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Discussione: Geminello Alvi

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    Predefinito Geminello Alvi

    MoscaNoi europei arriviamo ogni volta qui compiaciuti di essere tali, e in questo stato di privilegio volentieri poi ci appassioniamo a ricercare quale sia davvero la diversità russa. Ovvero a cercare di capire che cosa mai, buono o cattivo non importa, farebbe questo immenso Paese diverso dai nostri. E però, si sia nordici o mediterranei, comunque alla fine ci ritroviamo qualcosa di nostro, e ci confondiamo. Gli svedesi così riconosceranno gli stoicismi delle saune, i loro silenzi, la crudezza dei sentimenti; e noi latini ci compiaceremo magari invece della teatralità, dei giochi di parole, del facile commuoversi dei russi. Ma alla fine, si dovrà essere onesti, e dire che la vera natura dei russi resta un enigma. Anche perché, se poi in questo mosaico esaustivo di pezzi d'Europa che sono i russi si cerca un qualche ordine, o una prevedibilità, alla fine non la si trova.
    E neppure poi serve a molto la storia. Perché per quanto siano state diverse le cause, e di molti dei difetti presenti si possa incolpare certo il dispotismo comunista, tuttavia anche col capitalismo gli esiti alla fine non possono dirsi del tutto migliori. E infatti quando a tavola parlo col responsabile di una multinazionale, il quale recluta anche giovani russi per i suoi corsi di formazione, me lo conferma. Come da noi in Europa, pure qui le università non sono più quelle di una volta. Ai tempi dei comunisti gli studi erano più seri, i talenti migliori, per quanto immeschiniti dagli inconcludenti, però favoriti dalle parentele nel partito. Ma nell'insieme, proprio come da noi in Italia, può ora dirsi che prima l'università era più seria. E certo ogni nazione ha il suo di passato. Ma resta il fatto che uno studente degli Anni Sessanta, in Russia o in Italia, studiava meglio, si concentrava e alla laurea sapeva più di un giovane di oggi. E il reclutatore mi parla appunto di giovani russi vestiti alla moda, figli di ricchi ma senza talento, il cui fine principale è adeguarsi alle maniere e ai vestiti delle pagine delle pubblicità di scarpe sui giornali. Insomma l'indebolirsi della capacità di concentrazione e dei talenti dei giovani pure qui risulta palese.
    Eppure non ci sono stati gli inetti di sinistra a occupare l'istruzione. Ci ha pensato il denaro maldistribuito a fare il disastro. E neppure la situazione risulta gran che diversa, se si guarda all'economia. È di questi giorni su Itogi un'intervista di tale Surkov, personalità mi dicono di una certa quale influenza, il quale ha ben chiara la gravità della situazione economica. Con buon senso spiega che alla economia della Russia alla lunga il gas non può bastare, e che occorre mutare la struttura produttiva. È poi quello che il presidente Medvedev ripete ogni giorno in tv. Tuttavia infine ben poco si fa. Come del resto in Italia, ormai da due settenni, si dice che occorre cambiare, elevare produttività e riformare lo Stato. Ma alla fine il nostro Pil oggi resta circa quello di dieci anni fa, per non dire dei dati pro capite. Ma qualche diversità, viene da dire, esisterà almeno nella politica estera. Certo che sì, e dalle vicende in Georgia si può dedurre che i russi abbiano tratto un qualche motivo di quiete e di orgoglio. E tuttavia vari analisti hanno visto non poche pecche dell'esercito russo in quella guerra. Inoltre non è più chiaro di chi sia il Caucaso russo. In Inguscezia chiunque comandi è a rischio attentato e in Cecenia la situazione si è normalizzata, ma cedendo di fatto il potere al non rassicurante Kadyrov. Insomma la situazione di questi confini non è risolta.
    Né aiuta la demografia. A Mosca la massa dei ciorni, come qui chiamano gli asiatici o i caucasici, è impressionante. Non può proprio dirsi insomma che in Russia cogli immigrati siano messi meglio che in Francia coi musulmani, in Germania coi turchi, anzi. Ed ecco perché mi trovo, come dicevo all'inizio, a non vedere poi la differenza; benché europeo che pure sente il fascino della diversità della Russia. Perché appunto la conclusione a cui infine si arriva è enigmatica: per quanto alla fine qui si ricerchi un male o un bene caratteristici dei russi, infine ci si ritrova come davanti a uno specchio. E però adesso, proprio mentre lo sto scrivendo, mi viene in mente che Berdjaev diceva proprio questo. Il gran filosofo russo, che consiglierei al lettore di rileggersi, spiegava la Russia così: come specchio dell'Europa, e dell'Occidente. E in effetti l'enigma dell'anima russa è forse tutto qui: essa ripete, cova, e deforma, quanto non può dirsi infine davvero suo, ma nostro. Ci rispecchia.
    Ma allora la potenza degli eventi, la teatralità degli estremi, persino il talento nella menzogna, qui dipendono forse da questo vestirsi di quanto non è loro. Forse di russo c'è solo questa nudità, passiva, che tanto irritava del resto i peggiori europei come Hitler. Essa prevale ogni volta, aiutata dalle durezza e dagli spazi della natura sempre estremi. E forse la Russia è raccolta tutta in questa passività; che però talora all'improvviso si inquieta, come eccitata o incupita dal voler esser qualcosa di diverso dalla trasparenza. Come è del resto qui pure il cielo, ch'è d'una potenza che in Europa non si immagina: sempre grigio in spazi immensi così da ingombrare tutto. Nei libri di Eliade, studioso di genio delle religioni, in effetti si spiegava che la religione dei russi antichi, prima di divenire cristiani, era una religione del cielo. E che in essa dovesse esservi pure un che di estremo, anzi manicheo, viene confermato dal fatto che Bog, il nome di Dio in russo, è se ben ricordo lo stesso degli iranici. Gli spazi interminabili della Russia che riflettono tutto, questi cieli vuoti ma incombenti, patirebbero dunque gli stessi estremi delle culture iraniche. In effetti qui il male e il bene si sentono di più, e peggio ancora si soffre del vuoto. Perché è questa l'altra cosa di cui poi ci si accorge: il deserto delle menti e dei cuori c'è anche qui, e anzi direi più terribile che da noi, perché privo nella più parte dei casi dei nostri lussi e svaghi. E anzi addirittura si può arrivare a dire che il deserto dello Spirito è qui peggiore.
    Eppure, non saprei come dirlo, ma c'è un’immoralità che almeno si sa tale. Qui incombe come una sciagura l'assenza di grandi esempi e di spiriti sommi. Cosa che in Italia o in Europa non è neppure immaginabile. Comunque sia, colmare il vuoto e l'indolenza che ne deriva, bugiarda eppure idealista, ha pensato in qualche maniera in questi anni Putin. Anima, quanto mai enigmatica, la quale però ha agito appoggiandosi con intelligenza alla sola forza che dopo il disastro dell'Urss ancora reggeva: quella degli apparati militari e di sicurezza. Olga Cristasnovshkaia ha in questi anni spiegato nei suoi bei libri di sociologia che il ruolo nel potere delle élite militari e della sicurezza supera ormai di molto persino quello dei tempi sovietici. Dopo il disastro dei giovani comunisti ai quali Gorbaciov si era incautamente rivolto, solo capaci di arricchirsi, quale altra alternativa c'era del resto per la Russia? E se la Russia è poi davvero questo spazio che tutto riflette, e così tanto persino da annullare il tempo, cosa altro si poteva fare? Amministrando questo loro spazio pigro e patologico, perché appunto in esso si perde ogni percezione consueta del tempo, la Russia zarista ha vinto Napoleone, e quella comunista Hitler. E quei venti o trenta anni per i quali ancora dureranno i vantaggi dell'export di gas pure essi evolveranno dunque a spazio di un'attesa.

