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Discussione: Eros e Thanatos

  1. #1
    Οὖτις
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    Predefinito Eros e Thanatos

    allora il forum è un po'smorto, vediamo quindi di dargli una bella iniezione di gaio interesse

    Eros e Thanatos

    La morte per la Patria nella Repubblica Sociale Italiana
    Cercheremo ora di analizzare brevemente, tenendo conto di tutti i limiti che l’utilizzo di poche pagine telematiche possono imporre, una caratteristica essenzialmente “emotiva” della Repubblica Sociale Italiana. Essa si specifica in maniera originale per un morboso intreccio di eros e thanatos, amore e morte. Durante questo breve periodo di venti mesi assistiamo più che mai ad un diverso modo di concepire la morte per la Patria. Se nel Risorgimento la morte era la conclusione sublime di una vita vissuta nel modo più onorevole e avventuroso possibile, il trapasso sigillato dal nome dell’Italia sulle labbra che infondeva luce alle gesta compiute durante l’esistenza terrena, nella RSI la morte diviene invece il fine, l’aspirazione unica, il bisogno primo. È proprio essa a conferire un significato alto e superbo alla vita. Il sacrificio supremo è l’unico mezzo a disposizione per dimostrare la propria superiorità spirituale, per cui solamente il guerriero che emerge per eroismo confrontandosi con il tragico palcoscenico della storia vale davvero. Si dimostra in questo modo che la vita si è degni di viverla solo porgendo il petto ai pericoli e ai rischi che potrebbero metterla in gioco, ma d’altro canto sono esattamene questi ultimi che la esaltano e la irradiano di luce. Tutta codesta tensione verso la morte si esplica nel fatto che la stessa Repubblica nacque consapevole di essere l’ultimo sussulto di un regime ormai morente, l’attacco finale ed inutile di una belva ferita che non si piega al suo imminente destino. Chi si arruolava, più o meno consapevolmente, lo faceva per andare incontro alla morte. Da ciò possiamo rintracciare la motivazione che sta dietro l’uso insistente di icone funebri, di atmosfere lugubri, teschi in ogni stendardo e stemma, l’onnipresente utilizzo del nero, le canzoni che altro non sono se non inni alla nera signora, e molti altri elementi da cui traspira l’imminente conclusione di ogni cosa. Il soldato della RSI ama la morte, è il suo più intimo desiderio. Le circostanze offrono un’opportunità unica di iniziarsi ad una virilità guerresca che per essere tale deve confrontarsi con l’accettazione della morte, la morte sul campo di battaglia è la più agognata e la più sublime rappresentazione del coraggio, e solo i guerrieri dal cuore nobile ed impavido che sono pronti ad intraprendere questo fatale cammino sono degni di amare. Chi può arrogarsi l’amore di una donna, i traditori forse? I piccoli borghesi che lo vedono come una escatologica ancora di salvezza? Gli ignavi e i codardi? Tutti quei vigliacchi che hanno trascinato nel fango la propria Madre Patria? Sono forse costoro degni del cuore di una donna? No, solamente il soldato che pone fine alla propria vita con “il sorriso innocente, il canto scanzonato, il coraggio più schietto” è degno di amare ed essere amato. Ovviamente la vera dama da conquistare e da scegliere come sposa ultima e pura altri non è se non la morte stessa, ma solamente in questo modo è possibile assaporare il vero amore, spirituale ed insieme erotico. Si coniugano quindi rincorrendosi l’un l’altro, l’amore e il bisogno di morte, matrici indispensabili di una visione guerresca e virile. La volontà sincera di morire rende l’amore il più puro e nobile possibile, d’altra parte non vi può essere morte più bella se non quella cullata dalla melodia dell’amore.Il fascismo aveva fallito nel suo tentativo di creare un popolo di guerrieri, pronto a combattere e a non abbandonare le armi anche innanzi alla disfatta sicura, pur di conservare l’onore. Il fallimento del regime era palese, metà popolo voltò le spalle. Ma l’altra metà decise di rimanere fedele al proprio giuramento, di non deporre le armi e di correre con il sorriso incontro al boia. Tuttavia la matrice di codesta scelta non è puramente ideologica, anzi. La lotta di liberazione nazionale era propugnata su di un piano oggettivamente ideologico,ma la lotta dei repubblichini non lo fu altrettanto. Non combatterono per il fascismo in quanto tale, combatterono sotto quelle insegne perché solamente in esse potevano riconoscere i valori che avevano costituito e retto in piedi le fondamenta delle loro vite. La democrazia avanzava, desiderata da gran parte della popolazione della penisola. Ma chi era cresciuto con una determinata sfera valoriale non ci si poteva riconoscere, e imbracciò il gladio, pur conscio del fallimento del regime. La loro fu anche una morte di protesta, di protesta contro l’alba di un mondo non voluto, contro i propri connazionali traditori, contro ciò che non riuscivano a capire. Decisero quindi di darsi la morte, di chiamarsi fuori da un futuro che non avrebbero mai potuto abbracciare. Avrebbero potuto compiere una scelta più estrema ed eloquente per dimostrare la propria contrarietà se non quella di morire? E in questa scelta assistiamo ad una sorta di scissione tra eroismo e la nazione. Il repubblichino si estranea dalla Patria, muore da eroe guardando con sdegno la piega che la Patria ha preso, popolata da gente indegna di costituire una nazione di guerrieri in grado di pretendere con forza il proprio posto nella grande spirale della storia. Ora l’Italia è una nazione priva di eroi, anzi, gli ultimi eroi sono quelli che scelgono di morire quale supremo atto di disapprovazione nei confronti del tradimento dell’8 settembre. Questa tipologia di morte, oltre che distaccarsi dal patriottismo e dal martirio nazionale degli irredentisti, dei caduti durante la Grande Guerra, dei martiri fascisti della rivoluzione, si scolora fino ad approdare ad una specie di impoliticità. Dico questo perché i valori per cui si sceglie di morire sono impolitici, perché il fascismo stesso è caduto nell’oblio, non si è fascisti per scelta ideologica, ma perché è l’unico modo per difendere i valori in cui si è creduto. Ciò per cui combatterono era una sfera valoriale trascendente i banali meccanismi della politica e delle ideologie, si trattava semplicemente di pura Fede.
    A noi la morte non ci fa paura
    Si ci fidanza e ci si fa l’amor
    Se poi ci avvince e ci porta al cimitero
    S’accende un cero e non sene parla più



