Nelle silenziose stanze della memoria, antico recesso delle umane esistenze, albergano strani figuri.
Non possiamo dire di loro nulla più di quanto ci riservi la sommaria descrizione di certe cupe atmosfere.
In quelle cavità, occulte all’altrui sguardo, il nostro essere impallidisce.
Si levano, ritti come fantasmi, gli spettri che vorremmo trattenere in quell’abisso. Si innalzano erette ombre spuntate da un sepolcro al quale è stato rimosso il sigillo da misteriosi artigli. Serbare, nascondendo al genere umano, i tenebrosi ricordi, sembra essere consuetudine intrinseca all’essere umano.
Nel buio della nostra solitudine siamo colti da quel fatale terrore che essi, illuminati da chissà quale sinistro chiarore, siano agguantati da sconosciuti passanti.
Già. Gli sconosciuti passanti. Gli altri.
In quel luogo disabitato a cui, di tanto in tanto, ci accostiamo nel raccolto isolamento della coscienza, una di quelle ombre avanza, e mano a mano che si inoltra nel percorso che ci separa, distinguiamo i contorni, osserviamo il modo i cui ci scruta. La vitrea pupilla dello sguardo fissa il nostro volto palesandoci un dolore immenso. Assieme a quella sofferenza svela, nel fiammeggiante rossore dell’iride, il cattivo presagio di un richiamo.
Indietreggiamo innanzi allo sgomento. Arretriamo davanti a quell’incubo. Come in un vortice quella visione mostruosa ci avvinghia afferrandoci per la parte che pensavamo perduta e cingendoci il capo provoca uno stordimento, una vertigine.
“Chi sei” – domandiamo spauriti.
“Sono il valore di una azione incompiuta” – risponde sicura una greve voce.
“Che vuoi da me?” – replichiamo.
“Mi hai chiamato” –
“Io?” -
“Si tu. Hai evocato il mio nome nel labirinto dei perché”. –
“Ho solo guardato verso un giorno passato a causa della ricorrenza” –
“Appunto”. – risponde l’opprimente suono di quel richiamo. – “Quel giorno avrebbe potuto non esistere se io fossi stato presente” -
“Ma chi sei?” – ripetiamo inorriditi dal terrificante contatto.
“Reclami la mia identità pur conoscendomi? Da molto tempo esisto. Per molti anni soggiogato dalle mute catene che mi hai imposto, pietrificato dalla sorda indifferenza, mio malgrado, ho indugiato nei confini in cui mi hai allontanato. Io sono la mancanza. Io sono il difetto. Io sono il torto. Io sono l’errore. Sono l’abbaglio e sono lo sbaglio. Nel morso della sospettosa angoscia ti ho obbligato. Nelle grinfie dell’incredulità ti ho tenuto. E se per me la tribolazione del nascondimento è stato il tuo alimento, per te il tormento della liberazione sarà il mio nutrimento.
Sono il senso di colpa”. –
L’atto di accusa di una azione incompiuta, talvolta ci costringe a queste tremende meditazioni.
Una orrenda notifica di cui faremmo volentieri a meno.
Il tribunale della coscienza reclama il suo imputato.




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hefico:


