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Discussione: Geminello Alvi

  1. #1
    Bushidō
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    Predefinito Geminello Alvi



    * Le seduzioni economiche di Faust, Adelphi 1989.
    * Uomini del Novecento, Adelphi 1995
    * Vite fuori del mondo, Mondadori.
    * Il Secolo Americano, Adelphi 1996.
    * Le siècle américain en Europe, Grasset.
    * Ai padri perdóno. Diario di viaggio, Mondadori 2003.
    * L'anima e l'economia, Mondadori.
    * Una repubblica fondata sulle rendite. Come sono cambiati il lavoro e la ricchezza degli italiani, Mondadori 2006.
    * La vanità della spada, Mondadori 2008.

    * Prefrazione a Bernardo Caprotti, Falce e carrello, Marsilio Editori 2007.
    Ultima modifica di carlomartello; 03-06-11 alle 22:53

  2. #2
    Bushidō
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    Predefinito Rif: Geminello Alvi

    Geminello Alvi


    di Mario Pagliaro


    "Signor direttore -- scriveva al direttore de Il Foglio Giuliano Ferrara -- Me ne stavo andando dal dentista, quando ho letto uno Pseudo Alvi. Già nel mio esistere medio adriatico, come saprà, ho varie stranezze e una certa patologica fantasia.

    Anche perciò l’esistenza di un ammiratore che si firma sul Foglio a nome mio, collazionando miei brani, non aiuta il mio senso della realtà, già precario.

    Dunque grazie di avermi fatto falsificare ancora in vita, come neppure riuscì allo Pseudo Aristotele: una consacrazione. Ma la prego non insista. I miei migliori saluti".

    E Ferrara subito gli replicava:

    "Gentile Alvi, il divertimento di beffare gli estensori dell’apocrifo, distraendoci con leggerezza a spese di un uomo di spirito, quale lei è, ha prevalso su tutto. Gli estensori, persone di spirito anche loro, non potevano sapere che nei nostri messaggi privati ci diamo del tu da molto tempo.

    E nel biglietto d’accompagno al direttore, in testa al saggio dello Pseudo Alvi, oltre a vari altri indizi di falsità, mi davano a sua firma del “Lei”, ciò che risultava enfatico e, appunto, apocrifo. Abbiamo scartato la soluzione banalotta di comunicarle il falso e chiudere lì la faccenda. Perché il testo aveva qualcosa (oltre alla collazione di suoi scritti) di sinceramente divertito. E farlo arrivare ai nostri smagati lettori era una tentazione. Anche noi (modestamente) a tutto sappiamo resistere tranne che alle tentazioni. (Ti saluto, caro Geminello)".

    Marchigiano di Ancona, classe 1952, il grande economista e letterato Geminello Alvi inizia la carriera di ricercatore presso la Banca dei regolamenti internazionali a Basilea, un'oasi di pace e di studio di cui approfitterà visitandone spesso la biblioteca, forse la migliore al mondo nel campo dell'economia.

    Là approfondisce le sue intuizioni rileggendo Goethe, Steiner e Dostoevski insieme ai testi della Scuola storica tedesca dell'economia di Sembler, e pure i verbali delle riunioni e degli incontri fra i governatori delle Banche centrali fino alle crisi devastanti degli anni '30.

    Il risultato sono 2 libri di straordinaria originalità scritti imitando Goethe "ricercando una fantasia che fosse superiore alla logica", e che ne fanno con Marcello De Cecco il più grande economista italiano vivente: Le seduzioni economiche di Faust (1989) e Il Secolo Americano (che pubblica in francese nel 1995).

    Con una scrittura vertiginosa e aforistica che pure risente dell'influsso del suo amato scrittore palermitano Antonio Pizzuto, Alvi spiega ricorrendo a "modi inattuali" la mediocrità della Scuola economica imperante e l'importanza per la nuova epoca che verrà, di Solovev e di Adriano Olivetti, del principe Myskin e di Sorokin.

    Ancora, vi teorizza l'attualità del pensiero sociale di Steiner e spiega perché il dono sia elemento centrale della vita economica, già chiaramente in Italia dove i genitori donano ai figli una gioventù libera pagandogli tutto fino agli studi universitari e oltre.

    E poi ci restituisce un'analisi della storia economica del XX secolo -- la rivoluzione russa e gli intrecci fra Silivius Gesell e i banchieri americani, il perfido Hjalmar Schacht che finanzierà l'ascesa al potere di quella setta che chiama giustamente "gli hitleriti" -- che lascia il lettore tanto interdetto quanto incantato.

    Tornato in Italia, vivendo Voltaire che invitava gli intellettuali a "vivere il proprio tempo" inizia a scrivere sui giornali (Repubblica, Corriere della Sera e oggi per il Giornale) e appare in Tv (commentando l'economia a TMC e poi in vari canali).

    L'abominable venalitè de la presse

    In realtà, Alvi disprezza la stampa italiana. Ma la usa per veicolare a una parte dei suoi residui lettori -- meno di 6 milioni di quotidiani al giorno nel 2007, cioè meno di quelli che erano nel 1947! -- le sue idee desuete. Ha, per dire, letto e commentato L'abominable vénalité de la presse in cui nel 1931 il diplomatico russo Raffalovitch raccontava come i giornali francesi gli chiedessero denaro per scrivere articoli accomodanti sulla Russia prerivoluzionaria.

    Un uso certamente ancora in voga presso buona parte della stampa mondiale.

    Nel piccolo e sorprendente Uomini del Novecento scrive pure di Jim Morrison di cui cita i versi raccontandone la vita. Quindi, interviene ad un ennesimo congresso sulla scuola di fronte all'allora Ministro Lombardi e spiega come:

    "Rimediare a molti dei grotteschi difetti del presente implica una radicale riforma dei modi e dei luoghi, dove dovrebbero educarsi, e invece si sono per lo più diseducate, le nostre élites, dalla minima delle maestre al massimo dei ministri. Anche per questo è inevitabile che ci si preoccupi in un simile convegno di istruzione. E per farlo in modo spregiudicato e sano qualcuno dovrà pur dire quella che un’altra non meno palese evidenza: in Italia i servizi pubblici servono a tutti meno che a quelli i quali dovrebbero beneficiarne.

    E che l’università sia tutta persino negli orari, nella forma delle aule, congegnata per adattarsi ai tornaconti o alle smanie dei docenti è evidente. Nel migliore dei casi è una inutile parata; in cui solo a fatica e solo i più volenterosi o ricchi riescono a ritagliarsi una nicchia. Quanto ai meriti poi di questi geni sempre sdegnati qualcuno dovrà pure ricordare che la gran parte degli attuali ordinari si è ritrovata reclutata nell’università attraverso sanatorie; memorabile quella del 1979.

