Mons. Jean-Joseph Gaume[*]

TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO


(Parigi, 1864)


CAPITOLO VI


STORIA DEL FILIOQUE

I settari di Macedonio si diffondono lontano. - I priscillianisti devastano la Spagna e negano la divinità dello Spirito Santo. - Lettera di Papa san Leone Magno ai vescovi di Spagna. - Il Papa insegna chiaramente la processione dello Spirito Santo dal Padre e dal Figlio. - Il Concilio di Toledo fa recitare il Simbolo con l'addizione del Filioque. - Non si trattava di un'innovazione: prove: san Tommaso, la Scrittura, san Damaso. - Canto del Simbolo autorizzato nelle Gallie. - Proibizione di inserirvi il Filioque. - Più tardi Roma ordina di cantare il Filioque. - Ragioni della sua condotta. - Accuse mal fondate dei Greci. - Scisma di Fozio. - Scisma ed eresia di Michele Cerulario; egli nega che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio. - Concilio di Lione. - I Greci riconoscono la legittimità del Filioque. - Essi tradiscono la loro fede. - Concilio di Firenze. - I Greci ritornano all'unità; poi ricadono nello scisma.


È diritto e dovere della sposa del Verbo incarnato il vegliare sul deposito della fede ed il fissare con le sue decisioni infallibili i punti in balia degli attacchi dell'eresia. Circa mezzo secolo dopo il concilio di Costantinopoli la Chiesa ebbe nuovamente motivo di far uso di questo diritto inerente alla propria costituzione. Da una parte i settari di Macedonio si erano sparsi lontano nella Tracia, nell'Ellesponto e nella Bitinia [1]; d'altra parte i Vandali ed altri popoli, venuti da questi luoghi, avevano portato con sé nelle loro migrazioni il dogma eretico e specialmente in Spagna, dove i Priscillianisti attaccavano apertamente il dogma della Trinità e della divinità dello Spirito Santo.


San Leone Magno occupava allora la cattedra di San Pietro. La notizia di questa eresia e delle devastazioni che faceva in Spagna gli fu inviata da san Turibio vescovo di Astorga. Il sovrano Pontefice gli scrisse di riunire in concilio tutti i vescovi della Spagna allo scopo di condannare l'eresia e di estirpare, ad ogni prezzo, questa nuova zizzania dal campo del Padre di famiglia.


Nella sua lettera san Leone diceva: «Costoro insegnano che nella santa Trinità non vi è che una sola persona ed una sola cosa, chiamata di volta in volta il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo; che colui che genera non è distinto da Colui che è generato né da da Colui che procede dall'uno e dall'altro [2].»


Il concilio ebbe luogo a Toledo nell'anno 447; presieduto dal santo vescovo di Astorga, condannò gli eretici. Ivi, per tagliare il male alla radice e mettere l'Occidente al riparo da tutti questi errori, si decise di inserire nel simbolo di Costantinopoli proprio quell'espressione del Vicario di Gesù Cristo che definiva così bene la processione dello Spirito Santo dal Padre e dal Figlio: De utroque processit [3].


L'aggiunta di cui si tratta non era un'innovazione; era una spiegazione, simile a quelle che il concilio di Nicea aveva inserito nel Simbolo degli apostoli, ed il concilio di Costantinopoli in quello di Nicea. San Tommaso sottolinea con ragione che questa spiegazione è peraltro contenuta virtualmente nello stesso concilio di Costantinopoli, approvato da tutti gli Orientali. «I Greci stessi, dice, comprendono che la processione dello Spirito Santo ha qualche rapporto con il Figlio. Essi convengono sul fatto che lo Spirito Santo è lo Spirito del Figlio, e che è dal Padre per il Figlio. Si dice anche che molti ammettono che lo Spirito Santo è dal Figlio o che deriva da Lui, ma che non ne procede: distinzione che sembra fondata sull'ignoranza o sull'orgoglio.


