Risultati da 1 a 6 di 6
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    Predefinito Lo scontro alla Camera, i tormenti ....

    ....di Berlusconi.

    L'ultimo sondaggio è di ieri mattina. Sil*vio Berlusconi ha la fiducia del 50 per cento degli italiani.
    Un re*cord tra gli attuali premier europei il cui gradimento, da Sarkozy alla Merkel, non supera in questi giorni il 20.
    Eppure il premier ha non pochi tormenti, a partire da quelli che gli procura la sua maggioranza non sempre lucida e conscia che si sta camminando su terreno minato.
    La Camera è diven*tata un ring nel quale, per di più, l’arbitro Fini tifa per l’avversario.
    L’opposizione ormai è un manipolo di pro*vocatori che ha definitiva*mente rinunciato a fare po*litica.
    Capita poi, per com*plicare la situazione, che a qualcuno del centrodestra saltino i nervi.
    L’altro gior*no è toccato a La Russa, ieri a un deputato che ha lancia*to un palla di giornale ad*dosso a Fini e addirittura al ministro Alfano, uno che la pazienza non l’aveva mai persa, che ha lanciato il suo tesserino di deputato.

    Immagini forti, che fan*no alzare gli ascolti di tele*giornali e dibattiti tv.
    Per l’informazione è una pac*chia.
    Mentana e Santoro ringraziano, ma oltre non si capisce il senso.

    Oggi fare a pugni con Fini è come sparare sulla Croce Rossa.
    Il suo Fli nei sondag*gi veri è ormai stabile da tempo sotto il tre per cento.
    Il Pdl ha vinto, il nemico in*terno è stato smascherato e ora è all’angolo, da Fare Fu*t*uro è diventato Senza Futu*ro.
    Non è più un problema, anzi, senza Fini in maggio*ranza le cose non potranno che andare meglio, a parti*re dalle riforme che l’ex lea*der di An sosteneva in pub*blico e boicottava dietro le quinte.

    Al diavolo Fini e i finiani, ci si occupi di governare in un nuovo scenario che pre*vede pari dignità tra il Pdl e quei deputati (e senatori) che con un gesto di respon*sabilità (e perché no, inte*resse) hanno permesso a questa maggioranza di sta*re in piedi e continuare a go*vernare.
    Tra galantuomini i conti si saldano, anche in termini di poltrone.
    L’ex mi*nistro Scajola, capo dei mal*pancisti per alcune nomine di uomini non di Forza Ita*lia (tipo lui stesso) se ne fa faccia una ragione.
    Anche perché quasi otto elettori su dieci del centrodestra non gli hanno perdonato il pa*sticcio della casa vista Co*losseo e non sarebbero quindi felici, per il momen*to, di vederlo tornare al go*verno o al vertice del parti*to.

    Anche la Lega, alleato lea*le e decisivo di Berlusconi, ha qualche problema inter*no che si potrebbe riflettere sull’efficienza del governo.
    La questione dei clandesti*ni è delicata e complicata per tutti ma soprattutto per il Carroccio, partito di go*verno a Roma e di lotta sul territorio, a maggior ragio*ne se si è alla vigilia di una importante tornata elettora*le amministrativa. Passino le dichiarazioni sui giorna*li, ci stanno pure gli slogan ad effetto, ma se il governo si è impegnato a liberare Lampedusa dai clandestini in pochi giorni, nessuno del*la maggioranza può tirarsi indietro o fare valere que*stioni di bottega, costi quel che costi.
    Soprattutto se si è ministro degli Interni. Se lu*nedì Berlusconi in persona andrà in Tunisia, un moti*vo ci sarà.
    Forse qualcuno non ha fatto bene o abba*stanza.

    di A. Sallusti prima pg. de ilgiornale.it 01 04 2011

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Rif: Lo scontro alla Camera, i tormenti ....

    Via al piano d’emergenza.

    La Protezione civile ha consegnato al Viminale mille tende.
    Di ora in ora si mette a punto il piano di emergenza per accogliere diecimila clandestini, ma al ministero dell’Interno hanno molti fronti aperti.
    Prima di tutto il «no» alla collaborazione per l’accoglienza di immigrati da parte di alcune regioni, tra l’altro a maggioranza di centrosinistra.
    Poi un atteggiamento non complice da parte della Francia, che continua a respingere i nordafricani alla frontiera di Ventimiglia.
    Infine l’Unione europea: arrivano primi segnali positivi per una condivisione delle richieste di asilo, ma alcuni Stati continuano a non essere d’accordo.