    E forse che alla base dell’albero le cose vanno meglio? Tutt’altro. Si spieghi a uno svizzero, a un olandese, nazioni modelli di pedagogia, che in Italia ci sono i “moduli”, che a classi svuotate, d’una decina di bambini, tocca di sorbirsi tre maestri per classe. E che all’origine di questa novità c’è la solerzia sindacale e il burocraticume ministeriale che hanno inventato l’espediente per salvare l’occupazione.

    Adriano Olivetti attuò un sistema in cui vigeva la regola: socializzare senza statizzare. Se, davvero, si vogliono nuove elites, un’Italia attenta al meglio dell’Europa, sarà bene dunque ammettere, ricordandolo, che pubblico e statale non sono parole che s’implicano a vicenda".

    Giulio Tremonti

    Ma il suo scrivere non si limita certo all'esortazione; fonda il bimestrale Surplus per la casa editrice di De Benetti, editore ed imprenditore della rendita che pure rappresenta l'esatto opposto di quel che Alvi ama. La rivista infatti chiuderà rapidamente. Laconico, spiega perché il partito dei DS sia ormai un partito di amministratori locali appenninici impegnati nel sottogoverno.

    Rende chiaramente le ragioni e i modi con cui negli ultimi 10 anni le politiche economiche in Italia abbiano di fatto favorito la rendita; non crede nell'euro (un "sogno napoleonico") e dopo essere stato consigliere del Governatore Fazio che lo legge ammirato subisce il fascino grande di un altro intellettuale -- grande, ma volubile ed ansioso -- quale è Giulio Tremonti.

    Ne diviene consigliere durante la lunga gestione di Tremonti delle finanze pubbliche nel II e III Governo Berlusconi. E ne è oggi, nel IV Governo Berlusconi che di fatto è però guidato dal fiscalista di Sondrio, il più ascoltato ispiratore. La sua prosa da gentile si fa aggressiva; malia, direbbe lui stesso, della prossimità al potere. E tanto più a quel potere del denaro dal quale lui ha messo in guardia nel suo capolavoro del 1989 Le seduzioni economiche di Faust.

    Nel 2007 scrive la prefazione al libro di Caprotti Falce e Carrello sui privilegi delle cooperative nella grande distribuzione: ".. questo di Caprotti non è un libro di vile polemica politica, di quelle che ogni sera ci tocca di digerire solo aprendo la Tv... È piuttosto uno splendido trattato di economia, il cui criterio di verità è il bilancio di una vita. Chi lo leggerà, se onesto, se ne sentirà contagiato e infine persuaso". Alla presentazione del libro, Caprotti dà in escandescenze tipiche da imprenditore brianzolo parlando di "negri"; e così tutto rovina.

    E' fra i pochi in Italia, insieme a Marco Vitale, a comprendere origini e portata della crisi finanziaria odierna, indotta da "quella perversione finita male che è la finanza americana". E la spiega ai lettori del Giornale non senza condannare la vacuità della scuola liberista italiana riunita alla Bocconi. E lamentandosi della al solito jettatrice Repubblica scrive:

    "Non meno fuori misura è stato peraltro l’economista Francesco Giavazzi che in Tv, sdegnato, coi capelli elettrici, s’è lamentato: che il governo non stia usando il superbo sapere degli economisti. Come se in questo cupo mestiere fossero da comprendersi solo se stesso e gli amici suoi, per cui il liberismo sarebbe di sinistra. Pure lui sdegnato poi da un’altra tragicomica scoperta: che Tremonti voglia rispettare i conti prestabiliti, non si contraddica, e dissenta da quella perversione finita male che è stato il prevalere della finanza americana. La qual cosa pure lei ci conferma in una certezza: alla vanità ferita di economisti in desiderio di dare consigli, ma mai al di sopra delle parti, come ai titoli tragici, è meglio non badare".

    Le cose cambieranno; e l'Italia supererà infine le scorie dei pensieri totalitari che ne hanno avvelenato la storia per tutto il XX secolo. Allora, presto, l'Italia ritroverà in Geminello Alvi un intellettuale profetico il cui pensiero illuminerà l'azione di molti; soprattutto dei non economisti e dei non letterati.

    Buon tutto, Geminello
    Geminello Alvi (di Mario Pagliaro)
    Ultima modifica di carlomartello; 03-06-11 alle 22:57

  3. #3
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    Predefinito Rif: Geminello Alvi

    Tra il 1916 e il 1933 l'Europa fu scossa da eventi terribili e grandiosi, dalla prima guerra mondiale alla Rivoluzione russa, all'inflazione weimariana. Ma al tempo stesso, dietro le quinte e attraverso il linguaggio cifrato delle Banche Centrali e della Borsa, un altro grande fenomeno stava prendendo vita: il definitivo passaggio di poteri dall'Europa agli Stati Uniti. Fu quello il periodo in cui l'America divenne il centro del mondo. Questo predominio americano è il risultato di una serie di operazioni che di ovvio non avevano nulla e che ci obbligano a entrare nella storia segreta del nostro secolo.


    Adelphi - Il Secolo Americano - Geminello Alvi

    quando gli zii d' America contagiarono l' Europa

    Il Secolo Americano - archiviostorico.info

    AGI China 24 - IL GIOCO DEL SECOLO AMERICANO


    Di globale vedo solo l' impero americano

    Geminello Alvi sulla Globalizzazione

    dal "Corriere della Sera", 16 luglio 2001

    Di globale vedo solo l' impero americano



    L' integrazione si sviluppa ancora una volta sotto l' egemonia delle potenze anglofone, che plasmano gli equilibri del mondo sulla base delle proprie convenienze. Ma i sintomi della decadenza ci sono tutti: dalla cronicità della fretta, al lusso di massa, alle plebi cosmopolite Poi la libera circolazione di capitali tornò conveniente: ed ecco Reagan e Thatcher

    Dal «Navigation Act» del 1651 a oggi: così i governi hanno aiutato i mercanti


    L' economista Geminello Alvi critica l' ottimismo dei numeri e scrive: i nostri anni presentano tutte le caratteristiche di un' epoca di regresso

