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Discussione: E' il momento dell'ONU

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    Predefinito E' il momento dell'ONU

    Voci di fuga di Gheddafi. Dimissioni del ministro della giustizia
    Tripoli brucia tra saccheggi e scontri
    Base aerei italiane in massimo allerta
    Il vice-ambasciatore all'Onu chiede intervento internazionale. Raid aereo sui dimostranti

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    NOTIZIE CORRELATE
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    Libia in rivolta, «Gheddafi ha lasciato». Minacce alla Ue: non collaboriamo più (20 febbraio 2011)

    Voci di fuga di Gheddafi. Dimissioni del ministro della giustizia

    Tripoli brucia tra saccheggi e scontri
    Base aerei italiane in massimo allerta

    Il vice-ambasciatore all'Onu chiede intervento internazionale. Raid aereo sui dimostranti

    Il discorso in tv di Saif al Islam Gheddafi (Reuters)
    Il discorso in tv di Saif al Islam Gheddafi (Reuters)
    MILANO - L'incendio libico sta contagiando il Mediterraneo. «In tutte le basi aeree italiane il livello di allarme sarebbe massimo in relazione alla crisi libica»: lo ha apprenso l'Ansa da qualificate fonti parlamentari. Secondo le stesse fonti, una consistente quota di elicotteri dell'Aeronautica militare e della Marina militare in queste ore avrebbe ricevuto l'ordine di spostarsi verso il sud. La Libia sta vivendo da ore nel sangue e nel caos. Il vice-ambasciatore libico all'Onu ha invocato un intervento internazionale contro quello che ha definito «un genocidio» perpetrato dal regime di Tripoli e ha chiesto che venga istituita una no fly zone su Tripoli. Lo ha da poco riferito la Bbc nel suo sito internet. Secondo l'emittente britannica l'intera delegazione libica presso le Nazioni Unite avrebbe chiesto un'azione internazionale.

    BOMBE - Intanto a Tripoli è «caccia ai dimostranti». Caccia militari dell'aviazione libica avrebbero eseguito alcuni raid contro i manifestanti che si trovano nel centro di Tripoli. La notizia riferita da al-Jazeera proverrebbe da «più fonti concordanti tra di loro». Nel frattempo però, due aviatori a bordo di altrettanti Mirage dell'esercito libico sono atterrati a Malta e hanno chiesto asilo politico. Già dal pomeriggio membri armati di un'organizzazione filo-governativa chiamata Comitati rivoluzionari si aggiravano per le strade della città vecchia in cerca degli anti governativi. Una presenza che ha fatto presagire nuovi scontri. Altro sangue. I manifestanti lanciano appelli, invitando i cittadini a unirsi a una nuova protesta prevista per stasera nella Piazza verde a Tripoli. Ed è proprio nel corso della manifestazione che si teme scoppino altri sanguinosi scontri. Il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, ha parlato oggi, a lungo, con il leader libico Libia, Muammar Gheddafi, chiedendogli di cessare ogni violenza. Lo si legge in una nota diffusa dalle Nazioni Unite. Il documento non precisa se il colonnello si trovi ancora in Libia.

    Messaggi da e per la Libia: il canale aperto per i lettori di Corriere.it

    POLIZIA IN FUGA- La Libia è nel caos totale. Il ministro della giustizia, Mustafa Mohamed Abud Al Jeleil, ha dato le dimissioni. E fonti libiche hanno fatto sapere ad Al Jazeera che all'interno dell'esercito vi sarebbero grandi tensioni, al punto da poter prevedere che il capo di stato maggiore aggiunto, El Mahdi El Arabi, possa dirigere un colpo di stato militare contro Gheddafi per mettere fine ai disordini. Le stesse milizie sarebbero nel caos. Polizia e forze di sicurezza sono fuggite in massa da al-Zawiya, località della Libia occidentale situata qualche decina di chilometri a ovest di Tripoli, lungo l'arteria che conduce alla frontiera con la Tunisia: lo hanno riferito testimoni oculari arrivati nella città di confine tunisina di Ben Guerdane. Da allora, hanno raccontato, la città è allo sbando: «Per due giorni ci sono stati scontri tra pro e anti Gheddafi e ieri la polizia ha lasciato la città. Da ieri tutti i negozi sono chiusi, una casa di Gheddafi è stata data alle fiamme, la gente ha rubato auto della polizia», è il racconto dei testimoni oculari. «Ci sono cecchini, ci sono case incendiate, non c'è polizia, se n'è andata ieri mattina. Nel centro della città ci sono manifestazioni pro Gheddafi».