    Insomma starei dicendo che qui i calcoli pratici degli americani servono a poco, e che un qualche dispotismo è inevitabile in Russia. In un certo senso dovremmo anzi penso compiacercene, perché almeno così il mistero lievita verso un esito futuro enigmatico e diverso. Giudicherei ributtante il divenire americani di tutti i russi. Sarebbe uno specchiarsi deformato e insano, com'è già in certi casi per alcuni, non per tutti, dei nuovi ricchi. E del resto se si auspica poi qualcosa di diverso, qui come altrove, si dovrebbe chiederlo non alla economia ma alla cultura. Ma essa come da noi pure qui si è persa. E tuttavia le librerie di Mosca sono in ogni ora del giorno piene, e questo alfabeto cirillico ha una sua potenza di grafica, che lascia senza fiato. Eppure pure lui è soltanto metamorfosi di qualcos'altro: di Bisanzio. Nei mille specchi della Russia si è impresso pure l'Impero romano d'oriente. E quanto di terribile vi è stato nel potere politico in Russia è dipeso pure da questa Roma greca putrefatta. Il perverso codificarsi del potere, la contaminazione del male che ne è derivata sono, direi, in fondo l'esito di un potere astratto e cattivo come era quello di Costantinopoli.
    E come allora si può reclamare dai russi una maniera d'essere più diretta, all'inglese, se ogni ingenuità non sorvegliata, ha avuto per loro e per secoli come esito ogni tortura, e Siberia, e rovina dei propri cari? Mosca è ricolma in questi giorni dei cartelloni del film «Zar», un colossal dedicato a Ivan il terribile. Io invece la sera rivedo beato un film del 1979, gioiello del cinema russo. Si titola «Ocenni Marafon», Maratona d'autunno. Storia grottesca, ma recitata splendidamente di un molto mite professore che soccombe all'amante, alla moglie e al vicino di casa. Ridotto, per non scontentare nessuno, a mentire a tutti. Alla fine pure lui è solo specchio che soffre la menzogna, ma la asseconda. Riecco, in un film splendido, lo stesso enigma.


