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Discussione: Sveltina giudiziaria!

  1. #1
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    Predefinito Sveltina giudiziaria!

    Tutti contro tutti sul processo breve.
    Nel giorno in cui alla Camera va in scena l’ostruzionismo dell’opposizione col placet del presidente Gianfranco Fini, il Csm approva, a larga maggioranza ma col voto contrario del Pdl e il non voto della Lega, il documento che definisce la prescrizione breve una «sostanziale amnistia», scatenando le ire del Pdl, che stigmatizza come contenuti e tempistica certo non siano «in linea con l’autorevole richiamo alla correttezza del rapporto fra le istituzioni» da parte del Colle.

    E a Montecitorio è stata la notte dei lunghi cavilli.
    Una notte dai toni forti che porta anche il deputato dell’Idv Fabio Evangelisti a chiedere al presidente di turno Maurizio Lupi di mettere in fila una serie di assistenti parlamentari «perchè- dice- è venuto un collega che ci ha detto state calmi o qui ci scappa il morto...».
    Una boutade presa sul serio.

    Il tranello del diabolico Giachetti, Pd (non per nulla un ex Radicale) trova un alleato «sub partes» in Fini, che lascia fare e forse se la spassa per l’imboscata tesa alla maggioranza (qui molto ingenua).
    Si salda immediatamente l’asse sinistra-terzo polo, il fasciocomunismo del sofisma regolamentare.
    Il trucco è far intervenire a titolo personale tutti i deputati abilitati a farlo, avendo preso parola il giorno prima, per (scusa ufficiale) chiarire il proprio pensiero e inserirlo nell’ormai famigerato «processo verbale», cioè il resoconto dell’ultima seduta. Siccome il regolamento prevede (articolo 32) che sul processo verbale abbia diritto a parlare «chi intenda proporvi una rettifica, o a chi intenda chiarire il proprio pensiero espresso nella seduta precedente, oppure per fatto personale», anche per emerite sciocchezze, il Pd - seguito a ruota da Idv - ha scatenato una cinquantina di deputati a cui sono stati dati cinque minuti l’uno: circa 250 minuti , più di quattro ore, tutta la mattina di lavori.
    Per dire nulla o poco più, pretesti per perdere tempo, anche ridicoli (la precisazione sul culatello del piddino Vannucci...), senza che Fini trovi da obiettare.
    Anche quando era chiaro a tutti, persino al Pdl, che si trattava di una trappola, di ostruzionismo puro (cui i pidiellini hanno aggiunto, genialmente, altri 40 minuti di interventi per dire che gli altri perdevano tempo in interventi).

    Fini, in quanto presidente dell’assemblea poteva stabilire tempi diversi da quelli massimi di cinque minuti, ma non l’ha fatto (come poco dopo anche il presidente di turno Buttiglione, «ripreso» dal leghista Raffaele Volpi).
    Una scelta precisa, come dimostrerebbe quanto successo in un incontro riservato, a metà mattinata, dopo le proteste del centrodestra, tra Fini, Cicchitto e Reguzzoni.
    Nel faccia a faccia i due capigruppo avrebbero contestato a Fini la gestione dell’aula, la sequela «indecente» di interventi, un «ostruzionismo potenzialmente eversivo», «senza precedenti» e «inaccettabile».
    Ma Fini avrebbe risposto di aver deciso di concedere tutti i minuti a disposizione per gli interventi, nonostante la perdita di tempo mai avvenuta per un banale processo verbale della seduta precedente .

    Di fronte al rifiuto di Fini di mettere fine alla sceneggiata, Cicchitto ha chiamato - raccontano fonti di maggioranza - il presidente della Repubblica, che avrebbe poco dopo sentito Fini (ma lo staff del leader Fli smentisce) per sollecitare un segnale da parte sua.
    Che in effetti c’è stato, dopo un incontro tra Fini e Maurizio Lupi, vicepresidente Pdl della Camera.
    La moral suasion (mediata o no dal Colle) si è materializzata in un comunicato in cui Fini ha fatto sapere che non si sarebbe più ripetuto il fattaccio, e che d’ora in poi «il tempo sarà ridotto proporzionalmente al numero degli iscritti a parlare».