    orbene scambiamoci quindi opinioni, offese, quello che volete su questo mio "articoletto", tenedo presente che non sono mica un giornalista
    ...vivono tutte ancora le isole madri di Eroi
    ogni anno rifioriscono...


  2. #2
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    Predefinito Re: Eros e Thanatos

    Lo hai scritto tu di sana pianta? Infatti alla fine dell' articolo non c'è un link. Cazzo, è veramente scritto bene. C'è lo spirito di un grande poeta. Io stavo leggendo tranquillo, arrivo alla fine e scopro che probabilmente sei tu l' autore. Qualunque offesa venga arrecata all' articolo, sarà censurata. Ogni sentimento nobile va spiattellato per infastidire il democratico.

    Finito di esprimere la meraviglia personale, certamente la morte purché deliberatamente cercata o almeno non impedita, è densa di significati tali da far spremere le meningi a chi cerca di capirli, ma comprenderli non è questione di intelligenza cognitiva, bensì di disposizione d' animo, conoscenza questa la più occultata nei decenni della pseudo-democrazia.
    Ultima modifica di Avanguardia; 08-11-13 alle 13:15
    FASCISMO MESSIANICO E DISTRUTTORE. PER UN MONDIALISMO FASCISTA.

    "NELLA MIA TOMBA NON OCCORRE SCRIVERE ALCUN NOME! SE DOVRO' MORIRE, LO FARO' NEL DESERTO, IN MEZZO ALLE BATTAGLIE." Ken il Guerriero, cap. 27. fumetto.

