Franco D'Alfonso

il nuovo che risorge


Circolo Rosselli Milano Attualità politica: Franco D'Alfonso: Oportet ut scandalia

venerdì 21 agosto 2009Franco D'Alfonso: Oportet ut scandalia
Il Psi-Osiride non tornerà in vita
“Oportet ut scandalia eveniant”, se la vicenda della legge elettorale toscana potrà essere il punto d’inizio di un finalmente chiaro e lineare momento di confronto politico sulle prospettive dei socialisti, e non l’ennesimo episodio di un triste ed inarrestabile declino che dal trauma del biennio di Tangentopoli ha ossessionato i socialisti italiani.
Mai ci fu elaborazione del lutto politico (e purtroppo non solo politico) così lunga, mai si sono portati dietro equivoci e comportamenti tanto irrimediabilmente superati come tra i socialisti negli ultimi quindici anni: è tempo di mettere fine a tutto questo. Abbiamo tutti, chi più chi meno, inseguito troppo a lungo una sorta di mito di Osiride, ciascuno pensando di essere la sposa Iside con il compito irrinunciabile di ridare vita al Dio proditoriamente ucciso dal fratello malvagio Seth, rimettendo insieme i pezzi del corpo disseminati in tutto l’Egitto, al fine di far riprendere vita all’oggetto del proprio amore e poter generare il figlio Horus Amon, il Dio Sole (dell’Avvenire ..? ) continuatore della stirpe per l’eternità.
Per uscire da questo stato di delirio politico occorre prendere finalmente coscienza, in maniera esplicita, innanzitutto del fatto che la politica dell’“arco di sostegno lungo “ (da Tanassi a Lotta Continua, che il Psi di Craxi era in grado di praticare soprattutto nei momenti elettorali , quando si lambiva e si otteneva perfino un consenso di destra come adesione ad alcune, non tutte, delle idee e proposte messe in campo, e che era un esercizio difficile già allora, con un Psi-cerniera della struttura politica italiana con il 15% dei voti) è diventata impossibile sin dal 1994.
Rifiutando di prendere atto della realtà, si è pensato che il problema fosse reincollare i pezzi divisi del corpo del Psi–Osiride per poter tornare a praticare la vecchia religione con gli antichi riti, e non invece quello di innovare miti e credenze in funzione della mutata situazione. Fuor di metafora, si è, nei fatti, rimasti all’elaborazione politica e strategica di venti anni fa, agendo invece, e spesso malamente, sulla tattica. Formazioni politiche di dimensione ridotte devono necessariamente esprimere politiche “radicali” focalizzate e non “ecumeniche” . Si tratterebbe altrimenti di politiche anche elettoralmente inutili, in quanto è noto che i minori percepiti come non diversi dai maggiori non vengono certo premiati con il voto.
Quindici anni di scorciatoie fallite
Ignorare questa realtà ha portato i socialisti a credere che il problema fosse quello di trovare strade, possibilmente scorciatoie, per rimettere insieme una presenza che, di per sé, avrebbe ripreso vita (politica) e permesso di ritrovare le parole in una sorta di impossibile “heri dicebamus”. In questo modo, le ricollocazioni personali e di gruppo sono state concepite e praticate come puri espedienti elettorali al costo politico, ritenuto transitorio, di un oscuramento dell’immagine e della politica “socialista”: è stato così per i vari “Nuovo Psi” collocati nel centrodestra ed in Forza Italia; per quelli che sono confluiti nei vari Pds-Ds-Pd; e lo è stato per le diverse alleanze di marca Sdi, da Dini a Prodi a Pannella, fino alla recente Vendola-Fava-Nencini-Francescato. In tutti questi casi si è sacrificata o dimenticata la politica, si è sostanzialmente ceduto il passo senza combattere sul terreno dell’immagine agli alleati del momento, per ingaggiare invece feroci corpo a corpo su seggi e candidature destinati a dare linfa al “partito degli amministratori”, il solo ritenuto in grado di garantire continuità quanto meno al ceto politico residuale.
E’ sfiorita (anche) per questo motivo la “Rosa nel Pugno” , il tentativo potenzialmente migliore per dare vita ad una formazione di sinistra libertaria e riformista degli ultimi venti anni . Ed è fallita la Costituente Socialista, per la quale non si ebbe il coraggio di trarre le necessarie conseguenze di scelta autonomista, rompendo con l’agonizzante governo Prodi e facendosi dare l’insultante benservito da Veltroni, quando ormai era troppo tardi per dare vita ad un’iniziativa politica che avrebbe preoccupato molto un Pd già incamminato sulla strada di una crisi profonda e forse irreversibile. Si rischia di far fallire, se non porterà prima i libri in tribunale per altre ragioni, anche il tentativo di “Sinistra e Libertà” .