    Di globale vedo solo l' impero americano

    L' integrazione si sviluppa ancora una volta sotto l' egemo nia delle potenze anglofone, che plasmano gli equilibri del mondo sulla base delle proprie convenienze. Ma i sintomi della decadenza ci sono tutti: dalla cronicità della fretta, al lusso di massa, alle plebi cosmopolite C hi ripensi ai discorsi consu eti sulla globalizzazione di politici ed economisti, ormai di sovente ne ricava, si deve convenirne, un senso di noia reiterata. C' è una sproporzione talmente palese tra quanto di impressionante sta accadendo e i proclami di progresso conditi di quo tidiani numeretti sul Pil e le Borse. Si assume che l' economia comunque spieghi sempre tutto, come neppure Marx avrebbe preteso. Scivoliamo infine tutti in questo fiume asettico di rivoluzioni tecnologiche, Borse, mercati da rendere flessibili. E ne ssuno che mai s' arrischi a ragionare altrimenti, a scombinare questi schemi. Eppure gli anni presenti hanno non pochi dei caratteri di una epoca di tramonto e di regresso, come la descrivono i moralisti classici o storici alla Spengler. Cronicità de lla fretta, nervosismo, lusso di massa, ipnosi delle mode, plebi cosmopolite, dionisismi, etiche solo umanitarie, confusioni erotiche: tutti i sintomi, da sempre, indubbi di una civiltà in regresso, o che perlomeno si disgrega. Come già accadde ai te mpi dell' Impero romano o nelle dinastie dei sultani arabi del nono secolo, e in innumeri altre civiltà, confermerebbe il citato Spengler. Ma ogni giudizio sul presente si è dato, per giudicare se v' è progresso o regresso, una sola regola: quella de lla crescita del Pil o delle Borse. Tutto il resto è considerato non moderna ed esecrabile balordaggine. E però, anche ammettendo che solo l' economia conti, con che fretta ipocrita sono trascorsi i precari miti della globalizzazione. Il Giappone, le tigri asiatiche, l' euro, Internet: tutti miti che sono durati il tempo di una soubrette in tv. Ma prima finti epocali, per poi essere obliati a memoria. Rimossi, come l' unica vera permanenza che riaffiora alla fine da secoli: la supremazia delle é lite anglofone e il loro modo di plasmare ogni volta l' economia internazionale alle proprie convenienze. Il ridursi del mondo a mercato è un processo non lineare; si svolge da secoli; gli anglofoni vi hanno prevalso: ecco i tre fatti sempre elusi, r imossi, dimenticati a memoria, dai discorsi sulla globalizzazione.