  3. #3
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    Predefinito Re: Eros e Thanatos

    La morte come testimonianza.
    La morte come espressione della propria identità.
    La morte come indovinello ai posteri.
    La morte come trasgressione (di attualità ai giorni nostri).
    FASCISMO MESSIANICO E DISTRUTTORE. PER UN MONDIALISMO FASCISTA.

    "NELLA MIA TOMBA NON OCCORRE SCRIVERE ALCUN NOME! SE DOVRO' MORIRE, LO FARO' NEL DESERTO, IN MEZZO ALLE BATTAGLIE." Ken il Guerriero, cap. 27. fumetto.

  4. #4
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    Predefinito Re: Eros e Thanatos

    Citazione Originariamente Scritto da Avanguardia Visualizza Messaggio
    Lo hai scritto tu di sana pianta? Infatti alla fine dell' articolo non c'è un link. Cazzo, è veramente scritto bene. C'è lo spirito di un grande poeta. Io stavo leggendo tranquillo, arrivo alla fine e scopro che probabilmente sei tu l' autore. Qualunque offesa venga arrecata all' articolo, sarà censurata. Ogni sentimento nobile va spiattellato per infastidire il democratico.

    Finito di esprimere la meraviglia personale, certamente la morte purché deliberatamente cercata o almeno non impedita, è densa di significati tali da far spremere le meningi a chi cerca di capirli, ma comprenderli non è questione di intelligenza cognitiva, bensì di disposizione d' animo, conoscenza questa la più occultata nei decenni della pseudo-democrazia.
    uuuuuh esagerato grazie per i complimenti, vedrò di scrivere di più allora
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  5. #5
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    Predefinito Re: Eros e Thanatos

    Bella, veramente bella e condivisibile. Il nazionalismo ottocentesco che fu uno dei perni del fascismo storico, superato, si è andati oltre, come oltre bisognerebbe andare anche oggi. Come ho avuto modo di dire più volte, indegnamente mi ritrovo nello stato d'animo di quei lontani combattenti, questa patria (minuscolo) non è più la mia Patria (maiuscolo), si combatte nel crepuscolo della Storia, allora guardando la morte in faccia e facendole la corte, adesso guardando la fine della Storia nazionale e limitandoci a batter su una tastiera.
    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

  6. #6
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    Predefinito Re: Eros e Thanatos

