THANATOS - DELLA MORTE
“Un uomo con un abito metà bianco, metà nero.
Tutto intorno il buio, poi una luce su di lui.
Il resto è niente, un uovo galleggia sulla sua testa.”
Quanti martiri si sono immolati in nome di Dio, quante madri hanno raccolto cuori trafitti! Voci sommesse hanno urlato remote idolatrie in cerca di salvezza nella trepida attesa dell’esistere in un osceno Narciso, che specchia il suo corpo ed elogia sé stesso.
Campi di grano, spighe di frumento, al chiarore del tramonto celano cadaveri di antiche pestilenze; sento l’urlo dei morti chiamare indifferenze divine.
Vedo vesti sacre proferire condanne e giudizi in nome di uomini santi che hanno professato amore incondizionato e si ritrovano ad essere calpestati nell’ideologia e nella parola.
Intravedo negli orizzonti del tempo folate di vento in cui spirali di nebbia si muovono implodendo ed esplodendo, scorgo i Templi dell’irrazionalità dove Santi e Blasfemi hanno annunciato la parola del loro Dio.
Voi mi avete chiesto dov’è la verità.
Ed io vi rispondo che è in ognuno di voi, nascosta nei luoghi più segreti della vostra anima.
Pastori esortano pecore a seguire nella tacita reverenza il condotto che porta alla salvazione, al paradiso promesso ma mai visto.
Tutto si è fatto oscuro, la luce è svanita in un abisso di insondabile profondità, il cuore diventa pietra di ghiaccio, il tormento della notte assale e dagli occhi scendono perle di tristezza, dure pesanti fredde, che si posano su un pavimento di una stanza vuota.
Ci si rende conto presto di quanto non si è vivi e che il passato è solo un ricordo, il presente è solo un istante, il futuro è un giorno in più di morte continua.
Poiché la verità è che non siamo mai nati, che non siamo mai vivi ma che moriamo ogni giorno, gettando in qualche baratro una parte di noi che se ne va lasciando impronte su una terra filosofica. È come una goccia di acqua che corrode il tempo lentamente ma instancabilmente raggiungerà il profondo dove il nulla esiste solo metaforicamente, dove il tutto fa parte del tutto, dove la verità di ieri può diventare incertezza nel domani, dove tutto muta e cambia, dove il tutto fa parte di un tutto dinamico, cosmico e ancestrale, raro e sepolcrale.
Siamo unici, nessun clone potrà mai essere perfettamente uguale a noi. L’ideologia, il pensiero, l’essere, l’anima: tutto ciò è irriproducibile. L’anima è il soffio che anela all’eterna esistenza di sé stessi poiché ogni volta che s’erra nei pensieri ci si unisce al sapere universale, all’infinità collettiva e si diventa “continuità” d’infinito e non esistono più limiti né frontiere né misure. Siamo unici e nella nostra unicità siamo “stelle” nel firmamento che collaborano ad illuminare la volta celeste con luce propria. Siamo stelle, uomini e donne, che brillano di “se stessi” e questo si fa Pensiero Sacro che m’inchino innanzi me stesso e al genere umano perché la verità della verità è che ogni piccola creatura è “DIO”, siamo divinità incarnate poiché ci è dato di decidere e di influenzare, di sovvertire e di invertire, di decidere se crollare come Babele o se edificarsi verso il Sole. Non c’è paura di scottarsi perché la consapevolezza di “essere divinità” si fa scudo perenne, tetragono d’ogni sorte avversa. Oltre le parole il mio pensiero erra e si perde nel silenzio di un firmamento di “creature viventi”. Osservo con Sacra Quiete la vita che rivela i sentieri del cielo.
Non ha importanza se esiste Dio, non ha importanza il suo volto e la sua legge perché ogni individuo ha un’anima, un principio impalpabile che muove le emozioni, che ci fa tremare come foglie mosse da un soffio inebriante davanti alla bellezza dei sentimenti; quest’anima è la luce che illumina i nostri pensieri e dal momento in cui “pensiamo” siamo creatori di mostri-e-fate, ogni qual volta “pensiamo” il principio divino in noi si esalta e genera azione, determinazione, reazione.
Di questi occhi che si posano su blasfemie d’ogni tipo non posso tirarmi indietro al miraggio del fedele il cui fuoco arde incessante anche nei momenti più cupi e bui dell’esistere. Sento voci che innalzano gridi al domineddio con trepidazione incessante. Il loro sguardo si annebbia allo scorrere di una lacrima mossa dal fremito dell’ebbrezza nel “credere” pur senza “vedere”.
Si rincorrono incantate piume d’angelo, danzanti tra correnti di tiepidi venti e la fede di credere senza vedere si concretizza nell’atto Supremo del miracolo.
Tanti miracolati gettano se stessi alle fondamenta della terra per inchinarsi allo Squaderno Divino e solo all’occhio di colui che pur vedendo è morto pare ch’egli sia caduto nell’abisso ma in realtà il suo pensiero è nella spiritualità e nell’atto di credere.
Esilio e bando ogni mia certezza cerebrale e m’abbandono al nume che ho ritrovato. Lo vedo negli occhi di speranza di chi nella sofferenza cerca la strada che conduce all’Altissimo, nella lacrima di madre che come una addolorata inebria terre sterili di gocce fertili di vita, nella carezza di una donna senza nome sul viso di un bambino senza domani, nel passo zoppicante di un anziano che sputa l’ultima sofferenza per giungere davanti al Sepolcro del suo Fattore.
Lo spirito si turba e scosse d’emozione custodiscono consapevolezze senza sostanza ma piene d’essenza che colmano vuoti interiori di spiritualità confuse che con l’attenta visione balenano fuochi sacri di certezze vitali. E la vita diviene linfa fulgente che anima l’unico sogno certo di umana voglia: pace e speranza.
La luce si affievolisce ed egli esce dal palco, il suo abito ora è a terra, rimane nudo, senza abiti e senza corpo. Non è fragile poiché esiste in ciò che è stato ed abbandona il presente lasciando impronte nei cuori di chi lo amava. Con una mano saluta mentre con lo sguardo osserva ciò che è oltre il limite impensabile.
Organi conficcano viscere di vita, un fuoco divino irrompe nella carne. Apro gli occhi e vedo “tanti incantati” che ti sputano contro, il volto si contorce e gli indumenti diventano acido-penetranti. Il lepido tramonto sveglia i miei sensi, asciugo le lacrime di un sogno, placo abnegazioni morali.
Cerco un ermo dove perdermi di immenso.
E ti vengo a cercare.
Ecco, ora che sei nel punto cruciale della tua vita, hai timore che chiudendo gli occhi non ci sia un dopo, un seguito. Non ha importanza come è stata la tua vita, non credere in chi ti chiama peccatore, non credere negli anatemi e nemmeno in chi ti ritiene immeritevole del paradiso promesso, perché non esiste uomo che possa dirti la verità poiché essa è soltanto dentro di te.
Dunque, chiudi gli occhi e sentiti immortale, dentro di te entra la morte e che ti sia lieta e novella di rivelazione, sei Illuminato nell’oscurità poiché tu ti appresti a lasciare inutili spoglie per rientrare nei cancelli dell’eternità dove tutto fluisce senza mai sosta, senza mai fine, fluisce inesorabile e fluisci nella fonte della vita.
E l’attimo non fuggirà più via dalle tue mani!