    Parole messe alla prova subito dopo, visto che la seduta è ripresa alle 21, con tanto di «precettazione» per tutto il Pdl, preoccupati per un altro blitz del Pd contro il testo.
    Per la maggioranza l’incidente di ieri è l’ennesima prova della faziosità di Fini. Così dicono i leghisti (con Reguzzoni, e poi Bossi: «Ha sbagliato a dare 5 minuti a tutti») e il Pdl («Operazione assolutamente irresponsabile»).
    Anche se nel Pdl sono molti a lamentare che la trappola si poteva aggirare con piccole contromosse.

    Ma questa è un’altra resa di conti all’orizzonte, tutta interna al Pdl.

    di Paolo Bracalini su ilgiornale.it di giovedì 07 aprile 2011, 088

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Rif: Sveltina giudiziaria!

    Ultimo smacco per la Boccassini: Ruby non chiede i danni a Silvio.

    A rigor di logica, non c’era nessun motivo perché una ragazza che sostiene, ripetendolo in tutte le occasioni e in tute le salse, di non essere una prostituta e men che meno di avere esercitato tale mestiere con Silvio Berlusconi si costituisse parte civile contro il medesimo Berlusconi, chiedendogli di risarcire danni che nega di avere mai subìto.
    Eppure ancora ieri mattina, mentre l’aula maggiore del tribunale milanese si riempiva di reporter di mezzo mondo, c’era ancora chi dava per probabile e addirittura per certo che questo sarebbe accaduto di lì a poco: ovvero che Karima el Mahroug alias «Ruby Rubacuori» sarebbe scesa in campo contro il presidente del Consiglio, imputato di concussione e utilizzo della prostituzione minorile, schierandosi accanto ai pm nel sostenere le accuse a carico del Cavaliere.

    Per la Procura, processualmente e mediaticamente, sarebbe stato un eurogol. Il processo per il «Rubygate», con tutta l’aura di scontro finale che si porta appresso, da quel momento sarebbe stato in discesa.

    Peccato che - dopo i nove-minuti-nove che dura l’udienza, aperta e subito rinviata al 31 maggio - i giornalisti si affollino intorno a Paola Boccardi, il giovane legale che assiste Ruby.
    E la bionda avvocatessa dice senza tanti giri di parole:
    «La mia assistita non ha mai avuto rapporti sessuali con il presidente Berlusconi, e non ha ricevuto alcun danno dalle sue visite nella residenza privata del presidente. La mia assistita ha invece ricevuto danni devastanti dalla campagna mediatica che le è stata scatenata addosso, e di cui non è certo questa la sede per chiedere il risarcimento. Quindi oggi non ci costituiremo parte civile».
    Né oggi né in futuro?
    «Né oggi né in futuro».

    Il colpo è forte.
    Al punto che l’annuncio della legale di Ruby fa passare in secondo piano la circostanza che esattamente la stessa scelta stanno compiendo anche le altre presunte vittime di questa vicenda: ovvero i tre funzionari della questura di Milano che Berlusconi - secondo la Procura - avrebbe costretto, abusando del suo potere, a rilasciare la ragazza marocchina nella notte del 27 maggio scorso.
    Dei tre funzionari - Giorgia Iafrate, Pietro Ostuni e Ivo Morelli - quando il giudice Giulia Turri fa l’appello si fa avanti solo l’avvocato della Iafrate: che però, fa sapere, nemmeno lei ha alcuna intenzione di costituirsi in giudizio.
    Gli altri due poliziotti non hanno neanche mandato un avvocato.
    E nemmeno il ministero dell’Interno, anch’esso indicato dalla Procura come vittima istituzionale della concussione di Berlusconi, risponde all’appello.