    La Via del guerriero: Hagakure

    Ho scoperto che la Via del Samurai consiste nella morte. Quando arriva il momento di scegliere tra la vita e la morte, è meglio scegliere subito la morte. Non è poi così difficile, basta solo decidere e andare avanti. Chi sostiene che morire senza aver raggiunto il proprio scopo sia morire invano, pratica una Via da mercanti”. Questo è il terribile inizio dell’Hagakure di Yamamoto Tsunetomo.
    Un libro che in forma di precetti sentenze e massime, ha rappresentato per generazioni una sorta di breviario spirituale per tutti i giapponesi che avevano abbracciato la Via del guerriero. O che intendevano farlo.
    Un libro maledetto, secondo le forze di occupazione americane in Giappone. Un libro tanto odiato che gli statunitensi si impegnarono con zelo nel tentativo di rimuovere il suo ricordo, bruciandone migliaia di copie. Gli americani imputarono all’Hagakure l’acceso nazionalismo che i giapponesi avevano manifestato fino alla sconfitta bruciante della Seconda Guerra Mondiale. Ad Hagakure, ai suoi insegnamenti, fu fatto risalire il fenomeno dei kamikaze e dei suicidi di massa invece della resa, anche tra i civili.
    Così, i vincitori cercarono di bruciare ogni copia esistente ma fallirono nel loro scopo ed oggi il libro è noto in tutto il mondo, studiato, ancora apprezzato o odiato da chi lo legge.
    Hagakure non è stato scritto dallo stesso Tsunetomo ma dal suo unico allievo Tashiro il quale contraddisse la volontà del maestro e non bruciò la prima trascrizione delle loro conversazioni, tenutesi dal 1710 al 1716. Ne scaturì un libro che fu subito considerato un tesoro prezioso dai samurai del clan a cui Tsunetomo apparteneva e secoli dopo divenne uno dei capisaldi della letteratura samuraica.
    Negli anni in cui Hagakure fu scritto, l’unificazione del Giappone era già stata compiuta da più di un secolo e la classe dei samurai manifestava già i tratti decadenti del tempo di pace.
    La pace portava con sé, infatti, stabilità e prosperità e quindi il bisogno di funzionari amministrativi competenti più che di legioni di guerrieri sempre pronti alla battaglia. La chiusura delle frontiere, decretata da un governo che temeva le ingerenze politiche e religiose di Spagna e Portogallo, impediva anche l’avvio di campagne militari all’estero così che molti samurai si trovarono sempre più a vivere la situazione contraddittoria di guerrieri che erano combattenti solo in via potenziale. Molti di loro si ritrovarono perfino senza lavoro, diventando ronin, samurai senza padrone costretti ad una vita raminga e molto dura, oppure alla morte per suicidio, unico mezzo per sfuggire al disonore della miseria.
    Tsunetomo insegna guardando al futuro perché teme la decadenza che vede serpeggiare nel presente e ricorda con rimpianto i fasti di un periodo scomparso, da lui però mai vissuto. Un periodo in cui gli uomini si confrontavano gli uni con gli altri sul campo di battaglia ed ognuno guardava in faccia la propria verità, senza poter mentire.
    Lui stesso era un samurai dei tempi moderni: non aveva mai partecipato ad alcuna guerra o battaglia o duello e, al di fuori del suo addestramento, non aveva mai conosciuto le asperità della vera vita militare del tempo di guerra.
    Era sempre stato però un fedele vassallo del suo Signore, incarnando gli ideali di fedeltà e dedizione che affondavano le loro radici profonde nella cultura confuciana e buddhista che il Giappone aveva mutuato dalla Cina ma Tsunetomo era talmente fuori tempo storico che non poté neanche praticare junshu alla morte del suo feudatario. Non poté, cioè, realizzare il suicidio per fedeltà che si era prefisso e che era sempre stato concesso a quei samurai che avevano fatto voto di non sopravvivere alla morte del loro daimyō: pochi anni prima era stata infatti approvata una legge che proibiva simili atti. Come alternativa, gli fu permesso di pronunciare i voti religiosi e diventare monaco buddhista fino alla fine dei suoi giorni terreni.
    Di che parla Hagakure?
    Parla di fedeltà. Di dedizione. Di coraggio. Di etica. Di come vivere la propria vita servendo il proprio Signore in modo decoroso. Ma non solo.