    Il dopo Urss

    Eppure essa pare incontenibile proprio all' indomani del 1991, del disgregarsi dell' ultimo concorrente degli americani al dominio mondiale: l' Urss. Conferma che l' espa nsione del liberismo, del prevalere del mercato sulla politica richiede prima il prevalere di una politica. In effetti il liberismo e il suo opposto, il mercantilismo, sono stati nella storia modi ambedue utili all' egemonia economica del più forte. Ad esempio nel 1651, non vi era un altro modo per estendere il commercio inglese e aumentare la flotta che il Navigation Act. Tutto imponeva a Cromwell di favorire i mercanti, gli interessi navali, delle manifatture esportatrici e dei molti che vi di pendevano, e il proseguire delle colonie. E solo appunto perché dal ' 600 al ' 700 la politica mercantilista inglese prevale sulla Olanda e la Francia, la City nell' Ottocento potrà concedersi d' applaudire Adamo Smith. Londra aveva ormai la più gran de flotta di navi mercantili del mondo, i suoi titoli a lungo e a breve termine erano distribuiti nell' Impero. L' avanzo dei noli, delle rendite e degli interessi sommato era due volte e mezzo il disavanzo mercantile e rendeva ovvio il liberismo. Al tri certo erano i conti esteri dell' America di Reagan. Eppure alla sua morte per gli Usa, dopo cinquant' anni, il liberismo era ritornato utile, anzi inevitabile. Dopo le guerre stellari gli Stati Uniti sono come l' Inghilterra dopo la sconfitta di Napoleone. «Giacché la difesa comunque è di molto più importante dell' opulenza, il Navigation Act è forse la più saggia di tutte le regolamentazioni del commercio dell' Inghilterra». Frase di Adam Smith nella «Wealth of Nations», ovvero del liberist a per eccellenza; il quale a riguardo ragiona però come un qualunque mercantilista. A ragione, giacché prima bisogna creare un cadre de l' exchange favorevole, dunque serve di vincere le guerre, e persino servono i pirati. Dopodiché basta che gli alt ri vi si adattino, così da trasformare in rendite finanziarie le piraterie precedenti. Nell' Isola del Tesoro di Stevenson lo zoppo Silver John lo spiegherà alle sue vittime. Fare il pirata gli sarebbe servito per divenire redditiero, come quelli che investivano nella City ottocentesca o l' altro ieri più febbrilmente a Wall Street. Robert L. Stevenson conosceva l' evoluzione inevitabile da gentiluomo di ventura a gentiluomo di natura. Nessun libro di economia ha descritto così bene mercantilism o e liberismo. Prima della Grande Guerra i banchieri della City di Londra erano il fulcro di quella globalizzazione. Controllavano il 60% delle cambiali internazionali e dei titoli a lunga emessi ogni anno. Il continente soccorreva il difetto d' oro inglese e armonizzava il Gold Standard nei momenti di crisi. Londra a sua volta incassava rendite con cui finanziava i suoi disavanzi in conto merci e nuovi investimenti. Cos' erano gli Stati Uniti ai tempi di quella globalizzazione? Una periferia fi nanziaria che doveva procurarsi a Londra prestiti per pagare le cambiali dei suoi raccolti agricoli. Aveva, sì, col protezionismo costruito un potente sistema industriale; però manteneva pessima fama di nazione infantile, vittima di inflazioni e spec ulazioni febbrili. La storia del declino inglese fu lunga e complicata. Ma il suo evolversi fu semplificato dalla guerra. La guerra dilatò di quasi cinque volte l' avanzo mercantile Usa. Per accumulare l' avanzo, e quindi i corrispettivi patrimoni, c onquistati in sette anni i banchieri e il governo americani avrebbero dovuto attendere circa trentatré anni. La guerra regalò a Washington e a Wall Street di possedere nel 1919 un patrimonio netto sulle altre nazioni che avrebbero posseduto altriment i solo nel 1947. Gli Usa divennero la prima nazione creditrice del mondo. E perciò Londra e l' Europa difettarono i capitali con cui armonizzare la globalizzazione degli Anni Venti, che abortì in crisi mondiale. «Sono stato educato come gli altri eng lishmen a rispettare il free trade, non solamente come una dottrina economica; ma anche come parte della legge morale». Eppure: «la protezione degli interessi esteri di un Paese, la conquista di nuovi mercati, il progresso dell' imperialismo economic o sono elementi non eludibili di uno stato di cose... Simpatizzo perciò con quelli che ridurrebbero al minimo, invece che con quanti massimizzerebbero gli intrecci economici tra le nazioni. Le idee, la conoscenza, l' arte, l' ospitalità, i viaggi, qu este sono cose, che dovrebbero per loro natura essere internazionali. Ma lasciamo che le merci siano fatte in casa, nel caso in cui sia ragionevole e convenientemente possibile; e soprattutto rendiamo la finanza un affare primariamente nazionale». Pa role di Keynes nel 1933. Un programma mercantilista. Iri, politiche rooseveltiane, autostrade tedesche, dazi, e guerre, i socialismi reali, riportarono il mondo ai precetti mercantilisti. La depressione mondiale tra le due guerre dipese anche dalla i nadeguatezza americana a svolgere la parte dell' Inghilterra, investendo abbastanza all' estero. Il boom del ' 29 drenò capitali proprio come i debiti di guerra e i mercantilismi di Roosevelt. Del resto anche oggi gli Stati Uniti sono il Paese più ri cco del mondo, ma importano capitali. Globalizzando il mondo gli inglesi erano stati più universali degli americani, in tutti i sensi. Il presidente Roosevelt perseguì una politica mercantilista come la perseguirono Hitler e Mussolini. Ma con più for tuna: accumulò oro da tutto il modo, e con la guerra ridonò il boom all' economia americana. Anche se gli Usa avevano accumulato il 58% delle riserve d' oro del mondo, il reddito americano del 1938 era inferiore a quello del 1929; quello tedesco inve ce superiore. Ma la II guerra mondiale risolse il problema. Donò un altro boom. Il 1964 fu l' anno in cui il governo americano introdusse un insieme di restrizioni sui deflussi di capitali. Terminò allora per gli Usa la possibilità di un liberismo al l' inglese, quello per cui Londra e City potevano reggere un disavanzo in conto merci enorme, avendo accumulato per secoli attività nette sull' estero. Il liberismo degli americani dovrà importare capitali. Il saldo netto accumulato in due guerre mon diali, ai tempi di Kennedy è dissipato. L' americano è consumatore, non un risparmiatore e neppure un redditiero, è invece eccitato dallo speculare, come ben sapevano i banchieri inglesi che biasimavano gli americani. Un tempo andava di moda riferire le disgrazie americana agli anni di Nixon. Oggi i primi anni Settanta, l' ammissione esplicita americana di allora di non poter reggere il ruolo di moneta di riserva, la sua crisi, sono obliati. Eppure gli Usa non erano ancora indebitati e con un de ficit in conto merci così enorme. Ma davvero i meriti di un ex attore, che imitò una ventrale virago inglese, sono stati così grandi. Sì. Thatcher e Reagan agiscono in perfetta coerenza agli intenti secolari anglofoni. Loro e le aristocrazie, anzitut to finanziarie, avvertono che il mercantilismo non serve più. Il confronto col Giappone o con la Germania è perduto in conto merci. Ed ecco che riconviene allora il ritornare alla circolazione dei capitali, libera da vincoli. E c' è un vantaggio in p iù rispetto a prima; nessuno può oggi convertire i dollari in oro. Il dollaro è ormai il prodotto americano più abbondante della Coca Cola. Eppure si rinforza A fine 2000 la posizione debitoria netta sull' estero degli Stati Uniti, ovvero la differen za tra i capitali che devono al mondo e quelli che possiedono, è stimata pari a 1900 miliardi di dollari, pari al 19,2% del loro Pil. Cifra enorme, eppure le attività investite all' estero sono una percentuale non vasta delle attività totali. La ricc hezza totale interna è circa venti volte il debito netto con l' estero. Conferma ulteriore che gli Stati Uniti sono una economia continentale. Gli inglesi, leader del mondo per due secoli e mezzo, fino alla grande guerra, erano una economia più orien tata dai mercati esteri di quella americana. Come la fine degli Anni Novanta anche gli Anni Venti promettevano il lusso di massa: auto, radio, costruzioni, ritmavano allora la congiuntura Appunto la macchina giallo crema foderata all' interno di cuoi o verde, la villa di fiaba e la musica di Gatsby. Aiutato nel suo amore per Daisy da atti azzardati. Come l' America d' allora che per potersi permettere i nuovi consumi durevoli deve indebitarsi e speculare. La Grande Depressione fu un disastro debi torio; malgrado i patrimoni netti che gli Usa possedevano allora sull' estero. Ma nella seconda metà degli anni 90 gli Stati Uniti hanno superato se stessi. Hanno convogliato capitali da tutto il mondo in una bolla speculativa come è stata Internet. Non risparmiano, sono debitori netti del resto del mondo, con un deficit dei conti esteri del 4,4%, eppure seguitano lo stesso a comandare. Ma come sarebbe possibile, se il processo di globalizzazione fosse un processo puramente economico? Huntington è poco letto; Quigley, malgrado Clinton sia stato suo allievo, è uno sconosciuto. Eppure sono i due storici anglofoni di questo secolo più indispensabili per capire la globalizzazione. In «The Clash of Civilization» come nei libri di Quigley, si rag iona per civilizzazioni. L' economia è un arto dello spirito, subordinata alle varie culture. La globalizzazione di fine ' 900, come il Navigation Act di Cromwell, o la City dell' Ottocento, sono modi attraverso cui una civilizzazione, quella anglofo na, rinforza o rinnova il proprio potere sulle altre. Hunting ton riporta le tesi di Quigley, secondo cui le civiltà attraversano setti stadi il cui culmine è l' impero universale. E quindi scrive. «L' Occidente sta sviluppando l' equivalente di un I mpero Universale sotto forma di un complesso sistema di confederazioni, federazioni, regimi e altre istituzioni cooperative». Ecco l' Euro e la Ue, svelati per quello che sono. Inoffensivi, anzi utili modi, per articolare l' Impero Anglofono. Stati f ederati come il Ponto o l' Armenia ai tempi dell' Impero romano. Aggregazioni precarie, gestite da dei lunatici, avanzi degeneri delle élites europee sconfitte. La Nato, non la Ue, unifica in un disegno geopolitico l' Europa, e decide che i serbi son o cattivi, e invece i turchi sempre buoni. L' Impero Universale ormai esiste e parla inglese. Non solo, tutta la storia si sta riconfigurando secondo schemi culturali. I Club anglofoni, e le loro élite, hanno del resto sempre pensato in termini di ci vilizzazioni; mai di statistiche economiche. Tutti i professorini che distillano numeretti, sono plasmati dalla civilizzazione anglofona. Senza diversità Come gli ostaggi dei Paesi vinti ai tempi degli antichi romani sono diventati altro dai loro pad ri. La globalizzazione è una fase del conclusivo consolidarsi di un impero universale anglofono. Persino i canzonettisti che moralizzano dai palchi sono emanati dalla identica cultura. Internet completa un processo d' omologazione anglofona di lingua , cinema, canzoni, moda. L' Impero degli anglofoni è universale, nel senso che annienta ogni diversità, plasma i vari popoli in consumatrice plebe indistinta. Nel gran parlare di Internet s' è dimenticato che il più potente stimolo, dopo le guerre, a lla crescita americana è venuto dagli immigrati. Sono la plebe cosmopolita, che veste in blue jeans come una volta vestivano solo i contadini americani. E come oggi vestono tutti. Ascoltando lo stesso rumore finto musica. Anche perciò la società mult iculturale è un' idiozia. Il collante tra l' immigrato e le nazioni che l' ospitano anche in Europa non è né la cultura dell' immigrato né quella di chi lo ospita: è la sciatta cultura delle plebi americanizzate da abiti, tv, dischi, computer. Scrive va Miller che la vita è ormai un incubo ad aria condizionata; aggiungerei che parla l' inglese.

