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Discussione: I Misteri Eleusini

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    Predefinito I Misteri Eleusini

    Zenit - Simbolica - I misteri di Demetra

    Questo è un ampio stralcio d’una conferenza che l’Autore ha tenuto due settenni fa, nel 1985. Sebbene consapevole della modestia dello studio, soprattutto in certe ipotesi etimologiche, nondimeno ritiene che quanto si narra non sia del tutto consueto leggerlo. A quei pochi interessati lo dedica col cuore.

    «Beato colui che, dopo aver visto simile cosa, arriva sotto terra: egli sa della fine della vita e del suo inizio dato da Zeus»
    Pindaro, Pitiche


    In età cristiana ‘mistico’ e ‘mistero’ indicano la volontà dell’uomo di sciogliersi da ogni legame con la natura. La ‘mistica’, termine che deriva da ‘mistero’, indica l’atteggiamento di chi fugge il molteplice e tende all’Uno. Per i greci la parola Mysterion non implica idee che tendano a distanziarsi dal mondo della natura. Per l’ateniese del V secolo la parola ‘mistico’ rievoca l’atmosfera di una festa notturna con tutti i suoi particolari ben sensibili: l’esperienza ‘mistica’ è una determinata esperienza festiva.
    Nel calendario festivo attico la parola mysteria, che indica al plurale l’insieme delle celebrazioni, compare due volte: nel mese autunnale Boedromion e nel mese Primaverile Anthestherion. Essa compariva senz’altra specificazione poiché i mysteria riguardavano esclusivamente le celebrazioni in onore di Demetra e Persefone. Il termine stesso –mysteria– può pertanto introdurci all’essenza di tali Misteri.
    La radice del termine mysteria, come dei termini mystes e mystikos, è costituita dal verbo myein che significa ‘iniziare’: dunque il mystes è l’iniziato, e mystikos ciò che concerne l’iniziazione. Tuttavia il verbo myein è un’ulteriore formazione da myein, che indica il ‘chiudere gli occhi o la bocca’. Ciò indica che nei mysteria, ovvero durante le iniziazioni, si svolgeva una cerimonia consistente nel chiudere gli occhi, il cui contenuto doveva restare segreto, ‘chiuso in bocca’ dell’iniziato. Il calco latino del termine mysteria è in–itia: cioè l’‘andar dentro’, ‘entrata’.
    Dunque i mysteria sono una celebrazione dell’ingresso nell’oscurità. Oscurità triplice per l’iniziando, immerso nella propria intimità, velato e nel buio delle notti sacre. E con mysteria s’intendono esattamente le celebrazioni e le iniziazioni alla sapienza «demetria» mediante triplice oscurità.
    D’altronde sempre a Demetra e alla figlia Persefone erano dedicati gli anakalypteria, il cui significato è altrettanto chiaro: anakalyptein significa ‘scoprire’. Nell’insieme le due iniziazioni costituiscono un’unità complementare costituita dal ‘velamento’ e dal ‘disvelamento’.
    A questa duplice unità rinvia pure la figura di Demetra: consideriamo per un attimo i nomi che nel ceppo linguistico indoeuropeo designano la divinità: il Deva e il Dyaus indù, il Dios e poi Zeus greco, il Maz–Da persiano, il Divus latino da cui deriva il nostro termine Dio, derivano dal sanscrito DIV : ‘splendente’, da cui dyaus: ‘cielo’. ‘giorno’. Se consideriamo inoltre la pronuncia sanscrita del DA, così fortemente palatale e perciò prossima al vibrante Ra di origine più antica –e di cui rappresenta forse una cristallizzazione– al novero di termini indoeuropeo possiamo aggiungere il Ra egizio e il Rha maya che indicano entrambi la divinità solare.
    Ciò permette di supporre che in epoca ‘atlantica’ tale radice indicasse la luminosità del divino. Dopo la catastrofe atlantidea un gruppo si rifugiò verso ovest, in America centrale, e un altro verso oriente, in Africa. Da qui, essendo il luminoso un fenomeno universale nell’esperienza umana. La radice Ra si propagò mutandosi in Da, Za, Jha e così via. Alla luce di queste considerazioni è evidente il significato di Daimon: ‘demone’ in lingua greca, da intendersi come ‘luce una’ (monos), ‘luce individuale’; ovvero quell’unica luce che, dopo l’esperienza della soglia, guida l’iniziato. De–meter significa dunque la ‘madre luminosa’ (meter, mater). Nell’arte greca viene infatti raffigurata con una torcia in mano, vestita però d’abiti scuri: ancora una volta si allude alla duplice natura del velamento e del disvelamento.
    Le fonti che descrivono l’iniziazione ai misteri di Demetra sono di numero esiguo, essendo tale iniziazione indicibile e assolutamente segreta. Ma l’essenza di tale iniziazione si rivela celata con un linguaggio occulto presso parecchie fonti dell’epoca. La fonte principale è l’inno omerico a Demetra, che sviluppa in forma di racconto mitico il corteo di archetipi che costella la figura di Demetra, dicendoci parecchio intorno ai misteri ad essa connessi. Le figure principali di cui narra questo mitologema sono Demetra stessa e la figlia Persefone, note ai romani come ‘Cerere’ e ‘Proserpina’.
    Il racconto s’avvia con il ratto di Persefone, portata agl’inferi da Ade, il sovrano del regno delle ombre. La fanciulla –così i Greci la chiamavano, usando il termine Kore– invocò l’aiuto del padre Zeus, ignorando che proprio Zeus l’aveva promessa al fratello Ade. Nessuno, esclusi Helios –il ‘sole’– ed Hekates –la ‘luna’– udì però la sua invocazione. Ma la sentì anche la madre Demetra che si levò la veste oscura e volò come uccello sopra la terra alla ricerca della figlia. Dopo lungo vagare, accompagnata da Hekate, Demetra apprende dal Sole il nome del rapitore.