    Questa era la situazione ieri, il giorno in cui finalmente Lampedusa ha iniziato a svuotarsi di clandestini, trasferiti in altri centri italiani.
    Ma il problema sta proprio qui: nella mappa dell’accoglienza.
    I clandestini dalla Tunisia, una parte dei quali evasi dalle galere, non li vuole nessuno, nemmeno le regioni che sbandierano la solidarietà politica della sinistra, come Basilicata e Toscana.

    Leggermente diverso il caso della Liguria, dove l’emergenza è già alle stelle perché Ventimiglia si sta affollando di nordafricani respinti dalla Francia.
    Qui ieri ha aperto il primo centro di accoglienza temporaneo, all’interno di un ex caserma dei vigili del fuoco.
    Il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha portato cifre e mappa della divisione degli immigrati regione per regione al Consiglio dei ministri: solo l’Abruzzo è escluso, per le altre ci sarà una proporzione tra extracomunitari accolti e numero di abitanti. Un clandestino o profugo ogni mille cittadini: così è stato deciso.
    Tutti i governatori devono obbedire, anche quelli «della Lega», ha chiarito a sorpresa Maroni:
    «Atteggiamenti di rifiuto non possono essere giustificati. È un’emergenza grave che richiede il concorso di tutte le regioni».

    Poi Maroni si è riunito ancora con Berlusconi in serata, a palazzo Grazioli, presente anche il ministro della Difesa Ignazio la Russa, che ha proposto 7 aree al Nord, caserme attrezzate per ospitare i clandestini.
    Dopo una lunga trattativa con il Viminale, il governatore toscano, Enrico Rossi, ha ottenuto che non sia aperto un centro a Coltano per 500 tunisini, ma che gli ospiti siano divisi in nove-dieci centri, gestiti da associazioni di volontariato. Alla Toscana sono destinati circa 3mila immigrati.

    Il piano del Viminale prevede dunque ospitalità per un minimo di 10mila e per un massimo di 50mila immigrati divisi proporzionalmente da Nord a Sud, con aree controllate per i clandestini e piccoli centri di accoglienza per i rifugiati.
    Lo scenario potrebbe cambiare qualora la Tunisia «si riprenderà tre o cinque mila» connazionali, modificando il suo atteggiamento.
    Altrimenti «nessuno può chiamarsi fuori», comprese le «regioni amministrate dalla Lega», ha sottolineato il titolare del Viminale.
    Questa la linea, nonostante i malumori di Bossi.

    Tra le regioni che non vogliono i tunisini c’è anche la Basilicata.
    La quota di nordafricani prevista è di un massimo di cinquecento, ma il governatore, Vito de Filippo (Pd), già pone un alt: «Siamo molto preoccupati dalle parole del ministro Maroni».

    C’è poi il caso Puglia. Proprio per il sovraffollamento della tendopoli di Manduria ha rassegnato mercoledì le dimissioni il sottosegretario Alfredo Mantovano, pugliese.
    Ieri Maroni ha assicurato che nel centro non saranno ospitati «mai più di 2.900» tunisini, e che la loro permanenza sarà limitata al «tempo strettamente necessario allo smistamento».
    Al tallone d’Italia spetterà un’accoglienza fino a un massimo di 4mila immigrati, sempre su base proporzionale. I
    eri sera Berlusconi ha convocato Mantovano a palazzo Grazioli.

    Per ora la percentuale di richiedenti asilo è ancora bassa (15-20% secondo dati Ue).
    C’è comunque il piano numero due, e riguarda solo i rifugiati: in questo caso l’accoglienza sarà gestita direttamente dalla Protezione civile, Comune per Comune, con minicentri di accoglienza.

    Dall’Unione europea è arrivato un primo segnale incoraggiante: l’ipotesi di distribuzione tra i Paesi membri dei nordafricani che chiedono asilo sia discussa al prossimo Consiglio affari interni e della Giustizia, l’11 e il 12 aprile a Lussemburgo.

    di Emanuela Fontana pg,2 de ilgiornale.it di oggi 01 04 2011

    saluti
    .