    Bibliografia

    Geminello Alvi, «Il secolo americano», Adelphi, Milano, 1996

    Samuel P. Hungtington, «Lo scontro delle civilizzazioni e il nuov o ordine mondiale», Garzanti, Milano, 1997

    Carroll Quigley, «Tragedy and Hope», Macmillan, New York, 1966

    Oswald Spengler, «Il Tramonto dell' Occidente», Garzanti Milano, 1981
    Ultima modifica di Hagakure; 03-06-11 alle 22:23

  4. #4
    Bushidō
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  5. #5
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    Predefinito Rif: Geminello Alvi

    Rischi fatali, un libro che rompe gli schemi del finto liberismo

    L'Europa non ha saputo pensare la globalizzazione, meglio la vecchia CEE dell'unione imposta dai dottrinari

    Il Foglio, sabato 5 novembre 2005


    Gli articoli di Pierluigi Battista hanno spesso un effetto così volentieri calmante: poche righe, la fronte ne è invasa, cedono persino le palpebre. Tuttavia a quel sopore, che sarebbe il loro punto di forza, talora s'aggiunge un brio ideologico, prudente, ma di troppo. Come accade sul Corriere della Sera di lunedì. Quando egli scrive per anestetizzare il libro di Tremonti, e fin lì sarebbe andata, e però anche in difesa di un liberismo liberale. Parola contorta, che si complica nelle citazioni, a fiumi, d'esecranti globalizzatori. E dire che gli sarebbe bastato reiterare la parte di chi cerca da sempre la destra e non la trova fino alla noia, e al sonno. Con splendido effetto paradossale. Perché il libro Rischi fatali della Mondadori è l'opposto: un libro permeato dall'intento di svegliare gli animi, destare.

    Circa il rimprovero a Tremonti di scrivere un libro antiliberista pur essendo un ministro liberale: non starei troppo a dire la differenza che v'è tra liberale e liberista. Essendo mite, non vorrei infierire. Ma basti al lettore rammentare che si può essere l'uno anche senza l'altro. Ad esempio Walras, colui che formulò per primo in un sistema d'equazioni le virtù massimizzanti della concorrenza perfetta, non era un liberale anzi propugnava la nazionalizzazione della terra. All'opposto pochi dubbi che Keynes, l'economista del liberale McKenna, fosse tale pure lui. Eppure non era liberista, neanche da giovane, al Tesoro nel 1916. Ci sono insomma esempi tali e cotanti, da ridicolizzare gli zeli liberisti di quanti nell'università insegnano quello che non sanno, o sui giornali confondono le idee agli altri. Ma si replicherà: Tremonti non è né Walras, né Keynes. Certo è un tributarista, che disprezza spesso a ragione gli economisti. Però è anche persona di pratica non angusta dei fatti economici. E nel libro dichiara due tesi di chiarezza assoluta. Dice che ""l'Europa è entrata nella globalizzazione in modo suicida"", e che le sinistre fanno del loro meglio per accelerare questo disastro.

    Si pensi soltanto a cos'era l'Europa quando la sua economia cresceva: un onesto blocco mercantilista che al riparo dei dazi e delle barriere accresceva il proprio benessere. Lasciava agli Stati Uniti di arbitrare il confronto internazionale, e badava ai fatti: si trattasse di auto del Giappone o prodotti agricoli delle Americhe. Oggi cos'è? Una Ue che si vorrebbe arbitro della politica internazionale, ma riesce solo in prodi figure ridicole, tra cui i due referendum già rimossi. E un'economia che si è aperta alla globalizzazione, protetta dalle scemenze sottoscritte a Maastricht. Conclusione: un'economia in cui le tasse sono aumentate più di quanto siano diminuite le spese; e l'euro moneta pessima per la crescita, che ha impoverito il lavoro e arricchito il capitale. E come se già non bastasse dobbiamo pure sorbirci prediche ed elogi di una Costituzione europea splendida pel riciclaggio glorificante di Amato, ma perniciosa per gli uomini liberi. L'Europa ha pensato male, e purtroppo regge ancora peggio, la globalizzazione: ecco le verità che il libro di Tremonti ha il coraggio di dire. E occorreva essere davvero dei professionisti della confusione soporifera per fraintenderle. Ma veniamo alla seconda tesi del libro, dedicata alla sinistra estetizzante, come al solito maestrina in ritardo. Essa in perenne eccesso di zelo non biasima la globalizzazione, economica, solo la vorrebbe amministrata dalla politica. Più sovranazionalità, più Onu e Ue, più finzioni di uguaglianza, per adornare la folle apertura dei mercati con la solita giostra di moralismi fatti pagare agli altri. E dunque organismi internazionali che non si sa se più corrotti o impotenti; pieno di migrazioni in Europa e salari minori; ovviamente più tasse. Del resto costoro s'erano già abituati a venerare gli schemi astratti di Marx; gli è bastato aggiustare la loro attitudine di dottrinari alle nuove fedi della globalizzazione. E anzi per farsi perdonare il passato si sono prima che subito distinti: nell'elogio di Clinton e dell'imbroglio che è stata la net economy, e nel rovinoso negoziato per il Wto tra Europa e Cina.

    E tutto torna: Prodi che conclude la sua presidenza, con due popoli d'Europa in rivolta contro Bruxelles e in ristagno economico. E noi europei, a casa nostra, eruditi ogni giorno dai ragazzini che vagano in manto palestinese e tifosi di sempre più emigrati clandestini. A sopportare che gli islamici giustizino per strada Theo van Gogh, dopo che ai Biagi o ai Fortuyn hanno provveduto altri vigliacchi. O a pagare tasse per le Notti Bianche e far suonare il tamburello agli spostati, perfetto amalgama di plebe multiculturale e di globalizzazione di sinistra. Come Lenin succhiò nelle riviste amatoriali il Taylorismo, ovvero il peggior capitalismo, persino applicandolo all'omologazione delle anime; così i suoi eredi. Tirano fuori il peggio da una Europa avversata fino a qualche anno prima, e dalla globalizzazione. E non mi va bene. Né mi basta di scherzarci con bonomia.

    Occorrono barriere e dazi. Giacché non si capisce perché i nostri operai debbano patire per armonizzare il dispotismo dei comunisti cinesi agli interessi delle multinazionali. E visto che poi sono per l'agricoltura biologica, proprio non voglio aprire i mercati agricoli. Né voglio più immigrati, perché per la loro produttività, e per come insorgono a Parigi ce ne sono già troppi. Perciò non sopporto l'ipocrisia, e ammiro Tremonti quando scrive: ""Basta con le provocazioni di chi in vita sua non ha mai lavorato. Non volete che copino i vostri prodotti?Allora cominciate a inventarne di nuovi"". Perché il solo consiglio delle tante vestali in sproloquio liberista resta questo. Come fosse liberismo quanto fanno gli Stati Uniti e la Cina. I primi pagano da almeno trent'anni quanto non producono con debiti e, per farli acquistare, stampano carta, dollari senza copertura aurea. In tal maniera inflazionano l'economia mondiale con bolle speculative di ogni forma e natura.