    Allora la dea, adirata contro Zeus, scese tra gli uomini e andò vedere le loro opere. Giunta a Eleusi si rese irriconoscibile e venne accolta come governante del figlio del re, il piccolo Demofonte. Col volto velato e una veste oscura, Demetra accudiva il piccolo e questi cresceva senza mangiare e senza bere. Ogni notte la dea esponeva il bimbo alla forza del fuoco come un tizzone destinato a diventar fiaccola: con questo nutrimento il bimbo sarebbe divenuto immortale. Però una notte la madre entrò nella stanza e gridò, a vedere il figlio nel fuoco.
    Demetra s’infuriò contro la stoltezza e l’ignoranza del genere umano: il bimbo era condannato a subire il destino dei mortali a causa dell’avventatezza materna. La dea comandò che si erigesse un tempio in suo onore e andò via dopo aver ripreso la sua originaria grandezza: inondò di luce la notte. Appena il tempio fu pronto ella sedette lì, lontana dagli dèi, e impedì che un solo seme germogliasse dalla terra, essendo la dea della fecondità e delle messi. Invano Zeus cercò di moderare l’ira della dea e infine fu costretto a inviare Hermes nel regno di Ade affinché riconducesse la Kore Persefone alla madre.
    Ade tuttavia, mettendole un chicco di melograno in bocca, impedirà a Persefone di soggiornare sempre nel mondo luminoso: ella dovrà passare un terzo dell’anno nel mondo degli inferi, sia pure nei panni della regina. Ricondotta alla madre, questa e la sua Kore passano il giorno insieme mentre la terra si ricopre del frutto dei campi. Infine la dea si reca dai re di Eleusi e mostra loro i sacri riti che non è permesso tradire. Questo, in sintesi, è quanto l’inno omerico narra. Un racconto orfico sostiene che la vicenda si sia svolta in Sicilia, la terra cara a Demetra, presso Siracusa, dove sfocia la fonte Ciana, la fonte ‘oscura’.
    Nell’inno omerico si nota il continuo sistema di velamenti e disvelamenti che caratterizza la figura di Demetra; ella irradia luce mentre cerca la Kore e quando non può più fingersi semplice governante. Mentre s’oscura quando scende in terra adirata e nutre il piccolo Demoofonte. Colpisce il singolare modo, per niente antropomorfo, di nutrire il piccolo immergendolo nel fuoco. Demetra lo nutre affinché diventi immortale, lo prepara a un destino non umano. In tal senso Demetra è la madre che può concepire il divino dalla natura. Si nota inoltre che la Kore incarna due forme d’esistenza diverse: la fanciulla presso la madre appare come vita, la fanciulla presso l’uomo appare come morte. Il ciclo di esistenze della Kore sintetizza perciò le due esperienze polari dell’esistenza umana in un continuo divenire dall’una all’altra e viceversa. È implicito dunque che il mistero iniziatico concerna la duplice esperienza che subisce la Kore ed è raffigurato anche nel singolare svezzamento che subisce Demoofonte mediante la forza del fuoco.
    Sui rituali e sui contenuti misterici dell’iniziazione le fonti dell’epoca dicono ben poco: nessuno che fosse stato iniziato avrebbe allora svelato qualcosa e chi, per caso, pur non essendo iniziato fosse stato in possesso di qualche notizia, non avrebbe certo corso il rischio d’essere processato come capitò a Eschilo. Tuttavia, sebbene in modo ellittico e allusivo, qualcosa vien detto: Pindaro scrive al proposito: «Beato colui che, dopo aver visto simile cosa, arriva sotto terra: egli sa della fine della vita e del suo inizio dato da Zeus». Pindaro dice qualcosa d’importante; ci dice che l’esperienza fondamentale dell’iniziato consisteva nel veder qualcosa. Qualcosa concernente i misteri della vita e della morte. Cicerone sostiene che in questa esperienza si conoscevano i principi della vita e della morte.
    Una tavola votiva c’informa che il complesso di rituali trovava il suo apice nel Telein, nel ‘condurre al telos’, ovvero allo ‘scopo’, e che il telos si raggiungeva per epopteia, per una ‘suprema visione’ e comprensione che in nessun caso si raggiungeva con la prima iniziazione. A questa visione guidava lo «ierofante» (Jerofante: ‘colui che mostra il sacro’) mostrando qualcosa.
    Quant’altro sappiamo non deriva da fonti greche, ma da fonti cristiane non vincolate ovviamente da alcun segreto. Ed è Ippolito, un padre della chiesa, a dirci cosa mostrasse lo ierofante, naturalmente ironizzando sui misteri di Demetra. Egli dice che agli epoptai, cioè a coloro che avendo superato il primo grado iniziatico, erano pronti ad affrontare il secondo, lo ierofante mostrava «il grande e meraviglioso e Perfetto mistero, una spiga di grano recisa» e che si recitava la formula sacra «Piovi, porta frutto». Anche Clemente Alessandrino, altro padre della chiesa, riferisce la formula confessionale ironizzando sul mistero, poiché non poteva sapere che non la formula era segreta, ma il contenuto dell’epopteia, della ‘visione’; e, come vedremo, tali formule avevano senso solo in relazione a questa visione.
    Veniamo all’essenza dei misteri, cercando di tralasciare i vari riti e accentrando la nostra attenzione sull’epopteia, sulla ‘visione’. Sappiamo anzitutto che poteva essere iniziato chiunque parlasse la lingua greca e fosse puro d’ogni peccato di sangue: uomini e donne ugualmente. Ciò, in tempi in cui le conoscenze iniziatiche erano patrimonio esclusivo di certe caste, come la sacerdotale o la guerriera, non è fatto da trascurare. Era dunque un’iniziazione sovranazionale, non legata cioè a un qual sia ceppo etnico e a un qual sia ordine sociale.
