User Tag List

Risultati da 1 a 2 di 2

Discussione: Daniele Manin

  1. #1
    Forumista
    Data Registrazione
    11 Jan 2011
    Località
    PADOVA
    Messaggi
    238
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Daniele Manin

    DANIELE MANIN

    Daniele Manin nasce a Venezia nel 1804. Suo padre era un'Ebreo Catecuminizzato, ossia battezzato, ed in origine il suo cognome era Fonseca e, come era usanza a quei tempi - su imposizione del papato e della chiesa di Roma - chi aderiva alla religione cattolica doveva prendere il cognome del padrino che lo teneva a battesimo. Per il Fonseca il padrino fu il fratello del Doge Ludovico, Antonio, del quale ne prese, appunto, il cognome. Daniele divenne avvocato, come il padre, e fu il fautore della cosidetta "lotta legale" per favorire lo sviluppo della società in senso nettamente liberale.
    Bisogna ricordare che fra il 1840 e il 1850 Venezia era una città di oltre 122.000 abitanti nel solo centro storico, senza contare le isole e la terraferma che a quei tempi era ben poca cosa (oggi siamo in appena 64.000...!!). Nel 1846 venne realizzato il ponte ferroviario translagunare ed uno dei suoi più accesi sostenitori fu proprio Daniele Manin in perfetto accordo con Gabrio Casati di Milano; essi rappresentavano la borghesia delle due città nonché il fior fiore del commercio, ma non certamente la tradizionale classe dominante dei latifondisti e dei grandi proprietari. Inoltre il loro impegno era volto ad una federazione di Stati Italiani, dapprima presieduta dal Papa. Infatti nel 1843 il Gioberti pubblicò il famoso "Primato civile e morale degli Italiani", che con la sua chiara intonazione nazionalistica e politica, divenne sempre più popolare negli Stati dell'Italia centrale. Per la maggior parte del decennio che precedette la rivoluzione, i membri progressisti della Camera di Commercio Veneziana e gli avvocati radicali come il Manin costituirono un gruppo isolato nella società veneziana. Nel 1847 la Camera di Commercio deplorava amaramente le condizioni in generale scabrosissime pel commercio in ogni piazza; e nelle campagne attorno a Treviso, come annotava Giuseppe Olivi, i contadini "peregrinavano di villa in villa a cercare di che sfamarsi, e le spiche di fromento non ancora mature venivano avidamente divorate".
    Nonostante tutto questo, l'Austria opprimeva con spietatezza e insensibilità tutto il popolo e lo aggravava con continue tasse e balzelli. Nel 1846, dopo l'elezione al Soglio Pontificio di Pio IX e le sue prime timide e modeste riforme, innescò - pur se questa non era la sua intenzione - una reazione a catena e dette un' impulso decisivo alla causa nazionale.
    L'anno successivo, il 13 settembre, si aprì a Venezia il IX congresso degli Scienziati Italiani con 860 membri e presieduto dal principe Giovanelli. Questo congresso fu voluto con forza da Manin e Tommaseo, allo scopo di far conoscere, anche, le condizioni in cui versava la città. La città intera, scrive Vittorio Rovani, si commosse e si può dire che in quei giorni essa pensò al suo passato e presentì il suo avvenire. Il governo imperiale era rimasto dapprima dubbioso se dovesse o no concedere il permesso, ma aveva finito per consentire "nella speranza di poter con tale concessione tranquillizzare e riconciliare gli spiriti più caldi". Ma mal gliene colse, in quanto Manin quasi monopolizzò il congresso intervenendo su ogni questione e per tutta la durata del congresso che si chiuse il giorno 29.