    Parla di un concetto tipico della cultura giapponese dell’epoca e, in misura diversa, contemporanea: quello di giri, il debito morale che si ha con chi è venuto prima di noi e prima di noi ha saputo compiere grandi cose. Giri è un’idea presente anche in altre culture ma non sempre in maniera così marcata come nel Giappone dei samurai. Inutile ricordare come nel mondo contemporaneo occidentale, dominato dal consumismo e dalla brama di denaro, tale concetto suoni superato ed anacronistico alle orecchie di molte persone.
    Hagakure parla della morte e di come affrontarla quotidianamente, per esempio esortando a guardare quotidianamente a se stessi come se si fosse già morti: l’accettazione di questo fatto, secondo Tsunetomo, porta la capacità di vivere con equilibrio e in modo etico. Questo è un punto interessante perché vi sono ordini religiosi cristiani i cui monaci hanno l’abitudine di salutarsi ricordandosi esplicitamente l’ineluttabilità della morte. Il richiamo alla caducità dell’esistenza umana dovrebbe portare la persona ad agire rettamente e con equilibrio nella vita di tutti i giorni.
    Hagakure è anche una continua esortazione alla moderazione: dei sensi, dei sentimenti, delle aspettative, delle parole, degli atti, dei gesti. Perché se è facile cadere in una situazione critica a causa di una parola pronunciata con leggerezza o di un gesto fatto anche senza cattive intenzioni, può essere però difficilissimo uscirne. E l’unico modo di togliersi da una situazione critica può essere solo il seppuku, il suicidio rituale di cui junshu era una delle varianti.
    Tsunetomo era intriso di sentimento buddhista e questo traspare nelle esortazioni al rispetto per tutte le creature viventi. Può sembrare un comportamento contraddittorio ma quella del samurai era una figura complessa e il venir meno di uno stato di guerra continua fra clan feudali aveva favorito l’affermarsi di caratteristiche diverse nella stessa figura di guerriero.
    Hagakure è un’opera scritta in un’epoca oramai passata ed alcuni riferimenti culturali sono difficili da comprendere per l’uomo contemporaneo ma nella sua essenza permane un’opera che offre molti spunti di riflessione. Sapendo scegliere ed adattandosi allo spirito dei tempi, può essere un ottimo strumento per la vita quotidiana.
    Vi sono, cioè, parti di Hagakure che non è possibile trasporre direttamente nella società deforme e deformata nella quale viviamo oggi ma altre invece vi possono essere adattate. Coraggio, lealtà, rispetto, impegno, attenzione continua e precisa: sono tutte caratteristiche che l’uomo contemporaneo può coltivare come le coltivava il samurai dell’antico Giappone.
    In realtà, si tratta di qualità senza tempo perché appartengono alla natura umana e sono il fondamento dello stato di diritto e, perfino, di una società democratica.
    La figura del samurai, come guerriero disposto al sacrificio supremo per lealtà al proprio Signore, ha visto una grande e variegata produzione cinematografica.
    A parte i film della produzione nipponica, sconfinata nella sua vastità, è interessante segnalare il bel film di Jim Jarmusch Ghost Dog nel quale un eclettico Forest Whitaker interpreta la parte di un samurai contemporaneo, di colore, al soldo di un boss mafioso italoamericano.
    Un personaggio con tratti negativi e per alcuni versi votato al fallimento, quello di Whitaker, ma non per questo primo di una morale e di una propria etica. Proprio dalla lettura dell’Hagakure, brani del quale compaiono recitati nel film, si intuisce lo sforzo di autocostruzione della propria personalità che Whitaker-Ghost Dog porta avanti. Quasi che la realizzazione dell’epica samuraica nella sua vita quotidiana fosse, per lui, l’unica via di fuga da un ambiente oppressivo e senza futuro come quello del quartiere degradato in cui vive.
    Come nella migliore tradizione samuraica, l’errore (in questo caso involontario) nell’adempimento del proprio dovere, determina una catena di eventi che portano inevitabilmente alla morte del personaggio del film. Una morte espiatoria che suggella la ribellione del samurai Whitaker-Ghost Dog: come ci insegna il vecchio Tsunetomo, alla fine si possono anche prendere decisioni in contrasto con quelle del proprio Signore ma bisogna sempre essere pronti a rispondere per le loro conseguenze.
    Vogliamo ricordare, per concludere, l’ultimo junshu di cui si ha notizia: alla morte dell’Imperatore Hitohito, nel 1989, un cittadino giapponese compì seppuku lasciando una breve spiegazione. Quell’uomo scrisse “ero un soldato, molti anni fa avevo giurato di dare la mia vita per l’Imperatore”. Costantino Ceoldo