Il problema non è, o non è solamente, la coerenza di chi impegna una formazione politica dal nome glorioso in una campagna contro lo sbarramento e l’abolizione del voto di preferenza laddove si è assenti, per votare a favore dove invece si è presenti e perfino essere determinanti, come nel consiglio regionale toscano presieduto dal nostro segretario nazionale. Non credo però che la soluzione sia sparare sul quartier generale del partito: sarebbe solo un modo di aggiungere qualche calcinaccio alle macerie già esistenti. E’ invece il momento di prendere atto, in maniera conclusiva, che la discontinuità con il Psi si è realizzata, anche se nel peggiore dei modi possibile: non c’è e non ci sarà mai più un partito dei socialisti, di tutti i socialisti, che in versione larga o stretta che sia, riesca ad esprimere e sviluppare una strategia politica autonoma. Velleità e richiami al “vero socialismo”, che normalmente si traducono nell’ennesima proclamazione di rinascita di un nuovo Psi ( ne ho contati oltre venti , dal ’94 ad oggi, ma posso sbagliare per difetto) sono solo segnali di un infantilismo politico di ritorno.
Certo, esistono ancora adesso gli adoratori del Dio Amon Sole , che arzigogolano sui segreti della grande Piramide , ma è meglio che il paragone si fermi qua e con il paragone si concluda una vicenda che, in queste forme, rischia di essere nulla più che una farsa.
Le idee socialiste vivono. Ma dove ?
La conclusione della vicenda politica che si è riassunta nella storia del Psi, tutta, quella gloriosa e quella meno gloriosa, non significa certo la fine delle idee, della tradizione, della cultura politica socialista. Se i socialisti smetteranno di cercare di far rientrare il dentifricio nel tubetto dal quale è stato spremuto, potranno ancora dare un contributo fondamentale alla rinascita politica e morale di un’Italia che la “Seconda Repubblica”, fondata sulla morte e sull’oblìo delle culture politiche e morali che avevano fatto nascere la “Prima”, sta conducendo inesorabilmente verso il degrado ed il declino.
Le idee socialiste possono essere, legittimamente, ovunque, perfino nel centrodestra , dove del resto si trovano buona parte degli elettori tuttora viventi del Psi. In realtà, questa possibilità di vita di una cultura politica socialista fosse credibile nella versione del centrodestra 1994, quella del “Partito liberale di massa” di cui si sono perse le tracce. L’odierno Pdl ha assunto toni e funzioni di un partito conservatore con forti venature reazionarie, nel quale il riformismo di radice socialista può esprimersi nelle forme un po’ pittoresche e napoleoniche alla Brunetta, ma deve rientrare nel cantuccio appena si parla di questioni serie di potere, come quando si devono riciclare partite di bilancio per evitare che il trucco del “partito del Sud” degeneri. E non si risparmiano agli ex-“liberal” l’umiliazione di dover condurre, nel ruolo di neocredenti devoti, le battaglie oscurantiste ed antimoderne che servono per placare qualcuno Oltretevere, senza intaccare la popolarità dei leader del centrodestra che pensano a restare in sintonia con il 70% degli italiani , che non prendono sul serio i sanfedisti odierni.
Certamente le idee socialiste possono provare ad esistere dalle parti del Pd, come in molti aspirano a rendere possibile, magari in nome (addirittura !) del superamento della scissione di Livorno. Nella pratica c’è stato poco ristoro per i socialisti che hanno cercato albergo presso il Pd e le sue tappe intermedie, sia in termini di “posti” (solo sgabelli di seconda fila e, Del Turco docet, la scomunica e l’ingiuria pronta a calare inesorabilmente) sia, soprattutto, in termini politici: nel regno dell’indistinto e degli smemorati, voluto dal gruppo dirigente ex-Pci tuttora in servizio, sono possibili solo rappresentazioni di terz’ordine, come la “Cosa 2” di D’Alema o il Congresso della “svolta socialista” di Fassino, specchietti per allodole, ma non certo coerenti, difficili e duri confronti politici e progettuali, come quelli imposti a suo tempo dal Psi ad una sinistra italiana di ben diversa levatura e consistenza. Molti sono attualmente attirati dalle posizioni di Ignazio Marino al congresso Pd. E’ vero che la sua piattaforma politica per la segreteria Pd è un ottimo documento, contenente posizioni in materia di economia, diritti ed identità politica comuni a riformismo socialista, ma è altrettanto vero che la sensazione è quella di un’estraneità totale di Marino rispetto al Pd, sensazione rafforzata dal tratto di condiscendenza che gli apparati ex-democristiani ed ex-comunisti manifestano verso un personaggio considerato un po’ folcloristico ed un po’ l’ennesimo , inutile tentativo di “cavallo di Troia” di quel rompipalle di Marco Pannella.