    Rimane celeberrima la sua frase gridata in uno di quei giorni, ed in seguito ripetuta nel suo esilio a Parigi,: "Noi non vogliamo che l'Austria sia più umana o tollerante, vogliamo semplicemente che se ne vada!". Tommaseo presentò all'Ateneo Veneto un brillante attacco alla censura Austriaca, ricordando ad essa quanto promesso fin dal 1815: quello di consentire ad ogni cittadino di indicare al governo i suoi errori. Manin fece seguito a al suo intervento chiedendo che il regno "Lombardo - Veneto" fosse "veramente nazionale ed indipendente". Ancora il Tommaseo redasse una petizione all'alto clero, che accusò di aver "reso a Cesare più di quel che è di Cesare": da notare che Tommaseo era profondamente cattolico e professante. Il 18 gennaio 1848 Manin e Tommaseo vennero improvvisamente arrestati ed incarcerati. In febbraio Radetzky impose al Lombardo - Veneto la legge marziale. Egli era forte di oltre 50mila soldati, così dislocati: 13mila a Milano, 8mila a Venezia, 13mila nel quadrilatero, gli altri dislocati nelle altre città e villaggi.
    Ma la protesta continuava a crescere nonostante l'arresto di Manin e Tommaseo, anzi: a causa di esso. Le due Contrade dei Nicolotti e Castellani, divise fra di loro fin dai tempi più remoti della Repubblica di Venezia - le fazioni discendevano dalle lotte fra gli Eracleiani ed i Equileiani: fin da prima della nascita di Venezia... - risolsero le loro millenarie divergenze e la polizia riferì che stavano fraternizzando come "Italiani". Soltanto gli spiriti più audaci pensavano ad una rivoluzione.
    Ma il 17 marzo arrivò da Trieste un piroscafo che portò notizie di sommosse nelle strade di Vienna e la caduta di Metternich. Allora una folla enorme si raccolse in Piazza S. Marco per chiedere la liberazione di Manin e Tommaseo, ed il tentennante governatore Palffy prese la fatidica decisione di liberarli. Ma nell' atmosfera convulsa del momento firmò un'ordine per la liberazione non di Daniele, bensì di Ludovico Manin, che era stato l'ultimo Doge di Venezia.
    Manin rifiutò di essere scarcerato, se prima Palffy non avesse corretto il suo nome e se prima non avesse dichiarato che era stato incarcerato illegalmente: così avvenne. Allora i due vennero tolti di prigione e portati trionfalmente in Piazza S. Marco. Ma mentre era ancora in carcere Manin aveva deciso che una volta tornato in libertà avrebbe fatto tutto quanto in suo potere per provocare una rivoluzione e proclamare una Repubblica per Venezia e per il Veneto: egli sperava che la Repubblica Veneta diventasse uno degli Stati di un' Italia federale unita! (C.fr.e Paul Giinsborg, Vincenzo Marchesi, Alessandro Luzio, e altri)
    Il giorno 18 scoppiarono in Piazza S. Marco dei tumulti fra gli Austriaci e i componenti della fazione Nicolotta assieme a degli studenti di Padova: gli uni con le pietre, gli altri con i fucili! Otto Veneziani furono uccisi e nove feriti.