    La Via del guerriero: Hagakure - Stato & Potenza
    "L'odio per la propria Nazione è l'internazionalismo degli imbecilli"- Lenin
    "Solo i ricchi possono permettersi il lusso di non avere Patria."- Ledesma Ramos
    "O siamo un Popolo rivoluzionario o cesseremo di essere un popolo libero" - Niekisch

  7. #7
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    Predefinito Re: Eros e Thanatos

    Citazione Originariamente Scritto da -Caligola- Visualizza Messaggio
    uuuuuh esagerato grazie per i complimenti, vedrò di scrivere di più allora
    Scrivi quanto senti.
    FASCISMO MESSIANICO E DISTRUTTORE. PER UN MONDIALISMO FASCISTA.

    "NELLA MIA TOMBA NON OCCORRE SCRIVERE ALCUN NOME! SE DOVRO' MORIRE, LO FARO' NEL DESERTO, IN MEZZO ALLE BATTAGLIE." Ken il Guerriero, cap. 27. fumetto.

  8. #8
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    Predefinito Re: Eros e Thanatos

    Citazione Originariamente Scritto da Kavalerists Visualizza Messaggio
    La Via del guerriero: Hagakure

    Ho scoperto che la Via del Samurai consiste nella morte. Quando arriva il momento di scegliere tra la vita e la morte, è meglio scegliere subito la morte. Non è poi così difficile, basta solo decidere e andare avanti. Chi sostiene che morire senza aver raggiunto il proprio scopo sia morire invano, pratica una Via da mercanti”. Questo è il terribile inizio dell’Hagakure di Yamamoto Tsunetomo.
    Un libro che in forma di precetti sentenze e massime, ha rappresentato per generazioni una sorta di breviario spirituale per tutti i giapponesi che avevano abbracciato la Via del guerriero. O che intendevano farlo.
    Un libro maledetto, secondo le forze di occupazione americane in Giappone. Un libro tanto odiato che gli statunitensi si impegnarono con zelo nel tentativo di rimuovere il suo ricordo, bruciandone migliaia di copie. Gli americani imputarono all’Hagakure l’acceso nazionalismo che i giapponesi avevano manifestato fino alla sconfitta bruciante della Seconda Guerra Mondiale. Ad Hagakure, ai suoi insegnamenti, fu fatto risalire il fenomeno dei kamikaze e dei suicidi di massa invece della resa, anche tra i civili.
    Così, i vincitori cercarono di bruciare ogni copia esistente ma fallirono nel loro scopo ed oggi il libro è noto in tutto il mondo, studiato, ancora apprezzato o odiato da chi lo legge.
    Hagakure non è stato scritto dallo stesso Tsunetomo ma dal suo unico allievo Tashiro il quale contraddisse la volontà del maestro e non bruciò la prima trascrizione delle loro conversazioni, tenutesi dal 1710 al 1716. Ne scaturì un libro che fu subito considerato un tesoro prezioso dai samurai del clan a cui Tsunetomo apparteneva e secoli dopo divenne uno dei capisaldi della letteratura samuraica.
    Negli anni in cui Hagakure fu scritto, l’unificazione del Giappone era già stata compiuta da più di un secolo e la classe dei samurai manifestava già i tratti decadenti del tempo di pace.
    La pace portava con sé, infatti, stabilità e prosperità e quindi il bisogno di funzionari amministrativi competenti più che di legioni di guerrieri sempre pronti alla battaglia. La chiusura delle frontiere, decretata da un governo che temeva le ingerenze politiche e religiose di Spagna e Portogallo, impediva anche l’avvio di campagne militari all’estero così che molti samurai si trovarono sempre più a vivere la situazione contraddittoria di guerrieri che erano combattenti solo in via potenziale. Molti di loro si ritrovarono perfino senza lavoro, diventando ronin, samurai senza padrone costretti ad una vita raminga e molto dura, oppure alla morte per suicidio, unico mezzo per sfuggire al disonore della miseria.
    Tsunetomo insegna guardando al futuro perché teme la decadenza che vede serpeggiare nel presente e ricorda con rimpianto i fasti di un periodo scomparso, da lui però mai vissuto. Un periodo in cui gli uomini si confrontavano gli uni con gli altri sul campo di battaglia ed ognuno guardava in faccia la propria verità, senza poter mentire.
    Lui stesso era un samurai dei tempi moderni: non aveva mai partecipato ad alcuna guerra o battaglia o duello e, al di fuori del suo addestramento, non aveva mai conosciuto le asperità della vera vita militare del tempo di guerra.
    Era sempre stato però un fedele vassallo del suo Signore, incarnando gli ideali di fedeltà e dedizione che affondavano le loro radici profonde nella cultura confuciana e buddhista che il Giappone aveva mutuato dalla Cina ma Tsunetomo era talmente fuori tempo storico che non poté neanche praticare junshu alla morte del suo feudatario. Non poté, cioè, realizzare il suicidio per fedeltà che si era prefisso e che era sempre stato concesso a quei samurai che avevano fatto voto di non sopravvivere alla morte del loro daimyō: pochi anni prima era stata infatti approvata una legge che proibiva simili atti. Come alternativa, gli fu permesso di pronunciare i voti religiosi e diventare monaco buddhista fino alla fine dei suoi giorni terreni.