In effetti, se vi si vuol fare attenzione, si troverà che l'espressione Processione, tra tutte quelle che esprimono l'origine di una cosa qualunque, è la più comune. Noi ce ne serviamo per indicare l'origine, di qualunque natura essa sia: per esempio che la linea procede dal punto, il raggio dal sole, il ruscello dalla fonte. Tutti questi esempi ed altri ancora autorizzano a dire con verità che lo Spirito Santo procede dal Figlio... Così, questo dogma è implicitamente contenuto nel simbolo di Costantinopoli, il quale insegna che lo Spirito Santo procede dal Padre. Ora ciò che è detto del Padre bisogna necessariamente dirlo del Figlio, poiché essi non differiscono in nulla, se non che uno è il Figlio e l'altro il Padre [4].»


D'altronde san Leone, scrivendo così nettamente in una lettera dottrinale che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio, non era altro che l'eco dei vicari di Gesù Cristo suoi predecessori: Petrus per Leonem locutus est. Perfino al tempo del concilio di Costantinopoli il papa san Damaso insegnava questa dottrina: «Lo Spirito Santo non è solamente lo Spirito del Padre o solamente del Figlio, perché è scritto: Se qualcuno ama il mondo, lo Spirito del Padre non è in lui. Ed altrove: Se qualcuno non ha lo Spirito di Gesù Cristo, non gli appartiene. Il fatto che siano nominati il Padre ed il Figlio indica allora che si tratta dello Spirito Santo, di cui il Figlio stesso dice nel Vangelo: Egli procede dal Padre, prenderà del mio e ve l'annuncerà [5].»


Dopo il Concilio di Toledo tutti i cattolici di Spagna e delle Gallie recitavano il simbolo di Costantinopoli con l'aggiunta del Filioque. Da parte della Santa Sede nessuna opposizione; da parte degli Orientali, nessun reclamo venne ad opporsi a quest'uso, che durava da quattro secoli quando Carlo Magno rientrò nei suoi stati dopo esser stato incoronato imperatore a Roma dal papa Leone III.


Carlo aveva ottenuto per le chiese del suo vasto impero l'autorizzazione a cantare nella Messa il simbolo di Costantinopoli. I vescovi riuniti ad Aix-la-Chapelle nell'807 gli chiesero se si poteva cantarlo in pubblico, come lo si recitava in privato, inserendovi l'aggiunta del Filioque. Il grande principe rispose che non spettava a lui decidere, e che bisognava consultare il sovrano Pontefice. Di conseguenza due vescovi e l'abbé de Corbie, deputati del Concilio, si recarono a Roma.


Il papa li accolse con benevolenza, ma rifiutò nettamente il permesso di inserire nel simbolo le quattro sillabe Filioque. «Senza dubbio, disse loro, è un articolo inviolabile di fede che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio; ma non si possono inserire nel simbolo tutti gli articoli di fede. D'altronde non bisogna modificare nemmeno di una sillaba i simboli decretati dai Concili ecumenici [6].»


Per mostrare che la sua risoluzione era immutabile, il papa ordinò di incidere seduta stante in greco ed in latino il simbolo di Costantinopoli senza l'aggiunta del Filioque su due scudi d'argento del peso di ottantacinque libbre e li fece porre nella basilica di San Pietro, a destra ed a sinistra della Confessione [7]


Diciamolo en passant, questo fatto e quello che stiamo per riferire sono due prove monumentali dell'incorruttibile fedeltà della Chiesa romana alle tradizioni del passato. Non solamente ella rifiuta le preghiere di Carlo Magno suo benefattore di inserire nel simbolo di Costantinopoli quattro sillabe che esprimono nettamente un articolo di fede; ella stessa non canta alcun simbolo nella Messa; mentre tutte le sue figlie, le chiese d'Oriente e d'Occidente, fanno risuonare le loro basiliche col simbolo di Costantinopoli, ella si attiene a quello degli apostoli: e per di più lo recita solo nell'amministrazione del battesimo e quando l'uso prescrive la professione di fede.