Molti di più, sempre in termini relativi sono affezionati all’idea del “Partito dei Contadini” , quel partito di antica tradizione cui il Poup polacco permise di restare in vita assegnandogli un certo numero di seggi e sedi senza potere in cambio di una totale acquiescenza. Sono tanti i compagni socialisti formalmente aderenti al Ps attuale ma con in tasca la tessera “virtuale” del Pd, soprattutto nelle realtà regionali e locali dove ancora spazi anche minimi di potere sono ottenibili dal Pd. Sono quelli che, com’è successo a Milano e altrove, pronunciano nobili discorsi sulla necessità di far sopravvivere il socialismo anche in “una sola Provincia” grazie alla propria personale riconferma, e resistono fino all’ultimo momento utile nelle nel Ps per poi precipitarsi nelle liste, in realtà sempre meno accoglienti, dei vari candidati-presidente o direttamente in quelle del Pd. Ma il Pd, avviluppato com’è in un durissimo confronto congressuale che lo porterà ad estraniarsi da qualsiasi processo politico almeno fino a dopo la prossima scadenza elettorale, resta un progetto malpensato e malcondotto, che ha come sola stella polare la distruzione delle culture politiche della sinistra, secondo il principio di fare una strage per coprire un omicidio, per non riconoscere la sconfitta del Pci dal quale arriva anche il probabile nuovo segretario Bersani.
Un’altra strada è una riedizione riveduta e corretta della “Rosa nel Pugno” Come molti altri, sono tornato alla politica attiva proprio con il progetto della Rnp e non sono certo insensibile a questa prospettiva. Nella realtà però il protagonismo di Pannella porta i radicali in un’orbita ormai eccentrica rispetto all’idea di una formazione laico-socialista privilegiando una presenza fortemente caratterizzata come quella di Radicali Italiani all’interno di un contenitore indistinto, vicino al partito all’americana sempre caro a Marco.
Una formazione politica della sinistra laica, moderna e coraggiosa, europea .
E’ ancora di grande attualità e necessità la questione della nascita di una nuova formazione politica della sinistra, laica, moderna e coraggiosa, come sempre sono state le formazioni vincenti della sinistra in Europa e nel mondo. E credo che in questa nuova formazione, in questo nuovo progetto, debbano trovare ruolo e protagonismo le idee e la cultura dei socialisti.
Una formazione che si costituisca in inevitabile soluzione di continuità con tutta la storia partitica dei socialisti, con quel carico di sentimenti e soprattutto di risentimenti che non possono e non devono essere riproposti. Una formazione nella quale il metodo, la storia, la cultura politica dei socialisti avrà inevitabilmente un ruolo di primo piano, in funzione però della capacità di produrre politica nel presente e nel futuro, e non in virtù di un passato che non produce più.
Una formazione che non potrà non essere parte integrante della sinistra europea, al di fuori della quale non esiste più nemmeno la possibilità di pensare ed agire in politica: e la sinistra europea, con dimensioni, idee e politiche in grado di misurarsi con la realtà di oggi è quella del Partito del Socialismo Europeo . Non è certo un problema nominalistico (fra l’altro la maggior parte dei partiti aderenti al Pse non si chiama “socialista” ), ma è in gioco la cultura di una sinistra che abbia una visione del mondo e dei problemi quotidiani diversa da quella dei conservatori, e che sia in grado di proporre credibili “sogni” e suggestioni politiche non legate al solo carisma di un leader. Pur senza negarne la necessità ed a volte l’indispensabilità, di un leader, ma è la fertilità di un filone culturale e politico che espresse nel secolo scorso una straordinaria generazione di leader nazionali accomunati da uno stesso disegno, da uno stesso metodo che univa personalità diverse operanti in scenari nazionali tra loro molto più diversificati rispetto a quanto non lo siano oggi .
La nascita del Pse, formalizzata da pochi anni, risale a quella stagione, ad opera dei Gonzales e Soares, dei Papandreu e Craxi, di Mitterrand, Schmidt e Willy Brandt, con l’affermazione concreta della possibilità di esistenza di una sinistra riformista nell’Occidente che stava per vincere la guerra fredda contro un nemico che si era appropriato del nome stesso dei socialisti. E’ paradossale come nella situazione odierna, caratterizzata dall’Europa politica e culturale che va addirittura oltre l’effettiva unità economica e monetaria incarnata dall’euro, proprio nei ranghi della sinistra (in verità solo in quella italiana) si metta in discussione il valore di un riferimento politico europeo, mentre nel centrodestra si procede con tempi e modi sbrigativi a chiudere perfino ferite risalenti alla guerra mondiale per entrare nel polo conservatore europeo del Ppe.
