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    Mario Moretti, l’Hyperion e la C.I.A.


    Mario Moretti




    La procura romana ha riaperto il caso Moro. La notizia era filtrata durante la presentazione, nella sala della libreria trasteverina Bibli, del libro di Fasanella & Rocca “Il misterioso intermediario – Igor Markevitch e il caso Moro”, per i tipi Einaudi. Adesso, la conferma. Con buona pace di Repubblica e Corriere della Sera (ma perché i due maggiori quotidiani italiani vanno ripetendo da settimane che su Moro ormai non c'é più nulla da sapere? bisognerà porsi questa domanda, e dare una risposta,prima o poi).

    Nella nuova inchiesta, per ora, figura un solo imputato: Innocente Salvoni

    Salvoni é un personaggio assai interessante. Marito di Francoise Tuscher, segretaria del famigerato istituto di lingue parigino Hyperion e nipote dell'Abbé Pierre, il 16 marzo del 1978, venne riconosciuto da due testimoni come uno dei membri del commando brigatista che, in via Fani, sequestrò Moro. Ma l'Abbé Pierre si precipito a Roma, nella sede democristiana di piazza del Gesù, per incontrare alcuni membri della segreteria scudocrociata. Il risultato di quella visita fu che il nome del nipote venne cancellato dalla lista dei brigatisti ricercati.
    Ora la magistratura torna ad occuparsi di lui e dell'istituto Hyperion.
    Durante il caso Moro, l'Hyperion era collegato a un altro istituto di lingue francese che aveva sede in piazza Campitelli, a 150 metri da via Caetani – dove fu ritrovato il cadavere di Moro. Poche settimane prima del sequestro, nel mese di febbraio, l'Hyperion aveva aperto un ufficio di rappresentanza a Roma, in via Nicotera 26 (in quello stesso edificio, c'erano alcune società coperte del Sismi). Quell'ufficio fu chiuso subito dopo il sequestro.
    Ma che cos'era in realtà l'Hyperion? L'istituto, con ogni probabilità, era in rapporto con servizi segreti di diversi paesi (dell'est, dell'ovest e israeliano). il sospetto - già affiorato in altre inchieste giudiziarie poi abortite - é che intellettuali ad esso collegati facessero parte del cervello politico delle brigate rosse.
    Significative, a questo proposito, due cose dette dal giudice Rosario Priore (titolare di ben 4 inchieste sul caso Moro) intervenendo alla presentazione del libro di Fasanella & Rocca chez Bibli.
    La prima: i servizi segreti di diversi paesi sapevano che in Italia si stava preparando il sequestro Moro.
    La seconda: il direttore d'orchestra Igor Markevitch aveva rapporti con l'Hyperion.

    Febbraio 2002


    Memo Hyperion

    L'Hyperion di Parigi é una scuola di lingue fondata da tre esponenti della sinistra extraparlamentare italiana, Vanni Molinaris, Corrado Simioni e Duccio Berio. Tre personaggi ambigui che ebbero un ruolo nella storia delle Brigate rosse. Nel 1969 (con Renato Curcio, Alberto Franceschini e Mario Moretti), parteciparono al convegno del Collettivo politico metropolitano, in cui venne decisa la nascita delle Br. Secondo quanto dichiarato quasi trent'anni dopo da Franceschini nella sua audizione in Commissione Stragi, Molinaris, Simioni e Berio, malvisti dagli altri brigatisti perché ritenuti troppo violenti, avevano però un rapporto speciale con Moretti a un livello ancora più occulto delle Br: facevano parte di una struttura iperclandestina e dai contorni oggi ancora misteriosi denominata Superclan.
    Un rapporto che si sarebbe ulteriormente rinsaldato dopo il 1974, quando dopo l'arresto di Curcio e Franceschini avvenuto alla stazione di Pinerolo, Moretti divenne il nuovo leader dell'organizzazione (doveva esserci anche lui, alla stazione, ma una provvidenziale telefonata anonima lo aveva avvertito della trappola preparata dai carabinieri: così non si presentò all'appuntamento con Curcio e Franceschini, e si guardò bene dall'avvisare i due compagni).
    Con Moretti capo, le Brigate rosse alzarono sempre più il tiro, passando, dalla “propaganda armata“, al terrorismo più brutale. Il punto più alto della nuova strategia fu il sequestro Moro, operazione preparata sin dal 1975.
    E' stato ancora Franceschini ad avanzare sospetti sui legami tra l'Hyperion e servizi segreti stranieri. In particolare il Mossad, che prima della loro cattura avvicinò Curcio e Franceschini offrendo loro appoggi e protezione, purché le Br accentuassero il loro carattere militare: “Colpite chi volete, purché colpiate: a noi interessa solo che voi esistiate“, era stata la richiesta del Mossad. Ha dichiarato Franceschini alla Commissione Stragi, il 17 marzo 1999: «Duccio Berio era il braccio destro di Simioni: suo padre era un famoso medico milanese a suo dire legato ai servizi segreti israeliani. Ho quasi la certezza che il canale attraverso cui fummo contattati passava per questa persona». Berio, tra l'altro, era anche il genero di Alberto Malagugini, esponente di primo piano del vecchio Pci.
    Sull'Hyperion indagò anche il giudice padovano Guido Calogero, convinto che lì fosse il cervello politico delle Brigate rosse. Ma la sua inchiesta abortì, perché la notizia di una sua visita segreta a Parigi trapelò e i Servizi segreti francesi negarono ogni aiuto al giudice italiano.
    In Segreto di Stato, il libro-intervista pubblicato nel 2000 (Einaudi, autori Giovanni Fasanella e Claudio Sestieri), Giovanni Pellegrino per 7 anni alla guida della Commissione Stragi, avanza il sospetto che Hyperion fosse un punto d'incrocio tra Servizi segreti dell'Ovest e dell'Est, assolutamente necessario nella logica del mantenimento degli equilibri di Yalta. Hyperion, in altre parole, poteva essere uno strumento per operazioni comuni contro i nemici di Yalta. E Moro, con la sua politica di apertura al Pci, lo era.
    Dagospia. 7 Aprile 2002



    Giovanni Pellegrino su L’Hyperion

    L’Hyperion è uno dei grossi nodi con cui in Commissione ci siamo misurati per sei anni, senza giungere a risultati soddisfacenti. Sappiamo che la scuola francese era stata fondata anche su impulso di personaggi che avevano partecipato al convegno di Chiavari, nel ’69, organizzato dal Collettivo Politico Metropolitano che segnò la nascita delle Brigate Rosse. Erano Vanni Mulinarsi, Corrado Simioni e Duccio Berio. genero di Alberto Malagugini, un esponente di primo piano del PCI. Gli stessi fondarono Superclan, e questo è importante: Franceschini ad esempio ha raccontato che L’Hyperion non guidava le Brigate Rosse, ma aveva uno stretto contatto con Mario Moretti sin dall’inizio. Detto questo, continuo a nutrire una serie di dubbi e nessuna certezza: l’ècole ha certamente goduto della protezione di apparati istituzionali, non solo italiani. Quando il giudice Guido Calogero andò a Parigi per indagare su questa struttura ottenendo la collaborazione dela polizia, Silvano Russomanno, il numero due di Federico Umberto D’Amato, fece filtrare la notizia sui giornali. Il personale dell’Hyperion sembrava di matrice di sinistra, ma a un livello superiore di responsabilità è possibile che sia stata gestita da quella tecnostruttura, come la chiama Franceschini, di cui facevano parte elementi che avevano poco a che fare con la sinistra. Il generale Maletti ha rivelato l’esistenza di un vecchio rapporto che risale al ’75-76 in cui denunciava il rischio che le BR potessero rinascere sotto la direzione di uomini di maggior peso culturale, ma a prezzo di mutare considerevolmente la propria matrice politica. E credo che facesse riferimento proprio all’Hyperion.



    Moretti era una spia?

    La caccia << all’infiltrato>> da parte delle Brigate Rosse non ha risparmiato alcun personaggio di rilievo delle BR, ed anzi è stata focalizzata in buona parte proprio sull’uomo che può essere considerato il loro capo nel periodo del sequestro Moro: Mario Moretti. Il principale ispiratore di sospetti contro di lui attualmente sembra essere Franceschini. Quest’ultimo in Commisione Stragi ha fatto balenare alternativamente due ipotesi ben distinte, senza prendere chiaramente partito per l’una o per l’alta : che Moretti sia stato una spia; che avrebbe procurato svariati arresti; la seconda, che sia stato un agente attraverso il quale la scuola di lingue parigini <<Hyperion >> avrebbe egemonizzato le BR, imponendo loro la propria strategia, così come a livello europeo essa faceva con IRA, RAF ed altri gruppi ancora.

    Durante la sua audizione parlamentare, peraltro, Franceschini disconobbe la paternità delle congetture su Moretti in veste di delatore : “” E’ stata costruita un’interpretazione anche pubblica – e Curcio in questo ha le sue responsabilità – da cui sembra che io abbia sempre pensato che Moretti fosse una soia. No è vero. La prima persona che mi ha detto questo è stato Renato, e sono pronto a sottopormi ad un confronto con lui e documentarlo.

    Nel’ 76 eravamo alle carceri Nuove di Torino… .durante l’ora d’aria ci dirigiamo verso il VI braccio, al secondo piano, e prima di entrare in cella Renato mi ferma, perché deve dirmi qualcosa di importante. Quindi prima di entrare in cella facciamo una passeggiata ( sic) e Renato mi dice – e lo fa con un’espressione sconvolta – di avere la certezza che Mario è una spia, e mi racconta l’episodio poi citato da Flamigni “

    Il confronto diretto con Curcio non c’è mai stato, ma in compenso si può fare riferimento alle posizioni pubblicamente assunte da quest’ultimo a commento delle tesi del suo compagno: “ Il fatto grave,,,, è che sotto questa montagna di chiacchiere, di evanescenti sospetti, venga seppellito un uomo, Mario Moretti, che la giustizia di Stato, già per conto suo, ha provveduto a sotterrare sotto montagne di ergastoli. Ora, non sta a me giudicare Franceschini. Devo però che personalmente non ho alcun motivo per condividere l’operato e le parole di chi getta fango, discredito o sospetti su Mario Moretti. E perciò provo molta amarezza quando altri, con cui ho condiviso una parte importante della mia vita, lo fanno”

    Per Gallinari, non fu “ il gruppo dei capi storici in carcere” a mettere in circolazione le inquietanti voci sul conto di Moretti, bensì “ una notizia uscita su un giornale (?) poco dopo la strage del maggio 1974 a Brescia, Secondo Gallinari, era una “ provocazione”, di fronte alla quale i brigatisti, già vaccinati sul problema che aveva portato all’arresto di Franceschini e Curcio ( il primo arresto), attraverso <<Frate mitra>>, si erano “ posti il problema di capire perchè. E basta.

    Ancora più pesanti le critiche di altri ex-brigatisti nei confronti di Franceschini e delle illazioni da lui disseminate. Si veda ad esempio un eloquente passaggio dell’intervista resa da Antonio Bellavista, nel luglio 1999, al giornalista Mario Scialoja: Scialoja – Franceschini, sempre in Commissione Stragi, ha rilanciato anche la sua vecchia tesi secondo la quale Mario Moretti era un infiltrato nelle BR, per conto di oscuri mandanti. Lei, che è stato inquirente dell’organizzazione, che ne pensa?

    Bellavita – Ritengo che di oscuro ci siano solo i motivi per cui Franceschini dice queste cose. Quello che ha fatto Moretti è criticabilissimo, ed io l’ho criticato aspramente. Ma no esiste il benché minimo elemento concreto per sostenere che sia stato un infiltrato.

    Anche gli altri ex terroristi direttamente interpellati dalla Commissione – in ordine cronologico: Morucci, Faranda e Maccari – hanno giudicato assolutamente infondata l’ipotesi che Moretti facesse il gioco di qualcuno che stava al di fuori della loro organizzazione. Del resto persino Franceschini, raccontando che le BR avevano aperto un’inchiesta interna su Moretti, - a seguito di sollecitazioni provenienti sia dai carcerati di Torino tra i quali lui stesso, sia Giorgio Semeria – dovette riconoscere che essa “ non portò ad alcun risultato”.