    Fiamme a Tripoli

    ULEMA - In una Libia che brucia tra caos e sangue, il rais è abbandonato anche dai religiosi islamici: la Rete dei liberi ulema ha detto che la rivolta contro il regime è dovere divino di ciascuno. Violenti scontri sarebbero in atto tra i fedelissimi gheddafiani delle Guardie dei Comitati rivoluzionari e i militari golpisti. In questi scontri sarebbe rimasto gravemente ferito il comandante delle forze speciali, Abdalla El Senoussi, secondo alcune voci sarebbe morto. Si susseguono le voci non confermate sul destino di Muhammar Gheddafi: tra chi lo dà in fuga e chi nell'opposizione assicura che si trovi ancora in Libia. Secondo fonti ospedaliere citate dalla televisione, ci sarebbero già 61 morti nella capitale nelle prime ore di lunedì. Mentre secondo la Federazione internazionale per i diritti umani, Fidh, i morti dall'inizio delle contestazioni contro Gheddafi sarebbero tra i 300 e i 400 «per una cifra più vicina ai 400 che ai 300». Un'altra ong, Human Rights Watch,aveva calcolato in mattinata un bilancio di 233 morti.

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    Incendiati i palazzi governativi

    FIAMME - Testimoni riferiscono che sono stati incendiati sia il Parlamento che la sede del governo. Si parla di saccheggi di banche e negozi anche da parte delle forze dell'ordine mentre l'esercito si sarebbe unito ai dimostranti. Secondo il sito informativo al-Manara, bande armate stanno circolando per il quartiere di al-Azizia, dove si trova la sede della tv pubblica e diversi palazzi istituzionali, oltre alla residenza di Gheddafi. Gruppi armati hanno attaccato la caserma di al-Baraim, a una decina di chilometri dal centro di Tripoli. Cecchini appostati sui tetti hanno aperto il fuoco contro i manifestanti che tentavano di avanzare verso il centro di Tripoli. Altri testimoni parlano di spari con arma da fuoco da auto in corsa. Secondo Al-Arabiya l'esercito avrebbe rifiutato di dispiegarsi nella città di Bani Walid. Tarhouna, in Tripolitania, sarebbe in mano ai manifestanti, così come Bengasi, Beida, Sirte (ma qui le fonti sono discordi), Zaouia e Gialo, nel deserto nei pressi dell'oasi di Cufra.

    MESSAGGIO TV - Saif al-Islam, il figlio di Muhammar Gheddafi, in un messaggio tv lanciato alla nazione nella notte di domenica aveva detto che «la Libia è a un bivio». Nel discorso ha fatto più volte l'accenno a non meglio precisate «forze straniere» e «separatisti» che hanno messo in atto un «complotto» contro la Libia». Il figlio del rais ha indicato i nemici: islamisti, organi d'informazione, teppisti, ubriachi, drogati e stranieri, compresi egiziani e tunisini. «Arriveranno le flotte americane e europee e ci occuperanno», ha avvisato. Ha minacciato quindi di «sradicare le sacche di sedizione», in quanto «il nostro non è l'esercito tunisino o egiziano. Combatteremo fino all'ultimo uomo, all'ultimo proiettile».