    Ma tutti ad applaudire, come se fossero loro la misura de liberismo. Quando non c'entra niente. I liberisti veri di una volta, i Simons a Chicago, i Von Hayek a Vienna, questa offerta di moneta a iosa erano già ai loro tempi tutti per stroncarla. E la seconda sfida quella della Cina? Ma che liberismo è quello con sistema bancario finto, cambio svalutato ad arte, partito comunista che opprime operai e contadini. Però, mentre Stati Uniti e Cina barano, in Europa dovremo seguitare a giocare come niente fosse. Ecco la ricetta di quei dottrinari, che hanno solo cambiato manie: dalle algebre di Sraffa alle sfide liberiste sempre degli altri e mai loro.

    Liberismo e mercantilismo sono solo fasi periodiche, mosse non dal progresso ma dall'interesse del più forte. Con le idee di Smith e Ricardo l'Inghilterra scelse di abbandonare la fase mercantilista perché gli conveniva. Per esempio il liberismo imposto al Portogallo fu scambio ineguale formidabile per assicurarsi i metalli preziosi del Brasile. A Roosevelt invece convenne fare una politica mercantilista. E Keynes dedicò pure un capitolo della sua Teoria Generale a riconoscere le parentele tra le proprie teorie e quelle dei mercantilisti. Ma da tre decenni agli Stati Uniti conviene appunto un'opposta politica, liberista: soltanto lei sana il loro difetto di risparmio cronico. All'Europa essa invece non conveniva, come non sono convenuti gli accordi del Wto. Altro che sofismi soporiferi o sdegni liberisti. Ha le idee confuse chi vuole più crescita in Europa e non vuole diminuire le tasse, chi vuole salari più alti e però pure più immigrati. O chi finge di non vedere quant'è assurdo il paradigma della globalizzazione: ""La Germania, che ha creato quasi 5 milioni di occupati fuori dei suoi confini, ha simmetricamente quasi 5 milioni di disoccupati nei suoi confini"".

    Rischi fatali è un libro che rompe gli schemi. Delimita almeno un confine. E asseconda gli interessi dei lavoratori rispetto alle retoriche più perniciose di questo liberismo finto. All'interno andrebbe completato secondo il principio di sussidiarietà, che ci eviti lo statalismo e diminuisca lo Stato in istruzione e sanità. Ma l'idea di Tremonti funziona. Implica un Europa protetta dalla follia di lasciar fare ai mercati o agli ideologismi terzomondisti. E però al suo interno più aperta ed equa. E' il disegno della vecchia Cee che i dottrinari hanno abbandonato per l'assurdo ch'è la Ue. Ben tornata a questa Europa. E basta con le prassi soporifere, causidiche senza cognizione di casa, fatte di polemiche utili per i rimbalzi da un giornale all'altro. Io amo l'Italia, e parlo il tedesco più volentieri dell'italiano. Ma questa non è la mia Europa. Ho figliolanze e le vorrei far crescere libere in un'economia europea civile e fraterna. Di lasciarle in un'Europa disgregata dagli interessi dei ricchi coi capelli gonfi, o dal caos incolto degli snob, non se ne parla.

    Geminello Alvi
    Il Covile N° 291 (11.11.2005) Geminello Alvi sul finto liberismo

  6. #6
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  7. #7
    Bushidō
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    Economia sociale di mercato

    Il liberismo? È più «sociale» dello statalismo


    di Geminello Alvi


    In queste ancora calme settimane di fine estate s’è avviato sui giornali un utile dibattito sulla economia sociale di mercato. E già l’aggiunta della parola sociale fa intendere al nostro lettore come si sia mitigata quella mitizzazione del mercato astratto che ci tormenta da anni. Il ministro Tremonti intende farne uno dei temi d’azione di cui si discuterà a settembre. La qual cosa un po’ turba Mario Monti, il quale però, con ogni suo prudente garbo, paventa il discredito del liberismo. Teme che dietro la critica alle follie globalizzanti si celi un ritorno al mercantilismo. Ovvero a più dazi, arbitri del potere statale. Michele Salvati a sua volta da una parte approva il timore di Monti, dall’altra rimprovera Tremonti di poca socialità. Di non aver ridotto abbastanza le tasse ai redditi meno elevati. Insomma Monti o Salvati l’esito è uguale: per fare più sociale l’economia di mercato si dovrebbero dosare redistribuzione statale e controlli: si dovrebbe usare lo Stato per lenire i guai del mercato globale, ma non troppo. Ecco la conclusione che si ricava a leggerli, e che con franchezza, mi pare un po’ troppo poco.
    Se ne ha l’impressione di rimasticaticcio, di giri di parole per parare il colpo, ricondurre il tema ai soliti liberismi di sinistra. Negli anni ’70, l’economia era ridotta dalle sinistre a lotta per ridistribuire il reddito, e più Stato. Queste aberrazioni si sono negli anni corrette, ma a dosi di conformismo liberal. L’idea di socialità in economia è restata infatti la stessa: qualcosa che lo Stato deve imporre, e tutela. Idea, direi, del tutto sbagliata. E però è la sola possibile per una cultura di sinistra stanca, e che non ha mai voluto rinnovarsi. Sarebbe solo bastato in effetti già leggersi Omero, per capire che la parola «oikonomia» significa redistribuzione ospitale. Dunque è inerente, originaria all’atto economico una solidarietà, che non implica lo Stato. Perciò Olivetti nei suoi esperimenti a Ivrea parlava della sua fabbrica come di una comunità: influenzato da Rudolf Steiner, voleva tenerne ben fuori lo Stato politico. Ma non gli si badò, tutti presi da Marx o Sraffa. E trascurando per esempio pure von Hayek, liberista estremo, ma che vedeva nello scambio una catallassi, un’ammissione nella comunità.
    Insomma la mia tesi è che un’economia sociale può compiersi meglio per via comunitaria e libertaria, limitando le tasse, e ogni intrusione statale. Nel migliore dei casi con la cultura e la sanità finanziate da fondazioni. La socialità in economia richiederebbe del resto il meno possibile di far intervenire Stati o super Stati. Ma è quanto meno aggrada alle sinistre. Le quali, screditatisi tutti i loro statalismi, si sono messe a difendere i super Stati: la Ue o il Wto. Obliando le comunità concrete tormentate da tasse, immigrati, globalizzazioni, e alle quali gioverebbero perciò un po’ meno Stati e super Stati. E servirebbe invece un’impresa in armonia alla comunità, che mantenga il vincolo di sani bilanci; ma riunisca consumatori e lavoratori, in disegni di sussidiarietà. Calate così le tasse lo Stato potrebbe ridursi a poche funzioni; in confederazioni di comunità libere, anche di sottrarsi alle follie globalizzanti. Giacché non deve obliarsi: persino per il liberista estremo von Hayek lo scambio era una libera ammissione nella comunità. In altri termini il dibattito sull’economia sociale non richiede le solite chiacchiere stanche sull’equilibrio tra Stato e mercato. Non può svolgersi all’altezza dei tempi senza riferimenti alla cultura comunitaria e libertaria. Essa è varia e vasta, pure se ignorata in una cultura italiana, così impoverita dalle sinistre.
    ComeDonChisciotte Forums-viewtopic-Il liberismo? È più «sociale» dello statalismo
    Ultima modifica di Hagakure; 09-06-11 alle 20:29

  8. #8
    Bushidō
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    Hu Jintao va da Bush, ma si comporta come un mercantilista del ’600


    Interessante punto di vista di Geminello Alvi sul commercio e le politiche energetiche cinesi.