    Enigma Russia, specchio di noi europei - Esteri - ilGiornale.it del 03-11-2009
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  2. #2
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    Predefinito Rif: Geminello Alvi

    MoscaSul primo canale della tv che qui è il più composto e serioso, Berlusconi pare uno di casa. Sarà perché il loro Putin, ch'è per solito molto trattenuto, sorride ora contento di un’amicizia tra i due, che si vede, non v'è dubbio, è sincera. E quindi ogni tanto si lascia andare a compiaciuti sorrisi che sono dei respiri finalmente senza bisogno di etichetta. Dicano i maligni, o gli esperti di venalità che sono poi spesso gli stessi, quello che vogliono per spiegare il perché e percome di Berlusconi in Russia. Da postitaliano in esilio per stanchezza, io mi sento ormai solo un ingenuo telespettatore postsovietico, e questo Berlusconi in visita mi calma. Del resto perciò piace anche ai russi. Alla mano, senza le presunzioni e le maniere ostentate dei tanti occidentali, soprattutto non è da primo ministro qui a sindacare. Non è poco, per un popolo ch'è stato sempre ogni volta alla fine invaso dalle buone intenzioni europee, e quindi da Napoleone, da Marx e infine da Hitler. Anzi dovendo dire di questo Berlusconi in Russia, direi che la sua bonomia e l'amicizia che ne deriva, qui fanno piacere. Anche al vecchietto che mi ferma per la strada, e non richiesto, in un eccesso di zelo, mentre io nel gran freddo mi compro una merenda, approva. E loda pure Celentano e Toto Cutugno. Per poi mettersi a parlare del Papa, e come niente fosse dello scisma ortodosso che per loro non è tale.
    Meglio comunque non esagerare. E moderare gli effetti teatrali dei locali. I confini consueti nei discorsi o con la gente qui sono più difficili. Cerco infatti di comprarmi un ago e del filo, in un precario negozio per strada di una vecchietta, e me ne deriva infatti un altro discorso infinito sul perché non ho a casa nessuno che me lo attacchi. Si arriva così a parlare di cose quasi intime, delicate, perché il modo di fare dei più qui è senza mezze misure, tra due estremi: ritroso, anzi direi persino ostile, oppure infantile alla buona. Come di un’altra Italia, che era quella più povera del dopoguerra, dove gli uomini volentieri si riconoscevano in Aldo Fabrizi e le donne non tentavano le cure dimagranti. E volentieri si sfiorivano per i figli in paciose Ave Ninchi. Fisiognomiche impossibili ora in questa Italia incattivita che non mi piace, e che qui invece per una strana nostalgia ritrovo, malgrado la diversa lingua. Forse l'essere alla buona degli italiani migliori è quanto più in effetti li avvicina in totale sentimento ai russi. Del resto, come loro, noi patiamo quasi sempre delle tempeste di sentimenti, che mal dominiamo. E però qui la vicinanza forse deve fermarsi. Il perché è ovvio, quando appena ritorno a casa accendo la tv. Capito su Nasci Kanal che è in canale di film sovietici, direi del tutto fuori mercato persino qui. C'è una scena grigia e fatta di una sola inquadratura che dura al di là di ogni possibile sopportazione e condanna a un'ansia nordica, a una tristezza fredda totale. Anzi quasi direi che i più contemplativi dei film di Bergmann sarebbero al confronto dei film d'azione.
    Ed è questo il punto in effetti da non trascurare mai: i russi sono nordici. E per quanto teatrali o emozionabili, hanno una qualcosa di più fondo nell'anima, come una pulsione all'abisso. Noi siamo più nervosi, come fatti d'aria, mutevoli. Qui invece ogni cosa pare avere come questo cielo grigio una gravità maggiore: tutto è più pesante e perciò via via si esagera, e diviene grottesco. Mentre da noi si parte ogni volta, senza però mai davvero crederci sul serio. Ma cambio canale e ritorno al primo, dove c'è un programma che si chiama «Pust Gavariat», un programma tv di disgrazie, dei casi seri o disperati. C'è una bella vecchina, che potrebbe essere la madre di chiunque, ma che protesta perché il figlio la fa vivere in quattro metri quadrati. Ne seguono invettive da una parte dei commentatori presenti. E il figlio, un omone, allora quasi si sente male, piangerebbe, ma la moglie lo sostiene e materna gli tiene un braccio. L'effetto comico è poi accresciuto dal vociare della sorella che protesta urlante e dall'intervento di un deputato, che come ogni politico non si capisce cosa dice.