    LA CONDANNA UE - A fatica ma alla fine è arrivata. Dopo un'intera giornata di riunione, i ministri degli Esteri dell'Unione Europea riuniti a Bruxelles hanno raggiunto una posizione comune: «condannano la repressione in corso contro i manifestanti in Libia, deplorano la violenza e la morte di civili», esortando «la fine immediata dell'uso della forza». Si legge nelle conclusioni del Consiglio affari esteri. I ministri europei chiedono che «alle legittime aspirazioni ed alle richieste del popolo per le riforme si risponda attraverso un dialogo guidato dai libici aperto, inclusivo, significativo e nazionale, che porti ad un futuro costruttivo per il Paese e per il popolo». «Noi incoraggiamo fortemente tutte le parti in questo senso», si legge nel documento dei ministri dell'Ue, nel quale si invitano «tutte le parti a mostrare moderazione». «La libertà di espressione ed il diritto di riunirsi pacificamente - continua il testo - sono diritti umani e libertà fondamentali di ogni essere umano che devono essere rispettati e protetti». E intanto gli Usa, annuncia il dipartimento di Stato di Washington, hanno ordinato al personale diplomatico «non essenziale» di lasciare la Libia.

    Redazione online
    21 febbraio 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA

    Tripoli brucia tra saccheggi e scontri Base aerei italiane in massimo allerta - Corriere della Sera
    Perché l'unico tipo di rapporto che riusciva a concepire era di tipo feudale. Non aveva la minima idea di cosa fosse il cameratismo al quale anelava l'anima. (E. M. Forster)



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    Predefinito Rif: E' il momento dell'ONU

    è giusto monsieur... purtroppo l'onu rischia di rivelare tutti i suoi limiti...
    Liberalismo e socialismo, considerati nella loro sostanza migliore, non sono ideali contrastanti né concetti disparati

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    Predefinito Rif: E' il momento dell'ONU

    Citazione Originariamente Scritto da zulux Visualizza Messaggio
    è giusto monsieur... purtroppo l'onu rischia di rivelare tutti i suoi limiti...
    Già, e questo dispiace tanto più a chi nell'ONU crede e la considera il più grande sogno per la pace, la libertà e la giustizia nel mondo.
    Perché l'unico tipo di rapporto che riusciva a concepire era di tipo feudale. Non aveva la minima idea di cosa fosse il cameratismo al quale anelava l'anima. (E. M. Forster)



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    Predefinito Rif: E' il momento dell'ONU

    LIBYA/BONINO: "ITALY SHOULD SUSPEND UNILATERALLY THE LIBYA-ITALIAN TREATY OF FRIENDSHIP"

    Rome - February 22, 2011

    Statement by Emma Bonino, Vice President of the Italian Senate

    In response to the latest tragic developments in Libia, Emma Bonino, the Vice President of the Italian Senato, has issued a statement declaring that the United Nations Security Council, currently meeting in New York, "should recognise that the massive and systematic attack against civilians in Libyaconstitutes a threat to international peace and security. Therefore, under Chapter VII of the UN Charter, the UN Security Council must immediately take all necessary action to protect the population, starting with the enforcement of a 'no-fly zone' to stop aerial raids against civilians. Indiscriminate attacks against the civilian population, and the very high number of victims, may constitute crimes against humanity, as already stated by the UN High Commissioner for Human Rights. An independent international investigation needs to be instituted as soon as possible so that Gaddafi and other members of his regime are held accountable for their actions. Neighbouring countries from both sides of the Mediterranean" -continued the Radical Party leader- "should cooperate to take any measures necessary to end the violent repression against the civilian population. In this context, it is inconceivable that the Treaty of Friendship between Lybia and Italy of 2008 can still be considered in force. I believe Italy has a duty to suspend immediately and unilaterally the application of the Treaty, whose non-interference clauses would prevent Italy from coming to the aid of civilians in Libya. It would also prevent Italy from contributing effectively to other concrete actions to start a transition process towards the rule of law and democracy in Lybia agreed at the European and International level. Even more so", -concluded Emma Bonino- "if Gaddafi intends to carry out his threat to fight "to the last man, to the last woman, to the last bullet", as announced by his son and to apply a strategy of ceding temporarily Cyrenaica in order to advance from Tripoli city by city."
    Liberalismo e socialismo, considerati nella loro sostanza migliore, non sono ideali contrastanti né concetti disparati

  5. #5
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    Predefinito Rif: E' il momento dell'ONU

    Alla notizia della risoluzione dell’Onu, Bengasi assediata e in preda all’angoscia è esplosa di gioia. Sarebbe davvero assurdo che l’opinione pubblica democratica condannasse ora gli interventi aerei che alla popolazione martoriata suonano come disperata speranza.

