cappellani militari, e il comandante tedesco della divisione – scrive Herf – riferì che militari e civili, in Bosnia, avevano cominciato «a vedere nel nostro Führer la missione di un secondo profeta».

    Fu persino necessario decidere se fosse opportuno individuare in Hitler il Mahdi, giunto in terra «per aiutare i fedeli a fare trionfare la giustizia».

    Ma venne ritenuto più opportuno promuoverlo al rango di Gesù (in arabo Isa) «di cui il Corano predice il ritorno come un cavaliere \\ che sconfigge i giganti e il re dei giudei, che apparirà alla fine del mondo».

    Herf avverte il lettore che l'ignoranza dell'arabo non gli ha permesso di condurre la sua ricerca sui testi utilizzati dalla propaganda tedesca nella lingua di coloro a cui erano indirizzati. Ma ha fatto uno straordinario lavoro di scavo e ha riportato alla luce una grande messe di materiale inedito di grande interesse e importanza.

    Ne trae la convinzione che fra nazismo e fondamentalismo esista un evidente legame e che l'atteggiamento dei musulmani verso lo Stato d'Israele sia stretto parente di quello che ispirò alla Germania il genocidio ebraico della Seconda guerra.

    È una tesi simile a quella dell'islamofascismo, sostenuta da alcuni studiosi americani negli scorsi anni.

    A me sembra piuttosto che l'alleanza fra il Mufti di Gerusalemme e il Terzo Reich fosse costruita su una duplice bugia e su reciproche convenienze.

    I nazionalisti musulmani mentivano quando sostenevano che l'ideologia nazista fosse compatibile con il Corano. E i tedeschi mentivano quando sostenevano che l'ideologia nazista non considerasse gli arabi alla stregua di una razza inferiore.

    Esistono, anche fra le carte rinvenute da Herf, molte prove della scarsa considerazione in cui il Terzo Reich teneva gli arabi.

    Ma ciascuna delle due parti pensava di potere trarre dall'alleanza grandi vantaggi: la vittoria contro la Gran Bretagna per la Germania, l'indipendenza per i nazionalisti palestinesi, egiziani, siriani e iracheni.

    L'integralismo islamico, del resto, non aveva ancora l'importanza e le dimensioni che avrebbe assunto dopo il fallimento delle modernizzazioni occidentali negli Stati arabo-musulmani del secondo dopoguerra.


    È certamente vero, come ricorda Herf, che l'antisemitismo tedesco ha finito per contaminare alcuni settori dell'opinione pubblica araba.

    Nasser si servì di un ex propagandista nazista per le campagne del ministero egiziano dell'Informazione e usò i Protocolli dei Savi di Sion per meglio screditare lo Stato d'Israele.

    A me sembra tuttavia che questo sia «antisemitismo di guerra» e appartenga alla categoria di quelle immagini del nemico che gli Stati costruiscono nei periodi di grande tensione per mobilitare la propria società e screditare l'avversario.

    Quanto più lungo è il conflitto e quanto più esasperati sono gli animi, tanto più il nemico viene rappresentato come l'incarnazione del male assoluto.

    Accadde in ambedue i campi durante la Grande guerra, la Seconda guerra mondiale e la guerra fredda.

    Una ragione di più per sperare che finisca, con la soluzione della questione palestinese, una feroce guerra di propaganda destinata ad avvelenare ulteriormente gli animi di due popoli destinati a convivere.

    ...


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