  3. #3
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    Predefinito Rif: Lo scontro alla Camera, i tormenti ....

    Partono le navi. E partono gli aerei. Lampedusa torna a respirare, il piano annunciato solo 24 ore prima da Berlusconi entra nel vivo.
    E sembra funzionare.

    L’isola era allo stremo, il rischio di epidemie altissimo e la stagione turistica sembrava già compromessa. Ora il blitz del Cavaliere - il Cavaliere modello Napoli e modello L’Aquila, il Cavaliere che si mette l’elmetto e coordina i tecnici - mette in moto gli ingranaggi del ritorno alla normalità.
    All’alba parte l’Excelsior. A bordo ci sono 1.716 migranti, per usare il linguaggio della Caritas.

    Ma è solo il primo round; poi si muove la Catania che porta via altre 600 persone. E intanto inizia il ponte aereo: due voli, cento passeggeri a testa. Destinazione: Crotone e Bari.
    Il governo mostra i muscoli e spruzza efficienza su uno strato alto così di esasperazione.

    All’ora di pranzo i conti dicono che la situazione, rispetto al giorno precedente, è capovolta.
    In poche ore se ne sono andati più di 2.500 fra clandestini e profughi.
    Ne restano 3.731 ma i numeri per la prima volta non fanno più paura.
    L’assedio è stato tolto, un terzo abbondante degli «invasori» è già lontano, la linea dell’orizzonte questa volta promette bene: altre tre navi sono alla fonda, davanti al porto.

    Insomma, i giorni del bivacco e della vergogna sembrano finiti.
    E Berlusconi è già oltre: da Lampedusa guarda a Tunisi, dove potrebbe andare lunedì assieme al ministro dell’Interno Roberto Maroni.
    Lampedusa si svuota, ma la Tunisia è ancora un colabrodo e il premier lo sottolinea:
    «Il governo tunisino non sta mettendo in atto gli accordi sull’immigrazione stipulati con l’Italia. Il governo aveva assicurato di fermare le barche degli immigrati ma questo non è avvenuto». Non solo: c’è il problema dei rimpatri e il capo del governo non molla neanche su questo punto ed è pronto a fornire al paese nordafricano equipaggiamenti e materiale alle forze polizia tunisine, come fuoristrada e motovedette. Parla al telefono con il primo ministro tunisino Beiji Caid Essebsi, poi puntualizza:
    «Noi abbiamo garantito impegni finanziari per la ripresa economica delle città tunisine ma in cambio il governo di Tunisi deve accettare il rimpatrio dei suoi concittadini. Si tratta di 5mila persone che non sarebbero accettate perché noi sappiamo che dalle loro carceri sono evasi in 11 mila ed abbiamo il sospetto che possano arrivare da noi».

    Per questo, con ogni probabilità, il Cavaliere lunedì volerà a Tunisi.
    E non si presenterà a Milano, a Palazzo di giustizia, per il secondo round dell’udienza Mediatrade.
    Tunisi viene prima di tutto.

    D’altra parte, l’emergenza non è ancora superata, la Tunisia di questi tempi è un posto scomodo. Per tutti. Duecento giovani clandestini sfilano inquieti per le strade di Lampedusa: «Non vogliamo tornare a casa. Vogliamo solo andare in Belgio e in Francia».
    Vengono tranquillizzati, anche se le rassicurazioni non sono definitive.
    Entro 48 ore verranno trasferiti in una delle tendopoli in allestimento.

    Un po’ alla volta il disordine diventa ordine. Il cima cambia. E ritorna il Berlusconi antispazzatura e antiterremoto, quello che carezzava i plastici delle new town e spiegava il funzionamento dei termovalorizzatori.
    Il premier capace di dare la scossa, anche portando i grandi della terra in una caserma con vista sulle macerie. Qualcosa di simile accade in quel lembo di terra che spunta dal mare in fondo allo stivale. Mare e terra.
    Le navi viaggiano verso Taranto, le ruspe entrano in azione.
    Sono i soldati del Genio militare: ripuliscono la collina della vergogna, dopo due settimane di caos.
    Ora l’area viene disinfestata.