    L’altra versione di Franceschini, come si è accennato, dipingeva Moretti quale emissario dell’istituto << Hyperion>>. Già la Commissione Moro aveva” fissato la sua attenzione” su questo centro, “ a ciò stimolata anche dalle dichiarazioni dell’onorevole Craxi che aveva ammonito a non cercare lontano il << grande vecchio>>, ma a concentrare la ricerca sui personaggi che, dopo aver svolto attività politica in Italia, si erano ritrovati in Francia”; il che aveva indotto la stampa a fare il nome di Corrado Scimmioni. “ ricordando la sua giovane milizia nel PSI e la sua successiva attività eversiva. Invero, una volta posto di fronte a questa ipotesi, lo stesso Craxi ripiegò su una linea di estrema prudenza”

    La scuola di lingue venne fondata a Parigi, appunto, da Corrado Simioni insieme ad altri italiani che, fino al 1970, avevano stretti contatti con Renato Curcio, Franceschini e le nascenti Brigate rosse, dopo di che si erano allontanati e si erano trasferiti all’estero. Si deve notare che la data di nascita dell’istituto << Hyperion>>, collocata da Franceschini subito dopo il “ 1973-1974”, non si accorda con l’idea che esso possa avere condizionato le BR, nate prima, e che ciò sia avvenuto tramite Moretti, il quale sempre secondo Franceschini sarebbe entrato definitivamente nelle BR solo nel 1971.

    Ammesso e non concesso che in un secondo tempo i dirigenti dello << Hyperion>> siano riusciti a recuperare il ritardo iniziale , e che fossero effettivamente dediti ad attività politica clandestina, - il che non risulta in sede giudiziaria, laddove essi nel 1990 sono stati assolti da ogni accusa -, in che cosa sarebbe consistito il loro progetto? Ed in quale modo si sarebbero avvalsi di Moretti?



    L’appartamento di via Gradoli, 96

    L’ingegner Mario Borghi, alias Mario Moretti,acquista un appartamento a Roma in via Gradoli, nel 1975. Una zona residenziale a Nord di Roma. Zona elegante e molto tranquilla, qui Mario Moretti vi installerà la prima base del nucleo operativo per il rapimento di Aldo Moro. L’elegante condominio composto da 68 appartamenti, di cui ben 24 risultano intestati a società immobiliari, tra i cui amministratori figuravano personaggi che saranno poi individuati come elementi appartenenti ai servizi segreti italiani.

    Nella stesa palazzina al secondo piano vi è un’informatrice della polizia, al n° 89 di via Gradoli abita un ex ufficiale dei carabinieri, agente segreto militare e compaesano di Moretti,

    Sono solo alcune delle particolarità di una scelta inquietante, che, anche al di là della verificabilità dei singoli particolari, fa porre legittimamente l’interrogativo sul perchè, in una città enorme con migliaia di appartamenti, le Brigate rosse abbiano scelto come base proprio un luogo così “ particolare” contravvenendo peraltro a tutte le proprie regole di riservatezza.

    Unica attenuante in favore della scelta di Moretti di acquistare l’appartamento di via Gradoli è che la via si trova a pochissimi chilometri ( 7) da via Fani e dalla abitazione di Aldo Moro, forse strategicamente una scelta valida per evitare di percorrere moli chilometri nei mesi che l’organizzazione pedinava il presidente della DC.



    Breve biografia di Mario Moretti

    Mario Moretti nasce a Porto San Giorgio in provincia di Ascoli Piceno nel 1946 da una famiglia di tradizioni comuniste. Termina gli studi grazie all'interessamento della marchesa Casati Stampa e nel 1966 si trasferisce a Milano. Presso la Sit-Siemens, dove viene assunto, partecipa alle prime mobilitazioni degli operai per le rivendicazioni sindacali. In fabbrica incontra Corrado Alunni, Giorgio Semeria e Paola Besuschio. Con loro entra a far parte del Collettivo politico metropolitano di Renato Curcio e di Margherita Cagol. Tra l'estate e l'autunno del 1970 il gruppo della Sit-Siemens e del Cpm dà vita a quello che sarà il nucleo storico delle Brigate Rosse. A pieno titolo nell'organizzazione terroristica, Moretti sarà protagonista di tutte le più importanti operazioni del gruppo, sfuggendo fortunosamente all'agguato di Pinerolo del 1974 dove furono arrestati gli altri leader delle Br. In seguito assume la guida della formazione per condurre nel 1978 la cosiddetta "campagna di primavera" che porterà al sequestro e all'uccisione dell'onorevole Aldo Moro. Arrestato nel 1981 dal 1993 è in regime di semilibertà. Pochi mesi dopo l'arresto del 1981 Mario Moretti è vittima di una misteriosa aggressione all'interno del carcere di Cuneo. Nel 1994 rilascia una lunga intervista a Carla Mosca e Rossana Rossanda dove spiega il punto di vista sulla vicenda storica delle Br e sulla scelta della lotta armata




    Mario Moretti, l

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    Brigate Rosse e Hyperion: una caccia alle streghe che dura da trent’anni





    19 ottobre 2010



    Pietro Calogero scrive un libro per dirci che i terroristi che hanno rapito Moro erano in realtà collegati alla Cia attraverso un centro culturale francese. Nonostante tutte le prove e gli indizi gli diano torto.

    Pietro Calogero, chi era costui? Insieme a Michele Sartori e Carlo Fumian oggi firma un libro dal titolo significativo: “Terrore Rosso“, nel quale, tra le altre ‘clamorose rivelazioni’, ne contiene una piuttosto raggelante: ovvero che le sue indagini sul famigerato centro Hyperion di Parigi furono stoppate. Quel luogo, secondo Calogero, era una struttura superprotetta di un servizio di informazione di carattere internazionale, con compiti di supervisione e di controllo su gruppi che praticavano la lotta armata: “verosimilmente” la Cia, come dice ad Articolo 21.

