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Dr. Gori

Alle radici della mistificazione progressista: LA SCHIAVITÙ

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Notiamo come la narrazione progressista ponga l'uomo occidentale come ideatore e unico fruitore della schiavitù perpetrata esclusivamente ai danni dei neri.

Questa reiterata menzogna ha permesso di instillare un indebito senso di colpa verso il generico "uomo bianco", ovviamente per trarne vantaggio ideologico.



In realtà le cose stanno in modo ben diverso.






il commercio degli schiavi africani, la tratta dei negri, fu un’invenzione musulmana, sviluppata dai mercanti arabi con l’entusiastica collaborazione dei loro colleghi negri, e istituzionalizzata con la più spietata brutalità secoli prima che l’uomo bianco mettesse piede sul continente africano; continuò poi a lungo dopo che nel Nordamerica il mercato degli schiavi era stato finalmente soppresso.

Storicamente, questo traffico tra l’Africa mediterranea e quella sub-sahariana comincia proprio con la civiltà che gli afrocentristi sono così smaniosi di rivendicare come negra: l’antico Egitto.

Come ha messo in luce Roland Oliver, il più eminente studioso di cose africane, direttore generale degli otto volumi della Cambridge History of Africa: tutto ciò che sappiamo sullo sviluppo del traffico di schiavi tra il Cinquecento e l’Ottocento conferma che esso non avrebbe potuto esistere senza la piena collaborazione degli Stati tribali africani, i quali facevano commercio dei prigionieri catturati nelle loro guerre incessanti.


E con l’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti questo sistema non è svanito affatto.


A differenza degli inglesi e degli americani, nell’Ottocento né gli arabi né i re africani videro la minima ragione umanitaria per opporsi alla schiavitù. I mercati di schiavi che rifornivano gli emirati arabi erano ancora operanti a Gibuti nei nostri anni Cinquanta; e dal 1960 il traffico ha prosperato in Mauritania e nel Sudan. Ci sono tuttora notizie di schiavi di proprietà personale nella Nigeria settentrionale, nel Ruanda e nel Niger.

Eppure l’idea della colpa solitaria di Europa e America continua a infestare le discussioni sulla schiavitù.

Africani, islamici, europei, tutti ebbero parte nella schiavitù dei negri, la esercitarono e trassero profitto dalle sue miserie. Ma alla fine soltanto l’Europa (includendovi, in questo caso, il Nordamerica) si dimostrò capace di concepirne l’abolizione; solo l’immensa forza morale e intellettuale dell’Illuminismo, rivolta contro l’odiosa forma di oppressione rappresentata dalla schiavitù, fu in grado – in modo disuguale e con molta difficoltà – di far cessare la tratta degli schiavi. Che ora ci siano dei cosiddetti storici inclini a trascurare questo fatto mi sembra stupefacente. Ma è vero che da queste parti il rasoio di Occam e il concetto che l’onere della prova spetta a chi accusa non contano molto.

A questo punto, infatti, ci scontriamo col cardine dell’atteggiamento politicamente corretto riguardo agli studi sull’oppressione. Qualunque affermazione di uno storico o di un testimone europeo bianco, e maschio, è a priori sospetta; mentre quelle di una persona o di un gruppo oppresso meritano istantanea fiducia, anche se non hanno alcun fondamento concreto. Ora, è fuori dubbio che ciò che dice la vittima dev’essere ascoltato, perché può gettare nuova luce sulle vicende storiche; ma va sottoposto alle stesse verifiche delle dichiarazioni di chiunque altro, o viene meno il dibattito e la verità ne soffre. I p.c. si trincerano dietro l’idea che ogni esposizione storica è espressione del potere: la storia è scritta soltanto dai vincitori e la verità è politica, e non conoscibile se non dall’oppresso che l’ha sperimentata sulla propria pelle.


(cit. Hughes)
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