    Quello che ripartirà - e stavolta forse davvero - il prossimo 31 maggio sarà quindi un inconsueto processo zoppo, in cui nessuna delle vittime si dichiara tale.
    Ma per la linea della Procura poco cambia.
    Nella ricostruzione dei pm, in questo processo le vittime non sono attendibili: i poliziotti perché condizionati dalle gerarchie, e Ruby perché teleguidata dal premier.
    Più delle scelte processuali, per capire la verità dei fatti, secondo la Procura devono contare i risultati delle indagini, le intercettazioni, i verbali.
    Che secondo Bruti Liberati e i suoi pm dimostrano, aldilà di ogni dubbio, che vi furono tanto la concussione che i rapporti prezzolati tra Berlusconi e Karima.

    Prossima udienza il 31 maggio, unica tessera libera nel puzzle di impegni istituzionali e udienze che il tribunale e i legali del premier stanno cercando di comporre per mandare avanti il processo.

    Ieri Berlusconi era impegnato a Palazzo Chigi a ricomporre un altro puzzle, quello dell’emergenza immigrazione, ma non ha chiesto il rinvio dell’udienza milanese.
    Quando si entrerà nel vivo del processo, ai suoi collaboratori il premier ha però ribadito: «In aula ci sarò».

    LF-Elag pg.2 de ilgiornale.it 07 04 2011

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Rif: Sveltina giudiziaria!

    Intercettazioni, nuovo autogol di Bruti!

    «Adesso ricostruisco cosa è successo e poi non vi dirò niente»: così martedì pomeriggio, scuro in volto, Edmondo Bruti Liberati aveva respinto i cronisti che gli chiedevano come fosse possibile che tre conversazioni telefoniche di Silvio Berlusconi con tre fanciulle del «Rubygate» fossero finite agli atti del processo e da lì sulla prima pagina del Corriere, con buona pace dell’immunità parlamentare.

    Ma ieri la lettura dei giornali ha convinto Bruti che qualcosa bisognava pur dirla.
    Sotto il tiro delle polemiche del centrodestra ma anche sotto il fuoco amico di Luciano Violante, che giudicava ingiustificabile il deposito dei nastri di Berlusconi, il procuratore della Repubblica è uscito allo scoperto.
    Come era prevedibile, non ha puntato sulla tesi dell’errore materiale, che avrebbe esposto i suoi pm al rischio di una azione disciplinare, ma ha rivendicato per intero il buon diritto della Procura a trascrivere e depositare le telefonate.
    E, visto che c’era, ha reso noto che per la fuga di notizie non è solo la Procura milanese a essere sospettabile, ma anche lo staff difensivo del presidente del Consiglio.
    Niccolò Ghedini e Piero Longo, fa sapere Bruti, erano gli unici ad avere a disposizione i brogliacci (cioè i riassunti) e le registrazioni delle telefonate del loro illustre assistito.

    La reazione di Ghedini e Longo non si fa attendere.
    I due avvocati rimandano al mittente i sospetti, e chiedono che «invece di perdere tempo in comunicati», Bruti apra una inchiesta, o magari la apra un’altra Procura: modo educato per sostenere che i principali sospetti sono proprio i pm milanesi e quindi a condurre l’inchiesta sullo scoop del Corriere dovrebbe essere la magistratura di Brescia, competente per le malefatte dei colleghi meneghini.

    Volano gli stracci, insomma: e su un fronte dove la Procura si sentiva relativamente tranquilla.
    Ad uno scontro frontale con lo staff del Cavaliere su ogni aspetto del processo - dal calendario delle udienze, alle questioni procedurali, agli interrogatori dei testimoni - Bruti e i suoi erano pronti.
    Lo erano meno ad arrivare in aula con l’ombra di una violazione delle prerogative del parlamentare Berlusconi: destinata, come si è visto, ad allarmare anche ambienti politici di solito non ostili ai pm.