    Il pacifismo “di principio” è tassativo: mai un aereo, mai una bomba, meno che mai l’invio di un soldato. Il pacifismo “di principio” ha una sua nobiltà, ma chi lo sostiene avrebbe condannato i volontari delle brigate internazionali accorsi in Spagna a difendere la Repubblica contro “los quatros generales”. Il pacifismo “di principio” non condanna semplicemente ogni progetto (quasi sempre insensato, e altrettanto spesso ipocrita e doppio) di “esportare la democrazia”, si priva anche della possibilità di appoggiare la democrazia già esistente dove è minacciata o di sostenere una rivolta che provi ad instaurarla.

    Il pacifismo “di principio” non si presta a discussioni, proprio per il suo carattere assoluto. Prendere o lasciare. Sono per il “lasciare”, perché non ho mai creduto e non credo che la pace possa essere il valore supremo, anche a costo della libertà. Non a caso il tacitiano “hanno fatto un deserto e lo hanno chiamato pace” fu – prima del ‘68 - la bandiera di una grande manifestazione per la libertà del Vietnam organizzata in modo autonomo rispetto al Pci. Rivoluzionario o riformista che voglia essere, credo perciò che un democratico debba prendere posizione rispetto ad ipotesi di interventi armati senza apriorismi universali, analizzando valori e interessi in gioco, ed assumendosi le relative responsabilità.

    Perciò: in Libia abbiamo una dittatura di mostruosa ferocia, contro cui si è sollevata gran parte della popolazione, nel clima di rivolte che da un paio di mesi stanno aprendo a prospettive di democrazia inaspettate l’intera Africa del nord. Rivolte con una fortissima componente giovanile, colta, laica, non ancora egemone rispetto alle influenze religiose o al potere organizzato dei militari, ma che per la prima volta consente di parlare di speranza democratica in senso proprio. L’esito dello scontro in Libia avrà una influenza potente su tutti questi. Nella rivolta libica il peso dei settori del regime che si sono staccati da Gheddafi solo ora è assai forte, ma il carattere popolare dell’insurrezione indubbio. Gheddafi lo ha schiacciato solo con la logica dell’eccidio, con cui sta riconquistando il paese. I governi occidentali hanno colpe tremende, per i decenni e decenni delle sanguinarie dittature che i popoli tunisino, egiziano, libico hanno dovuto subire, colpe che non dovranno essere dimenticate. Con quelle dittature hanno trafficato, ben al di là delle “ragion di Stato” e di approvvigionamento energetico, e pur di trafficare hanno ignobilmente coperto e “santificato” la quotidianità di tortura e violenza con cui l’oppressione dittatoriale si esercitava. Mai nulla hanno fatto per difendere, e non sia mai sostenere e alimentare , le forze di un’opposizione laica e riformatrice, insomma occidentale nel miglior senso del termine, che pure esistevano, non solo embrionalmente.

    Da ultimo, in Libia sarebbe bastato riconoscere subito come governo legittimo la parte del coordinamento della rivolta di Bengasi più laica e non compromessa col vecchio regime. Sarebbe bastato bombardare la base aerea da cui Gheddafi si garantiva il controllo del cielo, grazie al quale ha potuto scatenare la sua “revanche” di sangue. Insomma si sarebbe potuto cominciare ad aiutarle appena trovarono l’eroismo della rivolta, quelle forze democratiche abbandonate e neglette per decenni. Si è traccheggiato, perché i motivi del sì o del no occidentale sono di danaro e di potere, non di libertà e democrazia.