    Pertanto non interessava ad alcuno la provenienza etnica e sociale del mystes, di colui che aspirava all’iniziazione. In secondo luogo, ma questa è la causa reale delle precedenti norme, si chiedeva all’iniziato d’identificarsi nella dea Demetra rinunciando alla propria identità. Più o meno secondo la formula di Paolo: «Non io, ma Cristo in me». L’iniziando rinunciava all’identità contingente, anagrafica, per conseguire la conoscenza della vita superindividuale.
    Nei «piccoli misteri» primaverili l’iniziato doveva nella triplice oscurità abbandonar la propria identità per cercar la dea. Infatti in Siracusa gli iniziandi vestivano di porpora e portavano le fiaccole; e anche lo ierofante vestiva il porpora che caratterizza il manto della dea. L’imperatore Gallieno, che aveva superate entrambe le iniziazioni, si appellò nelle proprie monete al femminile, come «Galliena Augusta». E vestiva di porpora anche Empedocle, il filosofo agrigentino che primo concepì il mondo formato dai quattro elementi –terra, acqua, aria, fuoco– i quali, come vedremo, costituiscono il cardine dell’epopteia; della ‘visione’ che l’iniziato esperiva.
    Il secondo grado iniziatico –i "grandi misteri"– richiedeva una potente capacità di destare e far vivere le immagini nella propria coscienza. Nei tempi più antichi, in Sicilia, i grandi misteri venivano celebrati in epoca autunnale, nelle notti di luna calante; poiché il buio –in cui si svolgevano sia i piccoli che i grandi misteri– stimolava, grazie anche ai riti, la coscienza immaginativa dell’iniziando; e non ci si accontentava di ripetere il triplice velamento della piccola iniziazione.
    Quanto segue è una ricostruzione più fedele e più tipica possibile del viatico che si schiudeva alla coscienza immaginativa dell’iniziando: si conduceva l’epoptai su una radura in terra battuta per ricordargli lo stato spoglio della terra dopo l’ira di Demetra. Si costituiva attorno all’epoptai un circolo di iniziati e al centro, assieme all’epoptai, vi erano lo ierofante e un assistente, separati da un cunicolo nel terreno.
    Gli iniziati che facevano cerchio spegnevano le fiaccole e sul gruppo cadeva il silenzio della notte. Lo ierofante gridava: «Sia interrato come i morti, vivo! Vivo venga interrato come i morti!». Gioverà dire che l’epoptai non era assolutamente preparato precedentemente ad affrontare una simile prova: la prima prova che doveva affrontare era proprio questa: sostenere con coraggio l’impatto che l’idea d’esser sepolti provocava in lui. In certo senso doveva affrontare il destino del seme.
    Un tale choc, potremmo dire, destava in lui una potente carica immaginativa: e immaginava di farsi avanti per affrontare la sepoltura; sentiva che nel cunicolo in cui era costretto veniva calata una pesante pietra; voi sapete che la morte rituale costituiva l’essenza d’ogni iniziazione. Vedeva quindi che posto in questo cunicolo la terra intorno a lui aumentava temperatura sino a infiammarsi d’una luce fortissima, incolore e abbagliante, la cui azione gonfiava il terreno e il cunicolo ed egli si sentiva investito in pieno da questa energia luminosa che tramutava la buca e il terreno circostante via via in una montagna e trasfigurava il suo corpo in luce.
    Egli sentiva di non essere più dotato di corpo, ma costituito unicamente di calore e luce e sentiva il suo esser–calore e luce sollevarsi dalla montagna e spaziare nell’etere. Esperiva quindi di non esser più luce e calore, ma solo etere sottoposto all’azione del vento. Egli vedeva sotto di sé la terra rimpicciolirsi: il gruppo di iniziati e lo ierofante divenivano un piccolo cerchio e la stessa montagna da cui era asceso si riduceva a una piccola gobba. Vedeva la regione come un triangolo nel mare e si sentiva vento aria nuvola. Dopo questa impressione si sentiva cadere dalla nuvola in forma di goccia, e condensarsi sempre più, sino a precipitare nella fonte d’Aretusa, epifania demetria per i siracusani, e qui sapeva d’essere un pesce dorato consacrato alla dea. Ciò spiega perché gli iniziati non mangiassero triglie.
    L’epoptai era talmente immerso in ciò che vedeva da essere incapace persino d’esercitare lo stupore, legittimo, che ogni uomo proverebbe a una simile esperienza. Bastava dunque che un grano di stupore s’inoculasse in lui per aprire gli occhi e ciò che ora vedeva a occhi aperti non era meno stupefacente: egli si trovava dinanzi allo ierofante, e non nel cunicolo, e lo ierofante gli mostrava un chicco di grano tenuto fra le dita della mano destra. Non di rado lo ierofante sorrideva ammiccando, conscio di quale forza immaginativa si fosse sprigionata nell’epoptai.
    E l’epoptai si rendeva conto che quanto aveva visto si sprigionava dal seme, ovvero che ciò che aveva visto era anche nel seme. L’iniziato si avvedeva di condividere il destino del seme. Una tale esperienza, voi comprendete, è logicamente indicibile: narrandola l’iniziato non poteva esser considerato altrimenti che pazzo. Il nucleo di tale esperienza è racchiuso nella seguente frase di Eraclito: "La morte del fuoco è la vita dell’aria e la morte dell’aria è la vita dell’acqua". Difatti l’iniziato esperiva la morte del fuoco, la vita e la morte dell’aria, la vita e la morte dell’acqua. Quest’ultima è naturale causi la vita della terra ed è implicito che la morte della terra avvii nuovamente il ciclo.