    Alla sera stessa giunse la notizia che l'imperatore Ferdinando aveva concesso la costituzione, e sembrava che il peggio fosse passato, ma Manin arringò la folla in quanto tramava per la rivoluzione, e fu lì che emise per la prima volta il famoso grido "la boje!". Stabilì contatti con elementi della Marina militare Veneziana per impadronirsi dell'Arsenale, la chiave militare della città. Ancora una volta i suoi amici si rifiutarono di sostenerlo, considerando l'impresa una pura follia: infatti non si può dimenticare - come anzidetto - che in città erano presenti 8mila soldati austriaci con oltre 500 cannoni e che i Veneziani non avevano armi degne di questo nome!
    Il 22 marzo del 1848 la fazione del Castellani, i quali erano tutti lavoratori dell'Arsenale, gli diedero un preziosissimo aiuto: nelle prime ore del giorno essi si vendicarono dell'ispettore capo dell'Arsenale, il colonello Marinovich dal quale erano continuamente vessati e scarsamente pagati: gli diedero la caccia e lo ferirono a morte in una delle torri orientali dell'opificio.

    Manin, avutane notizia mentre era nella sua abitazione in campo S. Paternian - ora Manin - accorse con suo figlio Giorgio e strada facendo raccolse alcune guardie civiche. Riuscì ad entrare, ma gli Austriaci fecero arrivare rinforzi alla porta dei Leoni. La guardia civica si oppose al loro ingresso e allora gli ufficiali austriachi ordinarono alle loro truppe di aprire il fuoco. Ma, come scrive il Ginsburg, questo fu il momento cruciale della rivoluzione. Molti soldati erano contadini Veneti ed erano stati contagiati degli entusiasmi nazionalistici di quelle giornate, nonché dalla fraternizzazione con la guardia civica a dalla promessa che se si fossero uniti alla causa italiana, avrebbero potuto fare ritorno alle loro case: questi si rifiutarono di aprire il fuoco e sopraffecero i loro ufficiali. L'Arsenale era ora in mano dei Veneziani e i soldati della sua guarnigione, circa 4.260 uomini, era passata alla rivoluzione. I rivoltosi erano ora in possesso anche di tutta l'armeria dell'Arsenale con gli oltre trentamila fucili, munizioni, cannoni, e quant'altro vi era all'interno.
    Dopo una breve pausa Manin, alla testa di una numerosa folla, senza incontrare resistenza e lungo la riva degli Schiavoni, giunse in Piazza S. Marco da dove, issatosi su un tavolo del caffè Florian, proclamò la Repubblica di Venezia.
    Per la strada si aggregavano tutti i Veneziani che incontrava, ma quello che lo colpì di più fu un vecchio che la suo passaggio si gettò piangendo in ginocchio ed alzando le braccia al celo disse: "Signore, ti ringrazio per avermi dato una gioia simile: semo tornai a la Repubblica, adesso posso morir in paxe...", e assieme a lui si gettarono in ginocchio donne e bambini pregando e piangendo. Nel frattempo il governatore Palffy aveva sottoscritto la capitolazione nelle mani del Podestà Gian Francesco Avesani, ed alle sei del pomeriggio rassegnò i suoi poteri nelle mani della municipalità. Ma la protesta popolare era troppo vibrante e l'intera municipalità si convinse della necessità di cedere il potere a Manin.
    Il giorno successivo, 23 marzo, in Piazza S. Marco, fu proclamata ufficialmente e formalmente la REPUBBLICA DI VENEZIA, e Manin ne divenne il primo Presidente.
    La rivoluzione Veneziana era stata compiuta, ma non era un caso isolato: tutte le altre città del Veneto erano insorte ed avevano cacciato gli austriaci: con la sola notevole eccezione di Verona (!), la quale neppure in seguito sognò di ribellarsi, rimanendo compresa nel famigerato "quadrilatero" da dove sarebbe partita la controffensiva di Radetzky, al quale aveva concesso il rifugio di cui aveva bisogno.
    Quella fu la "primavera radiosa" delle rivoluzioni.
    Nel frattempo anche il Piemonte di Carlo Alberto, vista la svolta della rivoluzione Milanese dopo la cinque giornate, si era rassegnato (sì: rassegnato, poiché ciò era contro la sua volontà...) ad entrare in guerra contro l'Austria: infatti egli aveva talmente poco considerato l'eventualità di una guerra che non disponeva nemmeno di carte topografiche della Lombardia! Egli entrò in guerra con forte riluttanza, più per impedire la diffusione dei sentimenti repubblicani nell'Italia settentrionale che per ragioni di nazionalismo italiano.
    Il paradosso delle prima guerra d'indipendenza, come ha sottolineato Piero Pieri, fu quello di una "guerra rivoluzionaria diretta da chi temeva la rivoluzione e i rivoluzionari. Peggio ancora: le promesse del re piemontese di un'aiuto puramente fraterno al Lombardo - Veneto mascheravano le tradizionali ambizioni espansionistiche di casa Savoia!
    Infatti nei mesi di aprile maggio e giugno del 1848 i piemontesi si adoperarono senza sosta a creare una pressione politica per indurre il Lombardo - Veneto a far parte di un nuovo regno d'Italia settentrionale sotto Carlo Alberto. Le ambizioni dinastiche avevano soppiantato la guerra di liberazione!