    HYPERION, IL MALE ASSOLUTO - Come scrive Panorama, Calogero non è solo in questa battaglia: “A dargli ragione sono altri due magistrati, Priore e il giudice veneziano Carlo Mastelloni, anch’essi impegnati per molti anni in inchieste di terrorismo e che, come Calogero, seguendo gli stessi fili, erano giunti alla stessa conclusione: Parigi e il legame che lì si era saldato fra Autonomia e Br. «I rapporti tra le due organizzazioni erano infiniti» conferma il magistrato romano. «C’erano casi addirittura di doppia militanza. Era dunque l’Hyperion, la famigerata scuola di lingue di Simioni a lungo protetta da un personaggio come l’Abbé Pierre, il «cervello politico» delle Br? Anche Mastelloni sembra non avere dubbi: «Quello che non è emerso sul piano giudiziario è il livello dei mandanti, dei meccanismi superiori che hanno alimentato il fenomeno del terrorismo. Hyperion era una struttura molto “intellettualizzata”, in grado di sfuggire alla capacità di comprensione dei carabinieri, della polizia e dei nostri stessi servizi, che all’epoca non avevano strumenti culturali adeguati».

    ANCORA TEOREMI, DOTTOR CALOGERO? – Ma chi è Pietro Calogero? Ebbene, il suo nome – e il suo lavoro – dovrebbero essere studiati nei manuali di giurisprudenza: a lui è legato uno dei più spettacolari casi di ‘caccia alle streghe’ che siano mai riusciti in Italia. Il processo 7 aprile, qui riassunto:

    - il teorema giudiziario per antonomasia (il “teorema Calogero”, dal nome del giudice istruttore di Padova che ordinò gli arresti);
    - la campagna-stampa colpevolista più unanime e forsennata della storia repubblicana;
    - l’uso più disinvolto della carcerazione preventiva e della sostituzione dei capi d’accusa man mano che le imputazioni si dimostravano campate in aria (Toni Negri capo e “telefonista” delle Brigate Rosse etc.);
    - un caso addirittura proverbiale in cui le dichiarazioni di un “pentito” (Carlo Fioroni), anche quando andavano contro l’evidenza, pesavano più di tutto il resto (assenza di prove, alibi, testimonianze a discolpa);

    Il 7 aprile 1979, agenti della Digos, polizia e carabinieri, effettuano centinaia di perquisizioni in tutta Italia, arrestando, sulla base di 22 ordini di cattura firmati dal sostituto procuratore della Repubblica di Padova Pietro Calogero, 15 esponenti di “Autonomia Operaia”, tra cui Toni Negri e Oreste Scalzone, mentre sfuggono alla retata, tra gli altri, Franco Piperno e Pietro Despali. Sono tutti professori, assistenti e studenti universitari, giornalisti.

    LE ACCUSE - Dodici degli imputati sono incriminati “per aver… organizzato e diretto un’associazione denominata ‘Brigate Rosse‘ … al fine di promuovere l’insurrezione armata contro i poteri dello Stato e mutare violentemente la Costituzione e le forme di governo sia mediante propaganda di azioni armate contro persone e cose, sia mediante la predisposizione e la messa in opera di rapimenti e sequestri di persona, omicidi e ferimenti e danneggiamenti, di attentati contro istituzioni pubbliche e private”. Tutti gli imputati, per avere organizzato e diretto “Potere Operaio” e “Autonomia Operaia” al fine “di sovvertire violentemente gli ordinamenti costituiti dello Stato sia mediante la propaganda e l’incitamento alla pratica cosiddetta dell’illegalità di massa di varie forme di violenza e di lotta armata, espropri e perquisizioni proletarie, incendi e danneggiamenti ai beni pubblici e privati, rapimenti e sequestri di persona, pestaggi e ferimenti, attentati a carceri, caserme, sedi di partito, associazioni e cosiddetti ‘covi di lavoro nero’ sia mediante l’addestramento all’uso delle armi, munizioni, esplosivi, ordigni incendiari e, infine, mediante il ricorso ad atti di illegalità, di violenza e di attacco armato contro taluni degli obbiettivi sopra precisati”. L’inchiesta trova gli applausi, tra gli altri, persino del presidente della Repubblica Sandro Pertini.

    LA SENTENZA - Il processo arriva a sentenza arriva qualche anno dopo, nel giugno 1987: “i giudici della Corte d’ Assise e d’Appello prosciolgono totalmente i principali imputati del processo 7 aprile dal reato più grave loro contestato (l’insurrezione, appunto) che prevede la condanna all’ ergastolo. Le motivazioni della sentenza nei confronti degli imputati (nel frattempo diventati 66). Tra i più noti figurano i due latitanti, Toni Negri (condannato in primo grado a 30 anni di reclusione, ridotti a 12 anni in appello) e Oreste Scalzone, che vede ridotta la condanna da 20 anni a 9 anni. Nella motivazione della sentenza si afferma che Toni Negri e altri tre coimputati (Gianfranco Pancino, Silvana Marelli e Egidio Monferdin) non sono colpevoli del sequestro e dell’ omicidio di Carlo Saronio”. Scriveva Franco Scottoni su Repubblica, che sull’indagine aveva inizialmente posizioni giustizialiste: “In conclusione, il noto teorema Calogero è stato ridimensionato dalla sentenza di appello. In particolare i giudici affermano che non si può prospettare il reato di insurrezione armata per l’ assoluta inidoneità delle azioni, contestate ai gruppi facenti capo a Autonomia operaia organizzata, a provocare eventi insurrezionali, per l’esistenza di linee strategiche non omogenee e di contrasti anche personali all’ interno di questi gruppi“. Ma passiamo ad Hyperion, e alle accuse di Calogero di oggi.



    FORZA CON HYPERION - Vladimiro Satta, nel suo libro Il caso Moro e i suoi falsi misteri, alle tesi sull’Hyperion radice e motore immobile di ogni complotto non crede. “Esso nacque – scrive – nell’ottobre 1976 con il nome di Agorà (successivamente cambiato in Hyperion per risolvere un problema di omonimia con un’altra organizzazione francese); quindi, circa sei anni più tardi di quando ebbero luce ufficialmente le Brigate Rosse“. I fondatori erano gli italiani Corrado Simioni (indicato come il “grande vecchio” del terrorismo dalla stampa in seguito ad alcune dichiarazioni ambigue di Bettino Craxi, il quale in seguito le ritrattò totalmente), Vanni Mulinaris, Innocente Salvoni, Francesco Troiano e la francese Françoise Tuscher. Simioni era presente alle riunioni del 1969 e del 1970 da cui nacquero le BR, ma nel ’70 aveva lasciato la struttura perché a suo avviso (sic) troppo poco militarizzata e troppo vicina all’area dell’ultrasinistra. Curcio stesso a più riprese scrisse che il gruppetto di Simioni venne isolato dalle Brigate Rosse, e parlò delle intenzioni sue e degli altri di creare una struttura superclandestina alternativa alle BR. Nei confronti di Mulinaris, Satta cita anche una sentenza del 1977 arrivata dal tribunale di Milano, nel quale si esclude la sua partecipazione attiva a bande armate.