    Ora, comunque, sembra che aerei francesi e inglesi, bombardando le basi di Gheddafi (cosa aspettano ancora?), restituiranno alla Libia insorta la speranza della liberazione. Un “vade retro” delle forze democratiche sarebbe campana a morto (e non metaforica) per gli ammutinati contro il Rais. Piuttosto, si impegnino i democratici europei a stringere rapporti con le forze laiche e riformatrici dell’Africa mediterranea, ponendo fine ad un colpevole e spocchioso disinteresse, perché alla caduta dei Mubarak Ben Ali e Gheddafi non seguano altre dittature, a cui gli establishment d’Occidente non farebbero mancare i brindisi.
    micromega-online - micromega
    Perché l'unico tipo di rapporto che riusciva a concepire era di tipo feudale. Non aveva la minima idea di cosa fosse il cameratismo al quale anelava l'anima. (E. M. Forster)



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    Predefinito Rif: E' il momento dell'ONU

    Quei raid per salvare la speranza
    di Paolo Flores d’Arcais, da il Fatto quotidiano, 29 marzo 2011

    Ribellarsi è giusto? Dipende contro chi, naturalmente. E “in nome di che cosa”, per il raggiungimento di quale obiettivo, perché il “contro” non basta, il “per” per cui ci si batte può perfino essere peggiore. O equivalente. Le persone che per diventare cittadini sono entrate in rivolta in Egitto, in Tunisia, in Libia, ora in Siria e in Giordania, lo hanno fatto contro Mubarak, Ben Alì, Gheddafi, Assad, Abdullah II. Che contro tali dittatori, dal paternalista fino al mostruoso, sia giusto ribellarsi, non credo possa essere materia di discussione o dubbio tra chi frequenta queste pagine.

    In nome di cosa, però? Sono davvero rivolte per la democrazia? Se l’obiettivo dei ribelli fosse una teocrazia fondamentalista, perché mai dovremmo sentirci coinvolti e solidali? L’obiezione è sacrosanta, ma questa volta suona davvero speciosa. Quello che ha sorpreso nel vento di rivolta che scuote l’intera Africa del Nord è la mancata egemonia fondamentalista, che tutti davano invece da anni come inevitabile in qualsiasi sommovimento nel mondo arabo. Protagonisti sono stati, in prima fila, i giovani con elevato livello culturale e altrettanto elevato tasso di laicità, e il loro strumento generazionale: Internet. Sia chiaro, questi stessi giovani e i “ceti medi riflessivi” locali costituiscono anche la forza più magmatica e meno organizzata, che dunque ha più difficoltà a giocare immediatamente un ruolo rispetto ai militari, alle fronde – più o meno sincere – dei vecchi regimi , ai “Fratelli musulmani” e altre componenti di ispirazione religiosa.

    Per questo le rivolte non sono affatto concluse, neppure in Egitto e Tunisia, e covano ancora (si spera) sotto la cenere di equilibri provvisori in cui le componenti del privilegio e dell’establishment (anche economico, non sottovalutiamolo) hanno per ora l’egemonia. Rivolte che non hanno mostrato alcun collegamento organizzativo, ma una relazione ancora più profonda proprio perché di contagio spontaneo. Per cui è ragionevole ipotizzare che qualsiasi avanzamento o arretramento, soprattutto se drastico, della lotta in uno di questi paesi continuerà per parecchio tempo ad avere ripercussione sugli altri.

    Si è trattato ovunque di sollevazioni spontanee, “a mani nude”, innescate da episodi occasionali, la classica scintilla che tante volte non provoca nulla ma improvvisamente incendia la prateria. Altrettanto ovvio che in qualsiasi situazione di crisi, ben prima che precipiti, agiscono ed eventualmente “pescano nel torbido” potentati internazionali multinazionali e governativi, in primo luogo attraverso i servizi di intelligence. Insomma, qualsiasi rivolta corre il rischio di “lavorare per il re di Prussia”, come diceva il vecchio Marx. Non può certo essere un alibi per non lottare e per non schierarsi.