    Durante questa sua visita negli Stati Uniti, il presidente Hu Jintao s’è ritrovato ancora più intento del solito a dispensare i suoi orientali e finti sorrisi. Un rituale il suo dovuto non solo alle urla di sdegno che una buddista gli ha dedicato.

    Accanto a Bush già era nel dovere di imporsi di trascurare a memoria anzitutto la impennata del prezzo del petrolio. Come se nessuno si fosse accorto della strategia cinese di accaparrarsi le fonti energetiche in ogni dove e senza troppe remore. Quando invece di questa caccia al petrolio e al gas sono ampliamente consapevoli soprattutto gli americani. E anzi proprio loro in uno studio del National Security Council, apparso il mese scorso, la hanno chiamata col suo vero nome: mercantilismo.

    In questo studio, approvato tra l’altro da Bush, si legge infatti che i dirigenti cinesi “stanno espandendo il commercio cinese, ma agiscono come se potessero comunque ipotecare le forniture di energia del mondo o condizionare i mercati invece di aprirli. Come si potesse ancora obbedire a un mercantilismo preso a prestito da un’epoca superata”. Per la verità il termine che rimanda alle economie del Seicento, alla rarità dei metalli e a mercati da proteggere il più possibile, era già stato usato dagli americani negli anni Ottanta. Allora, per biasimare il Giappone. Ben misera, a ripensarci, rispetto alla politica di caccia all’energia dei cinesi, completata da un partito dei comunisti non meno assolutista del Re Sole, e da una politica del tasso di cambio non liberista.

    La Cina sfrutta insomma i benefici del libero commercio, ma insistendo in un potere dispotico all’interno il cui esito logico è una politica mercantilista all’estero. Dove per mercantilismo si intende una politica che manipola il quadro degli scambi. Volta quindi non a terminare i commerci, ma a collocarli in una geopolitica più favorevole ai propri interessi di potenza. Già gli inglesi del Seicento, perfetti mercantilisti facevano le guerre navali, non per limitare i commerci ma per imporli agli olandesi nel modo più vantaggioso per la loro potenza. E il ritorno a politiche mercantiliste negli anni Trenta del secolo trascorso, e alla guerra corrispose peraltro anch’esso agli stessi intenti: caccia all’oro, spartizione dei mercati e delle fonti di energia. Cacce che non sedussero tra l’altro solo Hitler, e di cui si era iniziato a parlare bene prima.
    La mania degli economisti all’apice del liberismo prima della Grande guerra, infatti, era proprio quella di preoccuparsi di ottenere mercati energetici e dunque colonie.

    E del resto il mercantilismo e il liberismo sono sistemi ricorrenti, fasi del pendolo della economia mondiale. Solo degli economisti che non sanno la storia, come la più parte oggi, possono credere che il liberismo non abbia altro esito che se stesso. Finora, da che esiste il capitalismo moderno, esso è stato invece ritmato piuttosto da mercantilismi, guerre o almeno da politiche per mutare il quadro dello scambio, come è quella cinese. La Cina peraltro importa solo il 12 per cento dell’energia che consuma. Nel 2004 però ha usato 6,5 milioni di barili di petrolio al giorno e superato il Giappone come secondo più grande consumatore mondiale.

    E siccome la domanda dei cinesi arriverà a 14 milioni di barili nel 2025, con metodicità il suo partito comunista provvede.
    Non usando in modo più efficiente l’energia, come auspica The Rivers Runs Black, studio sull’impatto ambientale del boom cinese. Ma col più mercantilista degli intenti: la caccia all’energia in Africa, America latina o medio oriente. Dunque soprattutto in quei luoghi dove l’occidente si ritira.
    Per debolezza geopolitica come avviene all’Europa, o per scelta avversa ai regimi autoritari o non omogenei, come avviene agli Stati Uniti.

    Ed è questo l’altro punto dolente: la politica cinese confligge con la globalizzazione americana, ch’è imposizione di modelli politici e non solo liberismo. Infatti la Cina innervosisce gli Stati Uniti non solo in Iran, ma in ogni dove, assecondando in cambio di petrolio i despoti di Sudan, Birmania, e i populismi dell’America latina. E perciò il vicesegretario di stato americano ha invitato già in settembre la Cina “a divenire un responsabile stakeholder” della scena mondiale”.
    Ma il partito comunista cinese già nel novembre 2004, per tutta risposta, ha firmato con gli iraniani contratti da 70 miliardi di dollari per lo sfruttamento dei campi petroliferi di Yadavaran.
    Per certo la visita di Hu Jintao si chiuderà col contentino, già annunciato e incassato, di uno studio comune sulle necessità di energia delle due nazioni. Ma c’è da dubitare che basterà a scansare i conflitti del mercantilismo nei prossimi decenni. E per l’intanto può solo dirsi che la dirigenza comunista cinese ha eluso il test strategico, ovvero il gesto che Bush e gli Stati Uniti si attendevano almeno sulla questione iraniana. Tutta la struttura di conquista geopolitica dell’energia cinese resta in piedi. Anzi la Cina vi insiste, con una finzione rischiosa: quella di un agire preteso alla pari e inoltre concorrente agli Usa, per ottenere mercati esclusivi. E del resto che cos’è il comunismo se non una forma ancora più estrema di mercantilismo? Come sorprendersi dunque se alla dirigenza cinese vengono ovvi il dispotismo verso i propri operai, un cambio addomesticato e la caccia all’energia.
    Mercantilismo e liberismo riprendono a rincorrersi come sempre è stato, pure grazie ai comunisti cinesi.