    E però dopo questa scena come metterla con i russi che avevo ridotto poco fa a puri nordici? Una scena del genere potrebbe a ben vedere dirsi più napoletana di una commedia di De Filippo. Ma pure questo fatto si potrebbe un po' aggiustare. Basti pensare ad alcuni romanzi di Hamsun, per esempio a Fame. Anche gli scandinavi quando erano davvero poveri con quel freddo si ritrovavano in stati estremi. Sì e tuttavia non ne derivavano estremi così grotteschi come quelli russi. Insomma solo Gogol è russo. E qui tragedia e commedia variano qui una nell'altra, per qualche misterioso atavismo. Ancora ricambio canale tv. In questa mia affrettata ricerca di cosa sia questa immensa nazione e di cosa a essa ora ci avvicini il televisore serve. Come serve quest’altra nuova serie titolata «Admiral». Un telefilm che inizia con una scena da corazzata Potëmkin al contrario, vista cioè dalla parte degli ufficiali di Marina, e del comandante della nave. Il quale ordina sì ai suoi di arrendersi ai bolscevichi. Ma al bruto comunista non dà la sua spada, invece la butta in mare. La parte degli eroi e dei più belli non tocca insomma più neppure nei film della tv ai bolscevichi; che anzi appaiono ormai ai più per quello che erano: una plebe impazzita, quindi di tutto capace. Strana giravolta di quello che Marx chiamava il movimento reale delle cose, e che in Russia gira appunto ora all'incontrario. Molto più che in Italia, dove dei comici solo venali e che non fanno ridere, recitano la parte dei bolscevichi che non sono e che non sanno.
    Ma allora meglio i russi: quei pensionati dell'Armata rossa che sfilano, in protesta con la bandiera di Lenin, ancora in un'altra scena che sta adesso nel telegiornale. Insomma per chiuderla, e non farla troppo lunga costringendo il lettore a una antologia di tutta la tv locale, salterei alcuni pezzi del mio ragionamento. E direi intanto che una differenza vera tra noi e loro, è che i russi sono un popolo massa, in questo molti simili ai tedeschi, facili quindi a essere trascinati, alle ossessioni. Insomma a obbedire fatalmente a quei doveri della Storia, che mai invece un italiano per istinto sentirà più di tanto. Neppure Mussolini ha potuto tanto, per poche persone e pochi anni forse solo Garibaldi e Mazzini ci sono riusciti. Ed è evidente che non è proprio il mestiere di Berlusconi quello di convincerci a cambiare. Noi italiani insomma siamo più individualisti, e inoltre incapaci del tutto di arrivare a capire a che punto di sopportazione nella sua storia è potuto arrivare questo popolo. Ecco, a separarci è questa loro capacità di pazienza, che però nel popolo russo non si apparenta alla vecchia. È piuttosto come lo stato di un bambino che si distrae, e anzi si compiace delle sue pigrizie e si lascia portare. E in effetti, seppure confusionari noi siamo meno pigri e in certe cose più pratici. E però ambedue siamo popoli in eccessi burocratici.
    Del resto in quale altro posto del mondo si sente che gli altri sono così ben disposti a lasciarci impigrire. Stamane visita all'istituto di ricerche energetiche del professore che sa tutto della guerra in Georgia. Scorrono fiumi di caffè e biscotti e chiacchiere con giovani ricercatori dai visi più vari, che potrebbero essere giapponesi o svedesi, e invece sono russi e molto intelligenti. La sera altra televisione russa e a dormire. Finché non mi sveglia alle otto il tipo che porta i giornali. Ha un fare disturbato e in fondo ostile. Ma anche lui è la Russia; nella pazienza non tutti diventano santi. Anzi in molti qui invece impoverendosi o sentendosi in tutto persi o semplicemente bevendo troppo, si colmano infine di rancori tremendi, che fanno paura, solo a ben pensarci. Comunque neppure costui da solo è la Russia. La mattina infatti di nuovo ritorno alla palestra di arte marziale russa che frequento, e mi risento addirittura quasi meglio di come starei a casa. Il colonnello che la dirige mi saluta con bel buongiorno, giacché va a spesso a Bari dov'è una cattedrale sacra agli ortodossi. È un uomo non alto ma di stazza enorme e di una bonomia mite e gigantesca. Benedice il pane e poi dà il via a un piccolo rinfresco alla buona fatta, che continuerà indefinito e calmo tutto il giorno per un compleanno. Né manca un giovane in borghese, che è un prete ortodosso e gli uscieri e tutti quelli che lavorano in questi strani uffici russi dove non si capisce mai chi fa che cosa. E come non risentirsi così innervati in una Russia eterna, che somiglia ogni volta quasi a un romanzo di Cechov… ?