    Si corre dunque per recuperare il tempo perduto.
    E Berlusconi immagina il futuro come un plastico da sistemare: «Il porto è stato rovinato dalle costruzioni e per questo abbiamo disposto il piano colore». Annunciato mercoledì ai lampedusani e ora confermato. Così come il «piano verde», pensato per ricollocare piante e palme «dopo la loro morìa».
    Promemoria per il domani che verrà: Berlusconi ricorda la moratoria fiscale per un anno e l’intenzione di «rendere Lampedusa zona franca».
    Ma questo si vedrà nei prossimi mesi.

    La giornata di oggi segna il ritorno di Lampedusa ai lampedusani.
    E il ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla cerca di rimettere al suo posto il fondale di sempre: la Lampedusa formato cartolina.
    «Contiamo - spiega la Brambilla - di riuscire a salvare la stagione turistica che vale più o meno 50 milioni di euro». Stagione che si vuole allungare fino all’autunno.
    Autunno da cartolina.

    di Stefano Zurlo pg.3 de ilgiornale.it 01 04 2011

    saluti

  4. #4
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    Predefinito Rif: Lo scontro alla Camera, i tormenti ....

    Citazione Originariamente Scritto da mustang2 Visualizza Messaggio
    Partono le navi. E partono gli aerei. Lampedusa torna a respirare, il piano annunciato solo 24 ore prima da Berlusconi entra nel vivo.
    E sembra funzionare.

    L’isola era allo stremo, il rischio di epidemie altissimo e la stagione turistica sembrava già compromessa. Ora il blitz del Cavaliere - il Cavaliere modello Napoli e modello L’Aquila, il Cavaliere che si mette l’elmetto e coordina i tecnici - mette in moto gli ingranaggi del ritorno alla normalità.
    All’alba parte l’Excelsior. A bordo ci sono 1.716 migranti, per usare il linguaggio della Caritas.

    Ma è solo il primo round; poi si muove la Catania che porta via altre 600 persone. E intanto inizia il ponte aereo: due voli, cento passeggeri a testa. Destinazione: Crotone e Bari.
    Il governo mostra i muscoli e spruzza efficienza su uno strato alto così di esasperazione.

    All’ora di pranzo i conti dicono che la situazione, rispetto al giorno precedente, è capovolta.
    In poche ore se ne sono andati più di 2.500 fra clandestini e profughi.
    Ne restano 3.731 ma i numeri per la prima volta non fanno più paura.
    L’assedio è stato tolto, un terzo abbondante degli «invasori» è già lontano, la linea dell’orizzonte questa volta promette bene: altre tre navi sono alla fonda, davanti al porto.

    Insomma, i giorni del bivacco e della vergogna sembrano finiti.
    E Berlusconi è già oltre: da Lampedusa guarda a Tunisi, dove potrebbe andare lunedì assieme al ministro dell’Interno Roberto Maroni.
    Lampedusa si svuota, ma la Tunisia è ancora un colabrodo e il premier lo sottolinea:
    «Il governo tunisino non sta mettendo in atto gli accordi sull’immigrazione stipulati con l’Italia. Il governo aveva assicurato di fermare le barche degli immigrati ma questo non è avvenuto». Non solo: c’è il problema dei rimpatri e il capo del governo non molla neanche su questo punto ed è pronto a fornire al paese nordafricano equipaggiamenti e materiale alle forze polizia tunisine, come fuoristrada e motovedette. Parla al telefono con il primo ministro tunisino Beiji Caid Essebsi, poi puntualizza:
    «Noi abbiamo garantito impegni finanziari per la ripresa economica delle città tunisine ma in cambio il governo di Tunisi deve accettare il rimpatrio dei suoi concittadini. Si tratta di 5mila persone che non sarebbero accettate perché noi sappiamo che dalle loro carceri sono evasi in 11 mila ed abbiamo il sospetto che possano arrivare da noi».

    Per questo, con ogni probabilità, il Cavaliere lunedì volerà a Tunisi.
    E non si presenterà a Milano, a Palazzo di giustizia, per il secondo round dell’udienza Mediatrade.
    Tunisi viene prima di tutto.