Tuttavia i secoli passano e le circostanze cambiano con i secoli. Sempre diretta dallo Spirito Santo, la Chiesa romana farà più tardi ciò che prima aveva rifiutato, egualmente infallibile nelle sue concessioni come nei suoi rifiuti. Fintanto che la processione dello Spirito Santo non è attaccata, ella persevera nelle sue antiche tradizioni. Presto si fanno sentire sordi rumori. Verso l'anno 866 ai rumori fanno seguito delle pubbliche negazioni, in Occidente da parte del patriarca di Aquileia ed in Oriente da parte di Fozio, patriarca intruso di Costantinopoli.


Per risponder loro come aveva risposto ad Ario ed a Macedonio, Roma fa inserire nel simbolo di Costantinopoli l'aggiunta Filioque. Ella stessa che, durante la Messa non ha mai cantato alcun simbolo, canta il simbolo di Costantinopoli così esplicato ed ordina di cantarlo ovunque. Da allora un immenso concerto di voci cattoliche risponde notte e giorno alle bestemmie dei novatori [8].


Il modo in cui ebbe luogo questa memorabile aggiunta offre un nuovo esempio della saggezza della Santa Sede e della sua prudente lentezza. Un concilio numeroso fu convocato a Roma. Si rappresentò al sovrano Pontefice che da lungo tempo le chiese di Spagna, delle Gallie, d'Inghilterra e di Germania avevano la facoltà di cantare pubblicamente il simbolo di Costantinopoli, che Roma le approvava ma che, nelle attuali circostanze, il suo rifiuto prolungato di inserire l'aggiunta Filioque poteva passare, agli occhi dei malevoli, per un tacito biasimo o per timore di professare ad alta voce la fede; che i nemici della Chiesa non avrebbero mancato di avvalersene e con ciò di far nascere delle divisioni, forse uno scisma; che in ogni caso era il miglior mezzo per confondere Fozio ed i suoi accoliti [9].


Il sovrano Pontefice di fronte a queste ragioni si arrese e l'autorizzazione fu accordata nell'anno 883. Tuttavia Roma stessa cominciò a cantare il simbolo solo centoventinove anni più tardi, nel 1014, a seguito delle richieste dell'imperatore sant'Enrico. Questo grande principe, degno di Carlo Magno per le sue virtù e per gli eminenti servizi che aveva reso alla santa sede, essendo venuto a Roma per farsi incoronare, fu stupito di non sentir cantare il Credo alla Messa. Ne domandò la ragione.


«Ecco, scrive l'abbé Bernon, ciò che gli fu risposto in mia presenza: La Chiesa di Roma non è mai stata insozzata da alcuna eresia; ma, fedele alla dottrina di san Pietro, rimane immutabile nella fede cattolica. Ella non ha dunque bisogno di professare la propria fede; cosa che è il dovere delle chiese che hanno potuto o che possono alterarla o perderla [10].»


Magnifica risposta! Nondimeno, su istanza dell'imperatore, il papa Benedetto VIII decise che anche Roma avrebbe ormai cantato il simbolo; e fu quello di Costantinopoli con l'aggiunta del Filioque [11].


Da qualunque punto di vista ci si ponga, si nota che nulla vi fu di più legittimo e di più regolare di quest'aggiunta. Come le spiegazioni del simbolo a Nicea ed a Costantinopoli, essa era richiesta dalle circostanze. È lo stesso Vicario di Gesù Cristo che, presiedendo un concilio, la ordina. Infine essa non modifica la fede, ma la spiega. «Nessuno può prenderne l'occasione, scrive un antico autore, per accusare la santa e grande Chiesa di Roma, madre e maestra di tutte le altre, d'aver scritto, composto ed insegnato una fede nuova. Spiegare l'antico simbolo allo scopo di prevenire l'alterazione della fede non significa né farne, né insegnarne, né trasmetterne un altro.


Benché depositaria dell'autorità sovrana, la Chiesa romana non rifugge dall'umiliarsi rispondendo come il concilio di Calcedonia aveva risposto un tempo ai suoi detrattori: È ingiustamente che mi si accusa. Io non stabilisco una fede nuova; io rinnovo la memoria dell'antica. Chiarire un punto oscuro del simbolo non è alterarlo. Come i Padri dei secoli passati, ho rinnovato la fede; ho fatto un'aggiunta ai concili di Nicea, di Costantinopoli e di Calcedonia; ma non ho insegnato nulla che sia loro contrario. Fedele nel camminare sulle loro tracce, ho trovato che erano attaccati dei punti che, ai loro tempi, non erano messi in questione. Ho dovuto chiarire con un'espressione interpretativa ciò che non era ben compreso da tutti: ecco ciò che ho fatto [12].»