    AMERIKANI E RAPITORI – Come tutta questa struttura, con gli uomini e le storie qui raccontate, sia assimilabile con una organizzazione al soldo della Cia è un mistero che soltanto Calogero potrebbe spiegarci, con i suoi meravigliosi teoremi. Senza contare che la distanza temporale tra la sua costituzione e l’agguato a Moro rende davvero complesso tentare di pensare a una partecipazione di Hyperion al sequestro e all’omicidio dell’esponente democristiano. In più, dopo lo scherzetto di Silvano Girotto, il Frate Mitra rivelatosi poi un infiltrato, le Br erano diventate molto caute nei contatti con quelli che ritenevano ‘esterni’. E Simioni e gli altri, ce lo dice Curcio in molte occasioni, erano considerati ormai fuori dalla storia delle Brigate Rosse. Di Hyperion si è anche favoleggiato a proposito di due sedi romane, attive durante il periodo del sequestro Moro. In realtà, Hyperion aveva una sede a Roma (in via Nicotera), aperta due giorni dopo l’agguato di via Fani, e una a Milano. Si è puntato il dito, durante indagini e inchieste giornalistiche, su Carlo Fortunato e Luigi Perini, come agenti infiltrati Usa. In realtà entrambi avevano passati ‘di sinistra’, chi extraparlamentare, chi nel PCI stesso.

    INCONTRI RAVVICINATI? – Sempre nel libro si ricorda che si è spesso parlato di punto di collegamento a proposito di Hyperion, e di incontri al vertice con altre associazioni più o meno segreti. Ma, che siano servizi segreti dell’Est, terroristi della Raf o discutibili arabi, mai nessuno parlò di collegamenti con la Cia. Se Hyperion era un trait d’union, lo era tra potenze e forze antioccidentali, e non occidentali. Simioni e i suoi vennero inquisiti da Mastelloni a Venezia e a Roma da Rosario Priore, i due magistrati oggi citati a supporto di Calogero: nel 2003 Mastelloni ammise che “non si è mai avuto un riscontro diretto della loro partecipazione al sequestro Moro“. Anche la storia che oggi Calogero porta a sostegno dell’onnipotenza di Hyperion, ovvero che le sue indagini furono bloccate da una fuga di notizie della quale sarebbe stato responsabile Federico Umberto D’Amato, l’anima nera della Prima Repubblica con il suo Ufficio affari riservati - un articolo di Paolo Graldi uscito nell’aprile 1979 – e incolpando dapprima Silvano Russomanno, numero due di D’Amato. L’Ufficio affari riservati, però, fu sciolto nel 1974. Graldi però venne interrogato, e proprio da Mastelloni. E a lui disse che non era vero che era stato un uomo del Sisde a dargli la notizia, che fu ‘personale’: “Presi lo spunto da una serie di voci e articoli“, disse a verbale. Nell’occasione Mastelloni non contestò la falsa testimonianza a Graldi. Come oggi il Sisde entri nel teorema Calogero è anch’esso un mistero che soltanto il nostro giudice potrebbe svelarci.

    CHIUSURA DEI FRANCESI? - A ormai trent’anni di distanza, Calogero continua a ripetere che i francesi, arrabbiati per la fuga di notizie, rabbiosamente chiusero i canali di comunicazione con le autorità italiane consentendo a Hyperion di farla franca. Anche qui c’è molta fantasia intorno alle motivazioni che produssero la realtà della troncatura dei rapporti: quelle francesi erano chiare, e riguardavano, scrive Satta, “l’applicazione del diritto d’asilo e la valutazione delle vicende in discussione, ossia la determinazione del confine tra legittima attività politica e terrorismo”. Ai francesi dava fastidio il clima da caccia alle streghe che in Italia qualche pm aveva messo in atto: come abbiamo visto prima, questo non piacque nemmeno ai giudici italiani, che assolsero e fecero a pezzi i teoremi. La pista Hyperion, nella sua inconsistenza, non ha alcun punto d’appoggio sotto forma di indizio nei confronti della Cia e degli amerikani, storicamente e giuridicamente parlando. Se davvero Hyperion era la testa delle Br, era una testa che guardava ad est, e non ad ovest. Ma prove o indizi che ne fosse la testa, allo stesso modo, non ce n’erano. Se Calogero ne prendesse atto, invece di continuare a promuovere una ormai trentennale caccia alle streghe, la logica, la storia e le risultanze giudiziarie gliene saranno profondamente grati.





    http://www.giornalettismo.com/archiv...rion-caccia/2/
    Ultima modifica di Legionario; 01-03-11 alle 09:01

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    Predefinito Rif: Mario Moretti, l’Hyperion e la C.I.A.

    L'istituto francese Hyperion era realmente una scuola di lingue o la stanza di compensazione di diversi servizi segreti?
    Non esiste un momento unicamente riconosciuto per individuare la nascita delle BR. Qualcuno ipotizza il convegno di Chiavari nel novembre 1969, altri la riunione a Pecorile nell’Agosto 1970.

    È certo però che due diversi componenti prendono vita dopo quegli incontri. Da una parte Curcio, Franceschini e la Cagol fondano le Brigate Rosse. altri uomini decidono invece di allontanarsi ritenendo inadeguata la struttura e la strategia adottata dalle nascenti BR.

    Tra questi Corrado Simioni, Vanni Mulinaris, Duccio Berio, Mario Moretti, Prospero Gallinari e Innocente Salvoni, la cui moglie, Françoise Tuscher, era segretaria dell’Hyperion, nonché nipote dell’Abbé Pierre.

    Duccio Berio avrebbe ammesso, in una lettera al suocero Malagugini responsabile del PCI per i problemi dello Stato, di essere un informatore del servizio segreto militare italiano (SID). In tal senso "GLADIO: The secret U.S. war to subvert Italian democracy" di Arthur E. Rowse e "Puppetmasters: The Political Use of Terrorism in Italy" di Philip Willan.

