«L'Italia teme solo i migranti, ma il vero dramma è qui»
DALLA LIBIA IN FIAMME. Il presule dal 1985 è vicario nella capitale. Il vescovo veronese Giovanni Martinelli racconta la situazione che sta vivendo a Tripoli: «Gheddafi? Ha dato, ora potrebbe anche lasciare»
23/02/2011
Il vescovo veronese Giovanni Martinelli, vicario apostolico in Libia, con alcuni profughi a Tripoli
«Finalmente Verona si fa sentire! Come sto? Abbastanza bene: la testa funziona, le gambe un po' meno. Comunque grazie a Dio sto bene». Al telefono da Tripoli è cordiale e serena la voce di monsignor Giovanni Innocenzo Martinelli, francescano veronese, vicario apostolico della capitale libica. A Tripoli dal 1971, monsignor Martinelli in queste ore drammatiche è impegnato soprattutto sul fronte sociale e umanitario.
Com'è l'atmosfera nella capitale questa mattina?
La situazione oggi è buona. Non abbiamo l'impressione di particolari movimenti in zona. Stamattina sono uscito alle 7 per andare a celebrare messa in una comunità religiosa e non abbiamo incontrato difficoltà. Al check point c'è stato il controllo dei documenti: ci hanno lasciati passare senza problemi».
Questa relativa calma come va letta?
Non so interpretarla, voglio sperare che ci sia qualche possibilità di dialogo. Il problema è che bisogna trovare l'interlocutore anche tra questa gente ribelle. In questo caso il governo avrebbe già cominciato a fare concessioni prima delle rivendicazioni giuste che salivano dal Paese. Soprattutto dai giovani. Ora io non so dire se ci sia una possibiltà di pace. Lo spero, ecco tutto. Qui tutti aspettano in qualche modo o una riconciliazione oppure un voltare pagina e ricominciare daccapo. Non ho dati circa il futuro del Paese. Non ci sono prese di posizione ufficiali, sia da parte del governo, sia da parte delle autorità perché la situazione possa cambiare. Quel che mi auguro è che possano in qualche modo terminare le manifestazioni e trovino gli uni e gli altri una possibilità di ascolto. Questa capacità di ascolto credo sia mancata. Dobbiamo ascoltare i giovani. Siamo di fronte a un problema generazionale, una gioventù che ormai si rende conto che il Paese sta bene e quindi rivendica quello che è giusto per un avvenire sereno e certo.
Sono molti gli italiani che in queste ore cercano di lasciare Tripoli e tornare in Italia?
Ci sono numerosi europei in partenza da Tripoli. Molte famiglie con i bambini. Chi lavora vuole essere tranquillo. E qui certo non è sicuro andare in giro, soprattutto per i bambini e le famiglie.
Ma la città è calma. Non ci sono molte auto in giro, i magazzini sono ancora chiusi, però c'è una certa tranquillità. Non c'è movimento di uomini armati, non ci sono spari, di giorno non si sentono aerei.
Eppure qui in Italia rimbalzano notizie drammatiche. Si parla persino di bombardamenti aerei sulla folla.
Non mi risulta. Forse hanno bombardato una zona dove l'esercito riteneva ci fossero dei ribelli. Da dove abitiamo noi, cioè in centro, vicino all'ambasciata italiana, non ho sentito niente. Che abbiano sparato sulla folla, questo mi sembra un po' troppo. La notizia dei 250 morti? La cifra riguarda il numero complessivo delle vittime, soprattutto a Bengasi. Devo dire che i mass media internazionali stanno ingrossando gli eventi in forma addirittura scandalosa. Per esempio è stato comunicato da Tunisi che gira la notizia che è stata bombardata la cattedrale ed è stato incendiato l'aeroporto. Bene, sono tutte bugie. Perché dire queste cose che non giovano? La verità dei mass media non giova alla verità del Paese. Fino ad ora, grazie a Dio, né le chiese, né i luoghi di culto, né i religiosi sono stati toccati o offesi. Anzi. L'istituto islamico e la Mezzaluna Rossa ci hanno aiutato, in particolare in una zona che era rimasta isolata: volevamo sapere notizie delle suore che lavorano negli ospedali e loro si sono prodigati per aiutarci.
