
Originariamente Scritto da
MarinaS
Scusa se mi intrometto ma "messagger non porta pena" ed è forse il caso che qualcuno prima di tirar fuori solo luoghi comuni sulle superiorità di razza come stai facendo tu si ristudi un po' di storia, a tal proposito posto questa intervista di Corrado Giustiniani pubblicato il 08-06-2009 alle 14:47 su
Blog - Il Messaggero
Scorre del sangue barbaro nelle vene degli italiani
Non è mai un errore cercare di capire da dove veniamo. Ed è uno straordinario colpo di fortuna poterlo fare assieme ad Alessandro Barbero, conversatore seducente, storico del Medio Evo e scrittore di romanzi, con il primo dei quali, Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle gentiluomo, tradotto in sette lingue, ha vinto nel 1996 il Premio Strega. Alessandro, che insegna all'Università del Piemonte Orientale, ha dedicato più di quindici saggi al Medio Evo. L'ultimo dei quali, dal titolo Benedette guerre. Crociate e jihad, è stato appena pubblicato da Laterza.
Le invasioni barbariche hanno lasciato una traccia profonda negli italiani?
«Certamente sì. Quasi tutti abbiamo una radice di questo tipo. Basti pensare che ognuno di noi ha quattro nonni, otto bisnonni, sedici trisavoli e giù per li rami. E' una stratificazione estremamente complessa quella che ha costruito la nostra ascendenza. Così complessa che qualcuno taglia corto e si sceglie la sua. Oggi va di moda dire di avere avuto dei progenitori Celti, ad esempio».
E cosa c'è rimasto addosso, di barbarico?
«I pantaloni, per esempio. Sì, le brache sono state importate in Italia dai barbari, che le consideravano molto più comode per andare a cavallo e per la vita di tutti i giorni. I Romani usavano la tunica. Quando Carlo Magno, re dei Franchi, scese a Roma per essere poi incoronato da papa Leone III, nel giorno di Natale dell'800, imperatore del Sacro Romano Impero, gli era stato raccomandato di lasciare a casa le brache e di indossare tunica e calzari. Del resto, se date un'occhiata alla Colonna Traiana, scoprirete che tutti i barbari sono rappresentati con i pantaloni».
Quando si può dire che inizi questa stratificazione dei barbari in Italia?
«Dobbiamo distinguere due fasi. La prima è quella del Tardo Impero, da Marco Aurelio fino al Quinto secolo. In questo caso erano i Romani a tradurre migliaia di lavoratori barbari quando i latifondisti della Valle Padana si lamentavano perché non trovavano coloni. Un problema di questo tipo si pose sicuramente a Reggio Emilia, dove vennero importati i Sarmati, nomadi delle steppe danubiane. Ma di origini sarmate è anche Salmour, un paese della provincia di Cuneo. Poi vennero le invasioni degli Ostrogoti, dei Longobardi, dei Franchi, mentre al Sud l'Impero bizantino ci teneva a conservare l'identità greca, e faceva arrivare in Calabria i contadini del Peloponneso».
Quali sono stati i barbari che hanno lasciato di più il segno?
«I Longobardi, senza dubbio. I Franchi erano in fondo una piccola élite: Carlo Magno si trovò di fatto a regnare non solo sui Franchi, ma anche e soprattutto sui Longobardi. I confini della Longobardia andavano ben al di là di quelli dell'attuale Lombardia: racchiudevano l'intera Italia settentrionale. I Longobardi, che provenivano dalla Germania orientale, erano alquanto arretrati, avevano avuto scarsi contatti con il mondo romano, erano duri e puri, con tradizioni pagane, tipo la festa del serpente. Furono loro a introdurre i salumi nella nostra dieta».
I salumi?
«Già. I Romani mangiavano molti farinacei, pizza bianca, olio, cipolle. I Longobardi portarono la cultura del maiale allevato allo stato brado e dei suoi prodotti, salame e quant'altro. Introdussero in Italia anche il loro costume giuridico. Il concetto di reato, caro ai Romani, praticamente non esisteva, per loro. Se uno uccide una persona, la famiglia dell'ucciso ha diritto ad una vendetta sanguinosa, la faida. Ma, per evitare spargimenti di sangue, il Re consiglia un risarcimento danni da parte dell'omicida alla famiglia offesa».
La faida è poi arrivata in Sicilia...
«Sì, ed è la dimostrazione degli effetti importanti che i barbari hanno avuto sull'intera penisola. Vorrei però concludere osservando che c'è uno scollamento tra l'identità genetica e l'identità culturale. In fondo i Longobardi erano una minoranza: circa 200 mila persone in un'Italia che nel Sesto secolo avrà avuto 5 o 6 milioni di abitanti. Ma con il fatto di essere il gruppo vincente, tutto il Nord della penisola si sentiva longobardo, e iniziò ad adottare pratiche come quella appena ricordata del risarcimento. Questo per dire che si può assumere un'identità e credere fortemente in essa, anche se in realtà quell'identità è inventata».