    Così è stato deciso di correre ai ripari. Dalla sua parte la Procura aveva la complessità quasi inestricabile della materia, che rende legittime tesi anche assai distanti su come debbano venire trattate le intercettazioni in cui accidentalmente compaia un parlamentare.
    Così ecco la linea enunciata ieri pomeriggio da Bruti ai cronisti:
    le telefonate tra le ragazze e il premier sono state trascritte perché utilizzate per chiedere - durante le indagini preliminari, quando della bufera che stava per scatenarsi sul premier non sapeva quasi nessuno - la proroga delle intercettazioni medesime al giudice preliminare Cristina Di Censo.
    Nel marzo scorso, poi, «a tutela dei diritti della difesa», brogliacci e nastri sono stati consegnati a Ghedini e Longo.

    Replicano i difensori del capo del governo:
    «È assai peculiare che ci si ricordi dei diritti della difesa soltanto per depositare atti illegittimi ed irrilevanti processualmente ma di esclusivo interesse mediatico», e invocano l’apertura di una inchiesta.
    Ma la partita vera che si intravede dietro la pubblicazione delle intercettazioni è un’altra, e investe in pieno la sostanza del processo che ripartirà il prossimo 31 maggio.
    Nella sua conferenza stampa, Bruti Liberati torna a ricordare che all’epoca in cui vennero intercettate le chiamate tra le tre ragazze e Berlusconi, tra l’agosto e l’ottobre 2010, il presidente del Consiglio non era ancora indagato (il suo nome sarebbe stato iscritto in gran segreto solo il 21 dicembre).
    Non era lui, insomma, il bersaglio delle intercettazioni, in cui sarebbe incappato per caso.

    Non è vero niente, sostengono invece i legali: l’unico e vero obiettivo dell’inchiesta era già da allora Silvio Berlusconi, le intercettazioni vennero realizzate con l’obiettivo specifico di incastrare il presidente del Consiglio, e il ritardo di quattro mesi (almeno) con cui il nome di Berlusconi è stato iscritto nel registro degli indagati è una violazione bella e buona.
    E se Berlusconi fosse stato indagato contemporaneamente a Emilio Fede, Nicole Minetti e Lele Mora - ricordano i legali - il processo con rito immediato che si è aperto ieri a Silvio Berlusconi sarebbe stato impossibile.

    di L. Fazzo e E. Lagattolla pg.2 de ilgiornale.it 07 04 2011

    saluti

  4. #4
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    Predefinito Rif: Sveltina giudiziaria!

    Ma non fu una sveltina giudiziaria , sembra che la lotta fosse continua, anche dopo essere stati sorpresi : più dell'onor poté il digiuno.

    La passione dei sensi é più potente dello tsunami.

  5. #5
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    Predefinito Rif: Sveltina giudiziaria!

    Quoque tu, brute, fili mi !?

  6. #6
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    Predefinito Rif: Sveltina giudiziaria!

    Citazione Originariamente Scritto da yure22 Visualizza Messaggio
    Quoque tu, brute, fili mi !?
    Sed libera nos a malooooooooooooo

  7. #7
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    Predefinito Rif: Sveltina giudiziaria!

    Citazione Originariamente Scritto da mustang2 Visualizza Messaggio
    Tutti contro tutti sul processo breve.
    Nel giorno in cui alla Camera va in scena l’ostruzionismo dell’opposizione col placet del presidente Gianfranco Fini, il Csm approva, a larga maggioranza ma col voto contrario del Pdl e il non voto della Lega, il documento che definisce la prescrizione breve una «sostanziale amnistia», scatenando le ire del Pdl, che stigmatizza come contenuti e tempistica certo non siano «in linea con l’autorevole richiamo alla correttezza del rapporto fra le istituzioni» da parte del Colle.

    E a Montecitorio è stata la notte dei lunghi cavilli.
    Una notte dai toni forti che porta anche il deputato dell’Idv Fabio Evangelisti a chiedere al presidente di turno Maurizio Lupi di mettere in fila una serie di assistenti parlamentari «perchè- dice- è venuto un collega che ci ha detto state calmi o qui ci scappa il morto...».
    Una boutade presa sul serio.