    Geminello Alvi
    Hu Jintao va da Bush, ma si comporta come un mercantilista del ’600
    Ultima modifica di Hagakure; 09-06-11 alle 20:34

  9. #9
    Bushidō
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    Predefinito Rif: Geminello Alvi

    Ora la Cina fa paura


    di Geminello Alvi


    E imperturbabile la Cina continua. Mentre l’Occidente si turbava per il clima e l'Italia dubitava dei talenti calcistici della Melandri, quell'impero ha inviato un sofisticato satellite nello spazio. E diversamente dall’11 gennaio, quando ha abbattuto un satellite meteorologico, stavolta lo ha confermato subito, umiliando tutto il Giappone. Il maggior satellite giapponese ha infatti patito gravi guai tecnici il giorno prima del successo cinese. Eppure noi si era in altro distratti. Così da non volere vedere che quella tal burocrazia comunista, ch'è ormai una dinastia, non solo governa il popolo più numeroso della terra. Ma possiede pure una tecnica spaziale, dunque militare, che non ha rivali in Asia. La qualcosa scombina le versioni più idilliche della crescita cinese. Infatti la Cina è ormai dotata di un sistema satellitare alternativo al GPS degli americani e al progetto europeo Galileo, al quale pure collabora. Punta su un sistema alternativo, e del tutto sotto il suo controllo, col quale difendersi, e però anche offendere, dallo spazio.
    Altra conferma che la Cina sta usando il libero scambio e i maggiori scambi finanziari di tecnologie e di merci, anzitutto per una propria politica di costruzione imperiale. Quella cinese è economia inflazionata da un sistema bancario che finanzia un eccesso d'investimenti. Col duplice effetto di deflazionare salari e prezzi delle merci, e inflazionare quelli delle materie prime, che i funzionari della dinastia di Mao si accaparrano ovunque. Profittando in America latina delle pazzie di Chavez, e senza il vincolo di dover badare al rispetto dei diritti umani in Africa. I successori di Mao e Deng perseguono insomma politiche mercantiliste da manuale. Il mercantilismo implica che lo Stato accumuli il più possibile riserve con un avanzo dei propri conti esteri. E consiglia una modifica dei quadri dello scambio internazionale attraverso la conquista delle materie prime e ogni altro espediente. Non sarebbe infatti il liberismo a prescrivere un cambio svalutato e a far sovradimensionare la capacità produttiva con un boom innaturale. Il dispotismo cinese invece ci si applica, e si dota di armi sempre migliori.
    Finora l'economia di Hitler o quella di Colbert erano i migliori esempi che si potessero citare per spiegare il mercantilismo, il quale non abbisogna di democrazie. Ma di sistemi dispotici, e della determinazione a usarli fino a quell'estrema politica che è guerra. Come ha dimostrato ampiamente la Cina, e non solo in politica economica. Mi permetterei infatti di ricordare al lettore che la dinastia di Mao col comunismo ha certo rinnovato il dispotismo orientale. E però ha dimostrato dai suoi primi inizi pure una certa inclinazione a risolvere le crisi con la forza. Nel 1950 fu imposta al Dalai Lama la sovranità dei cinesi che ripopolano da allora il Tibet. Nel 1962 l'armata rossa traversò i freddi confini dell'India, tradendo Nehru, ottenendone migliaia di chilometri quadri di territorio. Nel ’69 fu poi per sempre chiaro che cosa la Cina pensava delle quattromila miglia di confine con l'Urss: dipendevano dalla forza della Russia, non dalla solidarietà socialista. E Deng non fece solo la sua parte a Piazza Tienanmen: 330mila soldati cinesi oltrepassarono nel 1979 il confine col Vietnam. Guerre tutte recenti e poco riferibili alla guerra fredda o alla solidarietà tra i popoli. E ne abbiamo trascurate alcune, ma bastano gia loro per dedurne fin dove la dinastia di Mao può arrivare per Taiwan, e perché i suoi successi spaziali devono inquietarci.
    Ora la Cina fa paura - Interni - ilGiornale.it del 07-02-2007

  10. #10
    Bushidō
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    Predefinito Rif: Geminello Alvi

    Politica estera, l’Italia torna in gioco


    di Geminello Alvi


    È pur vero da anni che sull’aereo che lo porta all’estero ogni governante italiano si sente riconfortato. Giacché governare gli italiani, quando non è impossibile, si rivela alla fine troppe volte inutile; e i casi della politica estera sono sovente meno mutevoli e meschini di quella interna. Eppure, in pochi mesi, Berlusconi ha portato alla politica estera non solo il suo entusiasmo, ma notevoli successi. Nella crisi georgiana l’Italia è riuscita a rallentare gli eventi, garantire Putin, raffreddare la tensione. E ciò, per ammissione delle parti, e con la più seria svolta nella nostra politica estera con Nato e americani, da sei decenni. Non poco. Come non è stata da meno la maniera in cui l’Italia s’è adeguata al recente quadro europeo. Nella trattativa sull’ambiente è importante il successo per noi di un buon accordo, ma anche l’aver capito che il gioco è tutto tornato tra poche capitali. La Commissione è ormai regredita a mero segretariato tecnico, e Berlusconi ha inserito l’Italia nel gioco con Francia e Germania, e così ha vinto.
    Questi i fatti. Ed essi possono giudicarsi certo anche un esito di quella certa brianzola, pratica bonomia che tanto disturba lo snobismo delle sinistre. Palesemente il nostro non è afflitto da quei sentimenti di inferiorità, i cui pessimi esiti sono state le bombe su Belgrado o una UE ridotta alla Regione Emilia. Ma è non meno importate capire che la nostra politica estera ha reagito a un quadro geopolitico mutato dalla crisi degli Stati Uniti. Condoleezza Rice si congeda con una intervista al Wall Street Journal deprimente: moralizza e non ammette che in Georgia gli Stati Uniti ci abbiano rimesso ben più della Russia. Si pensi solo all’Iran, al Medio Oriente, agli altri scenari sui quali i russi giocheranno ora da soli, dopo lo sgarbo tentato al loro gas. E forse il giudizio circa la crisi economica può essere migliore? Non direi. La spregiudicatezza di Washington ormai è scoperta: liberismo prima o keynesismo adesso, tutto pare vada bene, pur di assecondare i banchieri, e non rieducare gli Stati Uniti al risparmio. Obama sta per ora solo dimostrando che Washington non ha un disegno persuasivo di lungo periodo. Ovvio quindi che la Germania si preoccupi che da oltre l’oceano non si riprendano ad esportare debiti, e guai, come nulla fosse successo. Considerato pure che le nostre borse in Europa, per i loro rientri, crollano più di Wall Street, e malgrado da qui si siano esportate merci e non carta.
    Insomma salvarsi la faccia con la novità Obama, può andar bene a taluni. Non è invece negli interessi di lungo periodo né della Germania, nemmeno della Francia, tanto meno dei russi. Il gioco ritorna perciò alle potenze europee, mentre il disegno piramidale dell’Unione Europea sbiadisce, con un Barroso riconfermato solo perché indebolito. Ecco il nuovo quadro nel quale l’Italia negli ultimi mesi s’è mossa senza mai sbagliare. E per paradosso persino quel disegno di una politica economica avara, che all’interno non giova a Berlusconi, coi tedeschi in politica estera potrebbe invece giovargli. In breve la sinistra si mostra ancora una volta distratta. Non vede, si strugge per un Kennedy-Obama che non esiste e che se davvero funzionasse, rischia poi di contraddire gli interessi dell’Europa. Del resto la geopolitica dà all’Italia una sua parte da giocare, proprio nella parte di mondo a sud della Germania, e a occidente della Russia. Si torna all’asse inevitabile della nostra politica estera.
    Politica estera, l’Italia torna in gioco - Interni - ilGiornale.it del 14-12-2008

 

 
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