Però i Greci, spinti dallo spirito di orgoglio, rifiutarono ostinatamente di sottoscrivere l'aggiunta del Filioque. Il segretario ambizioso che li sviava voleva ad ogni costo separare la Chiesa d'Oriente dalla Chiesa d'Occidente. Una volta misconosciuta l'autorità del sovrano Pontefice, egli sperava di farsi proclamare patriarca universale. La morte fece svanire i suoi colpevoli progetti, ma non estinse lo spirito di rivolta che egli aveva insufflato.


Nel 1054 Michele Cerulario, altro patriarca di Costantinopoli, più audace di Fozio, negò formalmente che lo Spirito Santo procede dal Figlio. In una lettera indirizzata a Giovanni vescovo di Trani osò esprimere la sua eresia con l'invito di farne parte al sovrano Pontefice. Leone IX rispose come conviene al guardiano della fede, scomunicando il novatore. Cerulario da parte sua scomunicò il Papa e con lui tutta la Chiesa latina. La rottura fu completa, ed i Greci caddero nello scisma e nell'eresia. Questa fu, come vedremo più tardi, la fonte di tutte le loro disgrazie.


Tuttavia la Chiesa latina non tralasciò nulla per riportare la propria sorella alla fede dei loro padri. Dopo molti secoli di sforzi inutili, questo tanto desiderato ritorno si verificò al concilio generale di Lione nel 1274. Riuniti sotto la presidenza di papa Gregorio X, i vescovi dell'Oriente e dell'Occidente espressero la loro fede nei seguenti termini: «Noi facciamo professione di credere fedelmente e piamente che lo Spirito Santo procede eternamente dal Padre e dal Figlio non come da due principi ma come da un [solo] principio; non per due spirazioni, ma per una sola spirazione [13].» La riunione fu giurata per la tredicesima volta; disgraziatamente essa non fu più durevole delle altre [14].


Infine il concilio di Firenze riunì di nuovo i Greci ed i Latini. Per soddisfare i primi, il dogma della processione dello Spirito Santo fu, per ordine del Papa, esaminato di nuovo. Mai vi era stata discussione più approfondita, più lunga e più completa. I Greci fecero ricorso a tutti i mezzi per difendere l'errore: sofismi, sotterfugi, negazioni, mezze concessioni, un flusso immenso di parole.


Nella diciottesima sessione, tenuta il 10 marzo 1439, Giovanni da Montenegro, provinciale dei Domenicani di Lombardia, chiuse loro la bocca con un argomento privo di replica. «Che cosa intendete con processioni? chiese ai Greci. Che volete dire, quando affermate che lo Spirito Santo procede dal Padre? - Marco, arcivescovo di Efeso, rispose: Io intendo una produzione per la quale lo Spirito Santo riceve da lui l'essere e tutto ciò che gli è proprio, - molto bene, riprese il frate predicatore, noi abbiamo questa conclusione: lo Spirito Santo riceve dal Padre l'essere, ovvero ne procede, è la stessa cosa. Ecco dunque come io ragiono: Da colui dal quale lo Spirito Santo riceve l'essere, da lui anche procede. Ora lo Spirito Santo riceve l'essere dal Figlio; dunque lo Spirito Santo procede dal Figlio, secondo il senso proprio della parola processione quale voi stesso l'avete definita. Che lo Spirito Santo riceva l'essere dal Figlio lo si può dimostrare con molte testimonianze.