    In Libia, ancora pochi giorni fa, la sollevazione rischiava di essere schiacciata definitivamente. Esplosa in tutto il paese, era già stata repressa a Tripoli in un “venerdì di sangue”, quando le masse uscite dalla preghiera in moschea erano state mitragliate dai corpi speciali gheddafisti. Assicuratosi il controllo della capitale, il rais aveva iniziato con successo la controffensiva e ormai l’assedio si stringeva intorno all’ultima roccaforte di Bengasi. Il centro della rivolta aspettava nell’angoscia il “bagno di sangue” promesso dal colonnello, che su questi temi è sempre di parola. Solo l’aviazione francese ha impedito l’annunciato esito di massacro, e non a caso alla notizia della risoluzione Onu Bengasi insorta è esplosa nella gioia della ritrovata speranza.

    Possibile che non sappiate per quali motivi Sarkozy e gli altri leader occidentali bombardino, è la domanda (retorica) del pacifismo “di principio”. Lo sappiamo benissimo: per motivi abbietti. Lo sanno anche i sassi: per danaro e potere, i sempiterni motivi che, soli, commuovono davvero gli establishment, i privilegiati, le destre . Questi motivi abietti hanno avuto però l’effetto collaterale di salvare una insurrezione – variegata e ambigua come le precedenti di Tunisia e Egitto, ma rispetto ad esse con una componente islamica inesistente e una militare più forte – che resta per quel paese unico alambicco di speranza democratica.

    A me pare che identificarsi con i giovani laici, acculturati e molto spesso disoccupati, che di questa speranza sono i portatori con le poche armi “straccione” dei disertori e la loro passione di blogger, dovrebbe per un democratico italiano esser quasi un riflesso condizionato. E dunque ad orientarci dovrebbero essere le loro richieste, i loro interessi, la solidarietà nei loro confronti, non l’ovvia ripulsa per le motivazioni dei Sarkozy. Cosa li aiuta, i mirage francesi che vogliono mettere la parola FINE al regime del colonnello (speriamo, visto che già la Nato distingue: una volta protetti i civili, rispetto allo scontro armato bisogna restare neutrali), o un ponziopilatismo occidentale che consentirebbe al macellaio di Tripoli di riprendersi il paese? Cosa ne direbbero i giovani democratici libici che sono insorti?

    Quando si scrive, o addirittura si scende in piazza, rivendicando un obiettivo, ci si assume la responsabilità morale di ottenerlo, comprese le conseguenze immediate che porta con sé. Non quelle successive, più lontane: la storia è un affresco di “eterogenesi dei fini”. Ma quelle ovvie e inevitabili sì. E se la rivendicazione che si agita viene raggiunta bisognerebbe essere colmi di gioia. Ma quanti che hanno manifestano per la fine dei raid francesi avrebbero gioito davvero se la richiesta pacifista fosse stata accolta? Nessuno, credo, poiché ciascuno in cuor suo avrebbe saputo che in quarantottore Gheddafi avrebbe concluso a Bengasi quanto interrotto.
    Quei raid per salvare la speranza - micromega-online - micromega
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    Predefinito Rif: E' il momento dell'ONU

    fate pena
    Gli Arya seggono ancora al picco dell'avvoltoio.

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    Predefinito Rif: E' il momento dell'ONU

    Citazione Originariamente Scritto da Malaparte Visualizza Messaggio
    fate pena
    ostridicolo:
    Non condividiamo ma rispettiamo la tua opinione:sofico:
    Perché l'unico tipo di rapporto che riusciva a concepire era di tipo feudale. Non aveva la minima idea di cosa fosse il cameratismo al quale anelava l'anima. (E. M. Forster)



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    Predefinito Rif: E' il momento dell'ONU

    Misurata è libera

    LA CRISI LIBICA
    "Misurata è libera, le forze di Gheddafi lasciano"
    tribù locali in campo per il controllo della città
    L'annuncio del portavoce degli insorti. Secondo la testimonianza di un militare catturato dai ribelli, l'esercito del Colonnello aveva ricevuto venerdì l'ordine di lasciare l'importante centro commerciale. I leader tribali all'esercito del raìs: "Ce ne occupiamo noi". Raid nella notte a Tripoli, tre morti. E gli Usa lanciano attacco con drone

