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Leghista
Le cinque giornate di Radetzky - Ferrari Giorgio - Libro - IBS - La Vita Felice - Biblioteca milanese
Le Cinque giornate di Milano ( 18-23 marzo 1848) sono state prevalentemente narrate dalla parte del vincitore. Decenni di incrostazioni retoriche, di inevitabile patriottismo risorgimentale ne hanno fatto un'epopea gloriosa ma ricca di ombre. Oggi - a centosessant'anni di distanza - è forse possibile far rivivere quei giorni senza dover dimostrare alcuna tesi o dover proteggere la memoria di chicchessia. Depurate da ogni retorica celebrativa, le carte dell'epoca ci restituiscono un eloquente quadro a chiaroscuri, in cui si muovono forze disomogenee: i patrizi e i grandi proprietari terrieri lombardi da un lato, gli insurrezionalisti radicali e la parte più autenticamente suggestionabile dei cittadini dall'altra.
Certamente non fu un moto spontaneo come tanta letteratura patriottica tende a voler credere: la cospirazione fu lungamente preparata e per questo in buona misura prevista dalle autorità austriache. Nondimeno le circostanze storiche ed economiche congiurarono perché quel moto milanese avvenisse: in ritardo rispetto ai piani dei cospiratori, ma con un effetto a valanga che nessuno verosimilmente aveva immaginato. E su tutti domina un protagonista incontrastato: Joseph Wenzel Radetzky.
Meglio morire sotto i colpi di Radetzky o di Bava Beccaris?
Radetzky tiene molti in agitazione. Scrive desolato a Sergio Romano, titolare di una rubrica di dialogo con il pubblico del Corriere della Sera il lettore Romano Bracalini: “
Che provincialismo! Il maresciallo Radetzky non è il mostro descritto dalla propaganda. Ma c’è sempre qualcuno che a ogni inizio d’anno si erge a vindice della storia e chiede che non venga più suonata la «marcia di Radetzky» di Johann Strauss, nel concerto di Capodanno di Vienna, specie nell’imminenza del 150 ° anniversario dell’Unità del nostro Paese”.
Nota Bracalini che “
se l’identità italiana è debole non è colpa di Radetzky. Nel 1848 Radetzky, alla scoppio delle Cinque Giornate, disponeva di un esercito di 16 mila uomini, pochi ma sufficienti a soffocare in poco tempo la rivolta se solo avesse fatto ricorso ai cannoni. Non lo fece perché non voleva passare per un novello Barbarossa; e preferì ritirarsi nel Quadrilatero. Un uomo ben diverso da come si compiace di dipingerlo la retorica nazionalista, quella stessa
che cinquant’anni dopo, nel 1898, sempre a Milano, avrebbe trovato altri accenti per giustificare il massacro ordinato dal generale Bava Beccaris, nobile piemontese, che non aveva esitato, lui no, a prendere a cannonate il popolo indifeso. Radetzky appartiene alla storia, anche alla nostra. Parlava perfettamente italiano, amava Milano e volle morirvi nel 1858.[...] Radetzky era il leale difensore dell’impero, di gran lunga più tollerante e civile del nefasto regno d’Italia”.
Sergio Romano è d’accordo sulla “Marcia di Radetzky”: “Anch’io non capisco perché dovremmo privarcene”.
Poi la risposta. Romano cita “
un bel libro di storia italiana e milanese in cui l’autore, Giorgio Ferrari, ricostruisce il ruolo del feldmaresciallo austriaco nella insurrezione del 1848 («Le cinque giornate di Radetzky» , ed. La Vita Felice). È un libro garbatamente revisionista da cui l’imperial-regio governatore generale del Lombardo Veneto emerge con tratti molto meno feroci di quelli che gli sono stati attribuiti dalla Vulgata risorgimentale. È un eccellente soldato (ha combattuto contro i francesi a Marengo, Austerlitz e Lipsia), è pronto a prendere decisioni spietate (le condanne all’impiccagione degli insorti del 1853), ma ama Milano, le partite a carte, la buona tavola, le osterie popolari e una stiratrice milanese, Giuditta Meregalli, che gli dette quattro figli e gli fu accanto sino alla morte”.