Ma, interruppe Marco d'Efeso, su cosa vi basate per ritenere che lo Spirito Santo riceva l'essere dal Figlio? - La vostra domanda mi piace, replicò fra Giovanni; e risponderò subito. Che lo Spirito Santo riceva l'essere dal Figlio, questo si prova con la testimonianza, irrecusabile, per voi come per noi, di sant'Epifanio che così si esprime: Io chiamo Figlio colui che è da lui, e Spirito Santo colui che solo è da entrambi. Secondo queste parole di sant'Epifanio, se lo Spirito è da entrambi, dunque da entrambi riceve l'essere. Poiché secondo voi ricevere l'essere o procedere è la stessa cosa; noi sappiamo per tramite di sant'Epifanio che egli riceve il suo essere dal Padre e dal Figlio [15].» L'argomento era ancor migliore per il fatto che sant'Epifanio è uno dei Padri greci più antichi e più venerati dagli Orientali.


Infine il 6 luglio 1439, giorno dell'ottava degli apostoli san Pietro e san Paolo fu celebrata l'ultima sessione del concilio. In presenza dell'augusta assemblea e tra gli applausi dei Greci e dei Latini si diede lettura del decreto di unione. Esso inizia così: «Gioiscano i cieli e sussulti la terra! Il muro che divideva la Chiesa d'Oriente dalla Chiesa d'Occidente è stato appena tolto. La pace e la concordia è ristabilita sulla pietra angolare, Gesù Cristo, che dei due popoli ne ha fatto uno solo. Noi definiamo e vogliamo che tutti credano e professino che lo Spirito Santo è eternamente dal Padre e dal Figlio; che egli ha la sua essenza ed il suo essere sussistente sia dal Padre che dal Figlio; che egli procede eternamente dall'uno e dall'altro, come da un solo principio e con una sola spirazione. Noi definiamo, in più, che la spiegazione Filioque è stata aggiunta legittimamente ed a ragione al simbolo, per chiarire la verità e per una necessità allora imminente [16].»


La gioia della Chiesa non fu di lunga durata. Come l'infedele Samaria, l'Oriente scismatico ricadde l'indomani negli errori che aveva abiurato alla vigilia: ma la misura era colma. Salmanassar risuscitò in Maometto, e solo tredici anni dopo il concilio di Firenze, l'impero dei Greci subì la sorte del regno d'Israele.

[Prossimamente la traduzione del capitolo XLIII, (del peccato contro lo Spirito Santo)]

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NOTE:
[*] Mons. Jean-Joseph Gaume nacque a Fuans (Doubs) nel 1802; fu successivamente professore, direttore, canonico, vicario generale nella diocesi di Nevers, fondò vari istituti di carità e, dopo la pubblicazione delle sue prime opere, visitò Roma dove Papa Gregorio XVI lo fece Cavaliere dell'Ordine di San Silvestro. Dottore in teologia all'università di Praga, membro di varie società scientifiche, continuò al ritorno da Roma la sua attività di amministrazione della diocesi e di scrittore di successo. A causa dell'opposizione del nascente cosiddetto "cattolicesimo" liberale, egli, cattolico tradizionale fino al midollo, perdette il suo titolo di vicario generale di Nevers, sacrificato dal proprio vescovo alle cieche passioni dei suoi avversari, così si rifugiò a Parigi, dove suo fratello era divenuto vicario generale, e trascorse i suoi ultimi anni nel lavoro e nella preghiera come cappellano di una comunità religiosa.


Per sollevarlo dall'ingiusta punizione che gli aveva inflitto il vescovo di Nevers, fu nominato vicario generale onorario dai vescovi di Montauban e dell'Aquila e dall'arcivescovo di Reims. Papa Pio IX volle elevarlo alla prelatura nominandolo Protonotario apostolico. Morì intorno al 1878.


Le sue opere consistono circa in un centinaio di volumi, tutti ispirati dalla fede, illuminati dalla scienza, vivificati dallo zelo apostolico, raccomandabili per la loro perfetta ortodossia e assai interessanti a causa dello stile. Mons. Gaume è un Padre della Chiesa, degno di figurare persino tra i Dottori ecclesiastici.

Scrisse un'opera intitolata La Révolution, recherches historiques sur l'origine et la propagation du mal en Europe, depuis la Renaissance jusqu'à nos jours, in XII volumi (1856), in piena continuità con l'opera dell'abbé Barruel.