    Un giorno a Mosca davanti alla Tv - Esteri - ilGiornale.it del 27-10-2009
    Gli Arya seggono ancora al picco dell'avvoltoio.

  3. #3
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    Predefinito Rif: Geminello Alvi

    Carissimo, quasi vorrei anche scrivere il suo nome, perché a vederlo scritto sul giornale, forse lei si sentirebbe meno solo; ma sarebbe violare la riservatezza. E però creda: la sua lettera ci è, e mi è, molto cara. Perché quel sentirsi stanco come mai prima, di cui lei dice, coi pensieri che diventano ossessioni e non ti fanno dormire, prima o poi è toccato, o tocca a tutti. E talora il dolore arriva quasi fino all’agonia, dalla quale però, mi creda, occorre rinascere. Perché i guai, quando sono seri come i suoi, a questo servono: a uscirne migliori. E perciò le prove morali valgono più di quelle fisiche. E se lei da piccolo è entrato in una chiesa, in questa Sua disperazione si troverà Cristo vicino. O se crede altrimenti, potrà almeno confortarsi con la splendida frase, mi pare di Croce, che dice circa: «Non esistono nella vita eventi positivi o negativi, ma condizioni per nuove azioni». A lei scegliere insomma la maniera. E però davvero lasci da parte le chiacchiere sciocche, sulle pistole alla tempia. Anche perché, vede caro nostro lettore, quello che le accade permette di capire, meglio di qualsiasi manuale o chiacchiera sul Pil, quanto vi è davvero di serio, di meritevole da intendere nell’economia. Quando lei parla di una stanchezza non fisica ma mentale, spiega a tutti cos’è l’intrapresa. E poco importa che a condurla sia un artigiano o un banchiere cosmopolita. Marx parlava di energia di lavoro, e riduceva perciò a fisica stanchezza misurabile il suo valore. Tuttavia nessuna merce contiene solo quella stanchezza; neppure bastano a spiegarla la venalità o l’utile. Nella sua angoscia lei ci fa ben capire: chi è in proprio, risponde per il lavoro altrui, spende mente e morali, che sono più difficili da misurare del sudore. Anche per lo strano fatto che l’affetto per il lavoro e l’intelligenza, più si spendono nella propria impresa e più si accrescono. Strano paradosso, che gli invidiosi e i petulanti, quasi sempre preti mal riusciti, professorini o impiegati inetti, mai neppure sospettano.
    I più, in effetti, anche quando sparlano in difesa del lavoro non ne capiscono il rischio, che in fondo tutti si prendono, come la poveretta salariata di Télécom France, che s’è uccisa. Nei guai è del resto chiunque vive in questa economia, il cui difetto non è il mercato o il rischio, ma la spersonalizzazione. Si sia operai o imprenditori si sente comunque accanto solo una macchina immensa, inarrestabile che astratta non sente mai ragioni. Fredda ed ostile, la si chiami poi fisco, banche, tribunali o maniache regole aziendali. Sempre più ormai non sono l’impiegato di banca o il direttore del personale o il magistrato, appunto, il guaio. Il male è quella freddezza che uccide l’epica, e ogni fiducia in se stessi, e la simpatia sociale. In conclusione: coraggio. Anche perché, vede, con la Sua lettera ci ha spiegato quello che, crisi o non crisi, è il vero guaio: l’inattenzione, lo spersonalizzarsi delle relazioni sociali. Il guaio è il nostro divenire tutti uguali, cinesini vittime di un arbitrio astratto lontano, e quasi oltre i rimedi dell’intelligenza e della morale individuale. Quando invece l’economia vera vive proprio di queste due virtù. E il dire che chi ci governa debba adoprarsi perché ci siano meno finanza e numeretti sul Pil, tasse, burocrazie, buio nei tribunali, è quindi dire la stessa cosa. Comunque sappia, che per le persone di cuore il suo insistere per l’impresa, per i 14 operai, per la sua famiglia, è un motivo di ammirazione. Un abbraccio dal suo Giornale

    Ma io le spiego perché deve ancora tener duro - Interni - ilGiornale.it del 13-09-2009
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    Predefinito Rif: Geminello Alvi

