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Comunismo

Quella sera, a Rimini (I)

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Eravamo a Rimini, dove verso sera cadeva sulla spaggia un aria che sembrava di vetro. A Rimini non ci volevo andare, mi immaginavo quanto fosse molto più bella la cosa amalfitana, più interessante la Sicilia occidentale, o allora assolutamente nuovo per me il triestino. Ma a Rimini c'era un mio amico Claudio con la casa dei nonni, era più vicino, insomma era tutto più facile, e quindi scegliendo la facilità ho scelto quella umanità da spaggia che nel fondo ho sempre odiato.


Però l'indomani del mio arrivo, in questa folla di mediocre scienza e molto chiasso, e quando già con Claudio si era stabilito in modo categorico, cercando di esprimere in questo giudizio il massimo del disprezzo, che sarebbe una vacanza all'insegna della disfatta dello spirito contro il denaro, incontrammo Paola e Maria. La prima era di quelle polentone regolate sul tipo biondiccio e angusto che, dall'infatuazione geo-fiscale, striscia più o meno inconsciamente nella sufficienza culturale : Paola in Rimini già si credeva a Scampia, cercava in ogni angolo delle case, del carattere o della costruzione della più banale frase, i segni dello sfaldamento meridionale. Si dava l'aria di un dottore, contava i ragazzi senza casco sul motorino come si esamina una tac inquietante, ma dava anche la prova della sua limitata intelligenza mostrando ingenuamente di credersi più intelligente di noi. Purtroppo Claudio che era di Bologna e che già allora si preparava a diventare radical-chic, come del resto quasi tutti i bolognesi appena più intelligenti della media, in questa Paola altro non vedeva che una possibilità di chiavare.

Era poi vero, a voler giustificare Paola, che nella banda di bambini formatasi sul campo giochi si sentiva un vociare particolare : i figli dei cafoni, forse non i squatrinati partenopei ma almeno di Campobasso o Lecce, sulle orme dei padri presentavano anche su questo pezzo della costa adriatica il conto per i vecchi misfatti. E io sorridevo quando le pigliava uno che la mamma, antipatica, aveva l'ombrellone bianconero.





Maria invece era originaria di Avellino, cresciuta in zona Milano, e meriterebbe un intero trattato sul miracolo (o è un complotto?) della miscela razziale che è questo paese. Quando la vedi da dietro sembra una coreana, capelli nerissimi e pesanti. Poi incuriosito fai il giro, e scopri due occhi a mezza luna, neri, scherzosi, e una pelle di un grano che manca troppo in questo paese di sole. Ma il più bello erano i denti, denti arrivati questa volta dall'Africa nera, come quelli dei cartoni animati, e una volta Paola disse che proprio i denti erano la cosa che più invidiava nell'amica.

Che cosa questa Maria ci facesse con l'esploratrice non l'ho mai capito. Comunque avevo cinque giorni per indovinare questo e altro.


Appuntamento prima di sera, siamo in quatro più un conoscente di Claudio, anche lui di Bologna, anche lui quasi radical-chic, ma di un ambiente più agiato : gira con l'Audi, è già sposato con la figlia di un industrialotto della piana. Le ragazze invece non s'interessavano di politica, era una coscienza minimo tipo vabbè sono tutti uguali, non c'è futuro in questo paese, ecc. Il calcio non faceva parte della nostra vita, e esaurito in breve l'argomento studi e lavoro si cominciò a parlare degli accenti regionali – ma era proprio per colpa mia : la lotta di classe sul campo giochi mi procurava una gioia inaspettata di cui gli altri vollero conoscere il perché (ma pecché, disse Maria, rimproverata da Paola), ed io me ne uscì con un ipocrita elogio della diversità – e via a riprodurre questi accenti, e ognuno che diceva la sua con l'aria dell'intenditore. Io annuivo il poco che ci vuole per cortesia, e cosi pagavo doverosamente il mio contributo parolaio a questa inutile quanto solita discussione tipicamente italiana, nel mentre guardavo tutti e Maria più di tutti. Inevitabilmente Paola cercò di parlare napoletano, o meglio credette sinceramente di parlare napoletano, e proprio mentre questo momento penoso quanto previsto accadeva ho guardato con quel che credevo essere intensità Maria, e Maria guardava me, e mi sembrava che stesse per venire da me come la capra nel romanzo di Pavese. Si apriva, lo sentivo, una vacanza nuova, e ringraziavo chissà quale grande navigatore di aver impiantato nella Terra di Lavoro un sangue estremo orientale. Ma ci avessero dato più abissine ! Comunque zittita la polentona, la coreana a suo turno parlò per bene napoletano, poi anche un dialetto delle parti di Avellino, poi ancora un giretto in Lazio e da qui, chiusa finalmente questa discussione, si decise di andare in un locale. Prima però dovevamo passare a casa del proprietario dell'Audi, a cercare sua moglie. E questo fu il vero inizio di una serata indimenticabile.

Aggiornato il 10-09-14 alle 12:19 da Tommaso

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