    Di che parla Hagakure?
    Parla di fedeltà. Di dedizione. Di coraggio. Di etica. Di come vivere la propria vita servendo il proprio Signore in modo decoroso. Ma non solo.
    Parla di un concetto tipico della cultura giapponese dell’epoca e, in misura diversa, contemporanea: quello di giri, il debito morale che si ha con chi è venuto prima di noi e prima di noi ha saputo compiere grandi cose. Giri è un’idea presente anche in altre culture ma non sempre in maniera così marcata come nel Giappone dei samurai. Inutile ricordare come nel mondo contemporaneo occidentale, dominato dal consumismo e dalla brama di denaro, tale concetto suoni superato ed anacronistico alle orecchie di molte persone.
    Hagakure parla della morte e di come affrontarla quotidianamente, per esempio esortando a guardare quotidianamente a se stessi come se si fosse già morti: l’accettazione di questo fatto, secondo Tsunetomo, porta la capacità di vivere con equilibrio e in modo etico. Questo è un punto interessante perché vi sono ordini religiosi cristiani i cui monaci hanno l’abitudine di salutarsi ricordandosi esplicitamente l’ineluttabilità della morte. Il richiamo alla caducità dell’esistenza umana dovrebbe portare la persona ad agire rettamente e con equilibrio nella vita di tutti i giorni.
    Hagakure è anche una continua esortazione alla moderazione: dei sensi, dei sentimenti, delle aspettative, delle parole, degli atti, dei gesti. Perché se è facile cadere in una situazione critica a causa di una parola pronunciata con leggerezza o di un gesto fatto anche senza cattive intenzioni, può essere però difficilissimo uscirne. E l’unico modo di togliersi da una situazione critica può essere solo il seppuku, il suicidio rituale di cui junshu era una delle varianti.
    Tsunetomo era intriso di sentimento buddhista e questo traspare nelle esortazioni al rispetto per tutte le creature viventi. Può sembrare un comportamento contraddittorio ma quella del samurai era una figura complessa e il venir meno di uno stato di guerra continua fra clan feudali aveva favorito l’affermarsi di caratteristiche diverse nella stessa figura di guerriero.
    Hagakure è un’opera scritta in un’epoca oramai passata ed alcuni riferimenti culturali sono difficili da comprendere per l’uomo contemporaneo ma nella sua essenza permane un’opera che offre molti spunti di riflessione. Sapendo scegliere ed adattandosi allo spirito dei tempi, può essere un ottimo strumento per la vita quotidiana.
    Vi sono, cioè, parti di Hagakure che non è possibile trasporre direttamente nella società deforme e deformata nella quale viviamo oggi ma altre invece vi possono essere adattate. Coraggio, lealtà, rispetto, impegno, attenzione continua e precisa: sono tutte caratteristiche che l’uomo contemporaneo può coltivare come le coltivava il samurai dell’antico Giappone.
    In realtà, si tratta di qualità senza tempo perché appartengono alla natura umana e sono il fondamento dello stato di diritto e, perfino, di una società democratica.
    La figura del samurai, come guerriero disposto al sacrificio supremo per lealtà al proprio Signore, ha visto una grande e variegata produzione cinematografica.
    A parte i film della produzione nipponica, sconfinata nella sua vastità, è interessante segnalare il bel film di Jim Jarmusch Ghost Dog nel quale un eclettico Forest Whitaker interpreta la parte di un samurai contemporaneo, di colore, al soldo di un boss mafioso italoamericano.
    Un personaggio con tratti negativi e per alcuni versi votato al fallimento, quello di Whitaker, ma non per questo primo di una morale e di una propria etica. Proprio dalla lettura dell’Hagakure, brani del quale compaiono recitati nel film, si intuisce lo sforzo di autocostruzione della propria personalità che Whitaker-Ghost Dog porta avanti. Quasi che la realizzazione dell’epica samuraica nella sua vita quotidiana fosse, per lui, l’unica via di fuga da un ambiente oppressivo e senza futuro come quello del quartiere degradato in cui vive.
    Come nella migliore tradizione samuraica, l’errore (in questo caso involontario) nell’adempimento del proprio dovere, determina una catena di eventi che portano inevitabilmente alla morte del personaggio del film. Una morte espiatoria che suggella la ribellione del samurai Whitaker-Ghost Dog: come ci insegna il vecchio Tsunetomo, alla fine si possono anche prendere decisioni in contrasto con quelle del proprio Signore ma bisogna sempre essere pronti a rispondere per le loro conseguenze.
    Vogliamo ricordare, per concludere, l’ultimo junshu di cui si ha notizia: alla morte dell’Imperatore Hitohito, nel 1989, un cittadino giapponese compì seppuku lasciando una breve spiegazione. Quell’uomo scrisse “ero un soldato, molti anni fa avevo giurato di dare la mia vita per l’Imperatore”. Costantino Ceoldo