    "Misurata è libera, le forze di Gheddafi lasciano" tribù locali in campo per il controllo della città Soldati feriti delle forze del colonnello Gheddafi catturati dai ribelli a Misurata e portati in ospedale
    TRIPOLI - "Misurata è libera". Le forze di Muammar Gheddafi stanno lasciando la città della Libia occidentale, importante centro commerciale e porto della Tripolitania, dopo quasi due mesi di combattimenti. Lo ha annunciato un portavoce dei ribelli libici. In precedenza, un militare del regime catturato dai rivoltosi aveva riferito che l'ordine del ritiro dalla città era arrivato venerdì, a conferma di quanto anticipato dal viceministro degli Esteri libico, Khaled Kaim, su un cambio di strategia, legato alla volontà del regime di affidare le decisioni sul controllo della terza città libica alle tribù locali. "La situazione a Misurata sarà allentata e ad occuparsene con le buone o le cattive saranno le tribù e la gente di Misurata e non più l'esercito libico", ha affermato Kaim. "L'esercito libico sarà rapidamente fuori da questa situazione che il popolo libico attorno a Misurata non può più sostenere", ha aggiunto. L'assedio alla città che si trova 200 chilometri a est di Tripoli ha già causato diverse centinaia di morti nei bombardamenti: una grave crisi umanitaria 1 denunciata più volte nelle scorse settimane dalle organizzazioni umanitarie. E anche oggi, in mattina, ci sono stati scontri: secondo un medico del principale ospedale della città "da
    otto ore questa mattina, abbiamo dieci morti e una cinquantina di feriti, cifre che rappresentano di solito il bilancio di una giornata intera".

    L'annuncio di Kaim è arrivato dopo le notizie sui consistenti successi dell'opposizione nella città 2 e i nuovi bombardamenti aerei della Nato sulla capitale Tripoli. Il vice ministro ha sottolineato che i raid dell'Alleanza atlantica hanno impedito ai combattenti fedeli al colonnello Gheddafi di riprendere Misurata e che i leader tribali hanno dato un "ultimatum" all'esercito: se le forze del colonnello non riescono a risolvere il problema, allora si muoverà la popolazione della regione, stanca delle troppe vittime civili. "La tattica dell'esercito è avere avere una soluzione chirurgica, ma con gli attacchi aerei non funziona", ha aggiunto Kaim, spiegando che l'idea è che le tribù cerchino prima un accordo con i ribelli, chiedendo loro di deporre le armi. Se ciò non accadesse, passeranno all'azione diretta, cercando di riprendere il controllo della città.

    Sono emerse indiscrezioni secondo le quali alcuni dei siti della città più importanti a livello strategico - compreso l'edificio più alto, il Tameen - sono stati conquistati dai ribelli, che ne ha sottratto il controllo all'esercito. Le forze di Gheddafi avevano utilizzato edifici del genere per riprendere possesso di Misurata, con i cecchini accusati di sparare indiscriminatamente contro le persone.

    VIDEO: LA PRESA DEL PALAZZO DEI CECCHINI 3

    Kaim ha anche criticato l'iniziativa dell'America di iniziare a utilizzare i droni, che ha definito una tattica "sporca" che rappresenta "un'ulteriore crimine contro l'umanità". Proprio oggi il Pentagono ha reso noto che in Libia è stato lanciato il primo attacco con il drone Predator.

    Raid della Nato hanno colpito stanotte il centro di Tripoli, causando la morte di tre persone, hanno reso noto fonti governative. Le bombe della coalizione internazionale, afferma il portavoce governativo Mussa Ibrahim parlando di "potentissime esplosioni", hanno colpito un parcheggio vicino al complesso militare di Bab al-Aziziyah, nel centro della capitale libica. I caccia della Nato avevano cominciato a sorvolare Tripoli già da ieri mattina e dalla serata testimoni avevano cominciato a dare notizia di forti esplosioni.

    http://www.repubblica.it/esteri/2011...54/?ref=HREA-1
    Ultima modifica di Monsieur; 23-04-11 alle 14:53
    Perché l'unico tipo di rapporto che riusciva a concepire era di tipo feudale. Non aveva la minima idea di cosa fosse il cameratismo al quale anelava l'anima. (E. M. Forster)



 

 

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