    Il tranello del diabolico Giachetti, Pd (non per nulla un ex Radicale) trova un alleato «sub partes» in Fini, che lascia fare e forse se la spassa per l’imboscata tesa alla maggioranza (qui molto ingenua).
    Si salda immediatamente l’asse sinistra-terzo polo, il fasciocomunismo del sofisma regolamentare.
    Il trucco è far intervenire a titolo personale tutti i deputati abilitati a farlo, avendo preso parola il giorno prima, per (scusa ufficiale) chiarire il proprio pensiero e inserirlo nell’ormai famigerato «processo verbale», cioè il resoconto dell’ultima seduta. Siccome il regolamento prevede (articolo 32) che sul processo verbale abbia diritto a parlare «chi intenda proporvi una rettifica, o a chi intenda chiarire il proprio pensiero espresso nella seduta precedente, oppure per fatto personale», anche per emerite sciocchezze, il Pd - seguito a ruota da Idv - ha scatenato una cinquantina di deputati a cui sono stati dati cinque minuti l’uno: circa 250 minuti , più di quattro ore, tutta la mattina di lavori.
    Per dire nulla o poco più, pretesti per perdere tempo, anche ridicoli (la precisazione sul culatello del piddino Vannucci...), senza che Fini trovi da obiettare.
    Anche quando era chiaro a tutti, persino al Pdl, che si trattava di una trappola, di ostruzionismo puro (cui i pidiellini hanno aggiunto, genialmente, altri 40 minuti di interventi per dire che gli altri perdevano tempo in interventi).

    Fini, in quanto presidente dell’assemblea poteva stabilire tempi diversi da quelli massimi di cinque minuti, ma non l’ha fatto (come poco dopo anche il presidente di turno Buttiglione, «ripreso» dal leghista Raffaele Volpi).
    Una scelta precisa, come dimostrerebbe quanto successo in un incontro riservato, a metà mattinata, dopo le proteste del centrodestra, tra Fini, Cicchitto e Reguzzoni.
    Nel faccia a faccia i due capigruppo avrebbero contestato a Fini la gestione dell’aula, la sequela «indecente» di interventi, un «ostruzionismo potenzialmente eversivo», «senza precedenti» e «inaccettabile».
    Ma Fini avrebbe risposto di aver deciso di concedere tutti i minuti a disposizione per gli interventi, nonostante la perdita di tempo mai avvenuta per un banale processo verbale della seduta precedente .

    Di fronte al rifiuto di Fini di mettere fine alla sceneggiata, Cicchitto ha chiamato - raccontano fonti di maggioranza - il presidente della Repubblica, che avrebbe poco dopo sentito Fini (ma lo staff del leader Fli smentisce) per sollecitare un segnale da parte sua.
    Che in effetti c’è stato, dopo un incontro tra Fini e Maurizio Lupi, vicepresidente Pdl della Camera.
    La moral suasion (mediata o no dal Colle) si è materializzata in un comunicato in cui Fini ha fatto sapere che non si sarebbe più ripetuto il fattaccio, e che d’ora in poi «il tempo sarà ridotto proporzionalmente al numero degli iscritti a parlare».

    Parole messe alla prova subito dopo, visto che la seduta è ripresa alle 21, con tanto di «precettazione» per tutto il Pdl, preoccupati per un altro blitz del Pd contro il testo.
    Per la maggioranza l’incidente di ieri è l’ennesima prova della faziosità di Fini. Così dicono i leghisti (con Reguzzoni, e poi Bossi: «Ha sbagliato a dare 5 minuti a tutti») e il Pdl («Operazione assolutamente irresponsabile»).
    Anche se nel Pdl sono molti a lamentare che la trappola si poteva aggirare con piccole contromosse.

    Ma questa è un’altra resa di conti all’orizzonte, tutta interna al Pdl.

    di Paolo Bracalini su ilgiornale.it di giovedì 07 aprile 2011, 088

    saluti
    è su questa nuova forma di ostruzionismo parlamentare, ovvero su questa sceneggiata parlamentare, con l'avallo dei calienti romagnoli (Bersani, Casini, Fini, Franceschini, ecc. ecc) che dovrebbero puntarsi le telecamere di tutto il mondo....

 

 

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