    Gli insorti Italiani additarono sempre in Carlo Alberto il primo responsabile della rotta del 1848. Manin, negli ultimi anni della sua vita, scrisse: "Credevo e credo ancora che la propaganda a favore dell' annessione delle province Lombardo - Venete al Piemonte sia stata la causa principale del fallimento delle guerra d'indipendenza".
    Quando all'inizio di luglio in Venezia si fecero strada le forze favorevoli al Piemonte, Manin chiese ai repubblicani - con gli austriaci sulle rive della laguna - di sacrificare i loro princìpi nel nome dell'unità, e proclamò in assemblea: "All'inimico sulle nostre porte, che aspettasse la nostra discordia, diamo oggi una solenne smentita. Dimentichiamo oggi tutti i partiti; mostriamo che oggi dimentichiamo di essere o realisti o repubblicani, ma che siamo turri italiani".
    Con 127 voti favorevoli e 6 contrari, Venezia approvò a malincuore la risoluzione di entrare a far parte del regno dell'alta Italia. Manin rassegnò le dimissioni e lasciò la carica a Jacopo Castelli.
    I Veneziani erano profondamente irritati ed insofferenti con i piemontesi che nel frattempo erano giunti in città, in quanto essi già agivano da padroni e i tumulti e le risse erano frequenti, così come erano frequenti le risse con i volontari Romani a Castello, in giugno, e a Cannaregio con i Napoletani. Ma, dopo la sconfitta di Custoza di Carlo Alberto, a furor di popolo riprese il potere e fu nominato "Dittatore" dall'Assemblea il 13 agosto successivo.
    Ma la sera dell'11 agosto, una folla enorme si era radunata in Piazza S. Marco, in quanto i commissari piemontesi, Colli e Cibrario e il Castelli non avevano intenzione di andarsene. Allora Sirtori, Mondini ed altri irruppero nel palazzo dell'ex governatore e li cacciarono di forza; ma la folla non li voleva: voleva Manin e continuava a rumoreggiare. Egli intervenne e per placare gli animi uscì sul balcone e si rivolse agli astanti dicendo: "dopo domani si raccoglieranno i Deputatie ed eleggeranno i nuovi rettori. Per queste quarantott'ore governo io". A queste parole, l'intera Piazza esplose in grida di entusiasmo e la folla si disperse rapidamente. Intanto Tommaseo si era recato in Francia per sperare di ottenere un aiuto dai repubblicani che nel frattempo avevano defenestrato Luigi Filippo. Ospitato nel ricco Hotel Bristol, dove cercava di risparmiare mangiando a mezzogiorno solo pane e mele e nascondendo poi i torsoli perché non fossero visti dalla servitù, pubblicò immediatamente un'appassionato "Appel à la France". Ma i piemontesi, timorosi per la sorte della dinastia per un'eventuale intervento delle truppe repubblicane francesi nell'Italia settentrionale, dichiararono che né Tommaseo per Venezia e né Guerrieri Gonzaga per Milano avevano alcuna legittimità di chiedere il loro intervento! Intanto il tempo passava e gli eventi precipitavano.
    A novembre Manin seppe che Garibaldi voleva venire a Venezia e ciò lo impensierì non poco; così scrisse a Tommaseo: "Garibaldi... non è adatto alla difesa di questi forti...; anzi temiamo che possa turbare la quiete interna, la cui conservazione non è l'ultima delle nostre fatiche...". Ma anche i Mazziniani continuarono a preoccupare Manin, in quanto erano presenti a Venezia con Piero Maestri, Mordini, Dell'Ongaro e Revere ed avevano fondato il Circolo Italiano nel quale essi cercavano di imporre le loro idee. Ma furono messi alla porta senza tante cerimonie, e Mazzini dovette appuntare le sue attenzioni altrove in Italia.
    Il 5 marzo del 1849, passò voce che il lombardo Giuseppe Sirtori cercava di costringere Manin a lasciare il potere per poter cedere Venezia agli austriaci e, mentre i Deputati si stavano radunando a Palazzo Ducale, una folla enorme si raccolse in Piazzetta e cercò di invadere l'Assemblea. Manin, con la spada in pugno, la fermò: se volevano entrare dovevano passare sul suo cadavere. I Deputati allora respinsero la proposta della sinistra con 71 voti contro 38 e fu riconfermato nella carica. Sirtori commentò: "Allora bisognerebbe dire che a Venezia c'è un'uomo, non un popolo!".