    Con questa visione l’iniziato esperiva la propria continuità, la continuità dell’io superiore nel trapassare degli stati. Nel divenire, nel nascere e perire, nel perire e nascere di ogni elemento, esperendo la propria continuità, gli si schiudeva, gli si disvelava la conoscenza dell’io superiore, viveva quella fase che intercorre tra la morte e una nuova nascita in chiave immaginativa. La esperiva, evidentemente, in potenza: come il seme è una pianta in potenza. Così l’iniziato s’avvede di portare il germe d’una esistenza superindividuale che trapassa di corpo in corpo, di stato in stato. Ho detto che s’avvede di «portare», ma sarebbe più esatto dire «s’avvede d’essere portato»; s’avvede insomma che la sua esistenza in quel corpo non è che uno stato, una forma incarnata dall’io superiore.
    Alla fine di questa fase dell’iniziazione gli iniziati dicevano in coro: «Piovi, porta frutto!». Per l’epoptai il senso di tale invocazione era palese; avendo vissuto immaginativamente il condensarsi dell’etere nell’elemento fluido, ovvero: avendo vissuto in prima persona il «piovere», egli sapeva che a esso corrisponde una nuova nascita nel mondo sensibile, mentre il «portar frutto» corrisponde alla morte terrena e alla nascita nel mondo sovrasensibile poiché, come dice Giovenale (12, 14): «Se il granello di frumento caduto in terra non muore. resta solo; se invece muore fruttifica abbondantemente».
    «Piovi!» è dunque l’avvio del divenire nel mondo sensibile. «Porta frutto!» l’avvio dell’essere nel mondo spirituale. E così l’iniziato diventava consapevole che la propria morte nel mondo sensibile corrispondeva a un «fruttificare» nel mondo spirituale, così come la morte del seme nel sottosuolo fruttifica alla luce, giacché gli iniziati, dicendo «Piovi, Porta frutto!» rivolgevano una triplice invocazione: a Demetra, al seme che lo ierofante teneva in mano e anche allo stesso epoptai, essendo egli stesso identificato in Demetra, sì che avrebbe potuto esclamare come Paolo: «Non io, ma il divino in me».
    Egli veniva dunque iniziato a ciò che potremmo definire «il profondo abisso del seme», per dirla simbolicamente; veniva iniziato alla dottrina delle reincarnazioni.
    Lo ierofante innalzava la spiga dopo la frase rituale «piovi, porta frutto», che in greco suona cosi: "ye, kie!". È comprensibile che Pindaro dicesse: «Beato colui che, dopo aver visto simile cosa, arriva sotto terra: egli sa della fine della vita e del suo inizio dato da Zeus». Notate che Pindaro dice: «Sa della fine della vita e del suo inizio» e non il contrario, poiché la «grande iniziazione» che culminava nella visione, introduceva l’iniziato proprio al ciclo che intercorre fra morte e nuova nascita. Come vedete, «non dicendo», le fonti dicono parecchio sui misteri di Demetra: anche l’inno omerico, descrivendo il rituale cui è sottoposto Demoofonte da Demetra, da un lato allude alla visione, dall’altro la stimola.
    L’iniziato ai misteri di Demetra era colui che nei grandi misteri invernali vedeva le due soglie e faceva esperienza della soglia divina allorché esperiva in sé il germe della vita superindividuale. Ciò spiega perché dopo la visione gli venisse annunciata la nascita d’un fanciullo divino. Gli si diceva, mostrandoglielo: E questo è Jacco, colui che ha da venire. Jacco, il dio venturo, mostrato in prossimità del solstizio invernale, per l’iniziato aveva un duplice significato: rappresentava al contempo sia il germe della vita superindividuale che albergava nella sua anima, sia un evento spirituale venturo. Inoltre rappresentava le due soglie. Per l’iniziato Jacco aveva insomma un duplice volto e cosi difatti veniva raffigurato: Atenagora, un apologeta cristiano, ci ha conservato una tradizione orfica secondo cui la creatura di Demetra aveva quattro occhi e due volti (Ath., cap. XX). In un’iscrizione dell’Asia minore si parla di una Tetrakore. Kore significa, oltre che ‘fanciulla’, anche ‘pupilla’: perciò tetrakore è un essere dal duplice volto. Per avere un’idea di questo essere dobbiamo rivolgerci allo Janus latino, il ‘Giano’ bifronte.
    Ma Jacco è in primo luogo il divino concepito da Demetra nella natura, nell’iniziato stesso. Per un’altra serie di documenti e considerazioni, di cui per motivi di tempo non vi ragguaglierò, Jacco può essere associato a Dioniso–Bacco, il dio del vino che muore lacerato, concepito come un evento spirituale venturo. Il che rinvia nuovamente al Cristo. L’epoptai esperiva dunque di vivere il destino del seme, di subire il suo destino superindividuale. Non poteva esserne redento poiché questo compito spettava a Jacco, il dio venturo.
    Il rituale iniziatico si concludeva con la seguente formula: "Ho digiunato, ho bevuto il Kykeion, ho preso ciò dalla cista, l’ho maneggiato, l’ho posto nel canestro e dal canestro nella cista". Il digiuno e la libagione del kykeion, bevanda a base d’orzo, sono i primi atti che compie Demetra sulla terra, in vesti umane. Ripetendo tali atti l’iniziato si identificava con la manifestazione terrena della dea. Ciò spiega il seguito della formula: in lui parlava il divino, il germe della vita superindividuale, l’io superiore, non l’io contingente. Ed è l’io superiore che prende dalla «cista», «maneggia», «pone nel canestro» –cioè nel mondo sensibile– e «dal canestro nella cista» –cioè in ciò che caratterizza lo stato di morte nel mondo sensibile– l’io contingente e il corpo fisico.
    E così l’epoptai dopo l’iniziazione tornava alle proprie abituali attività in attesa dell’evento spirituale venturo, disposto al disvelamento di questo evento. Per concludere con le considerazioni d’apertura sul termine ‘mistico’, possiamo dire che in epoca cristiana il mistico è colui che fugge il molteplice e cerca l’Uno; nei misteri di Demetra il ‘mistico’, l’iniziato, è colui che nel molteplice trova l’Uno. Vivendo il «destino del seme».