E' vero che l'ambasciata italiana l'ha invitata a lasciare la Libia?
L'ambasciata ha invitato tutti gli italiani a partire. Ma sanno che io non posso muovermi da qui: sono responsabile della Chiesa. La Chiesa non è italiana, è internazionale. E' un ente che accoglie e serve tutti. Il nostro servizio non è puramente pastorale, è un servizio anche sociale. Ci sono tutti questi emigrati che fanno riferimento alla Chiesa e che noi non possiamo abbandonare nel modo più assoluto. Hanno bisogno di tutto: cibo, vestiti, accoglienza, assistenza medica. Noi dobbiamo rimanere a loro disposizione. L'ambasciata è sempre stata molto gentile nei nostri confronti e non può non offrire anche al vescovo che è italiano la possibilità di partire. Ma sanno bene che io non posso lasciare.
Qui si ha la sensazione che il destino di Gheddafi sia giunto a un punto di non ritorno. E' così?
Questo non lo so dire. Penso che possa anche essere così. Se la pressione internazionale e le situazioni interne spingono Gheddafi a fare questo passo, credo che sia un uomo coraggioso in grado di farlo. Per il rispetto della sua ideologia del popolo. Non penso che sia avvinghiato al potere in modo assoluto, al punto da disprezzare il giudizio internazionale. Ha la sua età, ormai ha fatto un'esperienza grande, ha dato tanto al Paese – la Libia è cresciuta in questi anni – penso che potrebbe essere una decisione possibile.
Come giudica l'atteggiamento del governo italiano in queste ore?
L'Italia è solo preoccupata per gli immigrati, non tanto per la Libia in quanto Paese. Questi immigrati sono il mio popolo: i "rigettati" dall'Italia sono il popolo della mia Chiesa che cerca di sfamarli e aiutarli a sopravvivere. Questa è la sola preoccupazione dell'Italia: giusta per l'amor del cielo. Ma anche l'Europa deve essere coinvolta.
Prima la Tunisia, poi l'Egitto, ora la Libia. Il Nordafrica s'infiamma. Cosa sta succedendo?
Siamo di fronte ad una maturazione, un cammino di popoli fino ad oggi chiusi o privati della possibilità di manifestare. Vi siete accorti che hanno la loro dignità nel rivendicare i propri diritti, nel manifestare, nel mettere in evidenza le pecche delle autorità? Penso che sia una crescita democratica. Il termine «democrazia», nel senso europeo, presuppone un linguaggio che talvolta non può rispondere alle esigenze dei popoli dell'altra parte del mondo. Se la voce delle popolazioni viene ascoltata potrebbe crescere in una forma non violenta. Io credo in questo cammino. Temo però il radicalsimo, il fondamentalismo che non dà possibilità di dialogo. Di questo sì c'è d'aver paura. Ma il popolo musulmano è intelligente e non accetta ciò: preferisce essere aperto all'Occidente, ad una cultura diversificata. L'Islam di per sè non è fondamentalista, il vero Islam è aperto al dialogo. Il fondamentalismo fa paura ai veri musulmani. Se l'Islam finisce in mano a coloro che sono egoisti e vogliono strumentalizzare la religione per il potere, allora diventa pericoloso.
In queste ore drammatiche le manca Verona?
Io torno spesso a Verona. Sono stato l'ultima volta il mese scorso, per motivi di salute, all'ospedale di Negrar. Ma vengo, vengo spesso. Mi manca la mia città e, per me francescano, il convento di San Bernardino. Anche con il vescovo della città, monsignor Giuseppe Zenti, i contatti sono frequenti.
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