Il gruppo dirigente ex-comunista ed ex-democristiano che si è appropriato della rappresentanza della sinistra italiana dopo Tangentopoli non ha potuto altro che inventarsi una presunta “diversità” italiana rispetto al resto dell’Europa, pagando il prezzo della vittoria con un isolamento politico rispetto alla famiglia della sinistra europea e l’abbandono dei propri valori di riferimento, abbracciando ipocrite concezioni di presunte superiorità “morali” e rinunciando a combattere la destra sul terreno che dovrebbe essere invece quello preferito, quello della proposta politica e valoriale.
E’ questa la principale ragione dell’assoluta necessità di dare vita ad una formazione nuova della sinistra italiana, diversa e concorrente rispetto al Pd , nella quale sia possibile riprendere il filo rosso del riformismo socialista italiano. Non fosse altro che per la scarsità di forze e risorse, si impone il dare seguito all’esperienza di SeL delle ultime elezioni europee, passando da una fase di cartello elettorale a quella di alleanza politica.
Un Congresso dei socialisti italiani, tutti, per passare da Osiride alla Fenice.
Non credo che si possa liquidare la traumatica separazione operata da Vendola con Rifondazione Comunista, e la conseguente definitiva marginalizzazione della cosiddetta sinistra radicale, come un fatto di nessuna importanza e si possa pretendere analisi del tasso di riformismo oppure ad abiure pubbliche del passaro. Penso invece che si debba “andare a vedere” la politica, verificare che cosa si pensa sui temi economica, sociali, sulla giustizia e verificare se sia possibile alzare il valore del “minimo comune multiplo” dalla convenienza elettorale e dalle comuni battaglie sulle libertà civili, fino al livello della costituzione di liste elettorali comuni in tutte le realtà ed alla nascita di un nuovo soggetto politico.
Ma per fare questo occorre parlare di politica, porre problemi come finora ha fatto solo Lanfranco Turci con un articolo sul sito dei SeL che ha provocato un’accesa e partecipata discussione, partita con insulti sanguinosi e conclusa con richieste di scambio dati ed informazioni. Si può cominciare magari facendosi carico di proporre anche agli altri partner di SeL un percorso serrato ed impegnativo che affronti le scadenze politiche ed elettorali fino alle elezioni regionali ed oltre, sgombrando il campo da equivoci effettivi e potenziali. Si tratta di una via difficile, faticosa e senza risultato garantito, ma inevitabile, a meno che non si voglia gabellare per seria alternativa la scelta del “massimo comun divisore” , quello del rifiuto a priori del confronto, per rifugiarsi in un Partito Socialista virtuale, perché senza consensi e voti .
Ma è tutto il dibattito tra socialisti che deve uscire dal “loop” inconcludente nel quale è precipitato e del quale la questione legge elettorale toscana è un episodio che però può essere di svolta come di definitiva conclusione. Io credo che i diversi punti di vista su esposti debbano essere discussi apertamente e con pari dignità in un congresso dei socialisti italiani. Un congresso nel quale non si discuta di scioglimenti e rifondazioni, che sono conseguenze e non premesse di scelte politiche; un congresso nel quale tutti i socialisti abbiano il coraggio e la capacità di esprimere il proprio parere, da persone che pensano con la propria testa e vivono del proprio lavoro, come definiva l’essere socialisti un fortunato e bellissimo slogan di una campagna Psi.
Un Congresso che sappiamo che partirà dalla constatazione della fine di un’era politica e di partito e che speriamo possa avere la forza di indicare almeno la strada di una nuova. Un congresso che sarà utile se si avrà la forza e la capacità di convocarlo ed organizzarlo in maniera libera ed aperta, senza esposizione di ridicoli parafernalia quali pacchetti di tessere e gruppi dirigenti in cerca di inutili conferme; un congresso aperto a tutti coloro i quali semplicemente si dichiarino socialisti, prendendo una tessera virtuale congressuale per il solo fatto di sentirsi parte di una grande storia politica che finisce nelle sue forme tradizionali per continuare in forma nuova.
Per riprendere la metafora mitologica, occorre passare, come fecero gli Egizi, dal mito di Osiride a quello della Fenice. I sacerdoti dell’antica religione si misero ad organizzare lo spettacolo della morte e della resurrezione del mitico uccello, nel quale avevano trovato alloggio gli spiriti degli antichi, che gli permetteva di risorgere sotto nuova forma ed aspetto, dopo tre giorni dalle sue stesse ceneri.
Il compito dei socialisti , almeno di quelli che non vorranno attardarsi a seguire il culto dei morti, è più semplice e più difficile allo stesso tempo : tre giorni di Congresso vero ed aperto potranno bastare , anche senza l’accensione di roghi purificatori…

Franco D’Alfonso