    Dalla pace del sonno torni giù, e nel buio senti il tremore che pervade tutto, e lo vedi: non è la forza della mano di qualcuno che ti scuote o del cane che si gratta. Persino dalla finestra, aperta perché ieri c’era un caldo strano, senti l’onda immane; ne rimbombano le colline intorno, come un organo. E quindi pure le pareti, mentre il bicchiere scivola, cade e scoppia. Non ha finito di sfogarsi. Pensi ai tuoi vecchi e ai bambini: devono vestirsi. Ma non riesci a dirlo: tutto si sta tendendo come una molla. Puoi ben poco: soltanto sperare che l’onda cupa che è adesso la terra non si sia caricata troppo. E aspetti, mentre il respiro si sospende e l’anima resta in un qualcosa ch’è prima di una preghiera. Perché questo sentirsi il niente sotto si apre dentro, terribile e sacro.Ma l’oscillazione si rallenta. E però non c’è stato il boato. Dunque era altrove.

    Ma se qui è stato così forte, viene da farsi il segno della croce, perché di certo altrove qualcuno c’è morto, e non pochi. Eccola lì la notte del terremoto su una collina delle Marche. E poi la televisione accesa per sapere, ma che non dice niente, mentre per cautela ci si veste, perché può venirne un’altra. Per radio invece dicono che il disastro è in Abruzzo. E arriva un sollievo vile: mezzo vestito te ne ritorni a dormire, ovvero al consueto sentire.

    E però restano la mattina quei poveretti, con le coperte sulle spalle per strada, e le foto degli impolverati cadaveri, e gli eroi. Ma soprattutto resiste il senso di immane sospensione del consueto. Ed è questa percezione che adesso scredita gli uomini e le chiacchiere alle quali si adoprano, per recriminare, spiegare, e criticare, ridurre il terremoto a difetto tecnico di previsione.

    Quando invece esso indurrebbe ben altro corso di pensieri. Perché è l’aprirsi del nostro petto ad un senso del tremendo, ch’è primigenio. Ad un sentire più che naturale, come quell’aria che prima dei terremoti è compressa da un sole strano. Che era la maniera con la quale Empedocle e i greci antichi e Aristotele spiegavano i terremoti. E che San Tommaso ancora usava dicendo che col terremoto Dio si manifesta col vento impellente nella terra; vapore penetrante.

    Strani pensieri. Però spiegano meglio dei sismografi moderni il terrore divino e la calamita di quell’onda che ci apre dentro, e tira tutti fuori di sé. Certo la scienza moderna avrà le sue ragioni: ma temo molti, avessero maniera di leggerli, troverebbero meglio quanto hanno sentito nei presocratici o in Keplero. Perché è come se sotto mancasse qualcosa, per l’aprirsi di qualcos’altro sopra di noi. O a dirla in altra maniera, più accettabile per quel pregiudizio ch’è la scienza moderna.

    Nel terremoto s’apre in noi qualcosa che a ripensarlo col cuore è del tutto irriducibile alle statistiche e alla sismologia. È uno scuotimento, un varco, ch’è certo tremendo, come i poveretti morti e le case distrutte, però resta sovrumano, induce all’esperimento del divino. A quel divino ch’è panicodentro la natura, e scuote l’aria e la terra: come lo spirito di un tempo che fa dell’umano consueto una voragine e persino dei morti una preghiera.

    È il mistero che interrompe il corso degli eventi che pareva ovvio, lo svela precario e irreale. E mostra la condizione umana come essa è, nuda. E perciò di tutte le foto dolenti di oggi una è la più rivelatrice, quella di una coppia: lei giovane in piedi sotto la stessa coperta che l’avvolge assieme a un altro giovane; accanto a loro le macerie. Incolpevoli Adamo ed Eva. E però salvi, nati dalla voragine terribile in un sentire commovente, che è troppo vasto per dirsi, e che a spiegarlo può sciuparsi. Ma l’unico che riconforta e riconferma poi quanto l’amore divino sia un sommo mistero.



    LA PAURA E IL MISTERO - Interni - ilGiornale.it del 07-04-2009
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    Predefinito Rif: Geminello Alvi