    Il 22 marzo Venezia festeggiò il primo anniversario della rivoluzione, ma i giorni successivi si apprese della tragica sconfitta di Carlo Albero a Novara e della fuga dei Piemontesi e dei loro saccheggi durante la stessa fuga. Radetzky era così libero di disporre a piacimento della forza di tutto il suo rinnovato esercito forte di oltre 50 mila uomini e di oltre millecinquecento cannoni. Ed egli lo inviò tutto verso Venezia.
    Nella riunione a porte chiuse del 2 aprile, l'Assemblea Veneziana decise all'unanimità di continuare la resistenza ad ogni costo. A Manin furono concessi poteri illimitati, una enorme bandiera rossa fu issata sul pennone centrale di Piazza S. Marco e la città si preparò a fronteggiare l'assalto finale dell'esercito austriaco, ormai in grado di concentrare qui tutte le sue forze.
    Contro ogni previsione, Venezia continuò a resistere per i cinque mesi successivi, durante quella che G. M. Trevelyan ha definito "guerra senza tregua di mezza estate sopra la laguna scintillante".
    Pur soffrendo per ogni sorta di privazioni e di avversità -fame, bombardamento e colera -, i veneziani non levarono MAI la voce per chiedere la resa.
    Il 4 maggio gli austriaci aprirono il fuoco su forte Marghera e vi gettarono settemila palle di cannone. Il tenente maresciallo Haynau (sopranominato "la Jena"...) e altri dignitari austriaci erano in osservazione su una torre della vicina Mestre ed erano convinti che i veneziani avrebbero capitolato la sera stessa, ma essi sotto l'intrepido comando del giovane napoletano Girolamo Ulloa, con Sirtori e con Enrico Cosenz, la difesero valorosamente per altre tre settimane finchè nel forte non rimase nemmeno un cannone per difenderlo e un difensore su tre non fu ferito. Si ritirarono verso Venezia e, dopo aver distrutto cinque arcate del ponte, si ridussero nell'isola di S. Secondo e nella piazzola ad essa adiacente: ancor oggi lì possiamo ammirare due dei cannoni che difesero Venezia.
    Tommaseo ebbe a dire, a proposito del pane che mangiavano i veneziani: "il pane quotidiano divenne una bomba quotidiana nello stomaco delle genti!". Infatti il cosidetto "pane", era fatto con tutto ciò che somigliava a farina: perfino la muffa che veniva raccolta nelle soffitte! La solidarietà fra i veneziani divenne ammirevole: gli abitanti dei luoghi più vicini alla terraferma, come Cannaregio e S. Marta bersagliati dalle bombe, erano accolti nelle case più distanti. In queste condizioni Venezia non poteva più continuare a resistere, e nonostante ciò i Veneziani non volevano sentir parlare di resa.
    Il tre agosto il Patriarca Monico ed alcuni membri della nobiltà firmarono una petizione a favore della capitolazione, ma una grande folla saccheggiò il palazzo Querini Stampalia, in quel momento sede patriarcale, presa dall'indignazione... Ma tutto fu vano... Il 24 agosto Venezia, stremata dalla fame, dal colera, dalle oltre centomila bombe lanciate sulla città, dall'esalazione del puzzo dei cadaveri lasciati esposti per l'impossibilità di una decente sepoltura, con il 20 % della popolazione morta, dovette arrendersi alle soverchianti forze austriache. Un grido d'ammirazione venne strappato da tutti i popoli e da tutti i governi del mondo civile. Gli austriaci stessi non ebbero il coraggio di infierire su una città, su un popolo che da solo aveva saputo tener loro testa nonostante l'enorme forza soverchiante di uomini e mezzi.
    Il giorno prima Manin saluta per l'ultima volta la Guardia Civica schierata in Piazza S. Marco, e così si rivolge loro: "Nei diciassette mesi della nostra rivoluzione si mantenne alto e puro il nome di Venezia già vilipeso ed venerato da amici e nemici. Il merito principale è è dovuto allo zelo infaticabile della milizia cittadina e dei Veneziani tutti, il cui nome rimarrà impresso a lettere d'oro nella Storia". Poi preso da commozione, Manin conclude singhiozzando: Io non ho mai ingannato nessuno. Se volete, dite pure "questo uomo si è ingannato"; ma non dite mai: quest'uomo ci ha ingannati". Dalla Piazza si risponde a gran voce: "no, no! VIVA MANIN!".