    Coeli Aula, 25–28/12/1985
    "Non posso lasciarti né obliarti: / il mondo perderebbe i colori / ammutolirebbero per sempre nel buio della notte / le canzoni pazze, le favole pazze". (V. Solov'ev)

  2. #2
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    Predefinito Rif: I Misteri Eleusini

    Il significato generale dei Misteri.

    I Misteri di Eleusi: l'incontro fra la vita e la morte | Stefano Arcella

    Prima di entrare nel merito dei Misteri di Eleusi è bene chiarire al lettore il significato generale che, nel mondo classico, si attribuiva al sostantivo “Mysteria”. Esso designa i segreti, ossia conoscenze inaccessibili, in ragione stessa della loro natura e della loro profondità, alla maggioranza degli uomini e riservate solo a quei pochi, dotati delle qualità intellettive e della sensibilità spirituale necessarie per accoglierle ed interiorizzarle. Un livello di conoscenza riservato a pochi eletti (ossia persone scelte secondo un criterio rigorosamente selettivo), quindi esoterico nel senso pieno del termine ed iniziatico in quanto concernente il percorso interiore per l’inizio di una nuova vita. Gli antichi Elleni non concepiscono che si possa partecipare a chiunque, indistintamente e senza precauzioni, le dottrine spirituali e la stessa impostazione aristocratica – nel senso qualitativo dell’espressione – riguarda l’accesso alle arti ed alle scienze. Per essi la medicina e la stessa filosofia, nei suoi aspetti più profondi, restano scienze segrete. Per la medicina, abbiamo la testimonianza di Sorano, il quale nella sua Vita di Ippocrate, scrive:

    “Ippocrate insegnava la sua arte a coloro che erano qualificati per apprenderla, facendo loro prestar giuramento… Infatti le cose sacre si rivelano a uomini consacrati: i profani non possono occuparsene, prima di essere stati iniziati ai sacri riti di questa scienza” (in V. Magnien, tr.it. I Misteri d’Eleusi, Edizioni di Ar, Padova, 1996, p.21).

    Questo riferimento alla medicina può apparire estraneo all’argomento specifico delle religioni misteriche, per chi guardi le cose dal punto di vista della mentalità scientifica moderna che separa rigorosamente scienza e religione, ma non lo è affatto se ci si cala nella mentalità degli Antichi per i quali l’essere umano è un tutto unitario che si articola nei tre elementi costituitivi di soma, psyché e nous (corpo, anima e mente); la salute del corpo e dell’anima sono strettamente connesse, ogni squilibrio fisico riflette un disordine più profondo. L’accesso alle dottrine spirituali più segrete è quindi la base per una migliore e diversa armonia dell’essere umano, anche sul piano fisico, poiché, come spiega Plotino nelle Enneadi, i piani dell’Essere sono distinti ma collegati. Per la filosofia sono illuminanti le testimonianze di Clemente d’Alessandria e di Giamblico sui Pitagorici e su Platone, nonché quella dell’imperatore Giuliano sugli Stoici.