    D’altra parte, l’emergenza non è ancora superata, la Tunisia di questi tempi è un posto scomodo. Per tutti. Duecento giovani clandestini sfilano inquieti per le strade di Lampedusa: «Non vogliamo tornare a casa. Vogliamo solo andare in Belgio e in Francia».
    Vengono tranquillizzati, anche se le rassicurazioni non sono definitive.
    Entro 48 ore verranno trasferiti in una delle tendopoli in allestimento.

    Un po’ alla volta il disordine diventa ordine. Il cima cambia. E ritorna il Berlusconi antispazzatura e antiterremoto, quello che carezzava i plastici delle new town e spiegava il funzionamento dei termovalorizzatori.
    Il premier capace di dare la scossa, anche portando i grandi della terra in una caserma con vista sulle macerie. Qualcosa di simile accade in quel lembo di terra che spunta dal mare in fondo allo stivale. Mare e terra.
    Le navi viaggiano verso Taranto, le ruspe entrano in azione.
    Sono i soldati del Genio militare: ripuliscono la collina della vergogna, dopo due settimane di caos.
    Ora l’area viene disinfestata.

    Si corre dunque per recuperare il tempo perduto.
    E Berlusconi immagina il futuro come un plastico da sistemare: «Il porto è stato rovinato dalle costruzioni e per questo abbiamo disposto il piano colore». Annunciato mercoledì ai lampedusani e ora confermato. Così come il «piano verde», pensato per ricollocare piante e palme «dopo la loro morìa».
    Promemoria per il domani che verrà: Berlusconi ricorda la moratoria fiscale per un anno e l’intenzione di «rendere Lampedusa zona franca».
    Ma questo si vedrà nei prossimi mesi.

    La giornata di oggi segna il ritorno di Lampedusa ai lampedusani.
    E il ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla cerca di rimettere al suo posto il fondale di sempre: la Lampedusa formato cartolina.
    «Contiamo - spiega la Brambilla - di riuscire a salvare la stagione turistica che vale più o meno 50 milioni di euro». Stagione che si vuole allungare fino all’autunno.
    Autunno da cartolina.

    di Stefano Zurlo pg.3 de ilgiornale.it 01 04 2011

    saluti
    Essere bloccato all'entrata di montecitorio, ricevere monetine da luridi vermi,
    può bastare a far saltare i nervi specie quando, colui c uji sarebbe aspettato il compito d'appianare la strada ,invec e di difenderti ti fischia rigore.
    Politicamente la russa ha fatto un errore ma quel vaffa ci stava tutto.

    Se ci foisse stato bisogno di capire che fini non fosse arbitro imparziale lo si sapeva da molto tempo ,già da quja<ndi fingeva d'esserlo; ora gioca scoperto.

    Si prenda qualche vaffa e qualche giornale in faccia e stia zitto.

  5. #5
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    Predefinito Rif: Lo scontro alla Camera, i tormenti ....

    E Bossi detta le condizioni: "Profughi al Nord? Con cautela..."!

    Gli immigrati di Lampedusa al Nord? Si, ma «con cautela».
    Non è il foera dai ball dei giorni scorsi, ma nemmeno la consegna delle chiavi della Padania al ministro della Difesa.
    Ieri è stata un’altra giornata tesa sul fronte dei centri di accoglienza.
    Ignazio La Russa ha presentato una lista di altri siti dove sistemare provvisoriamente il mix di clandestini e rifugiati che arriva dall’isola siciliana verso il continente.
    Tutti al nord.
    Il leader della Lega e ministro delle Riforme non l’ha respinta al mittente, ma non l’ha nemmeno sottoscritta.
    «Ci penserà Maroni», non La Russa quindi.

    Al collega ministro del Pdl Bossi riserva un’altra bacchettata a proposito dell’incidente di mercoledì con Gianfranco Fini.
    «Sarebbe stato meglio che il casino di ieri non ci fosse stato. I ministri farebbero bene a stare zitti».
    La Russa «ha fatto solo un regalo all’opposizione perché ha allungato i tempi del dibattito sul processo breve».
    Bossi infierisce e spiega la reazione del ministro della Difesa con le tensioni della piazza che ieri ha assediato Montecitorio.
    «Se aveva paura non doveva andare fuori. Oppure me lo diceva - ironizza il Senatùr - gli davo lui (indicando la sua guardia del corpo, ndr) che è cintura nera di karate».