    Il giorno 27 agosto, Manin passava in gondola per campo S. Moisè diretto al piroscafo francese che avrebbe dovuto portarlo in esilio, ed un gondoliere gridò a viva voce: "PAR L'ULTIMA VOLTA, VIVA MANIN!". "Tasi, mona", fu la sua laconica risposta.
    Dal suo esilio di Parigi, in seguito durante dei colloqui con esponenti internazionali sulla questione Italiana e del suo avvenire, ebbe e dire: "Accetterei per re non solo Vittorio Emanuele, ma anche Murat, il Papa, Napoleone Buonaparte, il diavolo stesso, se potessi in tal modo scacciare dall'Italia gli stranieri e unire l'Italia sotto un solo scettro e in modo federalistico. Dateci l'unità e sapremo procurarci tutto il resto".
    Le libertà politiche e democratiche che a Venezia nel 1849 furono qualche cosa di ovvio, sono state in effetti riconosciute solo dopo la seconda guerra mondiale e con la Costituzione attuale. E' un dato che fa pensare... Venezia, in quei lunghi 17 mesi, combattè in nome della coscienza umana oppressa, dei diritti conculcati di tutti i popoli, in favore non solamente dei principii di nazionalità, ma anche di quei principi umanitari , che il nostro secolo vedrà completamente trionfare.
    Daniele Manin morì in esilio, a Parigi, il 1 agosto del 1857. Fu, come qualcuno asserisce, un "Massone"?
    Ma se dal momento che, è cosa più che nota, Garibaldi, Mazzini, gli stessi Savoia ecc. erano Massoni, perché mai li avrebbe sempre osteggiati tenendo conto che fra i Massoni vige la regola della assoluta "fratellanza"? Quelli che dicono questo dovrebbero spiegarlo...
    Fu, come qualcuno asserisce, un "Giacobino"? Allora vediamo cosa significa la parola "Giacobino".
    Il "Giacobinismo" nasce a Versailles nel 1789, alla vigilia degli Stati Generali, da dove si trasferì a Parigi e dove prese il nome di "Società degli Amici della Costituzione", benchè fosse più nota come il club dei "Giacobini". Quest'ultima denominazione deriva dalla sede del club, un ex convento dei Domenicani chiamati "Jacobin" per aver avuto un'ospizio che accoglieva i pellegrini diretti a Santiago de Compostela (Santiago [Sant Jagobo], Jacob e Giacomo, sono lo stesso nome nelle tre lingue diverse...)
    I "Giacobini" furono guidati fino al 1791 da Mirabeau, e presero un'orientamento di intrasigente repubblicanesimo. In seguito furono guidati da Robespierre, e si guadagnarono il favore dei "sanculotti" (trad.dal francese: senza mutande, a significare la loro assoluta indigenza, in veneto: in braghe de tela!) e delle masse povere e "proletarie" per la loro posizione democratica e favorevole ad un programma di rivendicazioni sociali.
    Terminarono di esistere in seguito a un decreto della Convenzione emanato il 2 novembre 1794. Ora mi si spieghi se la parola Giacobino ha un significato spregiativo, e il perché...
    Per noi Veneziani sia Manin che Tommaseo hanno un significato di libertà, indipendenza, lotta, sacrificio portato allo stremo, sono i nostri Eroi del IXX secolo al pari di tutti gli altri nostri Eroi della Repubblica di Venezia. Furono quelli che aiutarono Venezia ed i Veneziani a riscattarsi dell'onta subìta cinquanta anni prima a causa di una classe dirigente imbelle e corrotta, la quale abdicò senza nemmeno cerare di combattere e resistere alla viltà e prepotenza Napoleonica. Se il Doge Ludovico Manin e la sua accozzaglia di patrizi non avessero ceduto alle minacce del piccolo corso e se avessero dato ascolto alla popolazione, come fece il nostro Daniele Manin, il corso della storia probabilmente sarebbe cambiato: almeno a Vienna, nel 1815, avrebbe partecipato anche un nostro rappresentante per decidere della restaurazione... forse. Basta solo pensare che il popolo Veneziano, appena saputo che il governo si era autodichiarato decaduto, gli si rivoltò contro in quanto voleva rimanere sotto le insegne di S. Marco, e per farlo tornare a più miti ragioni fu preso a cannonate proprio da un patrizio: Bernardino Renier...
    Il giorno 2 aprile, per i Veneziani, è una data molto importante pur se gli attuali amministratori non lo vogliono sapere per timore che.....