(Cfr. la biografia di Mons. Gaume in: Abbé Darras, Histoire de l'Église, Louis Vivès, 1888, tome 42e , pp. 351-353.)

[Cfr. i testi in francese Traité du Saint-Esprit (tome 1); Traité du Saint-Esprit (tome 2) ]

[1] Socr. hist, lib. II, c. XLV; lib. V, c. VIII.


[2] Primo itaque capitulo demonstratur quod impie sentiant de Trinitate divina, qui et Patris et Filii et Spiritus sancti unam atque eamdem asserunt esse personam, tamquam idem Deus nunc Pater, nunc Filius, nunc Spiritus sanctus nominetur; nec alius sit qui genuit, alius qui genitus est, alius qui de utroque processit. S. Leo Magn., epist, 93, c. VI.


[3] Battaglini, Istor. univ. de' conc., q. 217, 218.


[4] S. Th., I p., q. 36, art. 3. Cor. — E De Potent., q. 10, art. 4, ad 13.


[5] Porro non Leonis id fuit novum inventum, sed praedecessorum traditio. Nam Damasus haec ait: (Damas., in concil. Rom. apud Crescon. Collect.) Spiritus sanctus non est Patris tantummodo, aut Filii tantummodo Spiritus. Scriptum est enim: Si quis dilexerit mundum, non est Spiritus Patris in illo. I Joan., II. Item scriptum est: Qui autem Spiritum Christi non habet, hic non est ejus. Rom., VIII. Nominato itaque Patre et Filio, intelligitur Spiritus sanctus, de quo Filius in Evangelio dicit: Quia Spiritus sanctus a Patre procedit, et de meo accipiet, et annuntiabit vobis. Joan., XV. Apud Baron., an. 447, n. 21.


[6] Bini., ad Synod. Aquisgran., t. III, Concil.; Labbé, t. VII, p. 1198; Bar., an. 809, n. 57.


[7] Hic vero, pro amore et cautela orthodoxae fidei fecit ubi supra (in basilica sancti Petri), scutos argenteos duos, scriptos utroque symbolo, unum quidem litteris Graecis, et alium Latinis, sedentes dextera laevaque super ingressum corporis, pesantes argenti libras nonaginta quatuor, et uncias sex. Anast. Biblioth. in Leon. III, apud Bar., an. 809, n.62.


[8] Bar., an. 883, n. 34.


[9] Baron., an. 883, n. 37; et an. 447, n. 23.


[10] Cum Romanorum presbyteri ab Henrico imperatore interrogarentur cur non post Evangelium (ut in aliis ecclesiis fiebat), symbolum canerent? Me assistente, audivi eos ejusmodi responsum reddere, videlicet, quod romana Ecclesia non fuisset aliquando ulla haereseos faece infecta, sed secundum santi Petri doctrinam in soliditate catholicae fidei permaneret inconcussa: et ideo magis his necessarium esse illud symbolum saepius cantando frequentare, qui
aliquando ulla haeresi potuerunt maculari. Bern. Abbas augien., De rebus ad miss. spectant., apud Baron., an. 447, n. 24.


[11] Baron., an. 447, n. 24.


[12] Ætherian., apud Bar., an. 883, n. 38.


[13] Labbe, Conc.; t. II, p. 967. — Quibus perfectis, praecinente pontifice hymnum: Te Deum; denique Graecis Latinisque verbis fidei orthodoxae forma, repetita bis professione processionis Spiritus sancti a Patre et Filio, decantata est. Bar., an. 1274, n. 18.


[14] Cosi eglino promisero, rimanendo in tal forma stabilita per la decimaterza volta l'unione fra Greci e Latini. Battaglini, Istor., etc.. p. 660, n. 11.


[15] Mansi, t, XXXI, col. 723. — Rohrbacher, Hist. univ., t. XXI, p. 534, 2e édition.


[16] Definimus explicationem verborum illorum Filioque, veritatis declarandae gratia, et imminente necessitate, licite et rationabiliter, fuisse symbolo appositam, etc. Apud Labbe, etc.



Mons. Gaume: STORIA DEL FILIOQUE