    Questo stordirsi all’aperto dei giovani, che bevono vagando col bicchiere in mano tra bottiglie che rotolano, da noi prima non c’era. Si vedeva nelle città inglesi fuori di certi pub, dove la gente agitava i boccali di birra così ubriaca, da non sapere se votarsi a una rissa o salutarsi. Ed erano semmai gli studenti americani che abusavano di quelle bevute selvagge, che però all’Europa latina di una volta davano il disgusto. Perché certo, anche nel nord d’Italia si beveva, ma al chiuso, e si esagerava giocando a carte al bar.
    In un’altra maniera quindi, e non in quella posa cinematografica dei nostri giovani, che a Campo dei Fiori o in Corso Magenta sono tutti lì ad affollarsi per strada, contagiati, americanizzati da tv e filmetti americani. Perché neanche in Veneto, dove l’alcol era più un problema, appunto si beveva come bevono i giovani ora. Fino a qualche settennio fa, non solo si restava al chiuso, ma il bere poteva ancora quasi dirsi riflesso di fami ataviche, di un vino cibo di riempimento, da esagerare in un rito ingenuo. Il bere era per l’appunto più ingenuo, meno sceneggiato ed estroverso. Ora è una vera posa etilica recitata: la replica di quanto succhiato in anni di video o tv.
    E però, per quanto innaturale agli italiani, questo vizio, come non pochi altri e pessimi esiti della globalizzazione, ormai dilaga. E giustifica la severità del Comune di Milano, che dai film americani, dove l’esito di questo reato è la prigione, ci fa con le sue multe alle famiglie almeno ritornare in Italia. Ed è un gran bene. Perché quello stordirsi degli europei del nord per quanto disgustoso, ha almeno una spiegazione. Li aiuta, siano inglesi o tedeschi a separarsi da una comunità che li ingloba, e sovente li comprime. È per loro vincere l’atavica timidezza e un dare quindi forza maggiore, seppure precaria, all'individualismo. Ma in una nazione in cui i vincoli e i divieti comunitari hanno la povera forza che hanno in Italia, invece il bere peggiora solo le cose. In una nazione, come la nostra, di sfacciati individualisti, l’alcol eccita soltanto i nostri vizi. Ai nostri guai ne somma di ulteriori; senza importare nessuno dei molti pregi che almeno quelle nazioni hanno da sobrie.
    Si può infatti anche approvare Raymond Poincaré, presidente francese di una volta, quando diceva che gli Stati Uniti erano trascorsi dalla barbarie alla decadenza senza conoscere la civiltà. Ma resta il fatto che, per esempio, nelle varie scuole americane non si copia, o meglio, si educa a sentire umiliante un gesto che in Italia educa invece al compiacimento i furbi. Vige là un principio di responsabilità più potente: quello che nei vari film appunto conduce alla fine in prigione pure gli adolescenti. Invece in Italia la pressione delle comunità, o dello Stato, è inesistente. A scuola si copia, e chi sbaglia, pure lì, quasi mai paga. Infatti la legge del comune di Milano multa i genitori. Insomma il disastro di questo bere gli alcolici in misura smodata dei giovani italiani è in questa sua origine fittizia e televisiva, che lo rende grottesco.
    Quel vagare etilico dei giovani nelle nostre vie storiche in posa da spiaggia della Florida, o da Amy Winehouse, eleva solo la nostra molestia, peggiora un’asocialità innata. Ci americanizza nel peggio e non nel meglio, come sovente capita pure a molte colonie.



    Ragazzi ubriachi in stile Usa: bevono tanto, ma soltanto per posa - Interni - ilGiornale.it del 19-07-2009
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    Predefinito Rif: Geminello Alvi