    Al leader del Carroccio preme soprattutto tenere i migranti lontani dalle regioni del Nord.
    E quanto ci tenga, si capisce dalla battuta con la quale ha liquidato le dimissioni del sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano. «In un partito grosso come il Pdl è difficile mettere d’accordo tutte le anime. Peggio per lui». Come dire, le pressioni che vengono dall’area ex An del Pdl per non concentrare i campi al Sud, per quanto riguarda la Lega, non passeranno.

    Le parole su Mantovano hanno attirato sul Senatùr le critiche delle opposizioni e, in particolare, degli ex An di Futuro e libertà. Per Carmelo Briguglio sono «dichiarazioni rozze» che dovrebbero indurre nell’esponente del Pdl «riflessioni profonde».

    Bossi dedica poche battute al resto.
    Le trattative con la Tunisia per fermare le carrette porteranno a risultati? «Spero di sì. Chi la dura la vince».

    Poche parole anche sulle amministrative.
    «Il Pdl e Berlusconi vogliono un accordo generale sulle amministrative, vediamo. L’importante è che abbiamo portato a casa il federalismo».
    Anche in questo caso giudizio sospeso.

    La posta in gioco sono le città del Nord dove il Carroccio cerca di strappare le candidature della coalizione e quelle dove invece vuole correre da solo.
    Non Milano.

    Il via libera alla ricandidatura di Letizia Moratti è un dato acquisito. «È una candidata che almeno conosce i problemi di Milano».

    Partita importante quanto quella delle nomine delle società partecipate dal Tesoro: Eni, Enel. Terna e Finmeccanica.
    Bossi non entra nel dettaglio dei candidati.
    Molti di quelli in pole position sono appoggiati dalla Lega, ma il ministro si limita a confermare tempi strettissimi per l’accordo.

    di Antonio Signorini pg.3 de ilgiornale.it 01 04 2011

    saluti

  6. #6
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    Predefinito Rif: Lo scontro alla Camera, i tormenti ....

    Elogio di Mantovano, una capotosta da non far scappare.

    Questo dimettersi per coerenza, è tipico di Alfredo Mantovano che è una nota capatosta.
    Quando qualcosa urta i suoi principi, il sottosegretario all’Interno - ora, ex - deve reagire.
    Non c’è santo che tenga.
    Figurarsi poi se a stargli sul gozzo sono più cose, come nella vicenda di Manduria.
    Sarebbe già bastato a fargli saltare la mosca al naso che dei rifugiati nel centro di accoglienza anziché i 1.500 previsti, ne siano stati minacciati il doppio.

    Mantovano aveva assicurato i manduriani (o manduriesi?), che sono anche suoi elettori, essendo deputato della Puglia, che tutto finiva con la prima infornata da Lampedusa.
    E quando un tipo come Alfredo ci mette la faccia è come zia Cecilia con la torta di mele: se va buca, ne soffre l’onore.

    A Manduria è però successo di peggio.
    Erano attesi profughi della guerra libica e sono arrivati invece tremila clandestini dalla Tunisia.
    Dunque, il doppio della folla e neanche quella in fuga dalle bombe, ma la solita infornata di senza permesso che ha preso Lampedusa per il pattino del bagnino.
    Tutta gente che, per legge, deve essere radunata in centri attrezzati antifuga, prima di essere rispedita in patria.
    Manduria invece è un colabrodo.

    Per molto meno Alfredo avrebbe sbattuto il pugno sul tavolo, terminologia però inadatta a un politico calmo e misurato come lui.
    Mantovano è quello che vedete in tv: faccia da sfinge e argomentare da tritasassi. Parole pacate, occhi fermi e un erre moscia pugliese che ti dondola come un’amaca.

    Questo austero personaggio sembra uscito dal reparto «Ragazzi modello» della bottega del Creatore.
    Nato a Lecce 53 anni fa, non ha nulla del barocco ghirigorato della sua città. Sotto ogni cielo, porta giacca e cravatta con l’aria di un gesuita in borghese.
    È timoratissimo di Dio, cattolico tradizionalista, ratzingeriano ante litteram.
    Si dichiara seguace del «pensiero forte», ossia fondato su valori eterni e non trattabili.
    È cofondatore di un’opera che prende appunto il nome di Dizionario del pensiero forte sui cui ha scritto di aborto (contro) e altri temi a cavallo tra etica e diritto.
    Un bacchettone coi fiocchi.