    La Via del guerriero: Hagakure - Stato & Potenza
    Non vivendo più in una società dove la vita guerriera è legittima o ordinaria, beh, non ci restano che i sottoboschi del bullismo, della micro-delinquenza, delle azioni folli, insomma resta l' ambito dell' "anti-società".
    FASCISMO MESSIANICO E DISTRUTTORE. PER UN MONDIALISMO FASCISTA.

    "NELLA MIA TOMBA NON OCCORRE SCRIVERE ALCUN NOME! SE DOVRO' MORIRE, LO FARO' NEL DESERTO, IN MEZZO ALLE BATTAGLIE." Ken il Guerriero, cap. 27. fumetto.

  9. #9
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    Predefinito Re: Eros e Thanatos

    Anche a me è piaciuta la riflessione.

    E' certo che nell'atteggiamento nostro e di chi si ritiene parte di questa "Isola che non c'è" la morte non può che esercitare un certo fascino.

    Davanti alla tristezza dell'attuale, dell'eversione "antisociale" come dice Avanguardia nel post sopra, che sfocia in comportamenti spesso delinquenziali, c'è una presa di posizione di tipo spirituale che parte dal concepire l'esistenza umana come un moto di continua lotta, dove il senso esistenziale prosegue oltre la morte, che per noi non vanifica l'esistenza, la vita, ma la carica ancor più di significato. La morte diventa quasi il coronamento dell'azione, la vittoria si incarna nel sacrificio estremo e nel trionfo dell'estrema volontà.

    Uno dei nostri simboli è il teschio, il nostro colore il nero, la morte diventa quasi sensuale, pensare ad una morte eroica diventa quasi aspirazione.

    Oggi tutto questo è impossibile, è un altro mondo, non esiste più nulla di tutto questo se non in film e videogiochi. Non resta che vivere e ricordare.



    TIOCFAIDH ÁR LÁ
    ╾━╤デ╦︻

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  10. #10
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    Predefinito Re: Eros e Thanatos

    Citazione Originariamente Scritto da Avanguardia Visualizza Messaggio
    Non vivendo più in una società dove la vita guerriera è legittima o ordinaria, beh, non ci restano che i sottoboschi del bullismo, della micro-delinquenza, delle azioni folli, insomma resta l' ambito dell' "anti-società".
    In effetti è stato uno degli obiettivi della nascita del mondo moderno, non puoi dominare il globo, distruggere l'europa, se prima non fai sparire un determinato genere umano.In effetti vivere da guerriero oggi vorrebbe dire scontrarsi con la plebe.Stiamo parlando di uno stile di vita per forza minoritario, che la democrazia ha fatto estinguere.
    Il Silenzio per sua natura è perfetto , ogni discorso, per sua natura , è perfettibile .

 

 

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