    “Non soltanto i Pitagorici e Platone – scrive Clemente d’Alessandria – nascondono la maggior parte dei loro princìpi dottrinali, ma gli stessi Epicurei dicono di avere dei segreti, e di non permettere a chiunque di consultare i libri nei quali sono esposti. D’altra parte ancora, secondo gli Stoici, Zenone scrisse alcuni trattati che essi non danno da leggere facilmente ai loro discepoli” (Stromata, V, 9).

    “I più importanti e universali princìpi insegnati alla loro scuola – dice Giamblico – i Pitagorici li conservavano sempre in loro stessi, osservando un perfetto silenzio, in guisa da non svelarli agli exoterici, e affidandosi senza l’ausilio della scrittura, come divini misteri, alla memoria di quelli che dovevano succedere loro” (Vita di Pitagora, edizione Nauck, 32, par.226).

    “Si ingiungeva a quelli del Portico di venerare gli Dei, di essere iniziati a tutti i Misteri, e di essere perfezionati dalle più sante iniziazioni (teletài)” (Giuliano, Orazioni, 108 a).

    La filosofia aveva dunque, nel suo nucleo più interno, un carattere misterico e spirituale, comprendendo l’accesso a verità intuitive che trascendono il pensiero logico-discorsivo, ed analogo discorso può farsi per le arti figurative e per la poesia, che avevano tutte un’ispirazione sacra ed una radice misterica. Abbiamo voluto fare queste precisazioni generali affinché il lettore comprenda che questa impostazione misterica non era limitata a specifiche confraternite praticanti questo o quel culto, ma dava il tono generale a tutta una civiltà, in considerazione dello stretto legame che univa i vari aspetti della realtà alla luce di una visione del mondo e dell’uomo di carattere sintetico ed unitivo. I Misteri si fondavano sempre su un mito, sulla narrazione di una vicenda divina avvenuta in illo tempore, in un tempo fuori del tempo, per dirla con l’espressione di Mircea Eliade, lo storico delle religioni che ha particolarmente evidenziato come il rito antico reiterasse e riattualizzasse una vicenda metastorica che si calava nella storia e nella quotidianità dell’uomo.

    Il mito: Persefone negli Inferi e l’incontro delle due Dee.

    La fonte basilare per la conoscenza del mito che racchiude l’archetipo dei Misteri eleusini è l’Inno omerico a Demetra che canta come la Dea istituì i Misteri di Eleusi in occasione del suo soggiorno in questa città.

    “Prima di partire, ella svelò ai sovrani amministratori della giustizia, a Trittolemo, a Diocle, il fustigator di cavalli, alla forza di Eumolpo, a Keleo, il conduttor di guerrieri, la perfetta celebrazione dei sacri riti; ella ammaestrò tutti negli òrgia venerabili… Felice chi fra gli uomini che vivono sulla Terra li ha contemplati! Chi non è stato perfezionato nei sacri Misteri, chi non vi ha preso parte, mai avrà, dopo morto, un destino simile al primo, oltre l’orizzonte oscuro” (Inni omerici, vv.473-482).

    Il termine òrgia ha, nel greco antico, un senso diverso da quello comune di “orgia” nella nostra lingua; esso designava un intenso stato interiore in cui l’iniziato si sentiva immerso e quindi spinto ad una apertura di coscienza verso la dimensione del sacro, vissuta come un quid più profondo dell’uomo stesso, ossia come una “trascendenza immanente”. Le iscrizioni e le raffigurazioni mostrano costantemente la Dea Demetra in relazione coi Misteri di Eleusi. Associata a Demetra è Persefone, o Core, sua figlia. Le iscrizioni eleusine chiamano Demetra e Persefone “le due Dee” e gli autori antichi adoperano la locuzione “la madre e la figlia”. Nel mito omerico Kore, nel mentre raccoglieva fiori nella pianura di Nysa, fu rapita da Plutone (Ade), dio degli Inferi. Demetra la cercò per nove giorni, durante i quali non gustò l’ambrosia, il nettare degli dei. Infine Elios (il Sole) le rivelò la verità: Zeus aveva deciso di dare in sposa Kore a suo fratello Plutone. Furibonda contro il sovrano degli dèi, Demetra non tornò sull’Olimpo. Nelle sembianze di una vecchia, si diresse verso Eleusi e si sedette vicino al Pozzo delle Vergini (allusione simbolica ad un rito di purificazione). Interrogata dalle figlie del re Celeo, dichiarò che il suo nome era Doso e che era sfuggita ai pirati, i quali l’avevano rapita a Creta. Accettò poi l’invito di fungere da nutrice dell’ultimo figlio della regina Metanira. Entrò nel palazzo, si sedette su uno sgabello e restò a lungo silenziosa (allusione simbolica all’importanza rituale del silenzio mentale, come superamento del pensiero dialettico). Infine una serva, Iambe, riuscì a farla ridere con i suoi scherzi grossolani. Demetra rifiutò la coppa di vino rosso offerta da Metanira e chiese del ciceone, mescolanza di orzo tritato, di acqua e di foglie di menta. La dea non allattò Demofonte, figlio del re al quale faceva da nutrice, ma gli soffregò il corpo con l’ambrosia e durante la notte lo nascose nel fuoco “come un tizzone” (allusione simbolica alla potenza purificatrice del fuoco e ad un probabile rito di iniziazione che si svolgeva in presenza di un fuoco rituale). Il bambino assomigliava sempre più ad un dio, ma questo processo di rigenerazione fu interrotto dalla regina Metanira che una notte scoprì il figlio tra le braci e prese a lamentarsi. ”Uomini ignoranti, insensati, che non sapete vedere il vostro destino di ventura o di sventura!” esclama allora la Dea. Demofonte non potrà più sfuggire al suo destino mortale. L’epilogo del mito narra che Demetra, ritrova sua figlia Kore, grazie all’intervento di Zeus su Plutone, che riesce, però, ad introdurre nella bocca di Persefone un chicco di melagrana e la costringe ad inghiottirlo; ciò determina il ritorno annuale di Kore, per quattro mesi, presso il suo sposo nell’Ade. Demetra, dopo aver ritrovato sua figlia, acconsente a ritornare fra gli dèi e la terra si ricopre di vegetazione (allusione all’origine sacra e misterica dell’agricoltura). Prima di tornare sull’Olimpo, la dea rivela i suoi riti e insegna i suoi misteri a Trittolemo, Diocle, Eumolpo e Celeo.