    Sono loro gli uomini che decidono di fondare il Superclan, una nuova struttura super clandestina, con la volontà di egemonizzare e coordinare le varie organizzazioni terroristiche su scala internazionale.

    Particolarmente controversa la figura di Corrado Simioni. All’inizio della sua carriera politica milita nelle file del Psi con Bettino Craxi ma nel 1965 viene espulso dal partito per indegnità morale. Di lì a poco comincia la sua collaborazione con l’Usis, l'United States Information Service. In seguito Simioni, tra i principali studiosi di Luigi Pirandello, si trasferisce a Monaco di Baviera per approfondire gli studi di latino e materie religiose. Quindi ricompare in Italia alla vigilia del Sessantotto e partecipa alla costituzione del Cpm.

    Ma i rapporti con Curcio cominciano a deteriorarsi fino alla rottura definitiva. Simioni aveva progettato un attentato dinamitardo contro la sede dell'ambasciata statunitense di Atene. Il piano prevedeva l'utilizzazione di una donna, da scegliere fra le appartenenti alle cosiddette "zie rosse". Simioni si era inizialmente rivolto a Mara Cagol, alla quale aveva però richiesto di non parlarne neanche con Curcio. Dopo il rifiuto della Cagol, Simioni cerca nuovi volontari. Li trova nel cipriota Giorgio Christou Tsikouris e in Maria Elena Angeloni. Il 2 settembre 1970 i due salgono a bordo di una Volkswagen per dirigersi verso l’ambasciata, ma il meccanismo ad orologeria della bomba si inceppa. L’auto esplode. Muoiono entrambi. La tragica conclusione della vicenda provoca la definitiva rottura dei rapporti tra Simioni e Curcio.

    Nel libro intervista con Mario Scialoja "A viso aperto" Curcio dice: "Tutto cominciò da uno scontro di potere al convegno di Pecorile. Corrado Simioni arrivò con l'intenzione di conquistarsi una posizione egemonica all'interno dell'agonizzante sinistra proletaria: pronunciò un intervento particolarmente duro, e sostenne che il servizio d'ordine andava ulteriormente militarizzato. La sua operazione non riuscì, ma una volta tornato a Milano non si diede per vinto: propose attentati inconcepibili per una organizzazione ancora inserita in un movimento molto vasto e, praticamente, aperta a tutti. Margherita, Franceschini e io ci trovammo d'accordo nel giudicare le sue idee avventate e pericolose. Decidemmo così di isolarlo assieme ai compagni che gli erano più vicini, Duccio Berio e Vanni Mulinaris: li tenemmo fuori dalla discussione sulla nascita delle Brigate rosse e non li informammo della nostra prima azione, quella contro l'automobile di Pellegrini. Simioni radunò un gruppetto di una decina di compagni, tra cui Prospero Gallinari e Francoise Tusher, nipote del celebre Abbé Pierre: si staccarono dal movimento sostenendo che ormai non erano altro che cani sciolti. C'erano però degli amici comuni che ci tenevano informati delle loro discussioni interne e conoscevamo il loro progetto di creare una struttura chiusa e sicura, super-clandestina, che potesse entrare in azione come gruppo armato in un secondo momento: quando noi, approssimativi e disorganizzati, secondo le loro previsioni saremmo stati tutti catturati".

    I militanti del Superclan si trasferiscono presto a Parigi, dove fondano dapprima le associazioni culturali internazionali Agorà e Kiron, e poi la scuola di lingue Hyperion, da più parti ritenuta una centrale internazionale del terrorismo.

    Il generale Maletti ha rivelato l'esistenza di un rapporto datato 1975 in cui denunciava il rischio che le BR, decapitate dagli arresti di Curcio e Franceschini, potessero rinascere sotto la direzione di uomini di maggior peso culturale, ma a prezzo di mutare considerevolmente la propria matrice politica. Un riferimento all’Hyperion?

    Nell’autunno 1977 l’Hyperion apre un ufficio di rappresentanza a Roma in via Nicotera 26. Nello stesso stabile operano alcune società coperte dal Sismi.Gli uffici restano aperti fino a giugno 1978, cioè per l’arco temporale che va dalla progettazione del sequestro Moro, fino a poco dopo il suo tragico epilogo.

    Il giudice Pietro Calogero scopre prove che implicano il coinvolgimento della scuola nell’attività delle BR, ma una provvidenziale fuga di notizie pubblicata dal Corriere della Sera, controllato dalla P2, vanifica l'imminente perquisizione della sede della scuola da parte della magistratura.

    Antonio Savasta, brigatista pentito, racconta che Simioni, Berio e Mulinaris, coordinavano una struttura internazionale di collegamento tra tutte le organizzazioni terroristiche, nel periodo della "seconda stagione" delle BR, quella militarizzata ed egemonizzata da Mario Moretti.

    Tale struttura e i suoi coordinatori clandestini avevano sede a Parigi dove Moretti si recava spesso, aveva una abitazione e manteneva un contatto diretto con i "superclandestini" italiani e con Jean-Louis Baudet, esponente dell’ agenzia privata di intelligence "Le Group" protetta dai servizi segreti francesi e in contatto con tutte le realtà clandestine e di intelligence, d’Europa e non solo.

    Nel 1980 l’onorevole Craxi ipotizzando l'esistenza di un capo occulto delle Brigate Rosse aveva ammonito "Bisognerebbe andare indietro con la memoria, pensare a quei personaggi che avevano cominciato a fare politica con noi, poi sono scomparsi, magari sono a Parigi a lavorare per il partito armato"; un profilo che ricorda fortemente la figura di Corrado Simioni.

    Giovanni Pellegrino per 7 anni alla guida della Commissione Stragi, avanza il sospetto che Hyperion fosse un punto d'incrocio tra Servizi segreti dell'Ovest e dell'Est, assolutamente necessario nella logica del mantenimento degli equilibri di Yalta. Equilibri che Aldo Moro, con la sua politica di apertura al Pci, minava gravemente.

    Pellegrino rintraccia un riferimento all'Hyperion nella testimonianza del generale Nicolò Bozzo, fidato collaboratore di Dalla Chiesa. Bozzo ha raccontato in sede giudiziaria che Dalla Chiesa gli aveva chiesto di indagare su "una struttura segreta paramilitare con funzione organizzativa antinvasione, ma che aveva poi debordato in azioni illegali e con funzioni di stabilizzazione del quadro interno, struttura che poteva aver avuto origine sin dal periodo della Resistenza, attraverso infiltrazioni nelle organizzazioni di sinistra e attraverso un controllo di alcune organizzazioni".

