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Comunismo

cocco napoletano

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Ricordo quelle giornate, quelle lunghe giornate in spiaggia. Il sole cocente, la sabbia piena di mozziconi, il mare con le cartacce e le meduse.

Andavamo in famiglia sulla costiera adriatica, e mi piaceva tanto, mi piaceva tutto.

Ricordo l'animazione che si creava tra di noi, quando sentivamo avvicinare il venditore ambulante. C'era il nero vestito d'inverno e che non crepava di caldo - provavo pena e sorpresa per lui, la stessa che provai quando nell'Agrigento greca gli comprai un capello di cui non avevo bisogno, perché avevo pietà, avevo visto la sua anima infinitamente disperata. Gli volevo dire di tornare in Africa, che non ci si poteva essere più infelice che non in Italia. Gli volevo dire che, tornato il potere nell'alveo del politico, cioè deposto il capitale e questa sua mania di far ballare i popoli tra i continenti, lui comunque se ne sarebbe dovuto tornare. Sali sulla nave, uomo nero, e torna soltanto nelle favole - forse questa volta sarai l'uomo buono? Allora saranno i bimbi a fare quel tratto di mare, ti porteranno la loro meraviglia, forse anche due o tre soldi per comprarti una mucca o una capra.

E poi c'era quel giovane che vendeva il cocco.

A me il cocco già piaceva allora, e vedevo solo quel cocco tutto bianco, tutto fresco. È un piacere addentarci, anticipavo. Però notavo uno speciale divertimento nei miei genitori, una gioia. Con gli anni ho capito: ogni tanto si scopriva che quel giovane era di Napoli o provincia.

Che bello. Sei in mezzo alla folla antipatica, agli schiavi che si prendono una settimana di libertà controllata, in una fiera consumista di assoluta volgarità, ed ecco che ti arriva, nel sudore, sotto il sole, un muscoloso esemplare di essere non addomesticato. Eravamo stranieri anche là, ma la patria s'era ricordata di noi, era venuta a salutarci con l'alibi del cocco.

Sono passati gli anni e mi trovai un giorno, ancora una volta d'estate, nella martoriata Napoli, in cima al Pizzofalcone. Ci avevo portato una ragazza che, nella dura salita a lacci quando ci arrivi dal lato del Castel dell'Ovo, era in piena rivolta. La lasciai alle sue lamentele e continuai. Arrivato in cima, tra il sudore, ancora, e la rabbia, m'era pure nata una punta di inquietudine a causa di quel grosso motorino che girava sotto il cancello della caserma. No, non era la via del Pallonnetto. Che stupido, avevo sbagliato. E a quel punto mi vidi nel riflesso di una vetrata.

Abbronzato, sudato, la camicia sfatta, m'ero fatto una faccia, quasi una vita da venditore da spiaggia. Non gridavo cocco cocco bello, ma gridavo dentro, gridavo contro di lei, gridavo contro di me, gridavo contro la vita il mondo il capitale.

E pensavo a quelle giornate in spiaggia, con la mamma e il papà.
Quell'ombrellone, quel ragazzo, quel momento d'infanzia. Con questo dentro di me, chissà se mai avrò una anima davvero disperata. Qui con due soldi non mi compro niente. Forse un pezzo di cocco. Però a casa ci torno quando voglio.

Commenti

  1. L'avatar di Tommaso
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