    L’inno omerico menziona due tipi di iniziazione; più esattamente spiega i Misteri eleusini sia come ricongiungimento delle due Dee sia come conseguenza della mancata immortalizzazione di Demofonte. Demetra stava per trasformare un uomo in un dio, ma la trasformazione è bloccata dalla madre del bambino; il mito può leggersi come allusione al destino mortale dell’uomo, ad un processo di elevazione interrotto, che può essere completato solo attraverso un percorso misterico ed iniziatico, per coloro che sono idonei ad affrontarlo. Demetra è la Terra madre, la “nutrice carissima”, colei che dona la perfezione della vita, che porta a compimento la vita in tutte le sue manifestazioni, dalle superiori alle inferiori e la virtù è la perfezione delle anime, secondo la testimonianza di Proclo (Sul Cratilo, 168). Demetra è colei che ha donato agli uomini l’agricoltura e, assieme ad essa, i Misteri. La dea non ha fatto agli uomini due doni diversi, perché, stando alle fonti antiche, l’agricoltura è parte integrante dei Misteri. Varrone – secondo quanto ci riferisce Sant’Agostino – nel parlare dei misteri eleusini, non ha dato che ragguagli sull’agricoltura. Egli afferma, infatti, che molti particolari, nei Misteri, si riferiscono solo alla scoperta dei cereali (S. Agostino, La città di Dio, III,20). La coltivazione della terra è allo stesso tempo, simbolo e supporto per la coltivazione e l’affinamento della propria interiorità. In altri termini non si tratta solo di un simbolo, ma di una pratica estremamente concreta, ogni atto potendo essere il supporto di una elevazione interiore. A questo riguardo, si può ricordare che nella vita del contadino è molto importante l’essere in sintonia con le forze cosmiche, con le quattro fasi della luna e con quelle del sole e, quindi, coi ritmi delle stagioni. L’uomo delle culture contadine sente la sua intima connessione col Tutto cosmico, l’interazione fra la sua azione e le forze cosmiche, a differenza dell’uomo moderno che si chiude nel suo guscio razionale ed individualistico, rimuovendo il suo legame con la vita e l’energia dell’universo.

    Il potere di Persefone è complementare a quello di Demetra. Mediante i Misteri l’uomo riceve una nuova vita ed una nuova anima. Il potere che infonde la nuova vita iniziatica è lo stesso principio, Persefone, che dal seme affidato alla terra e nascosto in essa – quindi il seme nell’oscurità – fa nascere una nuova pianta, che fa discendere nella terra un’anima destinata a dare forma e vita ad un corpo umano, che fa morire gli uomini e regna sui morti, che riconduce le anime verso l’alto, per dare loro una vita nuova. Persefone è, al tempo stesso, la dea della vita e della morte, a dimostrazione dell’inestricabile nesso vita-morte che caratterizzava la visione del mondo e della vita presso gli Antichi, un nesso presente anche in altri filoni misterici, come quello mitriaco, in cui la spiga di grano – simbolo comune all’iconografia eleusina – nasce dalla coda o dal sangue del toro sacrificato.

    “Proserpina rapita da Hades è l’energia di germinazione che viene ritratta quando il sole va verso il solstizio d’inverno” (G. Lido, Dei Mesi, 4,137).

    Esiste dunque un legame fra il ritrarsi dell’energia fecondatrice, la “morte del sole” fisico – che corrisponde alla nascita del sole interiore, quel “sole di mezzanotte” di cui parla Apuleio ne L’asino d’oro – e la discesa agli Inferi, ossia il viaggio dell’uomo nella profondità più oscura del suo essere, per trasformarla in creatività spirituale che poi sboccia e fiorisce con la primavera, i due aspetti, quello cosmico e quello interiore, essendo sempre collegati, poiché l’uomo è parte integrante del Tutto. La correlazione fra vicenda mitica e vicenda dell’anima umana è ben presente nella coscienza degli Antichi. “Come Core, l’anima discende nella génesis – scrive Olimpiodoro – Come Dioniso, essa nella génesis si disunisce e si disperde. Come Prometeo e i Titani, è avvinta ad un corpo, dal quale si distacca, dopo essersi rinvigorita come Eracle. Essa si riunifica raccogliendosi grazie ad Apollo e Atena salvatrice, praticando in vera purità la Filosofia. Essa risale verso la sua origine con Demetra”. (Olimpiodoro, Commento al Fedone, ediz. Norvin, pag. 111).