    È stato magistrato e lo ha fatto all’antica.
    Non ha preso cantonate, non ha passato veline ai giornali, ha riflettuto prima di condannare.
    Con questi trascorsi, bacchetta oggi gli ex colleghi che si comportano all’opposto e abusano del potere come il satiro di una vergine.
    Li ha pubblicamente rimproverati di impicciarsi del talamo berlusconiano anziché agire contro la criminalità, di scrutare avidi le rotondità di Ruby e chiudere gli occhi sul casino che ci circonda.

    Conservatore com’è, Alfredo ha scelto di militare prima nel Msi poi in An, all’epoca alfieri del passato.
    Ha debuttato alla Camera nel 1996 e all’istante - rara avis - ha rinunciato alla toga.

    Sua protettrice fu la concittadina Adriana Poli Bortone, futuro sindaco An di Lecce.
    Legò subito con Fini che poco dopo invece cominciò a litigare con Pinuccio Tatarella, che del medesimo Fini era il cervello e della Puglia il ras.
    Pinuccio iniziava a capire che Gianfry era un instabile e ne prendeva le distanze.

    Alfredo non fu altrettanto acuto e si lasciò utilizzare.
    Così, per indispettire Tatarella, Fini nominò Mantovano coordinatore di An per il Sud, facendolo crescere a detrimento dell’altro.
    Poi Pinuccio morì e Alfredo tornò in sé. Ma ne parliamo dopo.

    Non vi meraviglierà sapere che Mantovano ha un lato battagliero e donchisciottesco.
    Alle elezioni politiche del 2001, anziché rientrare pigramente in Parlamento col recupero proporzionale, volle sfidare D’Alema nel collegio uninominale di Gallipoli.
    Un combattimento a tu per tu.

    Confrontato a un leader nazionale che l’anno prima era premier, Mantovano divenne a sua volta una star.
    Fece una bella battaglia, mostrò la sua oratoria e perse per appena tremila voti.
    Ma la vittoria morale, andò a lui.
    Tant’è che il Cav lo volle sottosegretario all’Interno nel suo governo 2001-2006.

    Così abbiamo cominciato a conoscerlo: documentato e baciapile.
    È tornato nelle stesse stanze nel 2008 dopo aver sfiorato la poltrona di guardasigilli in un testa a testa con Alfano.
    La «promozione» fallì per il veto di Fini.

    E qui veniamo alla rottura con il capo.
    Ci fu quando Gianfry era già diventato antifascista, insofferente del Cav, fraterno di Casini e simpatizzante di D’Alema.
    Ma non avvenne sul terreno politico.
    Successe per motivi etico-religiosi.

    Ricorderete che nel 2005 ci furono quattro referendum abrogativi sulla procreazione assistita.
    Fini, che aveva ormai raggiunto lo stadio evolutivo del laico di tre cotte, si dichiarò per la procreazione artificiale contro i pii auspici di abati e monsignori. Da fedele del gregge del Signore, Alfredo si inalberò.
    Non poteva sopportare che il suo capo facesse di testa sua, influenzando pubblicamente l’elettorato e contro - a suo parere - i sentimenti maggioritari del centrodestra.
    E allora inaugurò quello che replica in queste ore: rimettere il mandato.

    Mantovano era all’epoca coordinatore di An in Puglia.
    Lasciò bruscamente l’incarico e fu irremovibile.
    Da allora, non ha avuto più ruoli nel partito.
    Oggi, è l’oscuro capo della corrente (una ventina di parlamentari) di Gianni Alemanno, sindaco della Capitale.

    Per concludere.
    L’ex sottosegretario tra poltrona e faccia, sceglie la faccia.
    Se ora non cambia idea, ci molla da soli con gli altri.
    Quelli con la faccia di tolla e la poltrona attaccata con l’ossidrica.

    Ma che ti abbiamo fatto, Alfredo, per lasciarci orfani?

    di Giancarlo Perna pg.4 de ilgiornale.it 01 04 2011

    saluti

 

 

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