    E' la ricorrenza del giorno in cui, all'unanimità, l'Assemblea dei Delegati del Popolo dichiarò:
    "VENEZIA RESISTERA' ALL'AUSTRIACO AD OGNI COSTO!"
    Forse hanno paura che il nome "Austriaco" venga cambiato con "Italiano"...
    Ma non è detta l'ultima parola. Sarei molto felice di fare la stessa fine di quel vecchio, al passaggio di Manin di ritorno dall'Arsenale il 22 marzo del 1848...

    VERBALE DELL' ASSEMBLEA
    DEL GIORNO 2 APRILE 1849

    Manin, dopo aver appreso della caduta di Brescia e della sconfitta di Novara, comunicò all' Assemblea che Venezia era rimasta sola a fronteggiare l' Austria.
    Quindi chiese all' Assemblea se volesse resistere al nemico: tutti si alzarono in piedi con un' acclamazione generale. Rinnovò la richiesta: AD OGNI COSTO?
    L' Assemblea scossa da un fremito rispose: SI', AD OGNI COSTO!
    Dopo che Daniele Manin ebbe ad evidenziare tutti i sacrifici che la resistenza comportava, rinnovò la domanda: RESISTEREMO AD OGNI COSTO?
    Unanimi acclamazioni di assentimento risposero.
    Fu quindi votato fra gli applausi il seguente decreto:

    Venezia, li 2 aprile 1849
    L' Assemblea dei rappresentanti dello Stato di Venezia - in nome di Dio e del Popolo Unanimemente - decreta:
    Venezia resisterà all' Austriaco ad ogni costo.

    A tale scopo il Presidente Manin è investito dei pieni poteri.

    Il Presidente: Giovanni Minoto,
    i Vice-Presidenti Lodovico Pasini-GioBatta Varè,
    i Segretari G.Pasini,G.B.Ruffini,A.Somma,P.Valussi

    Ora NOI, eredi di cotanti Padri, rinnoviamo il Loro impegno:
    VENEZIA RESISTERA' ALLO "STRANIERO" AD OGNI COSTO!!!

    i nuovi Veneti Patrioti

    PATRIAM DIVERSIS GENTIBUS UNAM.



    Gigio Zanon

    •   Alt 

      TP Advertising

      advertising

       

  2. #2
    Forumista
    Data Registrazione
    11 Jan 2011
    Località
    PADOVA
    Messaggi
    238
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Daniele Manin

    P.s
    Per chi volesse, suggerisco di dare un occhiata al sito: Venetonostro
    gestito da uno degli ultimi veri "venexiani", un'enciclopedia vivente, Luigi Zanon.

 

 

Discussioni Simili

  1. Un nuovo Messia? Ma chi, Manin.....?
    Di sa socca nel forum Sardismo
    Risposte: 32
    Ultimo Messaggio: 10-09-08, 21:57
  2. x daniele az
    Di do328 nel forum Aviazione Civile
    Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 31-01-04, 21:10
  3. Stupenda Mostra Di Kandinsky A Villa Manin
    Di skorpion (POL) nel forum Arte
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 09-04-03, 19:20
  4. 6-7-8 Villa Manin (Udine) Festival Celtico
    Di friuli nel forum Etnonazionalismo
    Risposte: 9
    Ultimo Messaggio: 05-09-02, 22:26
  5. Manin E La Rivoluzione A Venezia
    Di Josto nel forum Veneto
    Risposte: 5
    Ultimo Messaggio: 23-03-02, 12:07

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226