    Le forme craniche squadrate di Bersani, atavismo palese delle culture megalitiche preindeuropee, e quella sua certa calvizie operosa da mezzadro nato fattore, come il parlare emiliano da cui non sa liberarsi, così masticato e in ricerca perpetua dell’ovvio: sono tutti sintomi di certa vittoria. La sua è infatti la fisiognomica perfetta del comunista appenninico, e quindi sempre saputo, in posa di spiegare agli altri come un’ovvietà quello che lui non ha mai capito. E, proprio perché è così se stesso, non ci viene da volergliene. Il suo è di quei visi intabarrati, perfetti per i libri di Guareschi. Insomma: non solo non stona, ma neppure finge: perciò m’è più simpatico di un Franceschini tutto sacrestia e ragioneria. Del resto la sua nomina obbedisce pure alla necessità, ovvero al meno traballante di tutti i molto incerti residui poteri che ha ancora il Partito democratico. Corrisponde a quella Lega appenninica ch’è di fatto ormai l’unica residua distinzione originale della sinistra. Essa ovunque ha un suo ben misero futuro; ma solo nelle regioni appenniniche, bersaniane del Centro-Nord ha ancora un qualche passato. E dunque è ovvio per il Pd l’arroccamento, tra le coop furenti, gli aceti balsamici, e gli eterni rancori mezzadrili, eredi degli schiavi degli etruschi in rivolta.
    La nomina del caro Bersani scansa l’altra, pur sempre tranquillizzante eventualità, che sia l’emiliano Fini a ritrovarsi prima o poi eletto a segretario del Pd. Anche lui con dialetto e fisiognomica emiliana più che perfetti per la carica. Peraltro questa elezione ha un suo originale interesse, pure per come conferma il palese e per ora inevitabile regionalizzarsi, se non municipalizzarsi, della vita politica. Da qualche settennio infatti viviamo in un contro Risorgimento del quale la Lega in Veneto e in Lombardia è stata l’astuto inizio, seguito ora persino dal ritorno in voga dell’autonomismo siciliano, al quale è facile già prevedere un gran futuro. Per non dire del Molise; di cui Di Pietro è pure incarnazione politica archetipa, come Bossi a Varese o Berlusconi in Brianza. Ed il paragone potrebbe proseguire nelle Puglie. Ma, seppure logico, non piacerebbe ai nostri lettori pugliesi. Giacché Vendola, Luxuria, D'Addario sono le novità politiche recenti più distintive di quei luoghi.
    E però c’è pur sempre D’Alema coi baffetti che avevano tutti i barbieri del Sud quando i film della commedia all’italiana erano ancora un’epica. Torna in effetti a suo onore che al trio sopradetto egli abbia almeno preferito i tratti mezzadrili e rassicuranti di Bersani. E comunque lo sfarsi regionale in atto dell’Italia, il suo sciogliersi in un’atavica commedia, così poco seria da non potersi dire neppure del tutto non seria, è certo. Com’era scontato che il regionalismo fosse considerato finito, prima che Bossi riuscisse appunto a confonderlo con il federalismo e salvare così il più inefficiente dei corpi statali: le regioni. Altra contorsione logica, di un’Italia che resta sempre impossibile da spiegare; come gli italiani. Ora, proprio ora, tra orde di cinesi, arabi e amerindi che l'invadono, essa si arrocca in una regressione. Di cui comunque il coincidere perfetto del Pd, senza più nemmeno Roma, con una Lega appenninica è palese altra conferma. Riprova peraltro e tra l’altro pure della ingenua stravaganza di due miei antenati morti con Garibaldi.


    Lo dice la fisiognomica: Bersani leader perfetto - Interni - ilGiornale.it del 28-07-2009
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    Predefinito Rif: Geminello Alvi

    Mi fa piegare Alvi quando si mette a fare sti discorsi:

    Citazione Originariamente Scritto da Geminello Alvi Visualizza Messaggio
    Le forme craniche squadrate di Bersani, atavismo palese delle culture megalitiche preindeuropee
    "Berlusconi è la più perfetta incarnazione della terza casta indiana, che si dia nel cosmo, almeno da quando i Sette Santi Rishi diedero forma alle caste indoeuropee, istruiti da Manu. Berlusconi è il vaisha perfetto. C’è quasi solo da sorprendersi che il suo nome non compaia nella Baghavat Gita. Il mercante è lui: socievole e mercuriale, che vuole dare a tutti ricchezza in un commercio che deve dare però a lui piacere. E uno degli attributi castali della mercatura è in effetti la mania erotica e l’idea di commercio moltiplicante."

    "Insomma il contrasto tra Berlusconi e Prodi è una costante animica della vita pubblica in Italia da sette secoli almeno. Anche se i giornalisti ed eruditi, finti ma accreditati, sono tutti annoiati, troppo ignoranti per saperlo. A pensarci però in loro c’è la stessa fissità facciale di Prodi, che incarna appunto le caste inferiori ai vaisha, in rivolta. Tutte plebi patite di culti preindoeuropei e ktoni. Di cui egli è il medium spirituale."

    "E Prodi che, rovinata pure l’Europa, torna in Italia a vincere: può essere solo il posseduto dalla deità della fortuna ktonia, ovvero prosaicamente dal culo. Peraltro è palese nella sua fisionomica una selezione atavica di razze pelagiche, prive di proteine e rovinate dalla monodieta. Coi riflessi facciali per cui il ridere si strozza e poi complica la respirazione, tanto la loro vita è stata per millenni tutta un dolore. E’ pelasgico sudra, asceso per la retrocessione delle caste, per il fatto che comandano quelli che dovrebbero obbedire."

    "Lo spirito soffia dove vuole e spiega tutto, pure il fatto che San Silvio non è di casta ksatria ovvero guerriera, ma vaisha. Fosse stata la sua un’incarnazione guerriera avrebbe sterminato il nemico ma sarebbe stato costretto ad accettare ogni sfida al gioco e a perdere quindi ogni suo avere, giacché quella casta nell’india antica imponeva di accettare ogni sfida."

    "Santo Subito? Silvio in realtà è un vaisha", Il Foglio, 8 aprile 2006
    Ultima modifica di Henry Morgan; 14-11-10 alle 16:18

 

 

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