Sul petto di Gheddafi l'eroe anti-italiano
La foto del resistente in catene. "Per noi è come una croce"
GUIDO RUOTOLO
ROMA
La foto è appuntata sul bavero della giacca della sua uniforme piena di decorazioni. Scende dalla scaletta dell’aereo il leader Muhammar Gheddafi. La zoomata dei fotografi e dei teleoperatori fissa quell’immagine d’epoca. Si vede un anziano con la barba bianca avvolto in un baracano bianco. E’ incatenato e circondato da soldati italiani. E’ Omar al Mukhtar, il «leone del deserto», l’eroe della resistenza libica contro il colonialismo italiano, il capo-zavia senussita giustiziato nel campo di concentramento di Soluch, il 16 settembre del 1931, dalle truppe d’occupazione guidate dal generale Graziani.
Subito dopo Gheddafi, scende dall’aereo presidenziale un anziano: ha difficoltà a camminare, viene adagiato su una sedia a rotelle. E’ il figlio del leggendario capo della resistenza libica, è Mohammad al Mukhtar, il «notaio» - era presente anche lui - del Trattato di amicizia e di cooperazione tra Libia e Italia, siglato a Bengasi il 30 agosto del 2008 dal leader Gheddafi e dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.
Ha un bel dire Giulio Andreotti che il passato è passato e che bisogna guardare all’avvenire. Per Gheddafi quel passato ha pesato come un macigno sui rapporti tra Tripoli e Roma. Tant’è che nel suo primo intervento appena atterrato a Roma, il Leader libico ha voluto rimarcare: «Sono qui perché l’Italia ha chiesto scusa». E nella conferenza stampa serale a Villa Madama, Gheddafi ha spiegato: «Quella foto per noi è come per i cristiani il portare la croce, il voler ricordare al mondo la sorte di Cristo. Si vede l’eroe della resistenza al colonialismo italiano poco prima dell’impiccagione, attorniato da ufficiali e soldati fascisti che lo deridono. Omar al Mukhtar doveva essere fucilato come un combattente, e invece è stato impiccato come un ribelle».
E’ durissimo, Gheddafi, nella condanna al fascismo e al colonialismo italiano. E nello stesso tempo attento a sottolineare con forza che il suo «amico» Silvio Berlusconi ha avuto coraggio, ha chiesto scusa al popolo libico per il passato coloniale. Ha condannato senza tentennamenti i crimini del fascismo (ricordando che il popolo italiano ha fatto giustizia anche per conto del popolo libico: «Mussolini è stato impiccato a testa in giù»), ribadendo così che il passato non tornerà mai più.
Il 7 ottobre scorso, a Tripoli, il Leader libico ha ricevuto nella sua tenda gli italiani ai quali erano state concesse importanti onorificenze. Tra loro, Giulio Andreotti, Giuseppe Pisanu, Vittorio Sgarbi, Lamberto Dini, Valentino Parlato. Nel gruppo degli italiani amici della Libia, c’erano anche gli eredi del capitano Roberto Lontano, il difensore d’ufficio dell’imputato Omar al Mukhtar. Lontano fu addirittura punito con dieci giorni di rigore per la sua difesa dell’imputato. Agli atti di quel processo-farsa, l’interrogatorio di Al Mukhtar. Il presidente del Tribunale speciale di Bengasi, colonnello Marinoni, chiede all’imputato: «Tu hai combattuto e contro di chi?». Risponde Al Mukhtar: «Ho combattuto contro il governo italiano. Ho dato l’ordine di uccidere? Sì, la guerra è guerra». Requisitoria del pm: «Chiedo che il Tribunale voglia condannarlo per il reato più grave: quello cioè di aver prese le armi per staccare questa colonia dalla madre patria». L’eroe della resistenza libica fu impiccato nel campo di concentramento di Moluch, davanti a ventimila deportati libici.
«Il generale Rodolfo Graziani - scriveva lo storico Angelo Del Boca in un articolo pubblicato sulla rivista Nigrizia nel 1998 - così lo descrive: “Di statura media, piuttosto tarchiato, con capelli, barba e baffi bianchi, Omar al Mukhtar era dotato di intelligenza pronta e vivace; era colto in materia religiosa, palesava carattere energico ed irruente, disinteressato ed intransigente; infine, era rimasto molto religioso e povero, sebbene fosse stato uno dei personaggi più rilevanti della Senussia”. Omar al Mukhtar, infatti, non è soltanto uno splendido esempio di fede religiosa, di vita semplice ed integerrima. È anche il costruttore di quella perfetta organizzazione politico-militare che gli italiani riusciranno a frantumare soltanto alla fine di un decennio di lotte e utilizzando mezzi assolutamente straordinari».
Sul petto di Gheddafi l'eroe anti-italiano - LASTAMPA.it




Rispondi Citando