    La discesa agli Inferi di Persefone può essere letta – in base alla polivalenza dei simboli antichi – anche come la discesa dell’anima nel mondo della generazione, cui segue il passaggio dall’Uno al molteplice (lo smembramento di Dioniso) e poi lo sforzo di liberazione simboleggiato dalle fatiche di Eracle. Il ritorno all’Uno avviene grazie alla forza della luce spirituale (Apollo) ed alla sapienza iniziatica (Atena Salvatrice). Molteplici sono le varianti del mito, fra le quali quella secondo cui Persefone è figlia di Zeus e Demetra, ossia l’anima nasce dall’incontro fra il Principio virile olimpico e la Madre Terra, il principio femminile fecondatore, inteso come forza cosmica. Non conosciamo i contenuti esperienziali dei Grandi Misteri, che si svolgevano nel mese di settembre-ottobre (Boedromione), ma è intuitivo ritenere che essi consistessero in una reiterazione esperienziale del mito della discesa agli Inferi di Kore, quindi in una esperienza di buio e di tenebre cui seguiva una esperienza di luce, una trasformazione dello stato interiore nella direzione dell’unificazione con la divinità. La rinascita della vegetazione era l’aspetto mitico rivissuto nei Piccoli Misteri celebrati nel mese di Antesterione, in primavera, segnati da purificazioni, digiuni e sacrifici; l’aspetto della manifestazione era quello minore, rispetto alla fase in cui si poneva il seme spirituale della nuova nascita, il seme che deve morire per fruttificare.

    Un messaggio per l’uomo contemporaneo

    I Misteri di Eleusi sono una preparazione al post-mortem, come Omero chiaramente ci dice. Gli Antichi – parliamo degli iniziati ai Misteri – mantenevano sempre viva la consapevolezza del nostro destino mortale e della necessità di prepararsi alla morte ed alle esperienze che l’anima dovrà affrontare nel post-mortem. Si può ricordare, a questo proposito, che presso i Tibetani e presso gli Egizi esistono – e sono ora ampiamente pubblicati e conosciuti – i Libri dei Morti, che venivano meditati in vita dalle élites sacerdotali per prepararsi alle prove dell’aldilà.

    L’uomo contemporaneo è caratterizzato dalla rimozione, nella sua vita, della dimensione della morte; essa è messa, per così dire, fra parentesi, come se si dovesse vivere in eterno. Tutta la febbre del denaro, l’accumulazione di ricchezze, il fenomeno del consumismo – i bisogni artificiali indotti dalla pubblicità – si spiegano in questa chiave. Il mondo moderno è la via degli attaccamenti, che sono – secondo le dottrine sapienziali di Oriente e d’Occidente – la radice, il seme della trasmigrazione nel ciclo delle rinascite, il ciclo della génesis di cui parlavano gli antichi Greci. La fuga dalla morte, il vedere una cerimonia funebre come qualcosa che riguarda gli altri, che non ci tocca direttamente è la strada di quella “possibilità inautentica” di cui parlava il filosofo Martin Heidegger, del quale si stanno studiando alcune affinità con le filosofie orientali. I Misteri di Eleusi ci richiamano alla consapevolezza della nostra impermanenza, come base per una diversa scala di valori, per fondare un modo diverso, più limpido e distaccato, di guardare alla vita e quindi anche al vivere sociale. L’unione fra Cielo (Zeus) e Terra (Demetra), l’origine sacra dell’agricoltura, il nesso fra questa e i Misteri, ci richiamano alla coscienza dell’intima unità del tutto, della partecipazione dell’uomo ad un Tutto cosmico cui è legato da mille fili, dall’aria che respira ai frutti della terra di cui si nutre, all’acqua che gli è indispensabile, all’energia solare ed a quella della luna. La base di una vera ecologia non può che essere di natura spirituale, in termini di visione del mondo; lo stravolgimento dell’ecosistema è, innanzitutto, un’alterazione delle forze cosmiche, delle energie universali i cui effetti si ritorcono a danno dell’uomo. La natura può essere trasformata, non distrutta. E’ l’uomo che pone le basi per la sua stessa distruzione.

    La discesa agli Inferi, l’esperienza delle tenebre e poi della luce ci richiama alla necessità di conoscere sé stessi, di osservarsi, per vedere i propri limiti ed adoperarsi per superarli. I Pitagorici e gli Stoici praticavano l’“esame di coscienza” quotidiano, come momento di autoconoscenza e stimolo al perfezionamento morale; l’uomo moderno – coinvolto nel vortice di una vita frenetica – vive spesso nella meccanicità e nella distrazione e non prende coscienza dei suoi limiti e dei suoi errori. La comprensione, anche solo intellettuale, della spiritualità misterica può essere un validissimo aiuto per un diverso atteggiamento esistenziale che dia un senso alla vita.

    * * *

    Tratto da Hera n° 69, ottobre 2005.
    "Non posso lasciarti né obliarti: / il mondo perderebbe i colori / ammutolirebbero per sempre nel buio della notte / le canzoni pazze, le favole pazze". (V. Solov'ev)

 

 

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