    Ecco come il giudice Carlo Mastelloni ricorda l’incontro con l’Abbé Pierre che, a metà degli anni '80, si presentò al Tribunale di Venezia.

    "Era venuto dalla Francia per rendere dichiarazioni spontanee in favore del gruppo di italiani residenti a Parigi che ruotavano intorno alla scuola di lingue Hyperion. Avevo emesso contro di loro una serie di mandati di cattura per reati che avevano a che fare con il terrorismo rosso. Venne a dirmi che erano persone perseguitate da una centrale legata alla destra, che li aveva accolti in seno alla sua organizzazione, che al massimo avevano commesso errori di gioventù.

    Fece otto giorni di sciopero della fame. Mi resi conto che l'Abate era una specie di referente dell'Hyperion anche perché sua nipote Françoise Tuscher, segretaria della scuola, era la moglie di uno dei ricercati, Innocente Salvoni. La foto di Salvoni fu diffusa dal ministero dell'Interno il giorno del rapimento dello statista dc assieme a quella di altri 19 latitanti, sospettati di essere coinvolti nell'agguato di via Fani. Ma non venne più riproposta nelle settimane dopo.

    Sappiamo poi che durante il sequestro, l'Abbé si recò nella sede della Dc a piazza del Gesù per parlare con il segretario del partito, Zaccagnini. Ma non sappiamo se lo incontrò e cosa si dissero.

    L'Abbé Pierre era un eroe della Resistenza, un uomo che aveva una visione superiore di come vanno le cose, aveva l'atteggiamento di chi vedeva lo scenario completo."

    All'età di 69 anni Corrado Simioni sarebbe morto. Il condizionale è d'obbligo. Anche la sua uscita di scena infatti è avvolta nel mistero. La notizia è stata resa nota nell'Ottobre 2009 ma risalirebbe addirittura a un anno prima. L'unico labile indizio in tal senso risulterebbe essere la cessazione del B&B che da tempo gestiva nel dipartimento della DrÔme, Francia sud orientale, con la compagna Giulia Archer.

    Il reportage pubblicato sull'Europeo firmato da Ivan Carozzi, che aveva trascorso alcuni giorni nella struttura turistica, è tra le rare testimonianze dirette su Corrado Simioni. Il profilo che ne emerge è quello di un uomo dalla forte personalità, assai difficile da inquadrare in schemi consolidati. Di Corrado Simioni si è sempre scelto di parlare poco. Nella vita, come nella morte.


    --------------------------------------------------------------------------------







    Hyperion e Superclan. Valerio Lucarelli, l'autore di Vorrei che il futuro fosse oggi e Buio Rivoluzione

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    La doppia vita di Roberto


    Gianni Barbacetto


    Diario: Anno VI – numero 10 – 9/15 Marzo 2001









    Chi è Roberto Dotti? Che cosa faceva a Milano nei primi anni Settanta? E come mai oggi può far riscrivere un capitolo della storia delle Brigate rosse? Per rispondere a queste domande è necessario raccontare una vicenda intricata in cui i Martini cocktail si shakerano con i cocktail Molotov e il rosso di mischia con il nero.

    Nel 1970 Roberto Dotti era il direttore della Terrazza Martini di Milano, il bar all’ultimo piano del grattacielo di piazza Diaz da cui è possibile sorseggiare un ottimo Dry Martini guardando in faccia i santi e i grifoni delle guglie del Duomo. Luogo di incontri, appuntamenti, presentazioni, convegni e conferenze stampa. Anche negli anni Settanta, che stavano diventando anni di piombo.

    Dotti veniva da Torino, dove era impiegato della Martini & Rossi che lo mandò, appunto, a Milano, a dirigere la più prestigiosa delle Terrazze del gruppo. Ma Dotti aveva una lunga storia alle spalle. Comunista, nel dopoguerra era diventato capo dell’ufficio quadri del Pci torinese. La polizia lo sospettò di essere l’autore di un omicidio: quello di Erio Codecà – dirigente Fiat e uomo-simbolo della repressione antioperaia di Valletta – ucciso dai partigiani comunisti. Appena sentì il fiato della Questura sul collo, Dotti cambiò aria: fuggì nella Cecoslovacchia rossa.

    Tornò quando le acque si erano calmate. Poi, alle soglie degli anni Settanta, Dotti sembrava un altro uomo: fu assunto dalla Martini & Rossi e, elegante nel suo doppiopetto scuro, riceveva con stile impeccabile i più importanti tra gli ospiti della Terrazza Martini.

    Ma qui è d’obbligo registrare il primo colpo di scena. Lo racconta oggi a Diario Alberto Franceschini, che nei primi anni Settanta era impegnato in prima persona nei gruppi politici da cui nasceranno le Brigate rosse.

    ATTO PRIMO: DOTTI, AMICO DELLE BRIGATE ROSSE. Erano anni di grandi lotte sociali e di forti movimenti. A Milano c’era anche Sinistra proletaria, c’era il Collettivo politico metropolitano: i gruppi più estremi, dove si apre il dibattito sull’opportunità di passare alla lotta armata. I personaggi più in vista si chiamavano Renato Curcio, Mara Cagol. C’era anche Corrado Simioni, con un suo gruppo di fedelissimi. Poi le loro strade si divideranno: Curcio fonderà le Brigate rosse; Simioni e il suo gruppo, invece, saranno chiamati il Superclan, poi ripareranno a Parigi, dove daranno vita alla scuola Hyperion.

    «Ma quando eravamo ancora un gruppo indistinto», ricorda Franceschini, «Simioni ci disse che a Milano c’era una persona di sua assoluta fiducia su cui potevamo contare per le cose importanti, per i soldi, per le questioni logistiche. Un compagno che aveva combattuto la guerra partigiana, che era diventato un dirigente del Pci, che poi era entrato in conflitto con la linea rinunciataria di Togliatti e se n’era andato per qualche anno in Cecoslovacchia. Quell’uomo era Roberto Dotti».

    È Mara Cagol a tenere i rapporti con Simioni ed è a lei che il leader del Superclan consiglia di incontrare Dotti. Mara lo incontrò, effettivamente, più d’una volta. Poi i rapporti tra i futuri brigatisti e il Superclan (con cui militò, per qualche tempo, anche Mario Moretti, prima di tornare con il gruppo di Curcio) si deteriorarono e si interruppero anche i contatti tra Mara Cagol e Dotti. Le Br iniziarono la lotta armata. Ma a questo punto accade il secondo colpo di scena.

    ATTO SECONDO: MA CHE STRANO, QUESTO DOTTI… Nel 1974 le Brigate rosse compiono la loro prima azione clamorosa: sequestrano il giudice Mario Sossi. Lo considerano il gesto di punta della loro campagna contro il «progetto neogollista», contro la voglia di Repubblica presidenziale che sentono serpeggiare nel Paese. Nel quadro di questa loro campagna, durante il sequestro Sossi compiono due incursioni armate, nelle sedi di due organismi che ritengono centrali strategiche del «progetto neogollista»: a Torino, il Centro Sturzo; a Milano, il Comitato di resistenza democratica.

    Quest’ultimo, in via Guicciardini, è l’ufficio milanese di Edgardo Sogno, che effettivamente stava lavorando per la Repubblica presidenziale, anzi stava organizzando un colpo di Stato che avrebbe dovuto scattare nell’agosto del 1974. I brigatisti che il 2 maggio di quell’anno assaltano la sede di Sogno non sanno che i progetti di golpe erano così avanzati. Portano via tutti i documenti che trovano negli uffici, tra cui i materiali di un convegno sulla «riforma dello Stato» tenuto a Firenze e un elenco di duemila nomi di amici e sostenitori di Sogno.

    Ma, tra tante carte, è un piccolo ritaglio – rivela oggi Franceschini – che incuriosisce più d’ogni altra cosa Mara Cagol e i brigatisti: un innocuo necrologio, firmato da Sogno, in occasione della morte di un certo Roberto Dotti. Roberto Dotti? Ma non si chiamava Roberto Dotti il «compagno», «uscito da sinistra dal Pci», che nel 1970 Simioni aveva consigliato come punto di riferimento per le cose importanti a Mara Cagol?

    «Ne parlammo stupiti, Mara e io», racconta Franceschini. «Non sapevamo che cosa pensare. Del resto ci sembrava impossibile che Sogno avesse firmato un necrologio per il compagno comunista che ci era stato presentato da Simioni». Comunque, Franceschini un atto per togliersi ogni dubbio lo compie: di notte si reca nel cimitero milanese dove è sepolto Dotti, scavalca il muro di cinta, individua la tomba del «compagno» e scalza la fotografia di ceramica incastonata nel marmo. Poi la porta a Mara, che Dotti lo aveva visto di persona: è lui? è la stessa persona incontrata qualche anno prima a Milano con Corrado Simioni?

    Mara non scioglie il dubbio: non riesce a sovrapporre con certezza quella foto marroncina e il ricordo della faccia di Dotti. Ma questo non è certamente il problema più importante che i brigatisti hanno: Franceschini viene arrestato di lì a poco, nel settembre del 1974. Mara Cagol il 5 giugno 1975 muore in uno scontro a fuoco con i carabinieri alla cascina Spiotta, nei pressi di Acqui Terme.

    Di quella foto rubata al cimitero rimane solo una traccia nelle carte processuali firmate da un magistrato torinese, uno stupìto Gian Carlo Caselli: «Assai singolare la presenza, tra il materiale asportato al Comitato di resistenza democratica», e poi rinvenuto nel covo brigatista di Robbiano di Mediglia, «di una fotografia di Dotti Roberto tolta dalla tomba di lui».

    La storia delle Brigate rosse continua, fino alla loro sconfitta militare e politica. Quel piccolo dubbio è dimenticato, sepolto da tanti altri grandi dubbi e problemi. Bisogna aspettare più di 25 anni per assistere al terzo colpo di scena di questa storia.

    ATTO TERZO: DOTTI, L’ANTICOMUNISTA. Alberto Franceschini ha un sobbalzo, mentre legge il testamento di Edgardo Sogno raccolto da Aldo Cazzullo (Testamento di un anticomunista, Mondadori), uscito qualche mese fa. Pagina 101: «A Praga era finito Roberto Dotti, capo dell’ufficio quadri del Pci torinese, sospettato dalla polizia per l’assassinio del dirigente Fiat Erio Codecà, ucciso da partigiani comunisti che disapprovavano la politica moderata di Togliatti (…). Quando tornò dalla Cecoslovacchia, Dotti era un uomo bruciato per il partito. E cominciò a collaborare a Pace e libertà». Dunque l’uomo di fiducia di Simioni era lo stesso del necrologio di Sogno: anzi, Roberto Dotti aveva cominciato a lavorare per l’organizzazione anticomunista di Sogno, Pace e libertà (finanziata con i fondi riservati dei servizi segreti, degli americani e della Fiat), già nella seconda parte degli anni Cinquanta, sostituendo Luigi Cavallo dopo che questi aveva litigato con Sogno.

    Pagina 110 del Testamento di Sogno: «Di Dotti mi parlò Pietro Rachetto, socialista, partigiano in Val di Susa, dirigente di Pace e libertà a Torino. Rachetto aveva aiutato Dotti a fuggire a Praga. Al suo ritorno in Italia, me lo indicò come sostituto di Cavallo. Dotti lavorò con me fino alla chiusura di Pace e libertà, nel 1958. Poi gli trovai una sistemazione grazie al mio vecchio amico Adriano Olivetti (…). Quando tornai dalla Birmania per fare politica, nel 1970, Dotti lavorava alla Martini & Rossi – era il direttore della Terrazza Martini di Milano – e guadagnava un milione al mese. Si licenziò e venne da me, a guadagnare la metà».

    Ad Alberto Franceschini ora il dubbio su Dotti è passato. Dopo la lettura del libro di Sogno e Cazzullo glien’è cresciuto dentro un altro: da che parte stava Corrado Simioni? e gli apparati dello Stato, gli uomini della guerra segreta contro il comunismo, come hanno assistito alla nascita delle Brigate rosse?









    La doppia vita di Roberto | Dust
    “Non vi è socialismo senza nazionalizzazione e socializzazione delle industrie” STANIS RUINAS

 

 

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